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SUPPLIMENTO
ALLA STORIA DI AQUINO, E SUA DIOCESI
di
Pasquale Cayro
[PAG. 1] Primacché il Re pupillo Ferdinando divenisse maggiore, e
dalla Reggenza si governava il regno, avvenne la caristia, la quale
affliggé Napoli, e quasi tutte le sue Provincie [Anno
di Cristo 1764], poiche si vendé il grano ne’confini di Terra
di Lavoro, e nella Diocesi di Aquino fin a ducati sei, e sette il
tomolo, e neppur si trovava a comprare, e supplì molto a questa
mancanza il vicino stato Romano, dove si ritirarono molte famiglie
delli Ducati di Sora, e di Alvito. Cessò la Reggenza, appena che il
Re giunse all’età di anni sedici, avendo così disposto Carlo III
suo padre, ed in tal tempo fu l’espulsione de’Gesuiti da suoi
reali domini, e tra i loro collegi si numerava quello di Sora, e gli
individui di esso nell’istesso giorno, che tutti gli altri del
Regno furono espulsi, anch’essi accompagnati vennero fin’a [Anno
di Cristo 1768] confini da una Compagnia di Cavalleria del
Reggimento Sicilia, e da alcuni Fucilieri di Montagna, o siano
Micheletti, avendo eseguita la Commissione, D. Rocco Aggiuntorio,
allora Giudice della Città di Gaeta. Si ritirò di poi in Arce la
riferita Compagnia di cavalli sotto il Comando del capitano Grimaldi,
il quale per la penuria dell’acqua in tempo di state, a sua
rappresentanza fatta al regio Trono, fu rilevato dal capitano Ammone
del Reggimento [PAG. 2]
infanteria Sannio: Da allora in poi si fissarono in Arce
cinquanta fanti, i quali si distaccavano dalla real Piazza di Gaeta,
essendovi in tal tempo di guarnigione i due Reggimenti Sannio, e
Siracusa; e mentre persisteva questo distaccamento, se ne spedì per
Aquino un altro da Napoli di simil numero del Reggimento Re
infanteria sotto il Comando del Capitano Longie, e nell’atto
istesso fu inviata altra truppa nelle vicinanze di Benevento. Si
conchiuse traditanto il matrimonio di Ferdinando IV con Maria
Carolina Arciduchessa d’Austria, la quale per la volta di Roma,
servita da Cavalieri, dame, e dalle Guardie nobili Austriache
incamminossi verso il Regno in compagnia del Gran duca di Toscana
suo fratello, e dalla Granduchessa sua cognata. Giunse in Terracina,
dove il Sig. Maresciallo Conte Pallavicini
Commissario Imperiale ne fé la consegna al Principe di Santo
Nicandro, Ambasciatore destinato per quest’atto; e nell’istesso
tempo si licenziò il suo seguito condotto da Vienna, e subentrarono
a servirla, i Cavalieri, le dame, e le Reali Guardie del Corpo,
spedite dalla Corte di Napoli. Venne ad incontrarla il Re
ne’confini del Regno con altro nobil seguito a undici del mese di
maggio in quel sito, dove si appella Portella, sotto Monticelli di
Fondi, essendovisi formato un Padiglione o sia una Palleria in pian
terreno, la quale quantunque di tavole costrutta, pure si addobbò
in una maniera nobile, e primacché vi giungesse lo sposo, vi si
squadranò avanti una Compagnia del Reggimento de dragoni di Borbone
ed un Pic[PAG. 3]chetto
di Fucilieri di montagna situossi di guardia alla medesima. Breve
complimento ivi si fecero i conjugi, e subito si misero in carozza,
ed a pranzo si firmarono in Mola di Gaeta, e la sera in Caserta si
condussero, dove goderono le illuminazioni, comedie, ed altri
divertimenti.
Mentre
in Arce, come si è narrato, persisteva il distaccamento d’Infanteria,
ed anche l’altro in Aquino, a tredici Giugno il Commissario di
Compagnia di quel tempo D. Ferdinando de Leon si condusse coi due
nominati distaccamenti sul far del giorno in Pontecorvo, ed in nome
del re prese il possesso di questa Città facendo cantare il Te
Deum nella Concattedrale del fu Vescovo di Aquino D. Giacinto
Sardi. Si restituì quindi il Distaccamento in Arce, e restò quello
d’Aquino in Pontecorvo, dove persisté fin’a ventotto ottobre; e
ritirossi in Napoli per incorporarsi al suo Reggimento, e di questo
un battaglione dové quindi con marcia forzata condursi
nell’Aquila per la controversia insorta tra il Re, ed il Papa,
essendosi sparsa la voce, che doveva invadere lo Stato di Castro, e
Ronciglione, che un tempo si apparteneva alla Serenissima casa
Farnese. Finalmente a ventisette Gennaro millesettecentosettantatré
si restituì Pontecorvo, e pel papa prese di nuovo possesso il
nominato Vescovo d’Aquino D. Giacinto Sardi.
Cadde
un’impetuosa pioggia a dodici settembre, e continuò la notte
de’tredici del mese, ed il fiume Liri gonfiò talmente [PAG.
4]
che fuori del letto traboccavano le acque; cosicché la
violenza di questa rovesciò i muri sopra il ponte di Pontecorvo, ed
entrarono fin dentro la chiusa di Domenicani, trasportando la
custodia di legno dell’Altare Maggiore, dove la Sacra Pisside
esisteva, e fu ritrovata più miglia lungi, dopo ritirate le acque
del fiume. Rovesciarono altresì il ponte di Ciprano, e dové il
Pontefice ordinare la restaurazione, e nel rifarlo si rinvenirono in
un pilastro le medaglie del Papa Paolo V ed il regnante Pio VI volle
di più ornarlo con due lapidi, ed in una delle quali fe’ scolpire
l’inscrizione dell’imperadore Adriano, che si rapporta dal
Grotero, e nell’altra si legge la memoria di quest’ultima
rifazione.
