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NOTIZIARIO ARCHEOLOGICO |
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Il porto del Garigliano a
Mortola
di Sara Marandola
Interessandomi ultimamente al sito
archeologico di Rocca d' Evandro (CE), più precisamente in località
"porto" nella frazione Mortola, sul Garigliano, mi sono
arrivati nelle mani documenti che registrano resoconti fatti da
un'archeologa della Sovrintendenza di Napoli, la dottoressa Chiosi,
e insieme i progetti dell'architetto Giuseppe Bruno.
Un rigo attira la mia attenzione: "... sono
pochissimi
gli esempi di questo
tipo scavati e nessuno
di questi in Campania".
La prima documentazione sul ritrovamento
del sito ci giunge dal lontano 5 mag gio 1993; ma questa ci dice
che le prìme indagini sono state fatte nel '92. In ogni pagina si
legge l'entusia smo per l'anomalia dello scavo, rispetto agli
altri di tutta la regione. La Gasperetti, della Sovrintendenza di
Napoli, diceva allora che era l'unico attivo su tutto il Garigliano.
Si tratta di un' area riservata alla produzione e imbarco di
anfore vinarie che venivano esportate su vasto raggio, oltre che
utilizzate in zona. Il luogo è un pianoro alluvionale ricco di
materie prime, di terre fertili, di vegetazione, dì sole, ma
soprattutto di acqua, fonte di vita e di ricchezza. Di ricchezza,
per gli antichi, creando un porto e dando vita ad un commercio
fluviale, proprio come fecero i liberti della potente famiglia dei
Luccei, tra il II secolo a. C. e il I secolo d. C.
Si stanziarono infatti sulla riva sinistra del Garigliano, e qui
trovarono tutto per produrre ed esportare e loro anfore vinarie.
Al momento della scoperta ne sono state rinvenute decine e decine
oltre alle fornaci per la produzione. La prima tappa di questi
commercianti era il vicino porto di Minturno. Nel '94 su "Il
Mattino", un articolo: "Garigliano, archeologia
sommersa", sottotitolo: "continuano gli scavi della
Sovrintendenza". Ora siamo nel 2001, gli scavi si sono
interrotti in quegli anni. Quello di "Porto" è di nuovo
un sito archeologico "sommerso"? Eppure grandi e
immediati, nella loro necessità, erano i progetti che aveva fatto
l'architetto Bruno. Il progetto è completo in tutti i particolari,
già dal luglio 1995. Ma forse proprio da quell'anno lo scavo è
stato abbandonato. Certo non dico di voler vedere già pronto il
"Parco archeologico ambientale" di Rocca d'Evandro. Si
conoscono i limiti, o meglio le difficoltà della nostra regione,
tuttavia ritengo sia opportuna la ripresa dei progetti con
l'auspicio che qualcosa, di tanto, si faccia, non solo per un fatto
culturale ma anche per avere un punto di riferimento turistico in più
nel comprensorio di Rocca d'Evandro, già ricco di testimonianze del
passato, prima fra tutte lo storico castello, che l'Amministrazione
comunale ha acquistato da privati e già in parte ristrutturato,
confermando le già conosciute doti di sensibilità per ciò che è
storia, tradizione e cultura.
Sara
Marandola ex carducciana studentessa di archeologia alla Sapienza di
Roma
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Lettera A: l'area del recente scavo
Lettara B: la probabile isula
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L’insula di Varrone
L’insula di cui parla Marco Terenzio
Varrone nel “De re rustica”
descrivendo la sua villa in Casinum pare si possa collocare nella
zona dei recenti ritrovamenti della probabile uccelliera in località
Mastronardi, già ampiamente illustrati nella relazione pubblicata
sul mensile Presenza Xna
di ottobre scorso. Secondo quella ipotesi l’insula sarebbe
localizzata tra il braccio ovest del fiume Gari che delimita ad
occidente la proprietà “Terme Varroniane” e l’altro braccio
(“altera amnis”) che
vi si innesta a sud della stessa proprietà. Un canale, ora
interrato – ma che è stato riconosciuto dai tecnici della
costruenda condotta idrica comunale che lavora in zona –, taglia
trasversalmente i due bracci prima della loro confluenza
determinando, in tal modo, un isolotto vero e proprio.
