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Storie
sconosciute di casa nostra
CIVILI UCCISI PER ERRORE NEL
DICEMBRE DEL 1943
A SAN PIETRO INFINE
Maurizio
Zambardi
Dall’alto
del Comando Alleato si stabilì che la liberazione dell'Italia
doveva partire dalla Sicilia; attraverso una serie di
"sbarchi" e avanzate per via terra, l’esercito era ormai
giunto alle porte della Valle del Liri. Superato il massiccio delle
Mainarde e dei monti Aurunci, la conquista di Roma era ormai cosa
fatta. Questo lo sapevano molto bene anche i tedeschi e divenne
quindi per essi di fondamentale importanza creare uno sbarramento
strategico proprio in questi luoghi. L'ordine venne direttamente dal
Terzo Reich. Il piccolo, pacifico, e soleggiato paese di San Pietro
Infine divenne, giocoforza, insieme a Montelungo, la roccaforte con
cui, a tutti i costi, impegnando forze e capacità tattiche,
bisognava impedire lo sfondamento di quella linea difensiva chiamata
"Rheinard".
Resasi ormai pericolosa la permanenza in paese, molti civili
trovarono rifugio in alcune grotte sparse sul territorio, ma, dopo
aver capito bene da dove proveniva il pericolo, alcuni ingegnosi
sampietresi individuarono nel vallone ovest del paese, il posto piú
sicuro dove rifugiarsi. Si misero quindi all'opera con picconi, pale
e palanchini e iniziarono a traforare il lato del vallone, proprio
al di sotto del paese, creando una serie di grotte tra loro
intercomunicanti.
I civili che non erano stati deportati dai tedeschi o sfollati nei
paesi vicini, dove la guerra era stata meno cruenta, rimasero in
queste grotte per diversi mesi, anche dopo la guerra, poiché le
loro case erano state completamente rase al suolo dalle cannonate.
Infatti a partire dalla mattina dell’otto dicembre del ‘43, il
paese di San Pietro Infine subì una serie di attacchi da parte
degli alleati e il 17 dicembre le prime pattuglie americane fecero i
primi passi su ciò che rimaneva del paese. Grande fu la sorpresa e
lo stupore quando videro uscire dalle grotte scavate nella terra, più
di cinquecento persone, che somigliavano più a cadaveri viventi che
a esseri umani. Gli Alleati non erano infatti a conoscenza che sotto
il loro incessante fuoco d’artiglieria c’erano i civili, quasi
tutti vecchi, donne e bambini.
La permanenza nei rifugi si faceva sempre più lunga. Le impellenze
della sopravvivenza sempre più pressanti. Che ci fosse poco da
mangiare o addirittura niente si accettava con rassegnazione, ma la
mancanza d'acqua, non tanto per lavarsi, quanto per non morire
disidratati, era divenuto il problema primario. Il paese era
sprovvisto di acquedotto comunale e gli abitanti provvedevano al
fabbisogno idrico giornaliero recandosi all'unica fonte esistente di
acqua sorgiva, situata a un centinaio di metri più a valle del
paese, e a cui si accedeva da uno stretto viottolo formato da ampi
gradini selciati in pietra locale, così come erano realizzate tutte
le altre stradine del paese. Una sorta di cordone ombelicale che
collegava la Madre Fonte ai figli di San Pietro (il paese). Sparse
per il paese esistevano anche pochissime cisterne private, dove
veniva raccolta l’acqua piovana; quest’acqua però veniva
utilizzata per gli usi domestici o per abbeverare gli animali e per
innaffiare eventuali piante esistenti nei cortili delle case. Ma
durante la guerra anche l’acqua delle cisterne, in mancanza
d’altro, era utilizzata per dissetarsi.