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Si
formarono in tutto il regno le compagnie de’ Miliziotti, avendo
somministrata la tangente la Diocesi di Aquino; e per la
sollevazione suscitata in Francia, furono incorporati ai Reggimenti
di linea, ed altresì le marine si fortificarono, ed anche le città
di Napoli, e la sua riviera. Difatti all’avviso di esser vicina la
flotta Francese su tardi de’ quindici Dicembre
millesettecentonovantatrè, l’ordine si diede a tutta la truppa,
che si ritrovava ivi di guarnigione, di star pronta, e si fecero
coprire i posti da maggior numero di soldati, e già nella mattina
seguente comparvero nella punta di Posillipo tre[PAG. 5]dici legni da guerra; ma non si commise ostilità alcuna,
bensì dopo sotto scritta la neutralità, altrove veleggiarono.
Non
si osservò la parola, ed i Reggimenti d’infanteria nominati Real
Napoli, Messapia, Re, e Borgogna si imbarcarono per Tolone in
sussidio delli alleati, e per non potersi sostenere una tal Piazza
d’armi, si abbandonò, e la truppa ritirossi.
Nel
mese di maggio dell’anno susseguente volle il Re formare un
accampamento nel territorio di Sessa presso Santa Maria la Piana, e
vi si condussero i riferiti Reggimenti d’infanteria, e tre di
cavalleria, Re, Regina e Principe chiamati, dove in presenza del
sovrano fu più volte questa truppa esercitata. Dopo disciolto il
Campo i riferiti Reggimenti di Cavalleria, marciarono in Lombardia
in aiuto degl’Austro-Sardi e nell’istesso tempo fe’ la leva
forzosa di sedicimila uomini colla condizione di dover servire
durante la guerra, avendo contribuito Aquino, e la sua Diocesi la
sua tangente. Si dispose il sovrano a andare in Montecasino, e per
osservare le due cascate del fiume Liri nell’Isola di [PAG.
6] Sora, ed erasi già fatto il tratturo; ma per trovarsi allora
impratticabile, si forzarono ad andare uomini, e donne delle
popolazioni esistenti anche fuori dal territorio delle Terre, per le
quali passava la strada, per appianare, e mettere il Lapillo.
Per
la di lui venuta fissata per i quattordici di maggio in Sangermano,
per indi nel dì susseguente per l’Isola, e per Arpino; si inviò
antecipatamente il real equipaggio, ed un distaccamento de’
Granatieri di Borgogna in Sangermano suddetto, un altro del Re
nell’Isola, ed in Arpino, ed il terzo di Messapia in Sora.
Cominciarono le Università per dove passar doveva a far archi
trionfali, secondo le loro forze, ed il Progettista sig. Ferrante
dispose, che le medesime da due, o tre giovanette delle più belle,
e ben vestite all’uso delli rispettivi Paesi, presentassero al
Monarca nel passare i regali di quel tanto di buono produce il loro
territorio, e si lavora, onde si sentivano doni di canepa, di
formaggio, di capretti, di legumi, maccaroni, e cose simili.
A
questo giorno, in cui si doveva solennizzare in questa [PAG.
7] contrada la venuta del Re, della Regina, e del Principe
Ereditario, successe quello di afflizione nel sentire nel giorno
tredici di essersi sospesa la partenza, per cui si ritirarono i
nominati distaccamenti, ed il real equipaggio, e giunsero le notizie
di guerra. Imperciocché i felici progressi de’ Francesi in
Lombardia fecero sì, che si inviasse ivi altra cavalleria per la
strada di Venafro, e si mettesse in movimento tutta la truppa per
gli accantonamenti, con disporre il trasporto di artiglieria, ed
ogni altro, che si conviene per la marcia di un esercito. Si
costruirono nell’Isoletta due fortini, ed anche in Castelluccio, e
nell’imboccatura delle montagne tra Fondi, ed Itri nella via Appia,
dove si appella Sant’Andrea. Giunse a venticinque giugno un
battaglione del Reggimento Siracusa in Roccasecca, e dopo alcuni
giorni marciò per Sora, ed indi continuarono a venire altri
Reggimenti, essendosi accantonati nella medesima Città quello di
Messapia, in Alvito Agrigenti, in Atina il Re, in Cervaro un
Reggimento Estero, e Real Campagna in Santo Vittore, ed in San
Pietro in Fine. In Sant’Elia Rossillone Cavalleria, in Sangermano
Real Farnese con Macedonia, e Lucania, il quale poi passò in
Pontecor[PAG. 8]vo, e
sbarcarono Calabria, e Sannio in Gaeta coll’ordine di star pronti
per la marcia. In Arpino i Pontonieri, o siano Picchieri, vi si
situarono, e nelle nominate Città, e Terre parimenti incorporate
furono alla truppa di linea rispettivamente le compagnie de’
volontari; e di questi un corpo sciolto circa mille calabresi, in
Piedimonte, e delle dodici compagnie dei cacciatori volontarj sotto
il comando del colonnello Lop, due se ne situarono in San Giovanni
Incarico, e dieci in Alvito, le quali per le infermità si
distribuirono di poi in Santo Donato, Casalvieri, Pescosolido e
Balsorano. Formossi lo Spedale in Roccasecca, dove si situò un
Picchetto di Fucilieri di
Montagna, che si inviava da Fontana, per essersi un tal corpo ivi
accantonato, ed un picchetto di Lucania da Pontecorvo, ed in Aquino
situossi una Compagnia d’Artiglieri per la custodia della polve[re],
e pel treno de’pontoni, poiché i cannoni nel numero di
ventiquattro, con i corrispondenti attrezzi, e munizioni si erano
trasportati nell’Isoletta. Giunse a tre Luglio il Re in Sangermano,
e nel giorno susseguente in Arpino, ed a sette nell’Isoletta per
osservare i fortini, ed a otto trovò la Regina nella prima nominata
città, ed assieme andiedero nella Seconda, ed indi partirono per la
Capitale, [PAG. 9] da
dove a sei agosto il Sovrano portossi in Gaeta, e dopo di aver
visitato il Fortino in Itri, nel giorno undici si restituì in
Arpino. Poi nel dì susseguente diede fuori real carta, colla quale
aggregò al Regno Demanico il Ducato di Sora, e quello di Arce, ed
altresì il marchesato di Arpino, e la Contea d’Aquino, con
destinare quattro governatori, soggettando Santo Patre, e Fontana ad
Arce, ed a quello d’Aquino Roccasecca, Colle S. Magno, Terelle, e
Palazzolo. Da Arpino nel giorno diecisette si condusse in Napoli e
volle nel ritorno tutto osservare, e già a nove settembre fu in
Aquino, dove invitato da quel Capitolo, si portò nella Cattedrale,
ed ivi adorò il Santissimo Sagramento sull’Altare esposto, ed
altresì breve sermone ascoltò recitato da quell’Arciprete, ed
indi portossi in Pontecorvo. Visitò i quartieri, e l’ospedale
provvisionale, dopo di aver mangiato in una campagna aperta, montò
a cavallo, e giunse nell’Isoletta dopo le ore venti, dove osservò
i Fortini, e poi andiede in Arpino, ed a diecinove in Sangermano, e
quindi partì per Napoli. Ritornò a venti[PAG. 10]sei, ed a ventotto fu in Roccasecca ad osservare
l’ospedale, ivi lasciò ducati duecento, e restituissi in
Montecasino.
