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La valle
del Garigliano nella tormenta
di Antonio
Erratico
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S.Ambrogio sul Garigliano:
piazza Luigi Cadorna ed il monumento ai caduti
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Fino a qualche anno fa la
stragrande maggioranza degli italiani, non esclusi quelli di media
cultura, ignoravano forse, se non l’esistenza, almeno
l’importanza, del fiume Garigliano.
Posto quasi ai confini dell’Italia Meridionale, questo fiume segnò
nei secoli il limite di diverse organizzazioni politiche le cui
tracce sono ancor oggi visibili nei costumi e nella lingua dei
popoli.
La solerzia dei Monaci di Montecassino, alla terra uniti dal
categorico imperativo del loro Maestro, ora et labora, evitò il
completo abbandono della regione, portando di nuovo il soffio della
vita là dove era stata seminata la morte, e riedificando opere di
bene là ove tutto aveva travolto lo spirito del male.
Specie dopo il passaggio dei Longobardi e dei Saraceni, il
Garigliano ed i Benedettini ebbero molto da lavorare, l’uno a
smorzare le fiamme dell’odio feroce che tutto inceneriva, gli
altri a rompere terre incolte ed a falciare i rovi spuntati
nell’ubertosa valle. E nel fervore dell’opera risanatrice
nacquero i nuovi nuclei di coloni a cui i Monaci dettero una
Cappella ed un Santo Protettore, sotto lo sguardo del quale il
lavoro potesse essere elevato nell’atmosfera di soprannaturalità
inaugurata dal Cristo.
Crebbero e raggiunsero vita rigogliosa le cittadine di S. Ambrogio,
S. Angelo, S. Apollinare, S. Giorgio, S. Andrea, Rocca d’Evandro
(Rocca di Vandra), ed altri raggruppamenti minori.
Il rabbioso settembre 1943 trovò la valle ricca di una vitalità
tutta particolare.
I nuovi Vandali, che da Cassino si irraggiarono nella regione,
dinanzi all’opulenza delle bianche case coloniche fiorenti liete
tra il verde dei campi, sentirono aumentare i loro appetiti e come
lupi affamati, in tutto simili ai loro progenitori, si gettarono
sulla preda, affondandovi gli artigli con voluttuosa soddisfazione
di trionfo.
Cominciarono giornate terribili di panico e di violenza. Regnava
tracotante e inesorabile la legge della forza bruta che
assoggettava, rapiva, distruggeva. Si aveva l’impressione di
vivere nei primi secoli del Medio Evo, costretti a scegliere tra il
letale ferro nemico e la soggezione al barbaro imperante.
Molti preferirono il primo ed irrorarono la terra di sangue eroico;
i più – in apparenza – scelsero la seconda ma solo perché
vollero avere la consolazione di cantare il giorno della rivincita e
di tramandare ai posteri gli orrori dei nostri tempi a perpetua
ignominia del popolo e della dottrina che li produsse.
Tra le vessazione, i furti, le spogliazioni, passò cupo il mese di
settembre. I giovani d’ambo i sessi avevano abbandonato le case, i
parenti, gli averi e si erano rifugiati nelle vicine montagne per
sfuggire al lavoro forzato, alla deportazione. Gli anziani ed i
malati erano rimasti nei paesi a guardia dei focolari sacri alla
memoria dei loro antenati.
Ai principi d’ottobre, altissime colonne di fumo, accompagnate a
detonazioni impressionanti, annunziavano la fine della grande
centrale idroelettrica, degli stabilimenti termominerali di Suio,
dei ponti sul fiume; e agli abitanti veniva ordinato lo sfollamento:
ridestavansi dall’alveo del Garigliano, sanguigne, minacciose,
implacabili, le furie della guerra agitando le faci paurose del
terrore e della morte.
Piuttosto che eseguire gli ordini del tedesco, anche gli anziani ed
i malati preferirono disperdersi nelle campagne, nascondersi nelle
caverne dei monti o nei sotterranei delle case, in attesa della
prossima fine di tanti dolori: i primi proiettili caduti nelle
vicinanze del fiume ne rinsaldarono il coraggio e ne ravvivarono le
speranze.
Ma il monte Camino opponeva tenace resistenza agli Alleati, le rive
del fiume venivano minate, e i colli e i monti Aurunci muniti di
numerosa artiglieria: nasceva la linea Gustav.
Il Garigliano chiedeva largo sacrificio di sangue. E sangue gli fu
dato durante otto lunghissimi mesi: sangue purissimo di eroici
patrioti, che guadando il fiume per compiere opera preziosa per gli
Alleati, incoglievano nelle mine; sangue innocente di donne e di
fanciulli indotti alla fuga dallo spavento e dalla fame; sangue
forte e generoso dei soldati impazienti di rompere la catena di
acqua, di ferro e di fuoco per portare innanzi i benefici della
libertà.
In novembre le truppe della Vª Armata già occupavano la riva
sinistra del fiume e vomitavano sulla riva opposta ingenti
quantitativi di esplosivi.
