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Ore di Spagna o d’Italia?
Il computo delle ore nel passato
di
Vito Mancini

Ferdinando Corradini a pag. 145 del secondo volume della sua opera “… di Arce in Terra di Lavoro” annota sul modo di contare le ore nell’Ottocento nel Regno di Napoli. In merito egli riferisce alcune consuetudini di vita e conclude che evidentemente fino all’800 le ore si contavano in un modo diverso da come oggi le contiamo. Qual era il modo diverso e il perché ritengo possa essere motivo di qualche interesse per i lettori. Così come tante cose il tempo, o meglio il calcolo del tempo, nel corso dei secoli ha subito dei cambiamenti. Accade, per esempio, di rimanere perplessi leggendo testi o corrispondenze di qualche secolo fa. Vi si parla talvolta di ore di Spagna, di Francia e d’Italia, ma è evidente che i fusi orari non c’entrano per nulla, oppure figurano orari che risultano decisamente strani con levate della posta apparentemente a notte fonda, o indicazioni che fanno pensare a una confusione tra il pranzo e la cena. E invece esiste una risposta che affonda le radici nel tempo. Prima di affrontare ab imis l’argomento non è inopportuno accennare a qualche esempio pratico. Lo stesso autore Corradini del resto riferisce qualche consuetudine arcese, ma gli esempi più illuminanti li riscontriamo nella storia postale del Regno di Napoli. Arce, Sora, Isola Liri , Fondi, ltri, San Germano (la vecchia Cassino) ecc. tutte facevano parte della provincia di Terra di Lavoro. 
Spesso negli avvisi e negli orari riguardanti il servizio postale del Regno delle Due Sicilie si fa riferimento alle ore d’Italia e alle ore di Spagna. Alle ore di Spagna, ad e-sempio, si accenna nell’avviso del 19 ottobre 1785 con il quale si informa il pubblico dell’entrata in servizio di un pacchetto-corriere tra Napoli e Palermo: Il Capitano del Pacchetto allorché sarà in terra, sarà reperibile ogni mattina dalle ore 10 allee 12 di Spagna in Napoli alla Borsa, ed in Palermo nel luogo chiamato la Madonna del Cassero.
Alle ore, di Spagna si fa riferimento nel Regolamento per l’Amministrazione Gene-rale delle Poste, annesso al decreto del 28 rnarzo 1819, che disciplinò il servizio postale fino al 1957. Riferendosi alla raccolta delle lettere immesse nella buca dell’Officina gene-rale di Napoli, l’art. 32 disponeva che la raccolta delle lettere destinate nel regno doveva effettuarsi il mercoledì e il sabato due ore prima della mezzanotte nel periodo aprile-settembre e tre ore prima della mezzanotte nel periodo ottobre-marzo.
Per le lettere del Cammino di Roma sino a Fondi la raccolta doveva effettuarsi il mar-tedí a un’ora di notte e il venerdì ad un’ora prima di mezzogiorno; per le spedizioni giornaliere tutti i giorni a un’ora di notte, La raccolta delle lettere immesse nei piccioli posti (nelle cassette dislocate in vari punti della città) doveva invece effettuarsi due volte al giorno, la prima tre ore prima di mezzogiorno e la seconda a ventun’ora.
L’ officina (l’ufficio) napoletana di “Resta in posta” (fermoposta) restava aperta tutti i giorni, escluse le domeniche, nel periodo aprile-settembre dalle sette della mattina fino a mezzogiorno e dopo pranzo da ventun’ora fino ad ore 24, nel periodo ottobre-marzo dalle otto della mattina a mezzogiorno e dopo pranzo dalle ore ventuno fino ad un’ora di notte.
L’art.267 contenente le disposizioni relative alle officine provinciali disponeva che le officine di Posta saranno aperte al pubblico nell’està dalle ore sette di Spagna della mattina sino a mezzogiorno e dalle ore tre fino alle ore sette della sera. Nell’inverno dalle ore otto della mattina fino a mezzogiorno e dalle ore due fino alle cinque della sera.
