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Gaetano Di Biasio: 
l’uomo, il giurista, il letterato, il politico.
Profilo biografico di G. B. De Filippis
a cura di
Fernando Sidonio

Come preannunciato nell’ultimo numero di Studi Cassinati, pubblichiamo la biografia di Gaetano Di Biasio, primo sindaco del dopoguerra di Cassino, redatta dal dott. Giovanni Battista De Filippis, suo discepolo ed amico fraterno. La biografia fu pubblicata su “La Gazzetta Ciociara” del 27 novembre 1979 in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa di Di Biasio. Il 26 novembre dello stesso anno il Consiglio comunale di Cassino dedicò una seduta alla sua commemorazione con interventi dell’avv. Giuseppe Margiotta, del preside Donato Anatrella, del prof. Francesco De Rosa, dell’avv. Guido Varlese e del dott. Luigi Russo: gli atti sono stati pubblicati dalla Libreria Editrice F. Ciolfi, Cassino, 1982.
Numerose sono le note biografiche di Gaetano Di Biasio; recentemente è stato commemorato dalla prof. Silvana Casmirri nella sala del Consiglio Comunale di Cassino e dall’avv. Guido Varlese nella sede dell’Archeoclub di Cassino il 7 febbraio scorso. Questa che pubblichiamo è senza dubbio la più completa, confortata dalla conoscenza diretta del personaggio da parte dell’autore, ma costituisce anche un’occasione preziosa di rivisitazione degli anni tristi e difficili del dopoguerra.
Giovanni Battista De Filippis (1907 – 1985), otorinolaringoiatra, con studio a Roma e a Cassino nell’immediato dopoguerra (gli anziani ricorderanno la Casa di Cura “Olimpia” in Corso della Repubblica), fu il primo ad istituire tra le macerie della Città Martire un presidio sanitario in collaborazione con l’Istituto Eastman. È autore di numerosi articoli su giornali locali, con lo pseudonimo “Gianfilippo”, e di una serie di servizi sul settimanale “Il Rapido” sulla malaria, che, a guerra finita, falcidiava la popolazione del Cassinate; ha lasciato un importante diario personale sul dopoguerra in tre corposi volumi dal titolo “Terra bruciata”, ancora inedito.

Don Gaetano
Vecchia Cassino che si allungava dal “Ponte” ed oltre, a “fora gliu Barone” sino alla casa di “Don Gaetano”. Di qui iniziava la salita per Monte Cassino, e per questa strada Egli, all’alba ed al vespero, s’incamminava per le sue lunghe passeggiate solitarie. Al mattino andava spedito, non allenato da fini salutari; ma la mente frenava l’andare, ed era maggiore la fatica del pensiero di quella del cammino. Pensava e gesticolava nel tumulto delle idee di lotta per la battaglia della sua giornata forense. Quando nelle Aule della “Corte” prorompeva la sua voce possente e dominatrice, ed il gesto ampio delle sue braccia e la sua voce calda avvincevano tutto l’uditorio, amico e nemico, nella sua invocazione di giustizia e umanità, sul suo volto e nel gestire riapparivano le espressioni colte delle sue passeggiate solitarie. A sera il suo andare era pacato, lento, solenne. Disteso nella pace della sua coscienza e nella stanchezza della sua fatica. Ora i suoi passi seguivano la sua meditazione. Sul suo volto apparivano serenità per il dovere compiuto, e tristezza per le ingiustizie degli uomini cattivi e le miserie di quelli buoni e infelici. Sostava nelle sue stazioni preferite, al Crocifisso, alla Rocca, all’Albaneta. Ora riposava trovando conforto nel riposo e nella evocazione, come un asceta nella preghiera, di brani dei grandi Autori. Così si preparava all’altra grande fatica delle ore notturne, nello studio dei suoi Classici. Don Gaetano della mia giovinezza. “Lo mio Maestro e Duca” nello studio delle Lettere e nel culto della Dottrina Mazziniana. E mio Difensore. Egli mi guidava benevolmente quando, iniziato alla rivelazione delle Opere Classiche, ero ansioso di capire tutto e meglio – e infondendomene la perfetta interpretazione – con me ne beava. Mi conobbe pervaso dagli ideali mazziniani e mi accolse nel suo eletto Cenacolo donandomi insegnamenti di Idee pure e di sacri principi degli uomini liberi. Egli, quando giovanissimo patii l’onta della calunnia ed il danno della ingiustizia, già prima di sapermi innocente, ma di ciò convinto, venne in mio aiuto. Poi dalle prove della mia innocenza trasse le armi della difesa che smascherarono i calunniatori e confusero gli ingiusti accusatori; e mi rese libero ridandomi vita ed onore. Nell’ora della liberazione mi disse: “Eccoti sposato con la giustizia” ed aggiunse “come me …”. E nel suo sguardo fiero passò il ricordo della vecchia storia di quando ingiustamente accusato come anarchico, fu carcerato. In quella occasione dicono le storie, Cassino tumultuò – e quando Don Gaetano venne liberato, vi fu una grande festa di popolo. L’avvocato Di Biasio. Il Difensore. La sua presenza rendeva celebri le cause. Ci affollavamo nella grande Aula della Corte d’Assise di Cassino, tra le alte pareti, con il soffitto a cupola ove era raffigurata Temi seminuda, l’ampia cancellata ornata, la ricca ringhiera del pretorio, i severi scanni scolpiti. Era il tempio della Giustizia che durante i processi s’illuminava di solennità. La sua voce era fatta per quell’aula, poiché ne scaturiva una risonanza che amplificava la sua parola e la rendeva più profonda, mentre cresceva sempre più possente sino a cessare vittoriosa. E noi giovani imparavamo tanto, tanto più di quanto non s’impari a scuola. Gli erano, quasi sempre, affiancati o competitori, principi del Foro. Ma Egli non era da meno, dominando con la sua parola umana ed appassionata che invocava ed otteneva giustizia. Rivedo la sua testa leonina con i capelli da poeta fluttuanti, l’ampio gesto della mano che li ravvivava. Riodo la sua voce piena, calda … 
Processo di Linda Amato (aveva ucciso il suo seduttore), degli anni venti. Udienze infinite, giorni e giorni di perorazioni ed arringhe. Di Biasio, difensore, parlò per tre giorni … infine la sentenza: Assoluzione! Cassino, nella sera, esplose. Luminarie, mortaretti, fuochi di gioia. Don Gaetano venne portato in trionfo da Piazza del Foro, per il Corso, a casa. Don Gaetano, martire nella Città Martire. Patì tutte le pene del suo popolo, nella lunga battaglia di Cassino. Fu in mezzo a noi, tra il fuoco e le distruzioni … Chi potrà mai dire della sua sofferenza, che era per tutti, per la sua gente, la sua casa, la sua città? I patimenti di tutti erano in Lui. Ma pur affranto e sfinito non crollò. Ebbe sempre la forza di donare tutto di sé, dando coraggio e speranza a tutti coloro che lo seguivano. Ritornò tra i primi sopravvissuti nella sua Cassino crollata e disfatta nel pantano greve ed immenso. Primo Sindaco di Cassino, Sindaco della ricostruzione. Volle la rinascita della sua città, a qualunque costo, anche di compromessi con uomini politici che non stimava e con partiti che disprezzava, pur di ottenere presto tutto quanto era stato promesso da Ministri in carica e dagli USA. Ebbe tetto e pane, gli aiuti alla sua gente. Poi iniziò la Ricostruzione. Egli, l’idealista, il letterato, il filosofo, l’oratore, si dimostrò un formidabile amministratore della cosa pubblica. Rifulsero la sua onestà, la sua alta intelligenza e la sua umanità. Per opera sua Cassino fu bonificata, aiutata, ricostruita nelle sue parti vitali. Poi l’idra della politica lo coinvolse nelle sue spire. Il popolo lo trasse sui palchi osannando ed invocandolo al Parlamento. I farisei che lo spinsero nell’infido cimento politico, per trarne, nella loro brama di potere, vantaggio e prestigio, non lo sorressero. E quando Egli giunse eletto alle soglie della Camera, non lo difesero dai brogli elettorali e l’abbandonarono … Egli, alieno da ambizioni, non soffrì di delusioni, ma sentì tanto scoramento. Restò il Simbolo della Rinascita di Cassino. La sua opera è stata riconosciuta ed è ricordata anche dagli immemori. Allora e tuttora i politici di ogni partito, in lotta tra loro, hanno sbandierato in ogni comizio il mito di una presunta figliolanza ideologica dibiasiana. Quando giunse a Cassino Enrico De Nicola, in visita ufficiale quale Capo dello Stato, si diresse subito trascurando le Autorità politiche schierate ad accoglierlo, verso Di Biasio che se ne stava appartato tra la gente, io gli tenevo compagnia. Don Enrico nell’abbracciarlo gli disse “Gaetà tu stai ccà?! Tu sei Cassino”. 
Don Gaetano degli ultimi anni. Invecchiato, solo, sofferente, amareggiato. Aveva persa la sua compagna e ne sentì la mancanza per tutto il resto della sua vita. Le sue passeggiate per la strada di Monte Cassino diventavano sempre più brevi e lente. Di sera ci si incontrava e si passeggiava un po’ per le vie di Cassino. Tutti lo salutavano ed ossequiavano. Anche i “politici” ma qualcuno fingeva di non vederlo. Gli incontri con la Gente del popolo erano belli e schietti.
Una vita di sacrifici
Gaetano Di Biasio nacque a Cassino il 21 maggio 1877; morì nella sua Città, risorta, il 26 novembre del 1959. I genitori vivevano in una modesta casetta, “sotto il Monte”: il padre, mastro Antonio, faceva il calzolaio; la madre, Benedetta Gallozzi la calzettaia e rivenditrice di ortaggi. Dopo i primi studi, il padre, vedendone la buona volontà, lo fece continuare a studiare nel Ginnasio di Cassino; poi, con grandi sacrifici, lo mandò al Liceo di Arpino, rinomata scuola classica e per anni si sobbarcò a pagare per il suo Gaetano, sempre più studioso, una retta dalle 20-25 alle 40 lire mensili. Al Liceo Gaetano ebbe, tra altri illustri docenti, il dantista Steiner, il poeta Allurani ed il filosofo Traglia. Conseguì la licenza liceale nel 1895, a 18 anni. Dopo molte indecisioni per le facoltà di Lettere e di Legge si iscrisse a quest’ultima, alla Università di Napoli e, per mantenersi agli studi, si impiegò, come scrivano, presso il Tribunale di Cassino. Lavorò anche in una ditta di costruzioni, da impiegato, ma dovette lasciare presto quel posto poiché il padrone, ignorante e rozzo, lo sfruttava senza pagarlo. Poté affrontare le prime tasse universitarie con le 50 lire ottenute con una borsa di studio del Consiglio Provinciale di Caserta, provincia a cui Cassino apparteneva. Ma occorrevano ancora 15 lire, che il padre riuscì a raggranellare, indebitandosi. Di Biasio scrisse, in quel tempo, un romanzo giovanile – Dal paese del sogno – ma senza successo. Egli era, infatti, più portato per la poesia. Fu Carlo Baccari, suo coetaneo e già fraterno amico, noto intellettuale e scrittore, a scoprire il talento di Gaetano Di Biasio. 
L’idealista
Intanto Di Biasio, in quegli anni di studi universitari, fu attratto dal Socialismo, propugnato in Italia da Turati, Modigliani, Bissolati, essendo già appassionato agli scritti ed all’opera di Antonio Labriola, Cassinate. Propendeva, però, per la dottrina sociale mazziniana, tanto che Giovanni Bovio, infine, divenne per lui l’apostolo del socialismo repubblicano ed il suo ideale. Nel contempo lo seducevano le opere di Pascoli, il suo preferito, di Carducci, di Matilde Serao, assieme a tutti i maggiori autori del diciannovesimo secolo mentre degli autori classici e quelli rinascimentali aveva già una profonda conoscenza, acquisita negli studi liceali. Ai primi del secolo attuale, a Cassino, esisteva un’elite di giovani intellettuali, i quali solevano riunirsi nel caffè di Vincenzo Toti: emergevano Gaetano Di Biasio, l’umanista, Raffaele Valente, il poeta, Carlo Baccari, lo scrittore. In seguito Di Biasio venne attratto dalle idee del tipografo Raffaele Mentella, anarchico, suo parente. Nella tipografia di Mentella si stampava il settimanale Il Fuoco, fondato nel 1898 e diretto dallo stesso Di Biasio. A causa degli attacchi di questo periodico contro i “nobili signori” di Cassino, in difesa dei proletari, il sindaco del tempo, Antonio Martire, querelò Di Biasio per diffamazione. Il querelato, già neo avvocato, ebbe la meglio. Ottenne anche la maggioranza nelle elezioni della amministrazione comunale, nel cui Consiglio però non volle entrare perché presieduto da Martire. Nel 1903, a 26 anni, sposò la ventunenne Antonietta Salveti, anch’essa di Cassino. Nel 1908 pubblicò la raccolta di versi Larve e La Selva nel volume Liriche, edito da Barabba; nel 1909, editrice la Stem di Cassino, apparve la sua prima tragedia Rupe Tarpea, seguita da Amintore il Saggio, una sorta di favola omerica, composizione poetica originale e dilettevole. Nel 1912 diede alla stampa Lettere inedite di Antonio Ranieri e Vincenzo Grossi in un volume edito da Malerba: sono 28 lettere scritte dal Ranieri, amico di G. Leopardi, al Grossi, nellequali sono espressi tutti i tormenti e gli ideali che li accomunavano … Vincenzo Grossi era un letterato e patriota Cassinate. Nel Ranieri, anch’esso letterato e patriota, Di Biasio vedeva se stesso per il profondo spirito d’indipendenza e per gli ideali di giustizia sociale che li avvicinavano. Intanto l’anarchico Mentella, divenuto uno dei maggiori propugnatori del movimento anarchico e uno dei fondatori di questo a Roma, vedendo nel giovane Di Biasio un colto alfiere di libertà, gli propose di partecipare alla commemorazione del poeta anarchico Pietro Gori, morto a 41 anni dopo un lungo esilio in Inghilterra, da tenere al Teatro Argentina di Roma. Di Biasio accettò: parlò con Barzilai, Comandino, Cicchetti e Maria Rigier suscitando consensi ed entusiastici plausi. Fu poi incaricato dal Partito Socialista Anarchico di commemorare Carlo Pisacane sul Gianicolo, ove fu ancora più applaudito e meglio conosciuto. Invano Carlo Baccari, cui Di Biasio chiedeva consiglio, aveva tentato di dissuaderlo dal mettersi in mostra tra gli anarchici, già malvisti al governo e sorvegliati1.