La fonte, chiamata "Maria SS. dell'Acqua", era ormai
divenuta irraggiungibile. I tedeschi la tenevano sotto stretto
controllo. Due madri, Mariantonia Mastantuono e Angela Ferri, erano
morte mitragliate dai tedeschi proprio nei pressi della Fonte. Lo
scopo era quello di costringere i civili ad abbandonare il paese,
anche perché erano di intralcio e in un certo senso pericolosi per
le loro operazioni militari. Avevano reso inutilizzabili anche le
cisterne, gettandovi dentro carcasse di animali. I rifugiati erano
disperati. Non sapevano più cosa fare. Di notte i più impavidi,
spinti dall'istinto di sopravvivenza, sgattaiolavano tra i vicoli
del paese alla ricerca di qualcosa di commestibile sfuggito ai
tedeschi, o di qualche cisterna rimasta intatta. Dopo non pochi
tentativi falliti, finalmente venne trovata una cisterna che
conteneva acqua potabile, anche se non del tutto. La notizia rimbalzò
di bocca in bocca e in breve tempo quasi tutti i rifugiati ne
vennero a conoscenza: finalmente era possibile bere. L'impresa però
era più difficile di quanto non sembrasse, sia perché la gente che
voleva attingere acqua era tanta, sia perché, soprattutto, la
cisterna era situata dalla parte opposta del paese, lungo Via San
Leonardo, unica strada che consentiva l’accesso carrabile a Piazza
Municipio: quindi bisognava percorrere allo scoperto un bel tratto
di strada. Ciò, però, non scoraggiò coloro che, vedendo i propri
figli o i propri cari al limite della sopravvivenza, decisero di
tentare la sorte e per due giorni attinsero acqua. Alle prime ore
del terzo giorno — il 14 dicembre — presi in fretta e furia
contenitori di vario genere, molti civili corsero ancora alla
cisterna, approfittando anche di una momentanea assenza dei soldati
tedeschi nella zona. In meno che non si dica un ammasso di persone
circondò il muretto di recinzione della cisterna. Ognuno aveva il
proprio contenitore dove raccogliere e trasportare l'acqua, ma il
secchio, con la relativa catenella per attingere acqua, era uno
solo. Il tempo passava e la calca di persone cresceva sempre di più.
Due fratelli, Eduardo ed Antonio Zambardi, il primo di 14 anni il
secondo di 12, vollero sostituire la loro madre nel pericoloso
compito. La rassicurarono dicendole di non temere per la loro sorte
perché sarebbero stati così accorti e veloci da non farsi
sorprendere dai tedeschi. Antonio poi aveva dato prova della sua
scaltrezza: qualche giorno prima, infatti, era sfuggito alla cattura
dei militari tedeschi. Si era sfilato di dosso l'abbondante cappotto
del padre, con il quale i tedeschi lo trattenevano, ed era sgusciato
tra i meandri dei vicoli e vicoletti del paese, che conosceva molto
bene. I tedeschi erano rimasti con il cappotto in mano e a bocca
aperta per la rapidità dell'azione, ma considerata la giovanissima
età del ragazzo avevano rinunciato all'inseguimento e commentarono
l'accaduto con risate e parole di derisione verso il militare
rimasto beffato.
I due fratelli arrivarono molto presto alla cisterna, ma vani furono
i tentativi di intrufolarsi tra le persone per guadagnare qualche
posto. E mentre Eduardo si mise in attesa del loro turno, Antonio,
che aveva capito il motivo di quell'ingorgo e che quella mattina si
sentiva particolarmente agitato e ansioso, si allontanò, cercò in
giro e dopo poco lo si vide arrivare con un secchio di alluminio, un
po’ malandato ma efficiente, ed una corda di ferro, tolta da una
recinzione. In questo modo poteva evitare la fila, visto che non
aveva più bisogno, per attingere l’acqua, dell’unico secchio
con catenella del pozzo. Molti allora, apprezzarono l’intuito e
gli fecero spazio, prenotando però il recipiente alternativo per sé,
appena Antonio avesse finito.
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Foto di gruppo scattata nel dopo-guerra
sulle rovine del paese di San Pietro Infine
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Al frastuono generale delle persone accalcate si sovrappose quello
della proprietaria della cisterna, che temeva che l’acqua della
cisterna si esaurisse, visto che era il terzo giorno che vi
attingevano acqua, e che tutta quella gente avrebbe attirato lì i
soldati tedeschi, i quali avrebbero certamente inquinato anche
l'unica cisterna sfuggita. I suoi timori erano giusti, però il
pericolo non arrivò dai tedeschi ma dagli alleati. Come poi
riferirono successivamente i soldati americani, il luccichìo delle
bottiglie e dei fiaschi di vetro trasportati sul capo dalle persone,
fu interpretato come il trasporto di munizioni dei tedeschi. Le
vedette americane, appostate sui monti di fronte dettero le
coordinate e dopo breve tempo si sentirono i primi colpi di cannone
echeggiare a monte del paese. Vi fu un fuggi fuggi generale. Molti
temendo di rimanere colpiti dai proiettili preferirono rifugiarsi in
una grotta che stava a due passi dalla cisterna, sperando così di
farla franca.