In
questo tempo si credé prossima la marcia, poiché si separarono le
compagnie di Granatieri di ciascun Reggimento, distribuendosi in
Battaglioni, di quali il primo situossi in Arce, comprendendosi in
questo quelle di Calabria, di Messapia, e del Sannio, il secondo in
Sora, e le altre formarono i Battaglioni in S. Germano, e
nell’Abruzzo, dove si trovava l’altro accantonamento. Ma a
questo apparato di guerra, giunse la consolante notizia della
conchiusa pace, per cui cominciò a diminuirsi l’accantonamento, e
rimané la truppa in Sora, nell’Isola, in Sangermano, come ancora
in Arce, in Pontecorvo, in San Giovanni Incarico, in Aquino, e d in
Piedimonte, e circa duecento infermi Pontonieri, che stavano in
Arpino, durante la loro convalescenza, restarono in Santo Patre.
Al
godimento della pace, venne in sequela la venuta [PAG.
11]
dell’Arciduchessa d’Austria, sposa del Principe
Ereditario, la quale sbarcò in Manfredonia, e per riceverla vi si
portò collo sposo il Re e la Regina, e con esservisi mandata truppa
per la parata, e vi si trasferirono da Arce quattro compagnie di
Granatieri, essendovi rimaste le sole due del Reggimento Calabria.
Si suscitò un popolare movimento in Roma a ventotto dicembre mille
ottocento [leggasi “settecento”, n.d.r.] novanta sette, e per
sedarlo giunsero in quella città le truppe Francesi, ed occupata,
la costituirono in Repubblica democratica con tutta la Provincia
dello Stato, per cui si impedì ogni commercio tra lo Stato Romano,
ed il Regno di Napoli. Per tale avvenimento si aumentò di nuovo
l’accantonamento, e si fé marciare per San Giovanni Incarico il
terzo battaglione di Granatieri, spostando i volontari di Lucania,
ed in Arce si completò il Battaglione, per esservisi mandate le
quattro compagnie di Granatieri, che vi mancavano, ed in Piedimonte,
Villa, Palazzolo, e Caprile si accantonarono le Compagnie di
Cacciatori del secondo, terzo, quarto e sesto. Venne a sedici Aprile
in Sangermano il Re, ed [PAG.
12] a sedici maggio il terzo Battaglione suddetto di Granatieri,
composto delle due compagnie di real Campagna, delle due di Puglia,
e delle due di Lucania, da San Giovanni Incarico marciò per
Pontecorvo, e dalla medesima ivi ritornarono due compagnie di
Lucania, le quali poi si aumentarono colle altre due per la
controrivoluzione della maggior parte delle città e terre della
Provincia, Campagna e Marittima, che da’ Francesi si dissero il
Circejo ed Anagni fu eletta per capitale. Tra quelle che tagliarono
l’albore, si numeravano Ferentino, Veroli, Frosinone, ed in
Ceprano si tagliò a ventotto Agosto, e la sera in Falvaterra; ma i
Francesi contro queste, e delle altre marciarono, ed i Ferentinati,
Frosolonesi, e Terracinesi, che vollero far resistenza, videro le
loro Città saccheggiate, ed alcune abitazioni arse; ma Frosinone
soffrì più d’ogni altra; però si concesse quindi il perdono a
quelle, che lo domandavano, e di nuovo l’albore piantarono. A
venti Agosto le quattro compagnie de’ volontari di Real Farnese
diedero la muta in San Giovanni Incarico a quelle di Lucania, ed a
quattro di settembre i pontoni da Aquino si trasportarono
all’Isoletta, ed i nominati volontari di Lucania a trentuno
ottobre ritornarono in San Giovanni Incarico, poiché quei di
Farnese parti[PAG. 13]rono a due Novembre per Tagliacozzo per incorporarsi al loro
Reggimento, il quale due giorni prima da Sangermano era per ivi
marciato. Tra Piedimonte, e Sangermano nella Contrada Fontanella
formossi a cinque del riferito mese il campo, dove si unirono non
solo le truppe, che stavano in San Giovanni Incarico, in Pontecorvo,
in Arce, in Caprile, in Palazzolo, in Piedimonte, in Sora, in Arpino,
in Casalvieri, ma ancora oltre, che si trovavano fin presso Napoli
accantonate. Vi giunse il Re a otto in Sangermano, e sul tardi
scorse le linee del campo, ed a dodici tutto l’esercito travagliò
nella presenza del Sovrano, e della Sovrana, e circa le ore venti si
cominciò a manoverare e le manovere continuarono fino alle
ventidue, e mezzo.
Cominciò
a dieciotto del mese l’esercito a sfilare, e le prime furono
alcune truppe di linea, e corpi di volontari per Fondi, dove si era
formato un altro campo, e nel giorno susseguente una parte della
Cavalleria, Infanteria, ed un gran numero di Cacciatori, marciò per
Castelluccio, e per Veroli e per Arce e per l’Isoletta il restante
dell’esercito in fanti, cavalli, e artiglieria.