Alle ore d’Italia si accenna invece nel manifesto del 1845 che riporta l’orario delle partenze della vettura-corriera da Salerno a Vallo (in maggio, giugno e luglio ad ore 8 italiane; in agosto, settembre e ottobre ad ore 10 italiane; in novembre, dicembre e gennaio ad ore 11 italiane e in febbraio, marzo e aprile ad 10 italiane).
Alle ore italiane si accenna nel quadro (maggio 1845) degli arrivi e delle partenze dalla Capitale delle spedizioni ordinarie dei corrieri e nel manifesto (maggio 1847) riguardante il servizio postale via mare tra Palermo e Messina (da Palermo il martedì alle ore 24 italiane e da Messina il giovedì alle ore 22 ita-liane). Sempre alle ore d’Italia si fa riferi-mento nel quadro degli arrivi e delle partenze delle corriere in vigore dal 1° gennaio 1858.
Giuseppe Marchese, trattando della storia postale siciliana e precisamente della partenza dei corrieri, così si esprime: nel 1804 le partenze iniziano alle ore 5 d’Italia, mentre nel 1813 alle ore 1 di Spagna; dal 1820 alle ore 1 pomeridiana, mentre dal 1838, alle ore 22 ed infine dal 1851 alle ore 24. È evidente che si faceva ricorso all’uno o all’altro sistema orario – di questo in effetti si trattava – secondo le circostnze di tempo e di luogo. Si puó dire che il sistema meno diffuso era quello riferito all’ora di Spagna; l’altro al quale si faceva ricorso più frequentemente era quello dell’ora d’Italia, che in effetti non era quella che usiamo noi oggi, e che è proprio quella francese o di Spagna. Come per altre misure dell’epoca, quasi ogni nazione aveva sistemi propri; e questo puó generare un po’ di confusione in coloro che si dedicano specialmente allo studio della storia, quella postale e non solo quella borbonica. Per questo motivo è opportuno fornire qualche succinto ragguaglio in merito. In un manualetto veneziano del 1790 troviamo una sintetica storia delle ore che puó ben introdurre l’argomento: gli antichi divisero da principio tanto il giorno che la notte in quattro parti; poscia in dodici, e queste 12 ore venivano ad essere ora brevi e ora lunghe, secondo la brevità, o la lunghezza del giorno, e della notte. Chiamansi ore Giudaiche, Antiche, Planetarie, Ecclesiastiche come Terza, Sesta e Nona; questa disuguaglianza rendeva difficile misurare le ore, perciò si venne a dividere tutto lo spazio diurno, che comprende il giorno e la notte, in 24 ore, o parti uguali. Ma variarono i Popoli nel termine di questi. Gli italiani, dopo gli Ateniesi, ed altri, presero per termine il tramontare del sole, i Babilonesi il levare, gli Astronomi il mezzodì, i popoli europei quasi tutti la mezza notte, dividendo però le 24 ore in 12 ore della mattina dalla mezzanotte, al mezzodì, e in 12 ore della sera, da mezzodì alla mezza notte.
Fino al XIV secolo, sull’esempio dell’antico Oriente (Babilonesi, Persiani, ecc.) l’intero giorno naturale e la notte naturale, computate dal levarsi del sole e viceversa, si dividevano in 12 ore, ciascuna delle quali equivaleva perciò a due ore attuali. Per lungo tempo.in Israele si contò il giorno da mattino a mattino. Quando si voleva indicare la durata totale di un giorno di 24 ore si diceva giorno e notte. Lo stesso dicasi dei cinesi, i quali a ciascuna delle dodici ore davano il nome di un animale.
I Greci divisero tanto il giorno che la notte in quattro parti uguali, ciascuna compo-sta di tre ore. La prima parte del giorno (giorno naturale) iniziava col levarsi del sole, la seconda iniziava tre ore dopo, la terza sei ore dopo (mezzodì) e la quarta nove ore dopo. Al tramonto del sole aveva fine il giorno e incominciava la notte (notte naturale). L’insieme di questi intervalli di tempo coincidevano con la durata di una rotazione intera della Terra, detto giorno sidereo o siderale. Le ore comprese negli intervalli furono denominate ore temporanee o ineguali poiché variavano di lunghezza nel corso dell’anno secondo le latitudini e le stagioni.