Negli anni del suo arresto

L’arresto
Il mattino del 14 marzo 1912, un giovane muratore romano, anarchico, Antonio D’Alba, sparò due colpi di pistola contro Vittorio Emanuele III in Piazza del Pantheon ove questi stava passando in carrozza. Il re non fu colpito, ma un colpo ferì gravemente alla nuca il Maggiore dei Corazzieri G. Lang. Il D’Alba fu arrestato sul posto: nella morsa degli interrogatori dapprima negò d’aver avuto mandanti; poi allettato dalla promessa di una discriminazione se avesse indicato almeno un nome di coloro che lo avevano spinto ad eseguire il regicidio, costui, rammentandosi della figura di Gaetano Di Biasio che lo aveva infervorato dopo i discorsi dell’Argentina e del Gianicolo, lo accusò dicendo che la sera precedente all’attentato, al viale del Policlinico, gli aveva indicato come eseguirlo, dandogli una pistola carica e 100 lire. Così “Don Gaetano” narra del suo arresto in una nota autobiografica e autografa: “La mattina del 22 maggio (912), a Piazza del Duomo (a Cassino), a due passi dal Tribunale, fui fermato dal commissario Bencivenga e accompagnato in caserma. Lungo il breve tratto di strada mi ripeté più volte: - Ma che hai fatto, che hai fatto?! Ed io: - Che ho fatto? Niente! Appena entrai nell’ufficio del comandante (dei carabinieri) un maresciallo ci spiegò sotto gli occhi … il mandato di cattura in correità per regicidio con l’anarchico A. D’Alba, e che per tanto poteva tradurmi al carcere “Regina Coeli” a Roma. Se non impazzii mancò poco. Lasciavo mia madre e mia moglie sole a casa. La mattina seguente, alle quattro, fui accompagnato, senza le manette ai polsi, alla stazione, ove era già gente ad attendermi, ed il mio fratello Carlo Baccari2, che solo volle seguirmi nel viaggio, sino alla porta del carcere. Ci abbracciammo, baciandoci; gli raccomandai mia moglie e mia madre, e ritornò a Cassino”3. Cassino era rimasta folgorata da quell’evento. Il popolo, attonito e sgomento, si chiedeva perché Don Gaetano era stato arrestato: nessuno, neppure i suoi nemici politici, lo ritenevano colpevole. Baccari ricorse all’on. Achille Visocchi di Atina, deputato del Collegio di Cassino, il quale presentò un’interpellanza urgente per l’arresto di Di Biasio. L’on. Giolitti, presidente del Consiglio dei Ministri, rispose che l’Autorità inquirente stava accertando sollecitamente e attentamente i fatti che avrebbero dovuto convalidare o meno l’accusa di correità dell’avvocato Di Biasio. Ciò valse ad accelerare l’istruttoria, sicché dopo meno d’una settimana di carcere, avvenne, dinanzi al giudice istruttore, il confronto tra Di Biasio ed il D’Alba. Costui, di fronte alla veemente protesta dell’avv. Di Biasio, si confuse e ritrattò l’accusa contro di lui; infine si dichiarò unico responsabile e, pentito, chiese perdono a Di Biasio4. Scarcerato il 27 maggio, a sette giorni dall’arresto, Di Biasio telegrafò subito da Roma al giornale “Il Rapido” di Cassino, da lui diretto: “Iersera, in violentissimo confronto col regicida … costrinsi sciagurato dichiarare solennemente mia innocenza. Oggi Sezione Accusa scarceratomi. Parto stasera diretto 7,35”. A Cassino in quel giorno sisvolgeva la festa della Madonna della Rocca. La notizia dell’imminente arrivo di Don Gaetano si diffuse durante la processione serale che dalla Cattedrale saliva alla Rocca Jànula. Lavoratori dell’Associazione Operai e studenti percorsero di corsa tutta la processione, annunciando la liberazione e l’arrivo di Di Biasio; la banda musicale venne dirottata verso la stazione; in testa alla processione restarono soltanto i sacerdoti, i chierici ed i portatori delle statue dei Santi, con pochi devoti. Quando arrivò il treno di Don Gaetano apparve commosso al finestrino, abbracciato a Carlo Baccari, che gli era andato incontro in una stazione precedente. La banda attaccò una marcia briosa (non quella reale …) e da ogni parte della stazione scrosciarono applausi e grida di gioia. Disceso dal treno Don Gaetano fu sommerso dalla folla che in un tripudio schietto ed affettuoso lo accompagnò trionfalmente sino a casa. Ivi, riabbracciando la madre e la moglie, apprese che le due donne erano state confortate da tanta solidarietà popolare. Nei giorni seguenti avvennero altre manifestazioni di simpatia ed esultanza dei Cassinati per il loro Don Gaetano che, sin d’allora, rappresentava il prediletto del Popolo ed il difensore dei lavoratori. Anche la stampa romana in quei giorni scrisse molto di Gaetano Di Biasio e di Cassino, apprezzando ed illustrando la sua Città.
Il letterato
Di Biasio venne chiamato alle armi all’inizio della guerra 1915-18. Al corso, per incitamento del suo capitano, acconsentì di rivolgere un indirizzo di omaggio al re, in visita ivi, svolgendo questo tema: “Il cuore di Vittorio Emanuele III”. Malgrado ciò, per l’ombra proiettata dalla trascorsa e pur falsa accusa di concorso in attentato di regicidio, non fu nominato sottotenente. Finita la guerra e congedato dal servizio militare, come scrivano territoriale … riprese nella sua Cassino le sue attività di avvocato, scrittore e letterato. La guerra aveva interrotto le pubblicazioni delle Fonti , rivista mensile fondata da Carlo Baccari e condiretta da Di Biasio: ne erano usciti soltanto sette numeri, cui avevano collaborato Raffaele Valente, Renzo Pezzani, Mussi, Gerace, Luzzatto, Gesualdo Manzella Frontini5 ed altri insigni scrittori e poeti nostrani. Sulla rivista erano stati pubblicati due pregevoli lavori di Di Biasio: Primavera Italica, in cui venivano esaltati i valori della Patria e le fulgide opere dei propugnatori di libertà, e Vigilia d’Arte e di Vita, saggi critici e lirici. Baccari, nella presentazione di questo secondo lavoro, in “quella evocazione, che era un viatico eroico, salutava i redattori partenti per la guerra”. Intanto Di Biasio continuava i suoi studi classici e letterari, scrivendo ininterrottamente saggi e critiche, particolarmente su Dante, Pascoli, e Carducci, dei quali poneva in risalti originali i più veri profili puri e luminosi delle loro personalità immortali. La rivista Le Fonti, a guerra finita, rinacque con Carlo Baccari, Gaetano Di Biasio e E. Antonio Grossi redattori, col motto. “Bere alle fonti della vita e dell’arte” ispirato alle parole “del Faust” di Goethe: “… noi aneliamo di bere alle fontane della vita, al gorgo profondo dal quale scaturisce ogni nostro refrigerio”. 
Gaetano Di Biasio raggiunse l’auge come studioso appassionato e profondo quanto geniale e tenace in quel periodo più fecondo di scritti ed opere. Sulla nuova Rivista egli svolse un grande tema su Dante, sviluppando magistralmente i concetti già espressi nel suo saggio sul poeta. Di Dante mise in risalto le concezioni ideologiche e spirituali, a confronto di quelle contrastanti di San Tommaso e di Galilei. Allora a noi giovani, Dante ci fu presentato da Di Biasio più vero, più profondo, più universale, nella sua sublime elevatezza dottrinale dell’Umanesimo e nella grandezza di precursore del Rinascimento. Nella stessa epoca fu pubblicato l’altro lavoro di Di Biasio: Pascoli e la sua poesia. Noi giovani ci abbeveravamo di cultura, godendone spiritualmente, dalla fonte di tanta profusione di dottrina e di poesia di Di Biasio, della lirica profonda di C. Baccari, presente anche nella sua prosa, degli scritti classici e dalla brillante narrativa di M. Manzella Frontini, dei saggi illuminati di Loffredo e di Biancale, della nitida dilettevole e pur lirica narrativa di E. A. Grossi. La sommità del genio di Di Biasio nella sua opera di studioso classico rifulse nelle sue due opere di traduzione in versi esametrici dell’Eneide e delle Georgiche di Virgilio … Il prof. Cellucci6 filosofo, letterato e storico di alta cultura e di mente eclettica, ebbe a commentare queste due opere di traduzione come le migliori sin’allora apparse in ogni tempo7. L’Eneide e le Georgiche tradotte da Di Biasio, apparvero nel 1929, in edizioni diffuse e adottate nelle scuole italiane. Se n’ebbe un’altra edizione nel 1936, con introduzione di Angelo Gaetani, preside del Liceo di Cassino8. Nel Santo del lavoro, ultima sua opera, Di Biasio espresse tutto il suo profondo e sofferto misticismo9.
Il penalista
Di Gaetano Di Biasio avvocato sarebbe da porre una trattazione biografica a parte che, riferita soltanto alla sua attività forense, comporterebbe un più lungo e vasto capitolo. Con la sua eloquenza calda, limpida e possente, scaturita sempre dal cuore per la passione che lo pervadeva in ogni caso giudiziario a lui affidato, e dalla mente per lo studio e la fine impostazione giuridica di esso, sempre, specie nelle cause penali più drammatiche, ispirava ai giudici le decisioni più equanimi, suscitando in essi, col migliore senso di giustizia, sentimenti di umanità. Meritò il blasone di “Principe del Foro”, poiché a Lui venivano affidate le cause più ardue e più disperate10. Lo affiancavano o lo avversavano spesso altri “principi” ed egli non era da meno a loro. Tra quelli vi fu anche, e spesso, Enrico De Nicola11. Lo stimavano tutti, colleghi ed avversari, sedotti dalla sua lealtà e dalla simpatia che ispirava, dimostrandogli amicizia e ammirazione. Taluni, meno degni di lui, lo temevano. Il suo nome era noto oltre i confini del Foro di Cassino, poiché spesso la sua voce risuonava nelle aule di Giustizia di Roma, di Napoli e di altre città. Molte cause particolarmente pietose di povera gente le trattò con lo stesso impegno di quelle dei ricchi e spesso senza compenso e con la sua famiglia in un albergo.
Il profugo
Quando Di Biasio vide arrivare il nembo della guerra sulla sua Cassino fu costretto, assieme a tanti altri, ad allontanarsi con la morte nel cuore dalla Città. Ai primi bombardamenti del Settembre 1943, effettuati indiscriminatamente dagli anglo-americani, senza pietà, come un’atroce beffa dopo l’armistizio con l’Italia, la popolazione di Cassino cominciò a disperdersi sfollando nei paesi vicini, poi sempre più lontano. Don Gaetano riparò a Valvori. Da questo paese solare, il più panoramico del Cassinate, posto in alto a mezza costa dei contrafforti delle Mainarde, alle sorgenti del Rapido, egli ogni giorno restava a guardare Cassino, fasciata di nebbia, ma ancor più dal fumo degli incendi: in quella coltre spesso vedeva divampare le esplosioni. Dopo qualche mese arrivarono d’improvviso a Valvori il segretario federale fascista Arturo Rocchi e cinque ufficiali tedeschi ad intimare lo sfollamento della popolazione. I paesani disubbidirono al bando e si dispersero per gli uliveti o più su verso le montagne di Cardito e di Acquafondata. I Cassinati più sprovveduti vennero tutti avviati verso l’alta Ciociaria. Di Biasio, dopo varie peregrinazioni a Sora, a Ferentino, ad Anagni, ad Alatri, il 28 gennaio (del “44) giunse a Fiuggi ove poté sistemarsi con la sua famiglia in un albergo. Qui un commissario fascista ed un maresciallo tedesco, provenienti da Cassino, andarono a riferirgli che la sua casa era crollata, minata dai tedeschi. Egli, in un impeto di sgomento, ingenuamente chiese notizie del suo tesoro più grande: “E la biblioteca? Che n’è dei miei libri?”. Poi, di fronte alla tremenda realtà della distruzione della sua casa e della sua Città, cadde in uno stato di angoscia. In seguito, per non restare inoperoso si pose ad insegnare latino e greco in una scuola di Fiuggi, senza alcun compenso, poiché non c’era più una amministrazione scolastica. Di Biasio quando seppe che Mussolini, il 2 aprile del ’44, domenica delle Palme, s’era spinto sino a Cassino in una esibizionistica visita a quel fronte, ebbe a commentare quel cinico atto come quello dell’assassino che ritorna sul posto del misfatto. A Fiuggi s’era trasferita anche la Prefettura di Frosinone. Perciò vi affluivano anche i profughi di Cassino per chiedere aiuti mercé l’intervento continuo e le sollecitazioni delle autorità del loro Don Gaetano. Il 4 giugno vi arrivarono gli alleati. Gaetano Di Biasio iniziò subito la sua opera per la rinascita di Cassino. Formò un Comitato composto da Don Gregorio Diamare, l’eroico Abate di Monte Cassino, dall’avvocato Giuseppe Margiotta e da Giuseppe Di Zenzo, al fine di promuovere aiuti per la Città, da lui già chiamata Martire. Al Presidente Ivanoe Bonomi spedì questo messaggio: “Cassino, la Città sacrificata, come già altre volte per la furia devastatrice dei barbari, non è più. Migliaia dei suoi Figli o giacciono sotto le enormi rovine o vanno qua e là sperduti, senza più né tetto, né pane, né panni, in cerca di men crudele destino … Cassino ed il Monte che da Lei prende nome, reclamano, esigono, pretendono dalla Nazione, non del tutto ancora liberata, le immediate provvidenze per questa Terra martoriata, la più duramente provata di quante mai città d’Italia dal turbine della guerra”12.