Chi potrà enumerare le angosce e le sofferenze, i martiri di
centinaia di migliaia di esseri umani i quali, da Cassino al
Tirreno, dopo aver tutto perduto, vedevano sparire nei vortici della
guerra anche l’ultima ricchezza avanzata: la casa, simbolo vivente
dell’amore, della fede, del lavoro di innumerevoli generazioni?
Le ore più ferali di tutta l’immane tragedia del
Garigliano le ha vissute S. Ambrogio.
Adagiato su una ridente collina dominante molti chilometri del
sinuoso corso del fiume, costituiva la chiave della difesa
nemica su quel versante. Munito d’ogni sorta di artiglierie, attirò
subito le attenzioni dell’avversario il quale ne dispose il
bombardamento aereo effettuato ripetutamente tra il novembre ed il
dicembre. Nulla fu risparmiato del prosperoso paese.
Intrepido fu il comportamento degli Ambrosiani; magnifica la figura
del giovane Parroco [Rocco Carelli da Rocca d’Evandro, n.d.r.],
sempre presente e sempre sereno anche in mezzo al polverone delle
case abbattute, per aiutare gli agonizzanti, curare i feriti,
seppellire i morti, raccogliere le membra disperse, trarre a
salvamento i vivi.
La Croce in mano, la Teca nel petto, passava, quasi Angelo del
Signore tra le rovine fumanti, questo Padre e Pastore, che dopo
avere accompagnato il suo gregge al porto sicuro della tranquillità,
doveva volarsene al cielo, forse consunto dal lungo, estenuante
sforzo, a ricevere, senza dilazioni, il premio delle sue buone
opere.
La stessa ferocia del nemico spietato nell’uccidere il contadino
che durante la tregua delle artiglierie si accaniva a coltivare un
pezzetto di terra, s’inchinava riverente dinanzi all’Apostolo
chiamandolo coll’appellativo di “Pastor Buono”.
A pochi chilometri di distanza, nei crepacci dei monti Aurunci,
brulicavano folle di larve umane, miseri avanzi di una popolazione
sana e forte accorsa lì a cercare rifugio.
Invano si sarebbe tentato di distinguere il pastore, il contadino o
il professionista. Tutti avevano per nascondiglio un sasso, per
letto la nuda terra, per tetto, spesse volte, il cielo pur nei
rigori di un inverno eccezionale. E non di rado toccava alla madre
comporre la salma del figlio, o ai fratelli non poter soccorrere
alle malattie delle sorelle.
Quante morti, quanti dolori, quante iniquità! Il medico F.
[Domenico Fargnoli, n.d.r.], la cui pietà arrivava sovente ad
alleviare le torture del male, venne barbaramente ucciso e gettato
in un pozzo.
Un solo spiraglio di luce, che si irradiava vigoroso sull’intiera
sfortunata Polonia, splendette in sì fitta e tenebrosa caligine:
reparti di militari polacchi operanti a servizio dei tedeschi
aprirono a più riprese, tra la fine del febbraio ed il principio
del marzo 1944, i passaggi e colonne interminabili di civili
poterono gettarsi tra gli Alleati.
Il comandante benigno che permise ciò venne fucilato.
La notte dell’undici maggio si ebbe un poderoso crepitìo di
artiglierie incrociantisi da tutte le parti, dalle alture di Sessa
Aurunca ai colli prospicienti Cassino.
Per diversi giorni le gole e le valli ripeterono ininterrotto il
motivo.
La Linea Gustav fu spezzata: il 14 maggio il Garigliano veniva
oltrepassato in tutta la sua lunghezza: Montecassino cadeva il 18
maggio.
Nella fuga precipitosa il nemico non ebbe neppure il tempo di far
saltare tutti i ponti ed abbandonò molto materiale bellico.
Passarono fulminei gli Alleati alla rincorsa del nemico sconfitto e
nel brevissimo giro di pochi giorni si perdette a distanza il boato
del cannone.
Le furie della guerra erano placate; il Garigliano poteva riprendere
solenne, indisturbato, la marcia verso l’ignoto, trascinando con sé
i relitti di un tempo che fu e predicando, nel suo cammino, il
continuo incessante rinnovarsi della vita e della civiltà nei
solchi immutabili segnati dal
Creatore.
Miseri, stanchi, abbattuti, laceri nelle membra e nello spirito,
tornarono i buoni cittadini superstiti a piangere, ormai
indisturbati, la rovina delle loro case e dei loro campi.
Una sola fiaccola portavano ancora nell’anima sbattuta: la fede in
Dio; una sola forza era rimasta nel cuore angustiato: l’amore alla
terra, al lavoro.
Il sentiero che essi debbono battere è erto, avvolto in nebbia
fittissima e disseminato di triboli acutissimi; ma con quella
fiaccola che splende e con quella forza che rincuora il cammino è
sicuro.
I vigneti bruciati, i campi minati, le case divelte, se possono
chiedere un singhiozzo alla gola, una lacrima agli occhi o un
lamento alla bocca, non possono imporre un arresto alla vita quando
essa è spinta dalle ali robuste della fede e del lavoro.
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