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Sono grata per l’invito rivoltomi
dal prof. Pistilli e dal Centro di Documentazione e Studi Cassinati
per una serie di motivi sia istituzionali che personali. Per molti
anni, infatti, ho lavorato per la tutela delle opere d’arte –
aggiungo, come possibile, e vedremo come mai – di numerosi comuni
della Ciociaria. Dal 1989 fino al 2002. Il cambio delle competenze
della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma e Lazio,
erede della gloriosa Soprintendenza alle Gallerie e alle Opere
d’arte istituita nel 1925, sempre a Palazzo Venezia, ha provocato
una frattura tra Roma e il resto del Lazio, dividendo un continuum
culturale, che anche in queste aree del basso Lazio, un tempo Regno
di Napoli, si avverte con chiarezza in molti significativi e
ripetuti passaggi della storia delle arti figurative. Non parliamo
anche per la cultura cassinese dell’abate Desiderio di importanti
influssi e scambi con Roma? Bene questa frattura si è risanata nel
2005 e ciòmi ha permesso da poco di tornare ad occuparmi di queste
aree con rinnovato piacere ed interesse. Con il Reverendo Padre
Abate sono in via di definizione alcuni progetti per il
completamento del lavoro di catalogazione delle collezioni abbaziali
e altro ancora per la diocesi, restauri e altre iniziative. Altro
motivo di rammarico, nel guardare a un passato prossimo, ma che, a
causa del mutamento accelerato dello scenario istituzionale ed
economico, sembra diventato remoto, è la scarsezza dei fondi
destinati al ministero per i Beni e le Attività culturali. Ogni anno
i fondi messi a disposizione delle Soprintendenze diminuiscono, e
purtroppo diventano sempre più difficilmente spendibili a causa di
iter burocratici pensati dallo stesso inventore del labirinto. Per
il 2007 sembrava si potesse contare su qualche risorsa in più a
causa di una riduzione in corso dei dirigenti generali, ma tali
risorse andranno al Ministero del Turismo, prima di competenza del
Mibac ora destinata a un ministero ad hoc di nuova istituzione.
Però mi piace pensare positivo e ricordare numerosi restauri di
affreschi che ho diretto e seguito, proprio riguardanti temi
artistici vicini a quelli splendidamente testimoniati dalla chiesa
di Santa Maria Maggiore in Sant’Elia fiumerapido. Tali opere sono,
infatti, viva testimonianza della cultura della terra Sancti
Benedicti. A Caprile di Roccasecca, nella chiesa di Sant’Angelo, o
san Michele in Asprano i bellissimi affreschi dell’abside del XII
secolo e i pannelli laterali più antichi, il gigantesco San
Cristorforo della chiesa; in Belmonte Castello nella chiesa di San
Nicola, allora senza copertura e pericolante, fu eseguito un
intervento che si dovette fermare al consolidamento dell’intonaco
degli affreschi, per fermarne l’avanzato degrado, rimandando a dopo
il restauro dell’edificio il completamento del restauro degli
affreschi. Credo che ora si potrà procedere. Nel santuario di Santa
Maria de’ Piternis in Cervaro dove l’acqua che filtrava dal tetto
dell’abside aveva provocato sulla superficie affrescata una sorta di
stalattiti, ovvero formazioni di sali di calcio che dall’interno
della muratura affioravano staccando la superficie pittorica, come
aghetti che appunto bucavano lo strato compatto dell’affresco. Si
dovette ricorrere, con nuova sperimentazione, ad un trapano usato
nella pratica odontoiatrica per assottigliare tali concrezioni fino
a raggiungere il livello della pellicola pittorica.
Sono state realizzate numerose campagne di catalogazione di tanti
centri minori della diocesi (Catalogata al 90%). Ricordo
l’esperienza sempre nuova ed emozionante di entrare in piccole
chiesine o in grandi parrocchiali, dove era presente il senso della
devozione antica, manifestata anche dai mazzi di fiori mai assenti
dagli altari; come dimenticare il frastornante profumo dei gigli di
Sant’Antonio in giugno? Proprio in Santa Maria Maggiore, nel corso
della ricognizione per la catalogazione (1994), accanto all’emozione
estetica provata nel vedere l’altare affrescato, ricordo la grazia
semplice di un cespuglio di rose di Santa Rita, curato da una
gentile signora del posto.
Il Codice dei Beni Culturali, di cui molto si è discusso a tutti i
livelli, ha prodotto modificazioni sostanziali nei riguardi del
patrimonio artistico. Tutti sono coinvolti nella salvaguardia. La
modifica del Titolo V della Costituzione e la conseguente
devoluzione agli enti territoriali di numerose attribuzioni, prima
di competenza statale, ha responsabilizzato gli amministratori
locali verso un’opera di valorizzazione e facilitazione della
fruizione che ha certamente prodotto un’attenzione più consapevole.