Questa grotta, che non era molto grande, aveva nella parte
antistante un ambiente realizzato in muratura che fungeva da
deposito e una caverna scavata nel terreno e che passava proprio
sotto Via San Leonardo. Vi era una porta d'ingresso, che, benché in
legno, venne chiusa. Qualcuno cercò addirittura di proteggere
l’entrata da eventuali schegge causate dallo scoppio di
proiettili, creando una piccolo muro a secco a mo’ di barricata.
Al di sopra della porta vi era una piccola apertura che dava aria e
luce all'interno. Altre persone che non trovarono posto nel rifugio
d’emergenza scapparono in varie direzioni, ognuno cercava di
raggiungere i propri familiari.
Antonio ed Eduardo Zambardi, che intanto erano riusciti a prendere
la loro razione d’acqua, dopo aver equilibrato il loro fardello
d’acqua, corsero più che poterono verso il rifugio, una grotta
posta lungo via Vicinato Lungo. Nei pressi della chiesetta di San
Sebastiano, superarono alcune donne che altrettanto di corsa
correvano verso i propri nascondigli; una di queste era Rosa Fuoco,
una signora molto che era riuscita a prelevare l’acqua e la
portava in un brocca che teneva stretta tra le braccia. Il suo passo
benché veloce appariva rallentato rispetto a quello dei due
ragazzi, anche perché sia l’età che la paura, le frenavano i
movimenti. Antonio ed Eduardo raggiunsero e superarono il portone
d’ingresso al paese, quello che dava proprio sulla piazza del
Municipio, quando sentirono un colpo sordo, cupo, proprio dietro di
loro. Si voltarono contemporaneamente e videro una nuvola di fumo,
mentre non videro più la donna. Rosa era stata colpita in pieno da
un fumogeno che l’aveva disintegrata. Il fumogeno aveva il compito
di segnalare il luogo d’impatto ai militari addetti ai cannoni così
da calibrare i successivi tiri. Del corpo di Rosa non rimasero a
terra che poveri resti carbonizzati. Quelle impressionanti immagini
fecero abbandonare l’idea ai due fratelli di fermarsi un po’ per
riprendere fiato e come se una nuova energia si fosse impossessata
di loro ripresero a correre senza mai fermasi fino al loro rifugio.
Intanto quelli che si erano rifugiati nella grotta ancora non
riuscivano a capire chi sparasse e per quale motivo, non credevano
possibile che gli Alleati facessero fuoco su di loro. Decisero di
aspettare lì almeno fino a quando facesse notte, così
approfittando del buio sarebbero tornati ognuno al proprio rifugio.
Vi erano in tutto una ventina di persone tra uomini, donne e
ragazze. Tra questi vi era anche Dolorosa Conte di 18 anni, che era
tornata al paese da qualche giorno, era novizia e aveva avuto il
permesso dalla Madre Superiora di raggiungere i propri cari al
paese. Quella mattina volle andare lei a prendere l’acqua, per non
far uscire la madre. Dolorosa pensò che nell’attesa potevano
pregare e così fecero, iniziò a recitare il rosario e appresso a
lei si misero a pregare anche gli altri. Intanto i proiettili
scoppiavano sempre più vicini, e la paura dei rifugiati era
diventata tanta.
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Emilia Di Florio

Dolorosa Conte
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Purtroppo la sfortuna volle che un proiettile passò proprio
attraverso l’apertura posta al di sopra della porta e andò a
scoppiare nella parete di fondo della grotta.