I Romani adottarono la stessa divisione del giorno e della notte usata dai Greci (mane l’inizio del giorno, meridies il mezzogiorno, solis occasu il tramonto e media nox la mezzanotte. Naturalmente al calar del sole si attennero in seguito anche gli Italiani e questa divisione tra giorno e notte fu osservata lungamente nei monasteri e nell’ambito della Chiesa cattolica e per tutto il Medioevo. Anche durante il periodo rinascimentale fu consuetudine in Europa computare il nuovo giorno dal tramonto del sole, e analogamente dall’angelus. Nell’antico uso italiano, di cui troviamo ampie tracce in letteratura, le ventiquattro ore si contavano a partire dall’avemaria della sera, donde le locuzioni ancora in uso fino a poco prima dell’ultima guerra mondiale, “un’ora di notte” e “due ore di notte”. Questo computo ha con l’attuale una corrispondenza variabile da stagione a stagione, con uno spostamento medio di sei ore. Quest’ultimo uso fu l’unico in vigore in Italia dal Medioevo al Settecento, e scomparve definitivamente solo nella prima metà dell’Ottocento. Ad esso si riferiscono le indicazioni che si leggono nei testi italiani di questi secoli.
È ancora vivo il ricordo dell’avemaria annunciata col suono delle campane mezz’ora circa dopo il tramonto, secondo ore fisse, e per noi ragazzi era l’ora di rientrare in casa. Le ore così computate furono dette ore italiane o planetarie, ed erano divise in ore grandi (da 13 a 24), ed ore piccole (da 1 a 12). Tracce di questa consuetudine si rinvengono nel Breviario, che alle ore 9 faceva corrispondere l’ora terza, alle 12 l’ora sesta (quella che induceva alla siesta) e alle 15 l’ora nona.
Furono gli Egiziani e gli Asiatici occidentali a dividere il giorno in 24 ore uguali (12 ore del giorno e 12 della notte), e perciò deriva da essi l’attuale modo di contare le ore. Il motivo di questa suddivisione è da ricercarsi nell’inadeguatezza del giorno siderale, che pure deve ritenersi unità fondamentale di tempo, ai bisogni dell’uomo, poiché l’umana attività giornaliera si svolge e si regola necessariamente – almeno fino a poco tempo fa – in base all’illuminazione solare, cioè secondo quel giorno solare che varia leggermente, ma continuamente e periodicamente nell’arco dell’anno. Pertanto, l’unità fondamentale praticamente adottata nella vita civile fu il giorno solare.
Nella vita civile e fino al XVII secolo ed oltre si utilizzò quasi sempre il tempo solare1 vero (o giorno vero determinato da due passaggi consecutivi del sole al meridiano – mezzodì –, il quale si divide in 24 ore solari, suddivise il 60 minuti di 60 secondi cia-scuno, poi sostituito dal tempo solare medio2 altrimenti detto giorno civile o tempo civile, computato da mezzanotte a mezzanotte. Le ore così computate da mezzanotte a mezzogiorno e poi di nuovo da mezzogiorno a mezzanotte furono dette ore galliche, ossia francesi, o equinoziali. La Germania, la Spagna e quasi tutte le nazioni europee vi si adeguarono.
L’antico uso di contare le ventiquattro ore del giorno alla francese, cioè separatamente dalla mezzanotte al mezzodì, in altri termini la divisione del quadrante dell’orologio in dodici ore, si diffuse in Italia nel XVIIII sec.E in questo aiutò molto la tecnologia.