Lo Stato, quindi le Soprintendenze territoriali, ha un compito di
indirizzo nella tutela, di indicazione dei criteri
tecnico-scientifici, del controllo sul restauro. Importanti e
vincolanti sono le norme che riguardano la qualificazione richiesta
per la professione di restauratore. La Soprintendenza ha quindi un
ruolo di propulsione, se necessario, ma soprattutto di
collaborazione, di partecipazione, nel rispetto delle rispettive
competenze, alle iniziative dei vescovi, dei sindaci, degli enti
territoriali, messe in atto per far conoscere e rendere fruibili
quelli che il Codice, con una espressione incisiva, chiama i “luoghi
della cultura”.
Altro motivo per il quale l’invito odierno è stato particolarmente
gradito è stato il dover leggere con molta attenzione, dovendone
parlare, il volume sulla chiesa di Santa Maria Maggiore frutto degli
studi del prof. Giovanni Petrucci.
Si tratta di una vera e propria monografia su Santa Maria Maggiore,
monumento non estraneo agli studi specialistici, ma tuttavia ancora
da indagare e da valorizzare. Il volume ha il pregio di una
chiarezza esemplare. Il discorso si snoda nel difficile compito di
ricostruire le vicende millenarie della chiesa, di “leggere”
attraverso le trasformazioni dell’edificio la sua storia e la sua
vita; leggere le immagini affrescate, spesso drammaticamente mutile,
e ricavarne indizi sulla storia del culto, sulla devozione popolare,
ritrovare in sostanza il significato sia religioso che artistico di
cui questi affreschi sono mirabile testimonianza.
La descrizione delle immagini, dalle vesti, agli attributi, ad ogni
altro elemento di individuazione iconografica segue un attento
ordine per chiarire il significato sia religioso che estetico delle
immagini; sono rivelati origini della devozione ai santi, la loro
diffusione nella zona, i motivi di uso delle immagini. La
descrizione è a servizio dell’occhio, esercizio critico questo,
ormai un po’ trascurato, per via della sopraffazione del potere
comunicativo delle immagini.
Il volume traccia la storia dell’edificio sacro, con ineccepibile
aggiornamento bibliografico, passando attraverso i secoli, dai primi
insediamenti di età romana sino alle trasformazioni più recenti. Non
manca mai l’apertura al quadro naturalistico, alle feste e riti che
si celebrano, agli abitanti della frazione limitrofa alla chiesa. Un
mondo di consuetudini, di valori antichi sembra riaffiorare da
quello che modernamente si definisce il “vissuto” dell’edificio.
Tale caratteristica aggiunge valore alla forza delle immagini che
dai muri testimoniano il desiderio dell’uomo di abbellire, di avere
immagini per rivolgere la preghiera, di avvertire il cambiamento dei
tempi anche attraverso la trasformazione delle raffigurazioni sacre.
Si nota costante nello svolgersi dei capitoli la conoscenza profonda
dell’arte dell’abbazia madre di Montecassino. Esempio e modello
normativo. Nel volume, come in molta parte della storiografia
artistica della Terra sancti Benedicti, si avverte la consapevolezza
che la cultura cassinese e desideriana sono la parte costitutiva di
espressioni artistiche che, se pure per secoli si sono aperte ad
inflessioni forestiere, e quindi non restie ad aggiornamenti,
costituisce tuttavia il legante del pensiero artistico. Ne
scaturisce, da parte dell’autore, un’attenzione particolare nel
rintracciare nei monumenti di architettura e di pittura elementi, a
volte deboli echi, della magnificenza dell’abbazia desideriana, e
delle grandiose trasformazioni artistiche che si andavano compiendo
nell’abbazia.
Un particolare cenno al pavimento, alla porzione antica del
pavimento di Santa Maria Maggiore.
I pavimenti antichi difficilmente raggiungono la nostra epoca. È
frequente notare che tra i primi interventi di restauro, a volte
sarebbe meglio dire “alterazione”, di una chiesa ci sia proprio il
pavimento. Ancora oggi, in molti casi, si saluta con gioia
l’apposizione di un mediocre pavimento moderno, piuttosto che
tentare di restaurare quello antico. Il pavimento della chiesa di
Santa Maria Maggiore si è in minima parte salvato grazie
all’attenzione del restauro del 1925. Questo bellissimo frammento,
limitrofo all’area absidale, ha consentito agli studiosi di
istituire interessanti confronti con i modi iniziali della bottega
cosmatesca, attiva a Roma e in differenti aree geografiche del
Lazio, nonché confronti con la piccola porzione residua del
pavimento dell’antica abbazia oggi, conservato nella cappella di
Sant’Anna.
