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Grave episodio di banditismo a
Caira
nella seconda metà dell’Ottocento
di
Sergio Saragosa
Da un documento conservato
nell’Archivio Storico di Torino1, siamo venuti a conoscenza di un
sanguinoso episodio accaduto nella Terra di Terelle il giorno 16 del
mese di marzo dell’anno 1867 e che costò la vita a tre abitanti
di Caira.
In quella data, e precisamente nelle prime ore pomeridiane, il Sig.
Generale Comandante la prima zona militare della provincia di
Caserta, essendogli giunta notizia di un tentativo di ricatto di
alcuni malviventi a danno del figlio di Giovanni Bianco “…
abitante in una casa di campagna non molto lungi da Terelle …”,
spediva sul luogo il Luogotenente sig. Guarneri con i suoi soldati.
Alle otto di sera, quando era ormai buio, i soldati notarono delle
ombre furtive introdursi nell’abitazione del Bianco. Appena
entrati i malviventi puntarono i fucili contro le persone di quella
famiglia gridando: ”Spie di Colamattei, mettetevi a terra”. A
quel grido i soldati e il luogotenente si avvicinarono alla casa per
fare irruzione, ma furono fermati da uno dei malviventi rimasto
fuori di guardia, che pronunciò con voce perentoria il seguente
avvertimento: “Per Cristo, alto la, ritiratevi o vi faccio fuoco
addosso”, e nel gridare così “spianava il fucile e lo esplodeva
senza attendere alcuno”. Il Luogotenente Guarneri, che a qualunque
costo voleva liberare la famiglia Bianco, ordinava il fuoco contro
il malvivente e costui rimaneva ucciso. I soldati presero a scuotere
allora la porta di casa che era stata chiusa dai complici rimasti
dentro. All’improvviso la porta si aprì e due ombre cercarono di
dileguarsi nell’oscurità. Il luogotenente Guarneri, non sapendo
se dentro c’erano ancora altri malviventi e sentendo le grida dei
componenti della famiglia Bianco, ordinò ancora di far fuoco e
anche gli altri due malviventi rimasero uccisi. Penetrati infine i
soldati in casa, trovarono solo la famiglia Bianco in preda allo
spavento e nell’angoscia e i fucili degli aggressori abbandonati a
terra. Effettuata quindi una opportuna ricognizione, i tre
malviventi, due dei quali per non essere riconosciuti si erano tinta
la faccia di nero, furono identificati per abitanti “della Villa
detta Cairo” e precisamente per Serafino Iannini, detto Fumone,
Pietro Pittilio di Luca e Celestino Grossi, detto Terraniglio, tutti
e tre già noti per precedenti reati.
È stato possibile conoscere i dettagli di questo grave episodio
solo perché il sottoprefetto lo raccontò dettagliatamente nella
richiesta scritta fatta al ministro, di rivolgere un encomio sia al
Luogotenente Guarneri che ai suoi sodati, oltre alle altre
ricompense che potevano loro spettare “… per la sagacia e il
sangue freddo dimostrati”.
Ho voluto proporre all’attenzione dei nostri lettori questo triste
episodio perché da tutti i documenti antichi che ho avuto la
fortuna di consultare, è trapelato sempre il buon rapporto
esistente tra gli abitanti del Casale di Caira e quelli della Terra
di Terelle.
Già nei primi secoli dell’anno Mille infatti si registravano
matrimoni tra giovani di Caira e ragazze di Terelle e viceversa e
nel Settecento diverse erano le famiglie di Terelle stabilitesi a
Caira. L’Onciario di Carlo III de 1742 annota che alcuni abitanti
di Caira fecero parte della Commissione onciaria di Terelle come
apprezzatori di terreni. Nei trasferimenti da Terelle a Cassino e
viceversa, Caira è stata sempre una tappa obbligatoria per gli
abitanti di Terelle in casa non solo di amici e parenti, ma anche
nelle cantine e nei bar. Attualmente, infine, numerosi sono gli
originari di Terelle stabilitisi definitivamente nel nostro paese.
Questo episodio pertanto spicca e richiama la nostra attenzione per
la sua evidente anomalia. C’è solo una considerazione da fare ed
è relativa al periodo in cui si verificò l’evento. Dalla sua
nascita, che risale ai primi decenni dell’anno Mille, e fino alla
fine del settecento, infatti, il nostro paese, anche se non ha mai
navigato nell’oro, ha sempre permesso ai suoi abitanti di vivere
decorosamente, come risulta dai documenti consultati, che
stabiliscono dagli inizi, cioè subito dopo l’anno Mille, e fino
alla metà del ‘600 il suo periodo più florido, mentre indicano
quasi tutto l’800 e la prima metà del ‘900 come il periodo più
triste. Numerosi sono i documenti di questo periodo che parlano
delle difficoltà incontrate dalla popolazione di Caira.
L’accresciuto numero di abitanti, le tecniche agricole non
aggiornate e il brigantaggio sono tra le prime cause che
determinarono il regresso del periodo citato.
Per tutta la prima metà dell’800 ci fu perfino una grave penuria
di acqua potabile a determinare lo stato di cose creatosi e in una
lettera degli inizi dell’800 si descrive al sindaco di S. Germano
(Cassino) la triste condizione degli abitanti del paese costretti a
letto dalle epidemie causate dalla mancanza di questo bene prezioso.
In un altro documento, inoltre, che risale al 10 aprile del 1856,
raccomandando al Sovrintendente di Caserta di non concedere in fitto
la località Collemarino (quella su cui oggi sorge il cimitero
militare germanico) ad un possidente di S. Germano, l’intendente
di Sora, parla degli abitanti del Villaggio di Cairo dicendo che
“… sono quasi tutti contadini e pastori che hanno assoluto
bisogno di quella zona per potervi pascolare quel dato numero di
animali che la Legge a tutti i poveri consente”.
È facile quindi immaginare come i caratteri più deboli, o più
determinati e senza scrupolo, cercassero di procurarsi di che vivere
in modo illegale, come fecero i tre citati. Nell’introdursi in
casa del Bianco, infatti, uno di essi li taccia come spie del famoso
brigante Colamattei, quasi a giustificare il loro tentativo di
ricatto che finirà tragicamente nel sangue.
Lo stesso espediente di coprirsi la faccia di nero indica il bisogno
di nascondersi forse dalla vergogna per quello che stavano facendo,
perché evidentemente erano conosciuti dai componenti della famiglia
Bianco. I due rimasti in casa, infatti, al momento della sortita
abbandonarono i fucili invece di servirsene. Non erano veri
briganti, nonostante altri reati commessi precedentemente!
1 S. Di Cicco, Memorie storiche di Valleluce, Comune di S. elia Fiumerapido, 2002, pag. 201.
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