L’ubicazione sarebbe confermata dalla descrizione dello stesso
Varrone che la pone a valle dell’area dell’uccelliera, in fondo
ad un tratto di 280 metri della sua proprietà (che su quel lato
comprendeva, oltre l’uccelliera, anche il museum).
A conferma ulteriore giunge, grazie alla ricordata relazione su Presenza
Xna, la segnalazione dell’avv. Gaetano Mastronardi – la cui
famiglia è proprietaria da tempo immemorabile di un fondo
nell’area delle “Terme”, verso il confine occidentale –
secondo la quale la zona della confluenza dei due fiumi è da sempre
denominata “isola”. Quando, infatti, dovevano indicare
quell’area, ricorda il Mastronardi, dicevano in vernacolo
cassinate: “abbàllë a l’ìsula”.
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Cassino:
una vecchia strada al Quinto Ponte
di
Emilio Pistilli
In
località Quinto Ponte, sotto i piloni della superstrada Atina
Formia, il giorno 10 dicembre scorso, è stato riportato alla luce
un breve tratto di strada ciottolata, fiancheggiata, sul lato
orientale, da due spessi muri paralleli, distanti tra loro un paio
di metri. Il muro interno si sovrappone al bordo del ciottolato. Il
complesso, sito a circa m. 1.20 di profondità rispetto al piano di
campagna, ha un andamento nord est-sud est e sembra voler dirigersi
trasversalmente verso l’attuale fiume Rapido, mentre la parte a
monte si perde sotto la strada Casilina. Si ha l’impressione che
si tratti di una canalizzazione delle acque provenienti dalle falde
dell’Aquilone – forse il vecchio corso del Rio Ascensione –
che si è sovrapposta alla sede stradale dismessa perché interrata
dalle frequenti e spesso violente alluvioni. L’epoca sembra quella
medievale.
Non è da escludere che abbia attinenza con “un
ingresso o forma di acque di un rivo che corre per la strada
pubblica sopra S. Bartolomeo di S. Germano” cui si accenna in
un documento del 1342 in Archivio di Montecassino (I Regesti dell’Archivio, 11, n. 4416).
I resti dovranno certamente ricollegarsi ad analoghi allineamenti
murari segnalati al di là della Casilina, nel suolo di un vecchio e
demolito mulino, che ha lasciato il posto ai piloni della
superstrada.
Pare comunque certo che sia la strada che il canale andavano a
confluire nel fiume Vilneo, il cui corso è stato sostituito in
tempi abbastanza recenti dal canale collettore di fondovalle, che
oggi chiamano nuovo Rapido. Per completezza di informazione va detto
che il corso storico del Rapido fino all’ultima guerra bordeggiava
la città lungo l’attuale via Varrone per gettarsi nelle acque del
Gari a valle di via Arigni, mentre quello del Vilneo è ampiamente
documentato nel secolo XIX, anche col nome di Vinio, a ridosso della
cappella della Madonna di Loreto, località odierna detta Quinto
Ponte.
Se la notizia del 1342 su riportata è pertinente si puó affermare
che quel tratto di via selciata venuto oggi alla luce fosse
l’antica via S. Bartolomeo, lungo la quale pare vi fossero delle
concerie; il protettore dei conciatori è proprio S. Bartolomeo. Una
cappella a lui dedicata sorgeva all’intermo dell’attuale
cimitero che da lui prende il nome.
Intanto la Soprintendenza Archeologica del Lazio ha ordinato il
fermo dei lavori per la condotta fognaria ed ha fatto eseguire tutti
i rilievi fotografici e grafici di rito sotto la supervisione
dell’arch. Silvano Tanzilli, direttore del locale Museo
Archeologico Nazionale, assistito dall’archeologa Raffaella Di
Paolo.
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