A Fiuggi il 22 luglio del 1958

Il politico
Il compito di tratteggiare la figura di Di Biasio uomo politico è più difficile poiché “politico” non lo fu mai. Non seppe né volle esserlo mai: poiché in lui prevaleva una più alta personalità, fatta di umanità, di spiritualità ideali, di generosità, e di onestà e lealtà. Come dunque avrebbe potuto diventarlo? È pur vero che da giovane, alla fine del secolo, poco più che ventenne, si cimentò in una contesa elettorale per il Comune di Cassino, ottenendo una stragrande maggioranza con i voti popolari, ma ciò fece per meglio attaccare i “signori” e per poter difendersi dai contrattacchi del Sindaco del tempo. Altra edificante prova dei tradimenti di alcuni Cassinati dell’epoca verso Di Biasio è un episodio di calunnia politica contro di lui, nel ’48. Egli, per incitamento di Acerbo, di Bonomi e dello stesso De Nicola, si preparava a candidarsi alla Costituente come Repubblicano Indipendente. Senonché all’atto della sua iscrizione nella lista dei candidati, gli fu posta una preclusione di cui non ebbe subito una spiegazione: poi appurò che era giunto dalla Prefettura il veto della Giunta elettorale: pendeva su di lui l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi. A denunciarlo erano stati i comunisti di Cassino che complottavano contro di lui per antagonismi di lotta politica. Nella denuncia lo si accusava di essere stato ospite di un fascista, Carlo Pirolli, suo parente, durante i giorni dello sfollamento, a Valvori. La realtà, quando qui giunsero il segretario federale fascista di Frosinone Arturo Rocchi (anch’esso Cassinate) e due ufficiali tedeschi per imporre lo sfollamento dal paese, Di Biasio dovette farsi avanti, appoggiato da Pirolli, per trattare con i tedeschi le modalità dello sfollamento, affinché a quella popolazione, ed agli stessi Cassinati rifugiati ivi, non fossero inflitti disagi e maltrattamenti, e fosse data loro assistenza durante le tribolazioni del trasferimento. Di Biasio citò in tribunale il firmatario della denuncia, tale avvocato Di Mambro, ma poi, all’atto della causa, ritirò la querela per diffamazione e calunnia contro costui, come sempre perdonando. Va detto che Di Biasio aveva allora grandi probabilità di essere eletto alla Costituente. In precedenza, negli anni ’20, dopo la prima guerra alla vigilia del fascismo, si trovò impegnato col suo amico Beneduce nella propaganda elettorale del Partito Socialista Riformista, partecipando attivamente alle riunioni ed ai comizi in tutti i paesi della circoscrizione, tanto da ottenere una grande messe di voti e l’elezione a deputato di Beneduce. All’avvento del fascismo Di Biasio non fu particolarmente perseguitato come gli altri socialisti: i fascisti “della prima ora” di Cassino lo rispettavano. Non mancarono, tuttavia, fatti di soprusi, come in questo episodio: recatosi a Fondi, per difendere in tribunale alcuni suoi clienti, fu sequestrato da una squadraccia fascista della “Fra Diavolo”. Gli intimarono di desistere dall’incarico di quella difesa, minacciandolo di “botte e di purga”. Poi lo rinviarono a Cassino. Sta di fatto che quegli squadristi avevano avuto l’incarico da due avvocati di Cassino, suoi antagonisti in quella causa … Di ciò Di Biasio ebbe completa rivelazione da uno degli squadristi, che in seguito si rivolse a lui per essere assistito in una sua certa contesa giudiziaria. Così ebbe anche i nomi dei mandanti, suoi colleghi, pur rinomati avvocati del Foro di Cassino. Con il fascismo Di Biasio non ebbe alcun rapporto, e per il vero non fui mai seriamente molestato. Pur essendo in un certo modo noto al Duce poiché costui ebbe a dire di Cassino che gli era antipatica e che questa era la “città degli avvocati”. Molti altri illustri avvocati ed intellettuali, amici di Di Biasio, ma divenuti fascisti, continuarono a stimarlo e a volergli bene. Ancor vero è che gli anarchici ed i socialisti del tempo lo attrassero nei loro partiti, ma egli si limitò ad accettare, pur con entusiasmo, i loro inviti alle celebrazioni di uomini liberi e di avvenimenti di giustizia sociale, per cui, l’abbiamo visto, incappò nel famigerato arresto. Ma restò sempre libero ed indipendente. Sta di fatto che Di Biasio è sempre stato soltanto un repubblicano, animato dalla grande dottrina socialista mazziniana: questa fu la sua religione, il suo credo, la sua grande idea. Per questi idealismi egli, pensatore mite e sentimentale, diveniva un leone con la veemenza della sua parola e la possanza dei suoi scritti quando si trattava di sostenere e difendere la libertà ed i diritti del Popolo. Ridivenne “politico” per la rinascita ed il bene di Cassino quale Sindaco e candidato al Parlamento negli anni quaranta di questo secolo, e non per ambizioni di ”carriera” o interessi personali. Era soltanto animato dalla sua grande passione per la Città Martire e per il sommo fine della sua ricostruzione.
Il sindaco della ricostruzione
Di Biasio venne coinvolto nel gorgo della politica in quel turbinoso quanto squallido dopoguerra solo perché era già impegnato per la Rinascita di Cassino, di cui era divenuto l’apostolo. Attorno a lui si rivolgevano i Cassinati come ad un padre ritrovato dai figli sperduti: a lui chiedevano tutti consigli ed aiuti. Dopo altri suoi messaggi alla Nazione e al mondo per Cassino, da lui denominata “Città Martire”, divenne noto in Europa e in America. Fu il Prefetto Zanframundi, il primo di Frosinone dopo la liberazione, a nominare d’autorità, con proprio decreto, Di Biasio Sindaco di Cassino poiché ancora non era possibile indirvi le elezioni tra le sue rovine. Di Biasio, appena Sindaco, elaborò un piano preciso per la ricostruzione, avvalendosi della collaborazione disinteressata di alcuni tecnici amici. Subito dopo dovevano subentrare quelli del Genio Civile che diedero, più che altro, un primo scarso apporto burocratico, favorendo i primi speculatori e subendo una sorta di sciacallaggio, che doveva per anni imperversare nella Città e nel Cassinate. Al Presidente USA Franklin Delano Roosevelt il quale, dopo la distruzione di Monte Cassino ne aveva enfaticamente promessa la ricostruzione “più bello di prima”, Di Biasio inviò un messaggio affinché anzitutto fosse riedificata Cassino – come egli disse – “più bisognosa di case che di chiese”. Inviò messaggi anche a Fiorello La Guardia un italiano sindaco di New York, e a Charles Poletti, un altro italo-americano, il colonnello “governatore militare di Roma”. Intanto, quale primo contentino, il comando alleato destinò per aiuti a Cassino la somma di dieci milioni. Roosevelt rispose soltanto il 3 febbraio del 1945 al messaggio di Di Biasio del settembre 1944: “L’ambasciatore americano porge il suo saluto al Sindaco di Cassino e desidera, per conto del Presidente Roosevelt, d’informarlo della ricezione del messaggio del Sindaco al Presidente in data 29 settembre’44. Tra le altre tragedie della guerra, la distruzione di Cassino procurò un dolore particolare al Presidente ed al popolo degli USA che sperano vivamente che l’antica Città sorga ancora, come un nuovo monumento della tenacia, dell’attività e della fede italiana. Anche ora, mentre la dura lotta dell’oppressione contro la libera Italia continua ancora, il governo americano si sforza di assistere l’Italia come meglio puó, così come essa sia in grado di ricostruire le sue città e villaggi, e di costruire una nuova vita politica ed economica sulle rovine di due decenni di fascismo e della disastrosa guerra cui esso vi ha condotto”. Tale la prosa della poco sollecita risposta, alquanto ambigua, retorica ed ipocrita. Tale sproloquio certamente dovette nauseare Don Gaetano, puro stilista, per la forma oltre che per il contenuto. Ma trascorse ancora molto tempo, durante il quale la nostra gente continuò a vivere nelle baracche, tra gli acquitrini e le macerie, falcidiata dalla malaria e dal tifo … prima che arrivassero aiuti più consistenti. Di Biasio, di fronte alle continue e crescenti richieste da parte degli abitanti, tornati a Cassino da Roma e da altrove, ov’erano stati sfollati con ogni mezzo, anche a piedi, sollecitò altri invii di vettovaglie, vestiario e baracche presso la prefettura ed il governo, distribuendo il poco denaro dei sussidi come meglio poteva ai più indigenti. Dalla Prefettura ebbe ottocentomila lire e dalla Presidenza del Consiglio tre milioni. Tali somme, secondo il Ministero dell’Interno, srebbero dovute essere destinate alla ricostruzione della Città … Di Biasio rispose a tanta insipienza che con quei soldi si sarebbe potuto costruire qualche casetta, ma che intanto la sua gente aveva bisogno di mangiare e coprirsi; perciò li avrebbe distribuiti in sussidi ai sinistrati meno abbienti. Il Municipio era stato posto prima nella frazione di S. Antonino, indi in quella di Chiusavecchia e S. Pasquale, infine a Cassino tra le mura del ristorante “Cannone”, riparate e ricoperte alla meglio. I profughi di Cassino ritornavano sempre in maggior numero; era un richiamo fatale per una folla, tra le rovine della loro Città, con dolore e pur con speranza. I superstiti andavano cercando i posti ove furono le loro case, per riconoscerne i resti, per piangervi sopra, cercando ancora qualcosa, qualche oggetto rotto, sporco tra le macerie, per ricordarsi d’essere vissuti, nell’altra loro vita. Così vi furono altre vittime, quelle del ritorno: le mine, l’esplosivo, i crolli, ogni tanto ne falciavano qualcuno. Ma molti altri, pur sfiniti dalla denutrizione, tenacemente s’industriavano lavorando per una nuova vita … Il Sindaco ottenne l’intervento degli sminatori; ma costoro erano dei disoccupati raccogliticci, assoldati dalle ditte appaltatriciincompetenti e maldestri, pagati e sfruttati con pochi soldi. Molti di loro stessi perirono sulle mine. Tuttavia, malgrado l’impreparazione degli operai e la disonestà degli appaltatori furono rimosse dal