Quelli che si erano rintanati nella parte più interna della cavità
e che quindi si sentivano più al sicuro degli altri prossimi
all’uscita, furono massacrati dalle schegge del proiettile ed
anche dallo spostamento d'aria. Il proiettile venne poi ritrovato
scoppiato solo in parte. Coloro che invece si trovavano prossimi
all'uscita, rimasero solo storditi o feriti dal botto e dai detriti
di terra e vetro. Dopo quell'infernale scoppio, i pochi
sopravvissuti, provarono un silenzio tombale, le loro orecchie non
percepivano più nessun tipo di suono, neanche gli occhi vedevano
niente, il fumo e la polvere invadevano completamente la cavità.
Non sapevano più se erano vivi o morti. Dopo qualche ora il fumo
cominciò a diradare, iniziarono allora ad emergere alla luce i
primi corpi. Cominciarono a sentire i primi lamenti dei feriti.
Antonietta Verducci si salvò per puro caso. Infatti si trovava in
fondo alla caverna con la propria madre, ma sentendo che le mancava
il respiro volle avvicinarsi alla porta e quindi rimase lì, le fece
da scudo il corpo di Dolorosa. Quando rinvenne dallo svenimento
dovuto allo scoppio, vide attorno a sé uno scenario tremendo, vi
erano solo corpi dilaniati. Rimase atterrita, chiamò la madre ma
non riusciva a sentire niente e scappò via terrorizzata. Quando fu
fuori della caverna non riusciva più ad orientarsi, andava da una
parte all’altra senza capire. Anche Luca Cenci, una donna, si salvò
ma rimase per diversi giorni sotto shock, non riuscì a parlare per
molto tempo. Si era ritrovato su di sé il corpo di Dolorosa Conte e
non riusciva a scacciare via dalla sua mente l’immagine della sua
amica dilaniata dallo scoppio. In un certo modo le aveva fatto da
scudo.
Uscì viva dalle maceria anche Antonietta Fuoco, però era rimasta
ferita ad una gamba; non riuscendo a camminare fece uno sforzo
tremendo e riuscì a trovare rifugio provvisorio presso il palazzo
Brunetti. La mancanza di medicinali però fece andare la gamba in
cancrena e a nulla valse, qualche giorno dopo, il trasporto presso
l’ospedale di Maddaloni, ad opera degli Alleati. Morì poco dopo.
Un’altra giovane donna, Lucia Vecchiarino, che era rimasta svenuta
per lo scoppio, appena riprese i sensi intravide tra la polvere
Maddalena Colella, la propria compagna, rannicchiata su se stessa,
sembrava addormentata. Lucia era ricoperta di polvere, aveva la
bocca piena di terra e si sentiva un forte sapore amaro in gola,
sembrava non riuscisse a muoversi poi però fece uno sforzo e si alzò
barcollando. Scosse la compagna e a gran voce le impose di alzarsi e
di scappare via. Non si era ancora resa conto che il corpo della sua
amica l’aveva protetta. Poi capì. Cercò più verso l'interno e
trovò il corpo dilaniato di Dolorosa Conte. A quella vista, non
riuscì più a trattenere le proprie gambe, si mise a correre, ma i
suoi piedi scivolavano nelle scarpe, si piegò a guardare e vide che
le sue scarpe erano piene di sangue. Non capiva se era sangue suo o
di altre persone, poiché la polvere mista al sangue aveva creato
una poltiglia che mascherava l’eventuale ferita e poi non sentiva
dolore. Sapeva però che ce la faceva a correre e allora buttò le
scarpe e scappò via scalza. Corse più che poté verso il rifugio
dove erano i propri familiari. Passò nel vallone Est del paese,
quello che fiancheggiava la Chiesa Madre di San Michele Arcangelo,
intanto il fuoco dei cannoni non cessava, lei era sotto shock, la
paura e il panico le facevano mancare il respiro. Si arrampicò con
mani e piedi su per il vallone, scorse una grotta, non ricordava di
averla mai vista, però decise di fermarsi lì per riprendere fiato.
Appena entrò, il contrasto tra la luce esterna e il buio interno
non le permise di vedere, ma non appena gli occhi si abituarono
all’oscurità vide molti materassi a terra e una persona distesa
sopra. Si spaventò e cercò di scappare via, ma una voce la bloccò.
Era un suo compaesano: Serafino Masella che l’aveva riconosciuta.