Della chiesa, a mio modo di vedere, la cosa più rara e preziosa sono
gli affreschi dell’altare, o meglio, tutto l’altare. Raro esempio di
secoli di povertà di materiali, molto spesso di riuso, di abbellire
il luogo del sacrificio eucaristico. Le immagini ci riportano, e
ancora purtroppo si deve dire nella loro frammentarietà, al mondo
bizantino, al senso astratto e incorporeo della figurazione,
allusiva alla divinità. La lezione dei maestri di Costantinopoli è
viva, è interpretata e tradotta in un linguaggio latino, ma
sopravvive.
Gli affreschi del sec. XIV che si rintracciano nelle pareti e
intorno all’abside sono di grande interesse, perché attraverso di
loro si puó intravedere un sistema di transiti da nord a sud, da
Roma a Napoli, tra Terra sancti Benedicti e Terra di Lavoro, di
artisti, cooperanti in botteghe operose nei cantieri romani e in
quelli napoletani, magari provenienti da Siena o dalla Lombardia.
Ognuno di questi collaboratori coglie una particolarità dei maestri,
che ripropone, non rinunciando, quasi per volontà d’arte, a
raffigurare gioielli, stoffe preziose, abiti alla moda
internazionale, elaborate acconciature, oppure a riportare come nel
caso dell’Annunciazione e del gruppo di affreschi stilisticamente
affine, il senso misterioso del divino che prende forma umana quando
già i bagliori preumanistici, da Giotto a Simone Martini, nelle
varie declinazioni dei seguaci, animavano le grandi figurazioni ad
affresco nelle chiese romane e napoletane, della Toscana,
dell’Umbria. I modi sono un po’ incerti, ingenui, forse rudi nelle
eccessive semplificazioni o improprie comprensioni dello stile alto
dei maestri di città.
Ancora più sembra variare la presenza degli artisti nelle
decorazioni da ascrivere al secolo successivo. Sembra che al
tradizionale collegamento tra Roma e Napoli, con le conseguenti
presenze umbre e romane – come non pensare ad Antoniazzo nella Santa
Caterina con Santo francescano e san Paolo di Tebe per il volume
ampio della figura, per il pesante cadere del panneggio –, le
presenze degli artisti si debbano rintracciare attraverso altre
grandi vie di comunicazione. In particolare sembra aprirsi la via,
lungo le strade della transumanza, della cultura adriatica.
L’Abruzzo diventa terra di contatto tra la cultura napoletana e
marchigiana, tra Venezia e il Meridione adriatico. Un movimento
ascendente e discendente, che segna in episodi marginali di
decorazione, i passi del suo procedere al servizio dei papi, dei
Durazzo e degli Angiò.
Più che di confronti di testi pittorici si puó parlare di
“riferimenti”, ricordi di grandi cantieri, spunti dalle miniature,
(il ruolo della miniatura, come delle stoffe, non sarà mai
sufficientemente messo in risalto). Facciamo qualche nome per i
riferimenti: il Maestro di San Stanislao, vicino alla cultura di
Camerino, il Maestro di San Silvestro, il Maestro di Sant’Agata, la
fase neosenese della pittura a Napoli, le correnti abruzzesi con gli
aggiornamenti delle Marche e di Jacobello. Tanti elementi si possono
ritrovare, ma con grande ritardo, come se nel percorso il portato
stilistico affievolisse e la forza dell’immagine modello perdesse
intensità e qualità.
Un’altra cosa ho molto apprezzato del volume del prof. Pietrucci,
ovvero la riproposizione di testi fondamentali sulla chiesa in
un’appendice che soddisfa chi vuole avere immediato accesso a saggi
pubblicati in riviste scientifiche, non sempre facilmente
reperibili.
Un’ultima osservazione: il volume mi sembra che sia la prima
monografia sulla chiesa. L’ingresso in una biblioteca della
monografia di un monumento guadagna allo stesso un‘attenzione
particolare; è un entrare con nome e cognome come luogo della
cultura in un altro luogo della cultura. Negli studi scientifici
sull’area del basso Lazio, la chiesa e gli affreschi, come in genere
ogni episodio della pittura o dell’architettura, compongono il
tassello del grande mosaico della Storia. La elaborazione di una
monografia presuppone un lavoro inverso, ovvero si cerca nella
storia già tracciata, attraverso un difficile compito di
identificazione, il confronto più appropriato, elemento più
convincente, la causa determinante per inserire nel giusto segmento
della storia quel monumento. L’identificazione, che si raggiunge
attraverso la lettura critica, è atto individuale e soggettivo, in
cui convergono sensibilità cultura ed esperienza dell’autore. |