Il
Re che pernottato aveva in Arce, comparve nel giorno ventidue alle
ore quattordici circa in quell’altura presso il ponte di Ceprano,
e fe’ sentire di sloggiare al Comandante Francese, che con cento
ses[PAG. 14]santa uomini
circa ivi alloggiava, ma chiedé tempo, e per non esserli stato
accordato, evacuò la terra, ritirandosi verso Roma.
Era
stato diviso l’esercito in tante colonne, e vi si comprendeva la
truppa accantonata nell’Abruzzo, la quale per quella strada
sfilava, comandate da Tenenti Generali, da Marescialli, e da
Brigadieri, come tra gl’altri vi furono il Principe d’Hassia,
Fhilipstall, il Principe di Sassonia, Dames, Bourgard, Micheroux,
Metshc, Cusani, essendo il Capitan Generale il Barone Mack. Per
l’acqua che continuava a cadere, e per essere il terreno reso
impratticabile, non si poté mettere il ponte di rame sul fiume, e
la truppa dové passare per quello di pietra, e giunse in Roma
l’esercito rovinato per la pioggia, e cattive strade, essendovi
stata ancora la mancanza de’viveri. Si mise in assedio Castel
Sant’Angelo, e l’esercito continuò la sua marcia, ed a cinque
Dicembre si batteva Civita Castellana, ma essendosi ritrovata
resistenza, si vide l’esercito retrocedere a marcia forzata, e
ritirossi il Re in Napoli, e chi disse per tradimento, e chi per
cotardia, ed inespertezza di alcuni Comandanti, e de’vili soldati,
però è certo che la fuga fu precipitosa, e la dispersione grande,
ed i pochi, che seguirono le bandiere, ed i sten[PAG.
15]dardi, si ridussero in mal arnese. Per la via Latina si
tirossi la diminuita colonna del Maresciallo Bourgard, il quale
prima di giungere in Frosinone distaccò per Veroli un Battaglione
del Reggimento Lucania, sotto il comando del Tenente Colonnello
Poulet, e fermarsi si doveva in Castelluccio, per difendere quel
paese, ed Egli situossi in Ceprano.
A
quindici dicembre inviò in San Giovanni Incarico il Maggiore D.
Ignazio Marzano con duecento Calabresi, e tra il fiume, e la
montagna si appostò una Guardia, e si intraprese a formare un gran
fosso; per cui sembrava volersi difendere il confine, maggiormente
perché fortificato si era anche con truppa il passo di Santo Andrea
tra Fondi, ed Itri, essendosi situata gente negli adiacenti monti:
ma alle due ore e mezza della notte di Natale giunse ordinanza da
Ciprano spedita al sud.° maggiore dal nominato Bourgard coll’ordine,
che Subito si mettesse in marcia per Pontecorvo, e custodisse quel
ponte, con assicurare quella popolazione, e già alle ore cinque, e
mezza, e nell’atto che continuava a nevigare, si misero in marcia,
con ogni Secretezza, e l’istesso fecero quei di Ciprano per
l’Isoletta ed il Battaglione che si trovava in Castelluccio passò
per Arce, e tutti si unirono in Sangermano. Si cominciarono nella
nominata Isoletta a bruciare i carri, buttare nel [PAG.
16] fiume munizioni, ed ogni sorta di attrezzi; e si
inchiodavano i cannoni, per non far trovare quel che servir potea ai
Francesi, i quali per questa strada, e per quella di Fondi venivano
dietro. A ventotto dell’istesso mese occuparono il nominato
Fortino, di Sant’Andrea, e quindi marciarono per Gaeta, la quale
si vendé senza far resistenza, e quella cavalleria, ed infanteria
nimica, che nel giorno ventisette era giunta in Ciprano, marciò
avanti per Sangermano. Avvenne intanto, che per la pioggia, e per la
neve liquefatta di molto crebbé l’acqua del Liri, e rovesciò
quel ponte, per cui a due del mille settecento novanta nove,
cinquanta di Cavalleria passando il fiume Tolero, per San Giovanni
Incarico si condussero in Pontecorvo, ed indi in Sangermano, dove si
unirono altri cavalli, e fanti, che per Veroli, Arce, e Roccasecca
marciarono, e quindi fecero rotta per Capua. Questa fortezza più
resistenza ogni un credeva, che facesse, ma si sostenne per poco
tempo, e quindi per Napoli si incamminarono, da dove il Re si era
imbarcato per la Sicilia, e de’ Castelli si impadronirono. Erasi
già disciolto il rimanente dell’esercito Napolitano, ed ebbe
principio il governo Repubblicano sotto il comando del Generale
Championet, ma non passò gran tempo, che si suscitò
l’insurrezione, la quale di giorno, in giorno crebbé, per
esservisi unite anche le persone, a quali pri[PAG. 17]ma piaceva la fatiga, e poi stimarono meglio far un tal
mestiere, poiché senza fatigare a spese altrui si mangiava, e si
vestiva, con rubbare.
Ed
ecco le Città, e Terre in dissordine per tali masse composte di
gente omicidaria, rissosa, e latra, la quale sotto il nome di
difendere la Religione, e la real Corona, commetteva ogni sorta
d’eccessi avendo in mira le sole famiglie facoltose, chiamandole
giacobine, per indebitamente assassinate, non essendo sicura la loro
roba, e fin’anche la vita, per essersi usurpato il ius
sanguinis, et necis.