Nel passato si misuravano le ore mediante le ombre proiettate dal sole nel nel suo moto apparente (meridiane) o tramite il lento scorrimento dell’acqua o della sabbia in appositi recipienti (clessidre) o anche dal tempo necessario per bruciare un pezzo di corda, per consumare una candela o l’olio di una lucerna. L’esigenza della società di una maggiore precisione nel determinare il tempo dette origine all’orologio meccanico, caratterizzato da ore necessariamente equinoziali, ossia ventiquattro ore della stessa lunghezza, sicché tutto il mondo civile pose l’origine del giorno solare medio alla mezzanotte del tempo medio.
Ci fu però un periodo di sovrapposizione in cui i due sistemi – ore d’Italia e ore di Francia (o di Spagna, di Spagna come si diceva nel regno borbonico) – convissero se-condo le esigenze. E per poter interpretare i documenti è d’uopo determinare le ore d’Italia innanzi indicate, rapportandole al sistema delle ore di Francia, avvertendo che al momento della scomparsa del sole all’orizzonte marino sarebbero mancati 30 minuti circa all’ora zero.
Secondo la tabella riportata dal regolamento postale in vigore nel 1838 le ore 9, 11, 16, 20 e 24 d’Italia corrispondevano rispettivamente alle ore, 3.30, 5.30, 10.30, 14.30 e 18.30 di Francia. Questo orario puó ritenersi valido considerando il tramonto del sole, cioè la fine del giorno e l’inizio del nuovo, alle ore 18 - 18.30 di Francia. Le ore 18 sono la media di tutto l’anno, poiché sappiamo che le ore d’Italia variavano secondo le esigenze a causa della diversa durata della luce solare, onde in estate l’avemaria cadeva, e cade, alle ore 20 massimo e il vespero alle ore 17, mentre in inverno l’avemaria cadeva alle ore 17 minimo e il vespero alle ore 143. Cosicché in estate le ore 24 di Francia (la nostra attuale mezzanotte) corrispondevano alle ore 6 d’Italia e le ore 12 (l’attuale mezzodì) alle ore 16 d’Italia, in inverno invece le ore 24 di Francia (o di Spagna) corrispondevano alle ore 7 d’Italia e le ore 12 alle ore 17 d’Italia.
Per maggior chiarezza si riproduce il simulacro di un quadrante di orologio del se-colo XVIII in cui, nei due cerchi concentrici, sul più piccolo sono segnate in cifre le ore d’Italia e sul più grande in numeri romani le ore di Francia (o di Spagna). Ma sempre con mezz’ora di variabile, poiché in estate l’avemaria suonava alle ore 19.30-20, la nostra mezzanotte cadeva alle ore 5.30-6 d’Italia e il nostro mezzodì alle ore 18 d’Italia. In inverno l’avemaria suonava alle ore 17.30-18 e di conseguenza la nostra mezzanotte cadeva alle ore 7.30-8 d’Italia e il Mezzodì alle ore 19.30-20 d’Italia.
Volendo completare l’assunto riproponiamo anche la tavola orario del Banco di Pietà per l’anno 1696 tradotta in ore di Francia, avvertendo che le stesse sono riportate in corsivo e sono state calcolate secondo il “Calendario della Corte”. Lo stesso orario osservava il Monte di Pietà ad eccezione di una mezz’ora in più osservata per la chiusura nella mattinata della prima quindicina di Marzo e aprile e della seconda quindicina di maggio. Nei mesi di giugno/dicembre la chiusura era prevista mezz’ora dopo sia la mattina che il pomeriggio.

1 giorno vero, determinato da due passaggi consecutivi del sole al meridiano (mezzodì), il quale si divide in 24 ore solari, suddivise in 60 minuti di 60 secondi ciascuno.
2 La media annua dei giorni solari veri.
3 Esattamente al 24 maggio il calendario dell’orario fissava il massimo estivo e al 20 novembre il minimo invernale. Dal 25 maggio al 31 luglio il calendario riteneva le ore uguali e costanti.
4 ASBN-Banco di Pietà, patrimoniale, conclusioni, matr. 251,28 novembre 1696, pag. 132/133.

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