Anche Serafino si trovava nel rifugio dove era scoppiato il
proiettile. Quando anche Lucia riconobbe l’amico lo esortò a
seguirla e a scappare via da lì, ma si rese subito conto che
Serafino non poteva muoversi perché anche lui era stato ferito
nella grotta. Questi chiese alla giovane donna di aiutarlo, ma alla
vista di altro sangue e della gamba dell'uomo maciullata, si accentuò
il panico della donna che fuggì atterrita, sapeva che comunque da
sola non poteva aiutarlo. Si arrampicò ancora per la scarpata e
raggiunse la grotta della Chiusella dove era rintanata la sua
famiglia. L’entrata della grotta era mascherata da rami di olivo
secchi, ma lei lo sapeva: era un camuffamento per non farsi scovare
dai tedeschi. Iniziò a togliere i rami e chiamò la madre.
Dall’interno i suoi familiari riconobbero la voce di Lucia e si
affrettarono anche loro a togliere i rami. Dopo poco finalmente
Lucia si poté buttare tra le braccia dei suoi genitori e tutti
piansero a dirotto. Quando arrivò al rifugio erano le tre di
pomeriggio, erano passate sette o otto ore da quando era uscita per
prendere l’acqua. Erano state però le ore più brutte della sua
vita.
Oltre a Lucia Vecchiarino, Serafino Masella, e Luca Cenci, uscirono
vivi anche Italia Bocchino e Regina Gallaccio.
Italia Bocchino, di 15 anni, rimase ferita alla testa e al naso
dalle schegge degli stessi contenitori di vetro utilizzati per
l’acqua ed esplosi per lo spostamento d’aria. La ragazza appena
rinvenne si ritrovò il volto e la testa pieni di sangue. Parte del
cuoio capelluto era saltato via e parte del cranio era visibile; ma
in un certo senso fu fortunata perché nessuna scheggia aveva
perforato la scatola cranica, anche se una scaglia d’osso saltò
via. Italia chiamò le sue amiche, ma nessuno rispose; allora scappò
via da lì nonostante l’incessante pioggia di proiettili. Si
rifugiò per prendere fiato nell’atrio del Palazzo Brunetti e qui
trovò Antonio Colella, che cercò di portarle soccorso, ma si rese
conto che poco poteva fare se non mettergli un panno sulla ferita;
le disse poi di sperare e di pregare di salvarsi. Spaventata allora
dalla cruda realtà scappò di nuovo, passò accanto ai resti di
Rosa Fuoco e corse più che poté. Incontrò nei pressi del
Municipio il padre che era insieme a Carmine Colella. Avevano
sentito il bombardamento ed entrambi stavano andando incontro ai
propri familiari. Antonio Bocchino trovò viva la propria figlia
Italia, benché ferita, ma Carmine ancora non sapeva niente della
moglie Filomena Matera. Chiese notizia a Italia, la quale non riuscì
a dirgli che era morta e si limitò a dire che non lo sapeva e
comunque conveniva scappare
via, perché forse la moglie si era messa già in salvo.
Morirono quel giorno molte persone, solo per alcune di esse fu
possibile il riconoscimento, e cioè: Clementino Acciaioli,
Maddalena Colella, Dolorosa Conte, Restituta Crolla, Emilia Di
Florio, Domenico Di Palma, Antonietta Fuoco, Rosa Fuoco, Filomena
Matera, Eduardo Persechino e Rosa Verrillo.
Questo episodio è tratto dalle testimonianze dirette delle persone
sopravvissute alla guerra, e questo è solo uno dei tanti drammatici
episodi che ha patito il popolo di San Pietro Infine. A questi morti
se ne possono aggiungere altri 13, fucilati sempre nel mese di
dicembre, dai tedeschi per rappresaglia, in una grotta in località
“le Cerrete”, e poi ancora altri casi per un totale di circa 135
persone, tutte morte a causa della Seconda Guerra Mondiale. Una
percentuale assai alta, se si considera che il paese contava poco più
di mille abitanti. Ciò che rimane del paese di San Pietro Infine,
quello distrutto dalla guerra, è ancora visibile: mai più è stata
possibile la ricostruzione sulle sue macerie. Eppure tutto questo
non è sufficiente per le Autorità Italiane per assegnare al paese
la Medaglia D’Oro al Valor Civile.
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