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IL CASALE FARIGNOLA
Un edificio da salvaguardare
Sergio Saragosa
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Interno del Monacato
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Nell’anno
1693, l’archivista e Vicario generale di Montecassino, E. Gattola
volle conoscere l’esatto numero di chiese, chierici e abitanti
della Terra di S. Benedetto e per quanto riguarda il Casale di Caira,
riporta la seguente annotazione:
“Multi
olim pagi in Sangermanensi territorio extabant, quae iisdem cum urbe
privilegiis fruerentur nempe Farignola, Foresta, Matronola, Tora, S.
Laurentius, Peula, modo unicus Caira superest ad radices montis
cognominis, qui etiam S. Basilii dicitur ...”.
Dice
che una volta nel territorio di S. Germano c’erano molti casali,
ma di essi rimaneva allora solo Caira, chiamato così perché
situato ai piedi dell’omonimo monte.
I
casali elencati furono fiorenti fino al 1650, anno in cui una
tremenda pestilenza, la stessa che aveva colpito tutta l’Europa,
decimò letteralmente tutte le contrade. Di tutto ciò, quello che a
noi interessa è il Casale di Farignola, perché mentre di tutti gli
altri si conosce l’ubicazione, di questo non si è saputo mai
niente di preciso.
Ora, invece, grazie ad alcuni documenti conservati nell’Archivio
di Stato di Caserta ed in particolare un atto notarile del 1668
(Intendenza borbonica - Affari comunali, S. Germano, B. 2541/2542),
è possibile stabilirne l’esatta ubicazione, che corrisponde a
quella dell’attuale contrada Monacato, ad ovest della frazione di
Caira. C’erano dunque, a quei tempi, nella nostra zona due Casali
con la loro chiesa e con i loro abitanti: Caira e Farignola.
Don Giovanni Suardo era l’economo curato della chiesa di Santa
Maria a Farignola (attuale Monacato), mentre don Antonio de Tarsia
era curato della Chiesa di S. Basilio di Caira. Erano quindi due
Casali molto vicini. Dopo che il Casale di Farignola rimase quasi
spopolato per la pestilenza forse, ma anche perché andò distrutto,
come è scritto nel documento, senza però specificarne le cause,
sia la chiesa che i pochi superstiti di Farignola furono aggregati
al Casale di Caira e i due parroci diventarono comparroci di S.
Basilio, senza l’obbligo di residenza. La cosa non andò giù ai
Cairesi e si addivenne a questo atto notarile, di cui ricordiamo gli
antefatti.
Nell’anno 1796, l’allora parroco del Casale di Caira chiese al
Sindaco di S. Germano che si provvedesse “alla riattazione della
cadente Chiesa di S. Basilio” e il Governatore di S. Germano, don
Giovanni Gigliozzi, fece eseguire una perizia dal capomastro
Salvatore Miele e inviò richiesta di autorizzazione a procedere
all’Intendente di Caserta.
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Uno strumento di inizio Novecento
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Costui,
però, prima di concederla, chiese che si effettuassero ricerche per
sapere chi aveva provveduto precedentemente a questa incombenza e
che gli fossero fornite molte altre informazioni. Saltò così fuori
un atto notarile che mise nei guai per diversi anni la popolazione
del Villaggio di Caira, che si era fatta carico, in
quell’occasione, di fornire materiali e giornate lavorative gratis
pur di riavere efficiente la propria chiesa.
Questo
atto notarile risaliva al 21 gennaio 1668 e fu redatto in S. Germano
dal notaio “Francisci” Pagliaro alla presenza dei parroci della
Chiesa Maggiore Collegiata di S. Germano, Giovanni Suardo e Antonio
de Tarsia da una parte e 17 abitanti di Caira (Stefano Roscilio,
Angelo de Antone, Carlo de Varno, Francesco Nardone, Baldassarre
Roscillo, Luca Pittiglio, Giacomo Antone, Matteo Nardone, Antonio
Colella, Giacomo Nardone, Maurizio Miele, Michele Miele, Luca
Saragosa, Nicola Taro, Antonio Velardo, Ambrogio Fardelli e Marco
Antonio Miele) dall’altra, “per conto proprio e per conto degli
altri abitanti, a nome loro, degli altri, dei loro eredi e
successori anche degli altri abitanti” come recita ripetutamente
l’atto.
Ed
ecco che cosa fu stabilito dalle parti per avere dimorante
stabilmente in Caira il parroco don Antonio de Tarsia o chi per
esso:
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Lato esterno del Monacato
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“Don
Giovanni Suardo e don Antonio, assistiti da don Augustino di Napoli,
cellerario e pro Vicario Generale dei monaci Cassinesi, promettono
“con parole” di far celebrare, ogni festa di precetto, la messa
nella chiesa di S. Basilio, di amministrare i sacramenti ai Cairesi
(precedentemente, per mancanza del parroco residente, alcuni erano
morti senza ricevere l’estrema unzione), di mandare a risiedere in
Caira, al posto di don Antonio, il parroco don Germano della
Nunziata di S. Germano, al quale i due canonici avrebbero
corrisposto un totale di 15 ducati; “i Cairesi [che erano al tempo
circa 200] si obbligano per loro e per gli assenti a costruire
l’altare, il tabernacolo, il SS., di provvedere alla lampada
accesa di notte e di giorno, a fornire tutta la cera e a riparare la
Chiesa ogni volta che si renderà necessario, come avevano già
fatto nel passato”. Inoltre, non potendo vivere decorosamente don
Germano con soli 15 ducati, “i Cairesi gli daranno ogni anno 15
tomoli di grano buono”. Alla
fine del Settecento e agli inizi dell’Ottocento gli abitanti di
Caira si ritrovarono nella stessa situazione e cercarono di ottenere
di nuovo sia il parroco residente che la chiesa. Nel 1812 finalmente
le due cose furono concesse a spese del decurionato di S. Germano
(Cassino), che non si avvalse delle promesse fatte dagli abitanti di
Caira nel 1668, perché la gente viveva miseramente e non poteva
accollarsi la minima spesa.
I
vecchi del paese ricordano ancora oggi che la contrada di Caira
chiamata Monacato era anticamente conosciuta come Farignola e questo
toponimo risulta anche negli atti di compravendita dei primi decenni
del 1900.
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