terreno e dalle macerie 35.000 mine e quintali di proiettili13. Per il flagello della malaria, causata dai vasti allagamenti ristagnanti in tutta la piana di Cassino, il Sindaco sollecitò, con pressanti proteste, opere immediate di prosciugamento. Così la Sezione Autonoma del Genio Civile, già operante in Cassino alla men peggio, con un fondo di tre milioni concesso al Comune dal Ministro dei Lavori Pubblici Ruini, poté riattivare il corso del fiume Gari che attraversava la Città: Di Biasio ottenne altri tre milioni e trecento mila lire per la costruzione di 120 alloggi provvisori ed altri tre milioni per riparare la Clinica “Tari”, ampliarla per adibirla ad ospedale, attrezzandola di tutto; ma il progetto si rivelò inattuabile ed i fondi furono destinati ad altre provvidenze. Egli continuò a sollecitare presidi sanitari, invio di medici e di medicinali14. Intanto i malati venivano smistati negli ospedali di Pontecorvo, Sora, Frosinone, riattivati alla meglio. Da un anno la malaria continuava a dare la morte tra la gente di Cassino, specie tra coloro che erano ancora costretti ad abitare in alloggi malsani ed umidi. Mancava sempre il chinino che era venduto al mercato nero (anche da alcuni farmacisti !!!). I malati, per lo più, erano curati con l’acridina, perciò tanti avevano occhi e pelle gialla15. Dal ’44, ossia dai primi insediamenti della popolazione reduce, che presto raggiunse circa diecimila anime, si ebbero oltre un centinaio di vittime della malaria e del tifo. Molti morivano di terzana perniciosa in pochi giorni. Il Sindaco continuava a richiedere provvedimenti anche contro le calamità di queste malattie, ma con risultati insufficienti. Avvenne una prima disinfestazione degli specchi e dei corsi d’acqua operata dagli americani mediante speciali aerei che, volando bassi, irroravano le superfici d’acqua con il DDT distruggendo le zanzare. Ma tale operazione non venne ripetuta se non sporadicamente ed a zone. Perciò si dimostrò poco efficace. Il rimedio migliore sarebbe stata una bonifica radicale e totale, ma le opere erano incomplete ed inefficienti, per cui le acque, con le piogge ristagnavano sempre nelle piane. Già scadeva l’anno della carica di Sindaco di Di Biasio e la sua opera aveva dato i primi frutti, poiché gran parte del popolo aveva trovato alloggio cibo e lavoro. “Per l’opera di Di Biasio – scrissero i giornali L’Italia Libera ed il Popolo – la vita ha vinto a Cassino ed una primavera di rinascita la illumina”. Alla celebrazione del primo anniversario intervennero il Governo, con il Presidente del Consiglio dei Ministri, gli Ambasciatori alleati e molte rappresentanze militari. Tutti riconobbero in Di Biasio il Ricostruttore della Città Martire. Era il 15 marzo del ’45. Accanto al Presidente Bonomi erano gli ambasciatori degli USA Kirk, della Gran Bretagna Hepkinson, dell’URSS Kostilev, della Francia De Murville. Tra la folla emergevano cartelloni: “Evviva Don Gaetano Di Biasio”, “Noi siamo i Partigiani della Ricostruzione”, ecc. Parlarono di Di Biasio, il Ministro Ruini, l’ambasciatore Kirk; infine il Presidente Bonomi, che in un lungo e commosso discorso sollecitò la solidarietà delle Nazioni Unite, esaltando la volontà di rinascita dei Cassinati guidati dal loro Sindaco. A conclusione della manifestazione fu scoperta una lapide commemorativa apposta su un muro della chiesa di S. Antonio16. Nello stesso giorno autorità e convenuti si trasferirono a Monte Cassino per porvi la prima pietra della ricostruzione del Monastero. Mons. Costantini, rappresentante di Papa Pio XII lesse un indirizzo agli americani in cui il Pontefice ricordava le promesse di aiuti degli USA, che andavano ripetendo che avrebbero ricostruita l’Abbadia “più grande e più bella di prima”. Come se ciò fosse stato possibile! Infine l’Abate D. Gregorio Diamare, con ancora i segni sul volto delle sofferenze patite, impartì a tutti la benedizione (che non era certo una assoluzione ...). Leonida Repaci, descrivendo questa cerimonia, propose di chiamare Cassino “Calvario d’Italia”. Il 12 settembre ’45, Di Biasio, memore delle promesse … non mantenute, inviò un altro messaggio al nuovo Presidente degli USA Truman, ricordandogli quelle del suo predecessore Roosewelt: da costui non ebbe mai risposta. Nel III Anniversario della distruzione fu predisposta la visita a Cassino di Enrico De Nicola, Presidente della Costituente e primo Capo dello Stato. Ma non ricordo perché la data del 15 marzo fu spostata al 30 marzo ’47. De Nicola giunse a Cassino di mattina, dopo essersi soffermato da Arce in poi nei paesi sinistrati. Di Biasio, dopo averlo fraternamente abbracciato – poiché da tempo erano amici per comunanza di studi e di cimenti forensi –, gli rivolse un accorato quanto veemente indirizzo: denunciò la beffa delle mancate promesse fatte a Cassino dal governo e dagli alleati in occasione del primo annuale della distruzione e concluse: “Quando la mattina nel mio squallido gabinetto di Sindaco si presentano turbe di sventurati a chiedere, non dico una casa, ma per lo meno una baracca o una capanna, ed io non posso soddisfare neppure queste elementari esigenze, il mio animo si riempie del dolore più profondo e, al pianto di quei derelitti non posso che rispondere con altre lacrime. Faccia, onorevole De Nicola, che questo popolo afflitto ed addolorato ottenga finalmente giustizia”. Il Presidente rispose commosso al discorso di Di Biasio con un abbraccio che voleva rappresentare dinanzi a tutti la sua solidarietà, con l’impegno di aiutare Cassino nel migliore dei modi. Dopo la visita del Capo dello Stato fu intensificata la costruzione di alloggi da parte del Genio Civile: ai pochi alloggi – circa 92 – assegnati nelle prime case popolari ne fu preventivato un primo lotto di 500 unità, da aumentare in vari piani d’incremento, poiché ai Cassinati ne occorrevano almeno 3000. Il Genio Civile iniziò anche la costruzione dell’Ospedale, del Tribunale e delle scuole. Fu ripristinato anche l’acquedotto dalle sorgenti di Capodacqua sino al serbatoio sulla costa del Monte. Per gli alloggi più urgenti a coloro che attendevano ancora una casa l’UNRRA-CASAS, ente della ricostruzione, completò l’allestimento di baracche in costruzione dal ’46, per una spesa di novanta milioni. Sorse così, sotto il Monte, lungo la Casilina ed al Colosseo, il “Villaggio UNRRA-CASAS”. L’UNES portò la luce e la corrente elettrica in città, ma a prezzi esosi e non a tutti accessibili. Intanto in quegli anni della ricostruzione, che bene o male procedeva sempre sotto la tenace e sofferta amministrazione dibiasiana, già operava con notevoli risultati la “Associazione dei Comuni dalle Mainarde al Mare” (57 paesi) fondata da Di Biasio. Ad un convegno di Sindaci, indetto da Don Gaetano, fu deliberata la nascita di un “Alto Commissariato per il Cassinate”, preposto alla bonifica totale di tutti i terreni dei Comuni dell’Associazione mediante l’arginamento di fiumi e torrenti e lo sminamento delle campagne e dei boschi. Di Biasio, esasperato per il ritardo degli interventi governativi di queste opere, il 15 settembre ’47 inviò un altro messaggio al Ministro dei LL.PP.: “Siamo sempre lì, sempre daccapo! La pazienza è al colmo d’ogni sopportazione e basta una goccia a far traboccare il vaso … Dopo tre anni e mezzo dalla nostra sciagura, unica al mondo, siamo al punto pressappoco di prima … Dovunque è ancora rovina, desolazione, una vergogna! L’Italia che rinasce da Cassino?!…”: quest’ultima frase da lui ripetuta era stata solennemente detta in una delle precedenti celebrazioni da un rappresentante del governo. Egli accusò pubblicamente anche il Genio Civile che chiamò “un secondo disastro”. Minacciò anche le dimissioni di tutti i Sindaci dei 57 Comuni dell’Associazione. Di Biasio lottò anche contro il fisco, poiché ogni cittadino sinistrato di Cassino era ritenuto un normale contribuente per cui gli scarsi indennizzi dei danni bellici erano assorbiti dalle tasse. Egli, malgrado il Comune fosse in dissesto, tanto da non poter pagare gli impiegati, esentò i cittadini dai tributi comunali; poi ottenne altre esenzioni o riduzioni dalle imposte statali. All’inizio del ’47 erano rientrati a Cassino circa 15000 profughi. Altri se ne aggiunsero quando il governo, “ stoltamente e prematuramente “– come disse Di Biasio – abolì i campi di raccolta ove erano ospitati il 70 per cento dei Cassinati. Così si riversarono a Cassino altri 7000 abitanti aggiungendosi ai tanti altri senza tetto. Tutti chiedevano alloggi, pane e cure. Tutti, malgrado il loro gran numero in aumento, ottennero immediatamente i primi aiuti dal loro Don Gaetano. In tante ristrettezze Di Biasio sollecitò dall’UNRRA-CASAS interventi più immediati. Indi con quel Presidente entrò a far parte del “Comitato Promotore per la Ricostruzione di Cassino “; da questo, il 10 aprile ’47, scaturì l’ “Ente per la ricostruzione del Cassinate – ERICAS”. Intanto l’Associazione dei Comuni del Cassinate, codificata con verbale del 12 ottobre ’46 nella Sala Conciliare sotto la presidenza del Sindaco di Cassinorestava sempre salda ed attiva, malgrado tutte le difficoltà e le continue richieste d’interventi da parte dei tanti paesi sinistrati. Essa assunse il motto dettato da Di Biasio “ Una croce una voce “. Dell’Associazione erano parte: Cassino, 42 paesi della provincia di Frosinone, 7 di quella di Latina, 4 di Campobasso, 3 di Caserta. Sotto la guida di Di Biasio e col suo esempio i Sindaci si dimostrarono sempre equanimi, accettando anche rinunce, nelle assemblee. Subirono, con sacrificio i ritardi per le provvidenze a pro dei propri amministrati per dare precedenza ai più danneggiati. I Sindaci della montagna dimostrarono maggior comprensione e grande solidarietà quando per l’immane e disastrosa alluvione del 31 ottobre ’46, nella piana di Cassino peggiorarono le condizioni di quelle popolazioni.