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FERDINANDUS IIII
SICILIARUM ET HIERUSALEM REX
PIUS FELIX AUGUSTUS
PATER PATRIAE
IN OPPIDO SANCTI IOANNIS INCARICI PATRIMONIALI FISCI
SUI PRIVATI FONTEM AQUIS SALIENTIBUS PERENNEM AD
PUBLICUM MUNICIPII COMMODUM EX RELIQUIS AERARII
PUBLICI EIUSDEM OPPIDI APPARARI IUSSIT
IMPERIO PRINCIPIS BENEFICENTISSIMI
PASCHALIS CAYRUS PATRITIUS ANAGNINUS SYNDACUS UNA CUM
ARDUINO VENTURA ET IOANNE LOMBARDO ELECTIS AD CIVES
SALUBRITATE POTUS REFRIGERANDOS ATQ. AD PISTRINA PUBLICA
AQUARUM INCURRENTIUM ABUNDANTIA PRO COMMODIORE
FRUMENTI MOLITURA OPORTUNIUS INSTRUENDA AQUAS IN CON
CEPTIONES SUAS COGI FONTEMQ. CERVARIUM
APERIRI CURAV'IT
IDEMQ. PROBAVIT
AN. MDCCLXXVII
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Iscrizione scolpita sulla parte
frontale della fontana settecentesca nella ex Piazza Regina
Margherita in S.Giovanni Incarico. Marco Sbardella ipotizza che il
testo fosse opera dello stesso Pasquale Cayro (in "Civiltà
Aurunca".42) ene propone la seguente lettura:
Ferdinanco IV Re delle Sicilie e di Gerusalemme pio, felice,
augusto, padre della patria, nel castello di Dan Giovanni Incarico,
appartenente al patrimonio del suo fisco privato, ordinò che, per
pubblica utilità del municipio, fosse allestita una fontana perenne
di acque zampillanti con le rimanenze dell'erario della città per
disposizione del principe manificentissimo, Pasquale Cayro, patrizio
anagnino, sindaco, insieme agli eletti Arduino Ventura e Giovanni
Lombardo, per refrigerare i cittadini con acqua potabile, e per
rifornire più adeguatamente i mulini pubblici di abbondanti acque
correnti per una più conveniente macinazione del frumento, curò
che le acque fossero raccolte nei propri serbatoi e che fosse
realizzata la fontana del Cervaro. Lo stesso la collaudò nell'anno
1777. |
|
Ne’
tempi avvenire se il tutto si narrasse, sarebbe difficile a credersi
i tanti danni, scelleraggini, ed enormi delitti, con massacro
commessi, e compassionar si devono alcuni galantuomini, i quali
forzosamente, per non perder la vita, furono costretti a far da capo
alle masse delle rispettive padrie, ed in qualche maniera tennero a
freno tal razza di gente proterva. I Francesi intanto stimarono
tenersi libere le strade dell’Abruzzo, e l’Appia in Terra di
Lavoro, per avere la communicazione collo Stato Romano, ma quelle
Popolazioni, che vollero inquietarli, furono punite col saccheggio,
col fuoco, e colla morte. La loro forza non era sufficiente per
sostenersi nel regno di Napoli, quantunque si era aumentata di
soldati della dismessa truppa Napolitana, e de’ loro aderenti, per
cui non poterono impegnarsi per distruggere gli [PAG. 18] Insorgenti da essi chiamati Scarpitti, perché calzavano i
piedi con stivali con parte del moso legata con cordella,
maggiormente per essersi penetrata l’alleanza di Ferdinando IV
colla Russia, Austria, e la Porta.
Per
l’insolenza degl’Arcesi, e de’ seguaci dell’iniquo Mammone
di Sora, sconcerti, ed oppressioni si commettevano nello Stato
Romano, rubando, e mettendo a contribuzione le Università, ed i
possidenti cittadini, per cui si condusse truppa francese da Roma,
in Ciprano, ed in Castelluccio. Si è scritto di essersi rotto il
ponte in Ciprano, e pure a tredici Aprile passarono il fiume, per
l’impertinenze degl’Insorgenti, che ivi guardavano il passo, ma
nel vederli risoluti a traversare le acque, si diedero in
precipitosa fuga, e tratto tratto gli altri, sicché senza ritrovar
resistenza, giunsero nell’Isola di Sora, la quale venne a trovarsi
in mezzo a due fuochi. Questa Terra per esser circondata dal fiume,
dava spirito a Cittadini difensori, maggiormente per l’aiuto, che
speravano da Sora, da Arpino, e dalle altre circonvicine
popolazioni: ma queste talvolta dimostravano di avvicinarsi; ed al
primo fuoco de’Francesi si davano in fuga per li luoghi remoti, e
per boschi, e monti. Gli Isolani, meglio riflettendo, capitolarono,
e l’empio Mammone, dopo che si furono spostati, marciando per
Roma, barbaramente castigò molti di quei [PAG.
19] Cittadini, e fe’ tagliare la testa a loro Comandante
Muscella, e diede la morte all’Arciprete di Gallinaro, che ivi si
era ritrovato.
Cominciò
intanto per Fondi a marciare la truppa Francese con carreggi, ed
artiglieria, ed essendosi uniti in questa città in numero di
seicento circa d’infanteria, e quaranta di cavalleria a trenta
Aprile per Lenola s’incamminarono per Pastena, e
nell’approssimarsi l’avvanzata, vollero que’Cittadini far
fuoco, ma quando gli videro risoluti per assalire, si diedero in
fuga, e que’pochi, che rimasero dentro la Terra, e non ebbero
tempo di salvarsi, e nascondersi, furono uccisi in numero di
diecisette tra uomini, e donne, e dopo di averla saccheggiata si
diede alle fiamme, e bruciò quasi tutta. Per Falvatera quindi si
condussero in Ciprano, da dove dopo pochi giorni marciarono per
Roma, e dopo la di costoro partenza, gl’Arcesi, Sorani, ed altri
delle circonvicine popolazioni, s’inoltrarono nello Stato Romano,
commettendo furti, rovine, ed incendi, tanto che Afile rimase quasi
del tutto distrutta; ma con essi vi si erano ancora uniti non pochi
omicidiari, e latri della stessa Campagna di Roma.
Si
era conchiusa a diecinove maggio mille settecento novantotto il
trattato di Alleanza tra il Re Ferdinando IV, e l’Imperadore Re di
Ungheria, e di Boemia, ed a primo Di[PAG.
