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Intitolare una strada a don Angelo
Pantoni è una cosa giusta e meritoria, anzi tardiva considerato
quanto questo illustre monaco ha fatto per tutto il nostro
territorio, ma ritengo fuori da ogni logica farlo a discapito della
memoria dell’illustre matrona Ummidia Quadratilla.
Forse è opportuno ricordare a chi di dovere chi essa fu, vista la
leggerezza con cui è stata rimossa l’intitolazione della strada.
Nacque da Gajo Ummidio Durmio Quadrato, che fu questore ai tempi di
Augusto, proconsole in Siria e in altre importanti regioni
dell’Impero, ed esercitò diverse cariche sotto gli imperatori
Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone; Durmio Quadrato morì in Siria
nell’anno 60 dopo Cristo. La matrona viene raccontata ai posteri
negli scritti di Plinio il Giovane, precettore del nipote di Ummidia,
in una lettera che lo stesso Plinio scrisse al suo amico Geminio.
Un profilo biografico è tracciato da Giovanbattista Gennaro Grossi1.
“Noi siam d’avviso che non solo gli uomini illustri per le lettere,
per le armi, e per la toga possono essere l’oggetto di un articolo
di Biografia, ma che ogni individuo, che abbia in qualunque modo
beneficiato la Patria, o che colla particolarità del suo carattere
abbia nei tempi decorsi richiamata a sé l’ammirazione dei suoi
concittadini, possa interessare la gloria nazionale, e quindi abbia
diritto alle nostre ricerche. Queste due circostanze concorrendo
appunto nella nostra Ummidia Quadratilla ci hanno indotto a tessere
il presente brevissimo elogio istorico”.
Al fine di dare il giusto valore storico e culturale a questo
benemerito personaggio dell’antica Casinum, riportiamo di seguito la
traduzione della lettera di Plinio il Giovane fatta dallo stesso
Gennaro Grossi.
“È morta, scriss’egli, Ummidia Quadratilla in età poco meno degli
anni ottanta, fino all’ultima malattia vegeta, e fuori del solito
delle matrone di corporatura valida, e robusta. È mancata di vivere
con un testamento molto onesto. Ha istituiti eredi in due terze
parti il nipote e nel rimanente la nipote. Io poco conosco costei.
Amo io il nipote con trasporto, e familiarmente: giovanetto
singolare, degno di essere amato non da’ soli di lui congiunti di
sangue. Egli di bellissimo aspetto, ragazzo, e giovane ha saputo
scansare tutte le dicerie degli uomini maligni. Fra’ venti e
ventiquattro anni è divenuto marito, e se Dio lo avesse voluto,
sarebbe anche padre. Egli è vivuto sotto l’educazione di sua ava,
donna delicata, con molta severità, ma però obbedientemente.
Ella avea i suoi pantomimi, che favoriva con trasporto più che una
Dama conveniva. Quadrato non vedeva costoro, né nel teatro, né in
casa, né l’ava lo richiedeva. Io ho inteso da lei narrare, allora
quando mi raccomandava gli studj di suo nipote, ch’era ella solita,
come donna, a sollevare l’animo suo in quell’ozio del sesso, col
giuoco de’ dadi: era solita pure a veder agire i suoi pantomimi, ma
quando era per fare l’uno, o l’altro, precettava sempre a suo nipote
di andare via, e studiare. Qual cosa a me pareva ch’ella facesse non
tanto per amore, quanto per un certo rispetto, che aveva per lui. Tu
rimarrai ammirato, ed io son pur marito. Né prossimi passati ludi
sacerdotali, in cui agirono i pantomimi, uscendo Quadrato, ed io dal
Teatro, mi disse; sai che oggi è la prima volta, che io ho veduto
ballare il liberto di mia Ava? Ciò mi disse il nipote.
Ma per dirti il vero, le più straniere, e sconosciute persone eran
quelle, che per un certo ufficio di adulazione, per far onore a
Quadratilla (mi vergogno di aver detto onore) di qua di là correvano
al teatro, facevan festa e plausi, e ammirazioni.
In fine i pantomimi replicavano tutt’i gesti della padrona,
accompagnandoli co’ canti, essi ora riceveranno pinguissimi legati,
corollario delle opere teatrali, dall’erede, che nel teatro non
interveniva.
Perché, dirai, mi hai scritto tutto questo? Perché sei solito
d’udire ben volentieri tutto quello, che accade di nuovo. E poi,
perché è cosa a me gioconda di non togliermi quel piacere, che ho
incominciato a sentire nello scrivere. Dappoicchè mi rallegro della
pietà della defunta, e dell’onore dell’ottimo giovane. Mi rallegro
ancora che finalmente la casa di questo Gajo Cassio, che fu
Principe, e padre della scuola Cassiana servirà ad un padrone di non
minor merito. Imperciocchè il mio Quadrato la ricoprirà di decoro,
siccome si conveniva, rialzandola di nuovo all’antica dignità,
celebrità, e gloria; perché si vedrà uscire da essa sì grande
oratore per quanto gran giureconsulto fu quegli”.
Infine, prosegue il Grossi: di quante, e belle osservazioni non
sarebbe questa pistola Pliniana capace? Ma la brevità, che ci
abbiamo prefissa ce ne fa ragionevolmente astenere. Diciam solo
ch’egli è probabile che la nostra Ummidia fosse nata circa l’anno
vigesimo di nostra Era, ed in età di circa ottanta fosse mancata di
vivere verso la fine del primo secolo. Ma ella dopo mille settecento
diciotto anni già vive fra noi, mercè l’esistenza de’ suoi grandiosi
monumenti, e vivrà in eterno per effetto della lettera
circostanziata di Plinio”. |