LA LETTERA A ROOSEVELT (29 settembre’44)
La Città Martire: tale, per unanime consentimento, è ormai Cassino, e con questo nome è passata alla storia: una triste rinomanza, invero, che desta pietà e commiserazione in quanti la vedono o ne sentono parlare, in quanti la conobbero bella e felice e operosa un giorno. La sua storia è senza orgoglio, la storia stessa d’Italia antica e nuova: più volte abbattuta e poi risorta, fors’anche allora, più bella di prima. Qui i ruderi dell’antica Villa Varrone che Cicerone, visitando, disse “culla ninpharum, templum musarum”; qui l’anfiteatro e qui la tomba (poi Cappella del Crocefisso) eretta, “pecuniam sua” da Ummidia Quadratilla; qui il teatro uno dei meglio celebrati dell’epoca classica imperiale; qui il Foro, le sedici colonne dai capitelli corinzi; qui la Rocca, edificata dall’Abate Aligerno nel sec. IX, teatro delle battaglie tra Carlo d’Angiò e Manfredi di Svezia;e qui ancora, in successione dei tempi, la nuova Cassino, dalle vie soleggiate, dalle piazze rumorose di lavoro, dalle numerose chiese, dalle magnifiche fontane, dai fiumi scorrenti come nastri d’argento; qui la campagna verde ubertosa ferace, distendesi dai contrafforti del monte Cairo e delle Mainarde per l’Aquilone e monte Trocchio al mare, teatro ieri di ben altre e più sanguinose gesta. Sovrastante ad essa, monumento superbo d’arte, di sapienza, di storia: Montecassino! Quanta luce affluì da quel faro di civiltà sul mondo dal dì che il Santo, il più vero e maggiore dei Santi, dettò la regola dell’ “Ora et labora”, di sapore romanamente virgiliano. Ed ora? Ora tutto è finito! Non più la voce della campana grande di Badia, non più fervori di vita, non più letizia nei volti, non più scuole pensose, non più lotte civili: la Morte solo vi domina. E qual è! Chi la vede ora se ne allontana impietrito e leva su dal profondo del cuore una speranza che forse un giorno risorgerà, se non più bella, almeno bella come prima. È la promessa Vostra, Signor Presidente, che ne dà questo conforto frattanto che gli acquitrini esalano la malaria col puzzo dei cadaveri non per anco dissepolti dalle rovine; frattanto che il tifo e la tubercolosi uccidono i superstiti delle bombe e delle cannonate; frattanto che le campagne son tutta una sodaglia dove il contadino non mette piede o, se pur l’osi, vi trova la morte; frattanto che la fame ed il freddo congiurano a fare il resto, mentre l’inverno batte alle porte. Costruire, costruire, gridano i morti sotterra, e gridano i vivi. Costruire! Ed ecco Signor Presidente, le braccia, le sole cose che ne avanzano pronte a protendersi ad abbracciare la croce e l’aratro: “cruce et aratro” è l’antico cantico benedettino con l’altro: “Succisa virescit”: abbattuta rinverde, come la quercia del Santo. Ebbene, che ne manca? Solo che Voi, Signor Presidente, lo vogliate, chè lo potete. E noi l’aspettiamo con fede sicura, noi poveri, noi senzatetto, noi martirizzati, noi senza la Madre, noi a cui fu serbata soltanto oggi la gioia di parlare liberamente e la gioia anche di innalzare le braccia a benedire. 