20]cembre col Re della gran Brettagna, ed a ventinove dell’istesso
mese, ed anno coll’Imperadore di tutte le Russie, e finalmente
coll’Imperadore degl’Ottomani.
S’incamminarono
le truppe per ricuperare l’Italia, e l’ultima Colonna de’
Francesi, che in Fiano alloggiava, parimenti si mise in marcia per
lo Stato Romano, e pochi di loro rimasero per guernire le Fortezze,
e Castelli, e tra essi vi si comprendevano i patriotti loro seguaci.
Si incamminò la nominata colonna per Sangermano, e gl’Insorgenti,
che fortificato avevano, e guardavano il passo di Mignano,
nell’avvicinarsi gli Francesi, si diedero tutti in fuga, ed i
Sangermanesi prima che giungessero nelle loro Città se ne
fuggirono; onde entrando in essa diedero la morte a pochi, che non
poterono fuggire, e la bruciarono in parte. Nel giungere sotto
Roccasecca, per essersi tirate alcune fucilate, ma sempre fuori
tiro, fuggendo, entrarono in essa, e la saccheggiarono, essendosi
ammazzate due, o tre persone; ed anche Arce fu consegnata al sacco,
ed alcune case bruciate, poiché alcuni Arcesi, mentre fuggivano, ed
in distanza fecero fuoco, e la fuga fu generale, anche a quei fuori
strada, i quali per timore ne’ luoghi più nascosti si
rifugiarono. Continuando la marcia giunsero all’Isola di Sora, ed
i cittadini del[PAG. 21]la
medesima, per non incorrere di nuovo allo sdegno del capomassa
Mammone, il quale aveva fatto tagliare i ponti, dovettero difendersi
per necessità, ancorché sapevano che con truppa di linea, e
valorosa combattevano. Finalmente privi di speranza d’aiuto, e non
potendo far maggior resistenza, ed ostacolo a Francesi, videro
questi passar il fiume, entrando nella Terra inviperiti, misero
tutti a fil di spada, senza perdonar sul principio alle Donne, e poi
salvarono queste anche per dar sfogo alla libidine. Molti si
rifugiarono nella chiesa, mentre si ufficiava; ma non fu
d’ostacolo al furor militare, essendosi ivi continuato il
massacro, e l’intiero numero di morti ascese a secento e forse più,
e le abitazioni furono saccheggiate, e quasi tutte bruciate.
Volevano far l’istesso complimento a Sora; ma l’ordine era di
continuare la marcia forzata, per cui fecero rotta per Roma.
D.
Fabrizio Ruffo, Cardinale di Santa Chiesa si rattrovava presso il Re
in Palermo, ed in Calabria aveva cominciato a far truppa a massa, ed
usciti i Francesi dal Regno, come si è scritto, s’incamminò con
tale gente, e con pochi Turchi, e Moscoviti verso Napoli con
coccarda, e Croce nel Cappello, per denotare di essere difensori
della Sacrosanta fede, e del Monarca: Altamura più di ogni altra
Città, o Terra, per dove passaro[PAG.
22]no, soggiacque a maggior rovina, e danno, ed avvicinati che
furono alla Capitale, entrarono in essa dopo superati i difensori
quasi tutti patriotti, cinsero i Castelli, ma non gli presero,
ancorché questa massa si era aumentata da Napolitani, e dopo
sbarcati gli Inglesi si renderono, ed i prigionieri a’ tredici
Giugno imbarcarono ne’ loro bastimenti. Né quei, che difendevano
Capua, e Gaeta vollero cedere agli Insorgenti, che cagionato avevano
gran danno a particolari, ed alle campagne con furti, e
devastazioni, bensì alla truppa di linea, allorché si avvicinò
alla nominata Fortezza, ed i prigionieri furono tutti imbarcati. Si
vide quindi marciare da Napoli con que’ calabresi, e con altri
aggiunti in Massa un giovane appena dottorato in Legge di anni
ventiquattro, di nome D. Giambattista Rodio di Catanzaro, il quale
a’ ventidue Luglio alloggiò in Sangermano, ed a’ ventisei in
Arce, e nel giorno susseguente in Sora. Si intitolava Egli
Comandante Generale della Truppa Cristiana per lo Stato Romano,
deputato della Maestà del Re, ed era questa massa composta di
birri, di omicidiari, di latri, e di gente sfaccendata, e si
vedevano col distintivo di cadetti, d’Alfieri, di Tenenti, di
Capitani, e di Maggiori, e si facevano alloggiare in casa di
galantuomini, mangiando a spese de’ medesimi; e quei ufficiali
della truppa di linea [PAG.
23] dismessa, i quali vi si erano accompagnati per dimostrare la
loro fedeltà, e per trovarsi senza impieghi, e per ottenergli di
nuovo, arrossivano in vedersi tra questi e di mal cuore tolleravano
ubbidire a tale Comandante. Costui cominciò a fare denari con
transiggere giacobini, com’egli diceva, e coloro che esercitato
avevano impieghi in tempo della Repubblica, ed altri, che a nulla
colpavano, avendo fatto l’istesso nello Stato Romano, pigliando
robe, e facendo ricivi, senza speranza di essere pagati. A undici
agosto per l’Isoletta giunse in Ceprano il Principe di Rocca
Romana colla cavalleria malmontata, e si toglievano a possidenti i
cavalli buoni, e mediocri, e si facevano ricivi, e ad alcuni davano
i loro ronzini, che montavano pur gl’ufficiali, e si condusse in
Frascati, dove trovò il Rodio. Esistevano in Roma pochi Francesi
uniti con patriotti, loro seguaci, e parte di questi si portò ad
assalirgli in Frascati, ed al primo fuoco fu subito abbandonata la
città colla dispersione de’ difensori lasciando in potere de’
vincitori l’artiglieria, ed ogni altro, e fuggendo con buone gambe
andiedero ad unirsi in Sora, ed il Rocca Romana fermossi nel piano
di Frusinone. [PAG. 24]
Fu sorte, che si contentarono di avergli fugati, e di
ritirarsi in Roma, poiché quel complimento ostile con saccheggi,
che avevano fatto alle vicine popolazioni di questa Città,
avrebbero fatto a quelle de confini del Regno. Mentre il Rodio si
trattenne in Sora, obligò con maniere impropre, incivili, ed
oppressive gl’Erari, Affittuari, di chiese, e di Luoghi Pii, e
Procuratori de’Seminari a dar denaro anche con carcerazioni,
ancorché non dovevano pagare, né aveva riguardo a galantuomini, e
quindi si condusse verso Roma, avendo fatto l’istesso complimento
nelle Città, e Terre Romane. La sorte si fu, che venne da Napoli il
Maresciallo di campo D. Emanuele Bougard con truppe di linea,
tenendo indietro le masse, ed allora il Comandante Francese si portò
in Civitavecchia a parlamentare coll’Inglese, che ivi comandava i
bastimenti da guerra, e secondo la capitolazione nel ritorno, che
fe’ in Roma consegnò Castel Sant’Angiolo al nominato
Maresciallo, e ne’ legni Inglesi s’andiedero i Francesi ad
imbarcare.