GAETANO DI BIASIO 


Di Biasio nella Casa comunale sotto
la foto che ricorda il dramma
della sua Cassino

Tradito 
Gaetano Di Biasio fu Sindaco di Cassino dal 1 luglio ’44, per decreto prefettizio, al 6 ottobre ’46, e da tale data – per suffragio popolare – sino al 22 giugno ’48. dopo il risultato delle elezioni politiche del 18 aprile ’48, nelle quali Di Biasio era stato candidato per la Camera dei Deputati nel partito Repubblicano, la Giunta Comunale fu posta in crisi. Più per l’insuccesso politico, lo osteggiarono al Comune i “suoi” amici della Democrazia Cristiana, i quali, per ottenere il potere, per l’egemonia politica che già caratterizzava quel grosso partito e le ambizioni personali di un gruppo di Cassinati, si approntavano a scalzarlo da Sindaco, profittando ingenerosamente della sua mancata elezione a deputato. Di Biasio non fu eletto alla Camera per lo scarto di qualche voto, vittima di certe alchimie elettorali o di brogli. Non si seppe chiaramente. Già ne era stata annunciata l’elezione, anche dalla radio, poiché gli era stato attribuito un numero sufficiente di voti nella lista repubblicana. Tuttavia a Cassino mancavano conferme e non tutto appariva chiaro a noi suoi fedeli amici. Mentre tutta Cassino già lo acclamava, gli amici più oculati, Giuseppe Margiotta, Luigi Colella, Giuseppe Morra ed anche Tancredi Grossi, andarono a Roma per accertarsi direttamente. Negli uffici elettorali del Ministero dell’Interno risultava Di Biasio sì eletto ad un primo scrutinio, ma poi c’era stata una rettifica. Era accaduto che al primo spoglio sembrava che Di Biasio avesse avuta la maggioranza, poi al controllo, prevalse qualche voto in più per Camangi di Anagni (10!). Il 20 mattina avvenne la proclamazione degli eletti, diffusa anche a Cassino per radio ma Di Biasio non era tra questi. Egli non se ne addolorò, per quanto deluso e mortificato. Espresse soltanto disprezzo per i partiti e la politica17. Intanto era già amareggiato per la sottrazione avvenuta al Municipio di un milione di certificati del Prestito della Ricostruzione di cui, invero, non gli fu fatto alcun addebito. Dopo le sue dimissioni da Sindaco avvenute il 22 giugno del ’48, venne a Cassino il Commissario Prefettizio, Gaetano Napoletano. Di Biasio decadde anche da Presidente dell’Associazione dei Comuni, in quanto tale carica era, per statuto, attribuita al Sindaco di Cassino. Per lo stesso motivo il 3 aprile 1950 lasciò l’ERICAS, pur in ritardo. Intanto era stato eletto Sindaco di Cassino Pier Carlo Restagno. Il partito “di massa” aveva imposto la sua egemonia anche a Cassino. Di Biasio, nel suo discorso di dimissione dall’Associazione dei Comuni, indicando il suo successore Restagno, generosamente disse: “… molto più di me, molto meglio di me, potrà adempiere a questo mandato…”. Di Biasio lasciava anche la presidenza del Consorzio di Bonifica della Valle del Liri, da lui creato18. Si dimetteva infine dal comitato per il ripristino del Tribunale di Cassino, trasferito, dopo la guerra, prima a Pescosolido, indi a Sora … Egli ne aveva chiesto il ritorno a Cassino sin dal 14 aprile ’45. 


15 marzo 1956 - Anniversario della distruzione di Cassino.
De Nicola e Di Biasio

Il declino
Al termine della sua vita politica Di Biasio subì un graduale decadimento fisico e morale. Anche la sua professione di avvocato, sin dal suo ritorno a Cassino dopo la distruzione, era divenuta sempre più sporadica e secondaria. La perdita della moglie lo colpì profondamente e le amarezze della irriconoscenza di molti concittadini lo indussero a chiudersi in se stesso, in un isolamento da qualsiasi manifestazione esteriore e alla rinuncia ad ogni partecipazione alla vita pubblica. L’incontro con i falsi amici lo infastidivano dandogli un senso di malessere e di sconforto. S’era creato un culto della memoria della sua Compagna che teneva con sé con riserbo, quasi con pudore. Gradiva soltanto intrattenersi con pochi che, rimasti fuori dalle equivoche vicende politiche, si consideravano soltanto suoi discepoli. Lo incontravamo e passeggiavamo con lui parlando di cose più pulite della politica: lettere, storia, arte, ricordi … S’era procurato anche un piccolo compagno, un cagnolino bastardo, da lui salvato al momento in cui certi piccoli delinquenti stavano per affogarlo con una pietra al collo, nel fiume antistante la sua casa. Se lo teneva sempre accanto e durante le suepasseggiate se lo traeva al guinzaglio. Questo piccolo animale gli dimostrò tanta più gratitudine di quanto gliene dimostrarono i molti suoi beneficati bipedi. Nell’estate del 1950 lo convinsi a venire a trascorrere un po’ di giorni ad Acquafondata, per farlo ristorare ed allontanarlo dal caldo torrido e da altro di Cassino. Vi stette bene ed appariva anche rinfrancato. Non potevo tenergli sempre compagnia poiché il mio lavoro, mi teneva a Roma ed a Cassino. Ma egli vi s’era ambientato e faceva lunghe passeggiate in campagna e per i boschi. Incantato dalla mistica bellezza della ”Selva” di Acquafondata scrisse: “Da Acquafondata, 9 agosto (950). Una lunga passeggiata: ore 8 – 10, fino alla faggeta (della Selva). Le piante mi fanno ricordare quel che io scrissi una quarantina (d’anni) fa ed anche più, scendendo la via del Monte Sacro (Monte Cassino). O solitaria tra gli abeti e i faggi di biancospino e d’edera fiorita capanna del mio cuore; o ne l’azzurro de’ vespri sereni obliar la vita, mentre le foglie stanche in pio sussurro salutano del sol cadente i raggi …”19. In quel piccolo componimento poetico si sente lo stile di Pascoli e di Carducci, dei quali egli aveva il culto. Ormai era restato solo. Per lenire la sua solitudine aveva insistito affinché Mosè De Rubeis (un patriarca … di sette figli), suo parente e la sua famiglia, serena ed affettuosa, alloggiassero a casa sua: Mosè ed i suoi erano stati sempre molto premurosi con lui, e lo chiamavano “zio Gaetano”, poiché i loro ascendenti erano cugini. Mosè e la moglie Maria, le sei figliole ed il maschietto (belli e splenditi ragazzini), si sistemarono nella grande casa (ricostruita ov’era …) dello zio, con discrezione, lasciandogli la migliore stanza da letto e lo studio. E poiché gli piaceva l’ottima cucina di Maria, io talvolta invitato di domenica da loro, dovevo benevolmente redarguirlo e raccomandare a Maria (mia cugina e comare) di preparargli pasti più frugali. Egli stesso era cosciente e remissivo ed accettava anche le mie prescrizioni dietetiche, essendo effetto da uricemia, ipertensione e turbe circolatorie, se pur talvolta, essendo di buon appetito, si lagnava con me delle scarsezze delle sue cene. Né gli si potevano preparare pasti particolari per la carenza di molti generi che ancora incombeva in quegli anni del dopoguerra. In seguito, divenuto bisognoso di maggiori cure, cedette agli inviti di sua nipote (che aveva allevata come figlia in casa sua) maritata a Lecce, la quale lo trasse ivi. A me ed altri amici espresse più volte, per lettera20, la tormentosa nostalgia della sua Cassino da cui si sentiva esiliato.