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La casa di Pasquale Cayro
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Si
proibì alle masse di entrare in Roma, cioè a quelle di Rodio, e di
Fra Diavolo, che si era situato in Albano, essendo il loro nome,
odioso ai Romani per i furti, od eccessi commessi, eccetto al capo
massa Proino, colla sua gente, perché era vestita alla fuciliera,
ma in
danno altrui, e per tenere il [PAG.
25] Bougard poca gente, dové ammettere questa, ancorché come
le altre si fusse. Prese egli le redini del governo militare, e
politico di Roma, e intanto per la strada di Sangermano
s’incamminarono trecento, e più Moscoviti con Cavalleria, e
furono essi di edificazione, dovunque passarono perl’esatta
disciplina senza dar occasione di menoma lagnanza. Pel loro
passaggio si formò sul fiume Liri in Ciprano un ponte colla scafa
di San Giovanni Incarico, e con altri legni, e tavole ivi prese, e
vi passarono nei giorni sei e sette ottobre con carri, e si
condussero in Roma. Quindi giunse ivi il Tenente Generale Diego
Naselli, il quale ebbe il governo militare, e politico della
medesima, ed a sedici ottobre emanò il primo editto. Informato il
Re delle scelleraggini commesse dalle masse, comandò, che quelle di
terra si fossero ritirate sotto i loro capi, e che non avessero
commesso alcun disordine, e le altre come quelle di Calabria per
mare si fossero trasportate; e pure molti disertarono per andare con
libertà, facendo furti.
Onde
[PAG. 26] in parte non giovò la prevenzione del Sovrano, il quale usò
anche misericordia a loro capi, come si rileva dalla real carta per
segreteria di Stato, e Guerra in data de’ dieciotto del
milleottocento, nella quale tra le altre cose si legge di aver
ordinato, che subito si ponessero in libertà il colnnello d.
Giovanni Salamone, e Capomassa D. Antonio Caprara arrestati nel
castello di Sant’Angiolo di Roma, e qualunque altro Capomassa, il
quale si trovasse in arresto, per motivi di dissordini commessi
dalle masse armate nel regno di Napoli, e nello Stato Romano, e
vuole, che contro detti individui, contro i Colonnelli D. Michele
Pezza, D. Gerardo Curcio Sciarpa, e contro D. Giambattista Rodio, ed
altri Capomassa, i quali si trovassero sotto inquisizione, non si
proceda ulteriormente.
I
fuorgiudicati, e quei, che avevano esercitato il mestiere di rubare
uniti colle masse, continuavano nello Stato Romano a commettere
furti; onde si vide costretto il Maresciallo Bougard uscir da Roma
con Pronio, e con tutta la di lui massa. Da Anagni a ventiquattro
Dicembre passò in Frosinone, e poi in Ciprano, e divise la gente,
per avere in mano quei di Vallecorsa, i quali erano in numero
maggiore, e li più ostinati, e dopo si ritirò in Roma, avendo
lasciati quei della massa dispersi in varie Città, e Terre sotto i
loro capi per tener a freno i latri; ma furono ritirati a ricorso
delle Universi[PAG. 27]tà
per le quali stavano nello stato di disperazione, per gli eccessi,
che commettevano essi, e fu peggiore il rimedio. Si ruppe di nuovo
la pace tra l’Imperadore, ed i Francesi, i quali fecero progressi
nell’Italia, ed il Re aumentò in Roma la Cavalleria, e l’Infanteria,
e quei Pontoni, e Pontonieri con pochi di cavalleria, e tutti
ascendevano a ducento circa, i quali da Roma a ventisette luglio si
erano portati in Ciprano, e per la cattiva aere, e mancanza di
foraggi furono mandati in Sora, e ritornarono di nuovo a ventisei
settembre con gli attrezzi nella nominata Terra. Nel giorno
susseguente cominciò a passare per l’Italia l’equipaggio
scortato dalli stessi soldati di cavalleria, la quale pernottò in
Sant’Onofrio, ed a vent’otto passò per l’Isoletta, e Ceprano,
ed andiede ad accampare in Frosinone per marciare avanti, essendo
stati circa mille ottocento cavalli. L’infanteria marciò da
Sangermano, ed alloggiò fuori Arce, e per Ciprano continuò la
marcia per Roma, da dove le truppe s’incamminarono per la Toscana.
In Fuligno a dieciotto Febbraio mille ottocento uno si concluse
l’armistizio tra il re, e la Francia per trenta giorni, con dieci
dippiù di prevenzione, quando dovesse denunciarsi il termine, ed
intanto cominciò a retrocedere la truppa, e si vuole che si fusse
convenuto di doversi evacuare tra quindici giorni lo Stato Romano.