La salma di Di Biasio lascia il palazzo comunale
per l'ultima destinazione

La morte 
Di Biasio ora versava quasi in un desolante abbandono poiché aveva voluto restare solo, per “non dare fastidio ad alcuno”, diceva. Egli stesso sollecitava frequenti ricoveri nell’Ospedale di Cassino, che per primo, con tutti noi, tanto aveva voluto. Per le sue sofferenze vi trascorreva lunghe degenze, confortato invero da una buona assistenza da parte dei medici e degli infermieri. Le continue visite di noi amici, come potevamo, e dei De Rubeis, gli davano molto sollievo. Lo rividi l’ultima volta pochi giorni prima della sua morte: era molto dimagrito, depresso e silenzioso. A quanto gli andavo dicendo rispondeva solo con cenni del capo. Mentre qualche giorno prima del suo rientro definitivo in ospedale, accompagnandolo in una breve passeggiata per Cassino, l’ultima, era ancora di mente vivida; ma appariva rassegnato e triste, poiché sapeva che la sua vita stava per finire. In quelle ultime passeggiate, alle quali non rinunciava, ma da cui presto sollecitava da chi lo accompagnava (più spesso Mosè) il rientro a casa, tutti coloro che lo incontravano, vedendolo tanto decadente, lo salutavano soffermandosi, con maggiore ed affettuoso rispetto. Egli rispondeva a tutti con unlargo gesto delle sue mani stanche, talvolta togliendosi il cappello specie con le donne di ogni età, tal’altra chiamando a nome chi lo salutava. Il suo saluto era un gesto di affetto e perdono per tutti, come in un abbraccio di addio. Dopo qualche giorno compare Mosè mi telefonò a Roma dicendomi che Don Gaetano era morente all’Ospedale, che chiedeva anche di me, forse perché negli ultimi tempi, ancor più affezionatici, gli ero stato di particolare conforto, come amico e come medico21. Accorsi e lo trovai morto da poco. Era il 28 novembre del 1959. Un giorno tutto nebbioso e buio. La Salma venne composta nella Sala Consiliare del Municipio di Cassino. Ivi la sua voce era risuonata, calda e possente, tante volte, come quella d’un apostolo e d’un salvatore. La veglia fu solenne ed affollata: c’eravamo tutti, parenti, amici, discepoli, cittadini d’ogni ceto, politici d’ogni rango e colore e tanti altri sconosciuti, molti dei Comuni del Cassinate e tanti altri forestieri. Moltissimi con le lacrime negli occhi. Si udivano continuamente pianti sommessi, specie tra la gente del popolo. La processione dei visitatori che sfilavano davanti la Salma e che affluivano da ogni parte, vicine e lontane, si rinnovava continuamente; e si svolse, ininterrottamente, per un giorno ed una notte. L’uomo di intelletto illuminato e di gran cuore, il geniale letterato ed umanista, il poeta di pura ispirazione, l’Avvocato principe e giurista, profondo e possente oratore; infine l’apostolo appassionato della rinascita della sua “Città Martire”, primo Sindaco di Cassino; l‘Uomo giusto e retto… era morto così, in dignitosa povertà ed in estrema umiltà, contento di morire nella sua Cassino, all’età 82 anni. I funerali avvennero due giorni dopo, il 28 novembre (1959), con una solennissima funzione nella chiesa di S. Antonio (l’unica del tempo). Vi parteciparono anche l’Abate con molti monaci di Monte Cassino. L’Abate Rea, il ricostruttore dell’Abbazia, era stato molto amico e stimava sinceramente Di Biasio, malgrado il suo “laicismo”. Le esequie, imponentissime, si svolsero lungo un percorso di circa un chilometro per le vie principali della Città, con un corteo interminabile. Poiché la chiesa e le vie non potevano contenere tutta la gente accorsa da ogni parte una gran folla restò fuori ed ammassata nelle piazze e nelle vie, sì che il corteo sembrava non muoversi e tanta gente non poté vedere né udire lo svolgimento della grande celebrazione. I discorsi furono molti, sinceri ed accorati da parte di oratori concittadini, se pur uniti a quelli retorici ma vibrati degli esponenti politici e dei rappresentanti del Governo. Tutti avevano il cuore stretto dalla commozione e dal rimpianto. Una vera apoteosi. Fu sepolto, com’egli aveva disposto, accanto alla sua Compagna, in un semplice sepolcro chiuso da una lastra di marmo bianco, su cui i soli nomi di entrambi con le date di nascita e di morte, nel ricostruito Cimitero di Cassino22. Negli anni seguenti gli amministratori del Comune di Cassino, troppo presto immemori, dovettero essere sollecitati ripetute volte dagli amici e dagli estimatori di Di Biasio, costituitisi in comitato promotore affinché al suo nome fossero intitolate una via e qualche istituto giudiziario e scolastico23. 


Il sobrio monumento funebre nel cimitero di Cassino

La medaglia d’oro
A Di Biasio Sindaco successe il Senatore Pier Carlo Restagno, democristiano, piemontese eletto nel nostro Collegio. Fu Sindaco di Cassino dal 29 maggio del 1949; venne riconfermato nell’incarico alle elezioni del 1954; si dimise il 1 agosto del 1957, ma restò in carica fino al 2 luglio del 1958. Gli successe il Prof. Pietro Malatesta, figlio di Aurelio Malatesta, il tipografo e cartolaio della nostra generazione di professionisti Cassinati24. Il Sindaco Restagno in occasione della consegna della medaglia d’oro a Di Biasio, nella seduta consiliare del 5 novembre del 195525, lo invitò a sedere accanto a lui ed ebbe e dire, tra l’altro, nel suo discorso: “…la Medaglia d’Oro a Gaetano Di Biasio vuol essere un’attestazione di plauso che l’Amministrazione, interpretando i sentimenti dell’intera Cittadinanza, vuole offrire all’Uomo che rappresenta la più tipica espressione del generoso Popolo di Cassino…”. 
Seguirono gli interventi dei vari rappresentanti politici dei partiti nel Consiglio: il Prof. Gaetani, per il gruppo DC disse, tra l’altro: “Gaetano Di Biasio è stato l’Uomo che per primo tra tutti credette nella resurrezione di Cassino e in essa ripose tutte le sue forze, inchiniamoci alla sua dirittura di carattere e rettitudine di vita; e che il triste tramonto della sua vita, confortato dal bene compiuto, dal cumulo dei ricordi, dall’amicizia e rispettosa stima di tutti, si concluda a Cassino”26. Per il gruppo del PSDI, l’avvocato Guido Varlese si associò con vibrate e schiette parole parlando con affetto filiale di discepolo di Don Gaetano leggendo, infine, la motivazione della medaglia d’oro che egli stesso aveva dettata e che venne approvata con voto unanime dal Consiglio Comunale. L’onorevole Ettore Viola, monarchico, consigliere della minoranza, dichiarò la piena adesione del suo gruppo per “sì nobilissimo riconoscimento al repubblicano Gaetano Di Biasio“ dicendo, tra l’altro la figura del penalista Gaetano Di Biasio è personalità di primo piano che onora Cassino, l’intera Provincia ed il Paese tutto … Siano molti gli uomini come Gaetano Di Biasio …“. Anche il consigliere comunista avv. Franco Assante si mostrò commosso nel parlare di lui dicendo tra l’altro: “… Colui che fu ed è Maestro dei giovani, antifascista, conseguente (coerente) anche nel periodo della tirannide… schivo delle formalità e delle lungaggini burocratiche, fu Amministratore veramente democratico”. Infine parlò Di Biasio. Con voce commossa ma ferma e chiara, ringraziò il Consiglio Comunale e la Cittadinanza. Rievocò, quasi narrandole, tutte le vicende, i fatti, le lotte e le varie vicissitudini dell’epoca … Ricordò i pionieri che gli si affiancarono nelle prime ore, credendo fermamente nella rinascita … Parlò con breve ma densa sintesi di tutti gli avvenimenti, con una esposizione serena ed obiettiva, che seguirono alla partenza delle truppe straniere dal suolo di Cassino; e delle tante lotte, della grande fatica, della tormentata passione di tutti i primi reduci nella Città distrutta … Concluse con mistico accostamento della Ricostruzione di Cassino all’opera di S. Benedetto nella redenzione della nostra terra. Alla fine del suo discorso limpido, spontaneo ed avvincente, fu un trionfo: lo abbracciammo amici e non amici, tutti commossi.


1956 - Conferimento della Medaglia d'Oro
dell'Amministrazione comunale a Gaetano Di Biasio.
Da sin. Danese, Varlese, Malatesta, Di Biasio,
Restagno, De Vivo, Petrarcone.

Il Consiglio Comunale
In riconoscimento della Fede da Lui alimentata nel destino di questa Terra, della passione di cui Egli arse, operando ed incitando, della speranza che Egli infuse nei cuori smarriti dalla sventura, interprete dei cuori di tutti i Cassinati, HA DELIBERATO di conferirGli l’Aureo Simbolo del ricordo e della imperitura sua riconoscenza”Cassino 5 Novembre 1955. Il Sindaco Pier Carlo Restagno – La Giunta: Pietro Malatesta, Carlo De Vivo, Guido Varlese, Vincenzo Golini Petrarcone, Quirino Panaccione, Vincenzo Danese. 
La motivazione della Medaglia d’Oro a Gaetano Di Biasio è storicamente collegata, quasi in un contesto celebrativo indivisibile, a quella della Medaglia d’Oro concessa alla Città di Cassino. Il 2 Aprile 1949 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi appuntava sul Gonfalone della Città Martire, accanto allo stemma, uno scudo con nove stelle, la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Randolfo Pacciardi, Ministro della Difesa, Deputato Repubblicano, ne leggeva la


Il busto bronzeo di Di Biasio, opera di
Antonio Di Zazzo, posto nella sala del
Consiglio comunale a lui dedicata

MOTIVAZIONE. 

“Già provata in epoca remota dalle barbariche distruzioni dei Longobardi, risorta e consacrata, costituiva, attraverso i secoli, con la sua celebre Abbazia, faro di scienza e di fede alle genti del mondo. Per lunghi mesi, tra il 1943 e il 1944, segnava il tormentato limite, fatto di sangue e di rovine, nella più aspra e lunga lotta combattuta dagli eserciti sul suo suolo, in nome della libertà e della civiltà, contro l’oppressione e la tirannide. Il suo aspro Calvario, il suo lungo Martirio, le sue immani rovine, furono nella passione del Popolo, per l’Indipendenza della Patria, come un altare di dolore per il trionfo della giustizia e della millenaria civiltà Italica”.
Fonti 
- Dalle note storiche autobiografiche e dai ricordi dell’Autore. 
– Dai racconti di Mosè De Rubeis. 
– Dai ricordi e dagli scritti degli Amici di Gaetano Di Biasio, in particolare di Torquato Vizzaccaro. 
– Dagli appunti e dalla documentazione inediti di Torquato Vizzaccaro. – Dai ricordi raccolti dall’Autore dalla viva voce di Carlo Baccari. 
– Dagli articoli comparsi sui quotidiani in qualche anniversario della distruzione di Cassino e della morte di Di Biasio. 
– Dagli articoli di Torquato Vizzaccaro (I suoi studi) e di G. B. De Filippis (Don Gaetano) su “La Voce di Cassino” del 9 luglio 1967. 
– Dalle varie commemorazioni. 
– Dagli incontri dell’Autore con il Senatore P. C. Restagno. 
– Dalle tante voci dei Cassinati che serbano il culto della Memoria di Gaetano Di Biasio. 
– Dagli articoli su “Il Gazzettino del Lazio” qualche giorno dopo la morte: Umanista e Maestro di Diritto, del sen. Restagno; L’attività letteraria di Gaetano Di Biasio, di Angelo Gaetani; L’Uomo e il Cittadino, di Pietro Malatesta. 
– Dall’articolo Azione moralizzatrice di Vittorio Gabriele, su “La Voce di Cassino” del 9-7-1967. 
– Da numerosi scritti di insigni Concittadini, tra cui quelli di prima importanza di Giuseppe Margiotta, avvocato e filosof
1 Dai ricordi narrati a Torquato Vizzaccaro e all’Autore, dalla viva voce di Don Gaetano, poco tempo prima di morire. 
2 Carlo Baccari, vegliardo ultranovantenne (morto quasi centenne ai primi del 1978), narrò all’Autore, con mente ancora lucida dal pensiero limpido e dalla memoria vivida: “Quando Gaetano la prima volta venne a dirmi di essere stato invitato dagli anarchici a parlare a Roma, gli dissi ” È un onore andare a parlare accanto a Barzilai, Comandini e gli altri, ma, bada, ti prenderanno per anarchico! “. “non mi importa” – mi rispose – e andò…”. 
3 Il testo del manoscritto autografo (custodito dallo scrittore Torquato Vizzaccaro) è stato fedelmente trascritto qui dall’Autore.
4 Antonio D’Alba fu poi condannato all’ergastolo. Non s’e mai saputo se veramente agì da solo, oppure con altri,; e se per coprirli accusò Di Biasio.
5 Insigne docente, brillante scrittore e poeta. Al Liceo Classico di Cassino infuse nell’autore ed in molti altri allievi l’amore delle lettere ed il culto del classico.
6 Alessio Cellucci, insigne docente al Liceo Classico di Cassino, Professore di Storia e Filosofia dell’Autore.
7 Torquato Vizzaccaro, altro discepolo di G. Di Biasio, uno dei pochi … a tenere vivo il ricordo di Don Gaetano a Cassino, custodendone le opere e ravvivandone la conoscenza con i suoi molteplici scritti, giustamente ebbe a scrivere (La Voce di Cassino, 9 luglio 1967): “Gaetano Di Biasio lavorò all’Eneide (e alle Georgiche) con lo stesso intento per il quale aveva lavorato Virgilio: ideale religioso, morale e politico. Intese cioè ridestare il culto affievolito dell’amore, della casa, della famiglia, della società, ove uomini liberi lavorassero in pace ed in pietà sulla terra benigna e benedetta dal cielo”.
8 Coetaneo, condiscepolo, amico fraterno dell’Autore. Scomparso…
9 G: Di Biasio, malgrado il suo laicismo, non ateo, fu sempre stimato, rispettato ed anche amato dai monaci di Monte Cassino. Particolarmente, l’insigne dotto, storico e scrittore Don Tommaso Leccisotti, lo teneva in grande considerazione e gli era amico.
10 I processi celebri condotti da Di Biasio, nella difesa e nell’accusa (più nella difesa) furono tanti. Per narrarne occorrerebbe un volume. Indimenticabile è rimasto quello di Linda Amato. 
11 Io stesso li ebbi entrambi miei difensori, in una triste vicenda dei miei vent’anni, quando perseguitato da una calunnia, ottenni da loro giustizia riacquistando onore e serenità.
12 Richiamata l’attenzione su Cassino da questo grido di dolore vi accorsero i primi visitatori. Il giornalista Ugo Zatterin, guardando da Cervaro le rovine di Cassino, scrisse, tra l’altro: “di fronte non appariva che la montagna bruciata, stranamente irta di guglie e pinnacoli, ma Cassino non c’era. Tra un fiumiciattolo melmoso dagli argini divelti e la montagna, in quelle guglie ed in quei pinnacoli strani, che il biancore della morte aveva confusi con la roccia, ritrovai Cassino. Cassino oggi ha la vitalità dei cimiteri. Cassino dovrebbe ricordarsi con un alto muro, come avviene per i cimiteri e dovrebbe mostrarsi ad ogni viandante della terra, come si mostrano le rovine dei Fori e di Pompei, con una sola nera dicitura silenziosa: qui è passata la guerra”.
13 Dopo la guerra furono accertate circa 150 vittime degli esplosivi… Senza contare la copiosa casistica di infortuni del genere (che costeranno allo Stato miliardi per pensioni di guerra…).
14 Nei primi giorni del ’44 l’Autore, per incarico del Ministero dell’Interno guidò da Roma un‘Unità Sanitaria Mobile attrezzata, oltre che per la specialità di O.R.L. dell’Autore, per la Pediatria, Medicina Interna ed altre coi rispettivi specialisti.
15 La campagna antimalarica condotta dall’Autore sul periodico Il Rapido rinnovato e diretto da Antonio Grossi, produsse effetti positivi tra la nostra gente.
16 “ Oggi 15 marzo 1945 – Capo del Governo Ivanoe Bonomi – Ministro dei Lavori Pubblici Meuccio Ruini – Sindaco Gaetano Di Biasio – consacrarono rinascita CASSINO – Nel primo annuale della distruzione” . Questo il testo dell’iscrizione.
17 Di Biasio qualche giorno prima delle elezioni, sul numero straordinario de La Voce di Cassino dell’11 aprile 1948, in un articolo dal titolo “Agli italiani di oggi”, scrisse tra l’altro: “ …i partiti di massa, cioè con niun’altra idealità se non quella di agguantare il potere e di detenerlo … che hanno bisogno di folle per il maggior numero di voti da gettare nelle urne, adulando il colpaccio, solleticando il ventre, la parte sporca cioè dell’individuo, con specchietti di riforme e con la corruzione e dell’altro se ne fregano…”. “Italiani che vi imputridite l’anima nel seguire come pecore questa bandiera o quella, che non sono la bandiera dell’Italia Repubblicana di Mazzini, uniamoci tutti attorno a questa bandiera e faremo salva l’Italia dalle tirannie domestiche!…”. “Libertà, fraternità, uguaglianza, associazione sulle labbra di quante migliaia di canditati delle diverse liste… ma in fatto? Parole, parole, parole. Che aspetta il Popolo?…”. 
18 Tale Consorzio doveva divenire in seguito il canonicato di pochi prescelti dai politici e il pascolo delle prebende di tutto un folto sottobosco di galoppini elettorali, superstipendiati quanto inutili. Soltanto pochi tecnici ebbero il merito di aver realizzato opere efficienti. 
19 L’Autore serba l’autografo originale di questo suo scritto indirizzatogli a Cassino.
20 L’Autore serba anche questi scritti autografi.
21 Mi Perdonino e non mi fraintendano gli Amici di Cassino: non è millanteria, ma devo, per il culto che ho della Memoria di Don Gaetano, dire anche che egli spirando pronunciò questa ultima parola: “ Giovanni” . Di ciò m’è stata data certezza da coloro che lo udirono. Certo fu anzitutto un’invocazione del Medico che lo aveva curato con maggiore affetto… per la sua estrema sofferenza mortale.
22 Più di altri, il nipote Mosè, De Rubeis avrà cura di quella tomba, e negli anni ne curerà più decorose trasformazioni e migliorie.
23 Dell’Autore: Don Gaetano, “La Voce di Cassino” del 9 luglio ’67, pubblicato in altra parte di questo stesso numero.
24 Aurelio Malatesta, uomo generoso di ampie vedute, collaboratore di scrittori e di intellettuali, amico dei giovani e popolare tra gli studenti che egli stesso amava servire e dei quali era sempre circondato nella sua bottega, era tra quella schiera di galantuomini leali e semplici della vecchia Cassino. 
25 Era il tempo di quando Don Gaetano, ormai vecchio e sofferente, stava per trasferirsi presso la nipote a Lecce. D’onde, come abbiamo visto, volle presto tornare a Cassino, per finirvi i suoi giorni. 
26 L’undici giugno 1955 il Consiglio Comunale di Cassino, Sindaco Pier Carlo Restagno, conferì la Medaglia d’Oro a Gaetano Di Biasio, Primo Sindaco della Ricostruzione di Cassino con la motivazione: “A Gaetano Di Biasio, nel quale questa Sua Terra presto conobbe il Figlio del Popolo sano che Lo aveva espresso e che primo ne aveva sentito le aspirazioni e i palpiti, sì che rincuorandolo a perseverare negli Studi a Lui tanto cari nel Giuro e nelle Lettere, Lo vide rapidamente assurgere a campione dell’Arengo Penale entro ed oltre i confini di questo Foro. Uomo costantemente esemplare in ogni campo, da quello della Famiglia, che Gli fu culla e culto, con l’amore che portò all’adorata Consorte, con l’affetto e la grande pietà filiale nutrita per i Suoi Genitori e segnatamente per sua Madre, Donna santissima, cui poté la vita sorridere anche nella età più tarda. Primo cittadino di questa Città Martire, per la quale, dopo tanta rovina di guerra, tracciò le vie della più prodigiosa Rinascita. 

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