Di fatti entrò in Regno, e fu divisa per alloggiare in Sora, Arpino,
Arce, Roccasecca, e San Germano, ed il Reggimento di Montefusco
fe’ alto in Ci[PAG. 28]prano,
e per essere giunti circa altri trecento, si mandò il secondo
Battaglione nell’Isoletta nel numero di circa duecento, ed il
primo a ventisei Febbraio con i Granatieri, e banda marciò per San
Giovanni Incarico, da dove con quello che stava nell’Isoletta a
primo marzo passò all’Isola di Sora. Si conchiuse finalmente la
pace, a vent’otto marzo mille ottocento uno, in Firenze dal
cittadino Carlo Giovanni Maria Alquier per parte della Repubblica
Francese, e dal colonnello D. Antonio de Micheroux per parte del re
delle due Sicilie, e le truppe accantonate, come si è scritto, si
ritirarono dalle nominate Città, e Terre in Capua, ed in Napoli,
oltre quelle, che marciate avevano per l’Abruzzo. Dalla Sicilia
venne in Napoli il Principe Ereditario per governare la Città, ed
il Regno in nome del Re Suo Padre, il quale poi a ventisette Giugno
mille ottocento due sbarcò anche egli nella real villa della
favorita, e sul tardi pel ponte della Maddalena entrò in Napoli.
Avvenne, che in Malaca, e sue adiacenze per la febbre gialla
chiamata, moltissime persone passavano all’altra vita, e si
introdusse anche in Livorno, per cui nel Regno si presero le
precauzioni, ed il Re ordinò ancora situarsi il cordone dal Tronto
fino a Fondi. Di fatti con Dispaccio d’ otto novembre mille
ottocento quattro diede l’ordine a S. A. S. il Principe Hassia
Philipstall Tenente Generale, e Comandante della Real Piazza di
Gaeta di situarlo da Portella di Monticelli di Fondi fin’alla
Valle di Rovito; e già dal mare presso [PAG.
29] Terracina fin’a San Giovanni Incarico s’inviarono i
Cacciatori, e dall’Isoletta fin’a Sora le truppe di linea.
Quindi con altra Real Carta de’ventotto novembre di detto anno
comandò, che tutta la nominata frontiera presso lo Stato Romano si
custodisse da Soldati Provinciali, e si diede il comando a D.
Giovanni Benet Tenente Colonnello, e Comandante del V Reggimento
de’ medesimi; ma cessò finalmente detta febbre, ed otto Febraio
mille ottocento cinque si tolse il cordone. Si erano ritirati i
Francesi dalla Puglia, dove per più tempo alloggiati avevano,
prendendo la marcia per la Lombardia, poiché si erano incominciate
le ostilità per parte dell’Imperadore Austriaco unito colla
Russia. Ad essi parimenti il Re Ferdinando IV; e sbarcarono nel
Regno Moscoviti, ed Inglesi, ed i primi si acquartierarono in
Sangermano, ed in Mignano; ed i secondi in Sessa, e Trajetto, ma per
la Battaglia di Austerlitz terminata colla disfatta degl’Austro
– Russi, avvenne la pace, ed allora le dette straniere truppe
sbarcate in Napoli di nuovo s’imbarcarono. Quindi s’incamminò
l’esercito Francese verso lo Stato Romano per invadere il Regno,
ed il Re partendo per la Sicilia a ventitré Gennaro mille ottocento
sei, lasciò S. A. R. il Principe Ereditario suo figlio al governo
del reame, dandoli le più ample, ed illimitate facoltà, e potere.
Il medesimo pure abbandonò la Capitale, poiché il numeroso
esercito Francese era entrato nello Stato Romano, e situossi verso
il Tronto, e nelle Provincie [PAG.
30] Campagna, e Maremma, alloggiando parimenti nelle piccole
terre della frontiera. Da Ciprano sortì l’avvanzata per
l’Isoletta a otto Febraio, e nel giorno susseguente dal Quartier
Generale di Ferentino si diede fuori un Proclama diretto a Popoli
del Regno di Napoli da SAI Giuseppe Napoleone Buonaparte,
intitolandosi Principe Francese, Grande Elettore dell’Impero,
Luogotenente dell’Imperadore, Comandante in capo dell’armata di
Napoli. L’esercito continuò la marcia per l’Isoletta, per
Fondi, e per l’Abruzzo, ma il numero maggiore si incamminò per la
prima e quei, che situati stavano in Valle Corsa, per Lenola si
unirono alla colonna presso Gaeta, che rimase bloccata; e quei, che
in Falvaterra alloggiavano, fecero rotta per San Giovanni Incarico,
per Pontecorvo, per Aquino, e Sangermano, dove giunsero gli altri
accantonati nel Monte San Giovanni, e sue adiacenze per l’Isola di
Sora, Arce, e Roccasecca. Il maggior numero marciò per l’Isoletta
sotto il comando di S. A. I., e continuò il careggio per giorni
quindici, e molti carri rimasero dietro per la pessima strada. Si
rendé Capua, e la Capitale, e poi parte delle truppe marciò per la
Calabria, e Puglia, comandate parimenti da S. A. I., e furono
soggiogati, e dispersi i soldati Napolitani, e quietate quindi
quelle popolazioni, fé ritorno in Napoli. Ivi a undici maggio fé
la solenne entrata, e fu il novello Re ricevuto nel Reclusorio dal
Governadore [PAG. 31]
della Città, dal Senato, e dal Commissario Generale della Polizia,
dopo avergli consegnate le chiavi, continuò il cammino col nobil
seguito, e tra truppe squadranate, e nella piazza del Mercatello
trovò eretto un superbo arco trionfale, e vi rinvenne il Cardinale,
e Clero, e sotto il pallio accompagnato entrò nella chiesa dello
Spirito Santo nobilmente apparata, e con scelta musica terminò la
funzione. Il Cardinale lasciò gli abiti Pontificali, e tutti a
piedi col Re si condussero nel Real Palazzo, ed avanti si era
formata una macchina rappresentando il Campidoglio e su il cavallo
in vece dell’Imperadore Adriano figurava quella del nuovo Re
Giuseppe Napoleone. Fu ricevuto dalla nobiltà, e dalle
Magistrature, e per tre sere furono illuminazioni, musiche, e la
strada di Toledo tutta illuminata era di gradimento ad ogni ceto di
persone dell’uno, e dell’altro sesso, e senza impedimento di
carrozze, passeggiarono fin’a notte avanzata.
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