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Una storia tutta da scrivere
Brigantaggio post-unitario*
di
Fernando Riccardi |
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Nelle regioni del sud Italia il
brigantaggio è esistito praticamente da sempre. “I malfattori a
Roma, chiamati ‘sicari’ e ‘latrones’, erano così numerosi e
pericolosi che Silla introdusse la ‘lex Cornelia de sicariis’ per
combatterli con pene severissime”1. I briganti venivano inchiodati
sulla croce oppure dati in pasto alle belve negli spettacoli
circensi. Un fenomeno antico, quindi, che affonda le sue radici
assai indietro nel tempo. Fu, però, soprattutto nel decennio
post-unitario (1860-1870) che il brigantaggio assunse proporzioni
eclatanti che mai si erano registrate in precedenza. La rivolta
infiammò tutte le regioni meridionali con la sola esclusione della
Sicilia. Italiani del nord si trovarono a combattere una lotta aspra
e fratricida contro italiani del sud. Le perdite furono
notevolissime. Quelle subite dall’esercito piemontese impiegato in
misura massiccia nell’attività di repressione, oltre 120.000
soldati, superarono, e di gran lunga, quelle fatte registrare in
tutte le guerre di indipendenza messe assieme. Manca, invece, una
stima attendibile delle perdite subite dai briganti o insorgenti che
dir si voglia. Carlo Alianello così scrive: “Secondo la stampa
estera, dal gennaio all’ottobre del 1861, si contavano nell’ex Regno
delle Due Sicilie, 9.860 fucilati, 10.604 feriti, 918 case arse, 6
paesi bruciati, 12 chiese predate, 40 donne e 60 ragazzi uccisi,
13.629 imprigionati, 1.428 insorti in armi”2. E tutto questo, si
badi bene, nel corso di soli dieci mesi! Che non si sia trattato,
dunque, di roba di poco conto, pare ormai assodato. E viene ammesso
anche da quelli che continuano a mostrare scetticismo o a
minimizzare scientemente l’argomento. D’altro canto i documenti di
archivio, che sempre più numerosi vengono portati alla luce,
appaiono così evidenti da spazzar via qualsiasi dubbio. I briganti
imperversarono a lungo nelle desolate lande del meridione, mettendo
a dura prova la resistenza dell’esercito sabaudo impreparato a
fronteggiare una situazione di perenne guerriglia. Non scontri a
viso aperto, sul campo di battaglia, ma estenuanti inseguimenti,
continue perlustrazioni, conflitti a fuoco tanto rapidi quanto
improvvisi, agguati micidiali. Tutte situazioni che mettevano i
soldati piemontesi e i loro ufficiali, abituati ad una rigida
disciplina militare, in una situazione di evidente difficoltà,
specialmente nei primissimi mesi che seguirono l’unificazione della
Penisola. |
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La tipologia del brigante
Ma chi furono i briganti? Difficile delineare una precisa tipologia
considerata la complessità del fenomeno che assunse caratteristiche
diverse a seconda del contesto ambientale e dei protagonisti della
rivolta. Si possono individuare, comunque, delle categorie sociali
nell’ambito delle quali il brigantaggio andò a pescare
generosamente. In primo luogo i soldati borbonici che, di punto in
bianco, si trovarono disoccupati e senza lavoro. L’esercito
napoletano, nel 1860, poteva contare all’incirca su 90.000
effettivi. Alla fine delle ostilità, dopo la caduta di Civitella del
Tronto (20 marzo 1861), ultimo baluardo della resistenza borbonica,
i piemontesi tentarono in tutti i modi di inquadrare nelle loro fila
gli ufficiali e i soldati partenopei. I risultati, però, furono
deludenti. “La Marmora era rimasto negativamente colpito da una
ispezione ad un campo di prigionieri ‘napoletani’ presso Milano: su
1.600, soltanto cento si erano detti pronti a riprendere servizio
nell’esercito italiano; alcuni altri ‘con arroganza’ avevano
dichiarato che non erano tenuti ad un nuovo giuramento, essendo
legati al giuramento di fedeltà prestato a Francesco II, e quindi
avevano diritto a tornarsene a casa. Suo parere fu, perciò, che dei
vecchi soldati bisognasse ‘disfarsene al più presto’. Cavour accolse
senza obiezioni il suo suggerimento e insisté vivamente presso
Farini in Napoli, perché Fanti, ministro della guerra, adottasse
misure adeguate”3. Tra di esse anche la ‘soluzione finale’, poi
fortunatamente tramontata, di trasferire gli ex soldati borbonici in
bagni penali da allestire in una sperduta isola dell’Oceano
Atlantico o in Patagonia4. Moltissimi di quei militari, una volta
tornati a casa, non sapendo come fare per sbarcare il lunario, si
diedero alla macchia schierandosi con i briganti.
E poi una gran massa di contadini e di braccianti agricoli che se
prima si trovavano male, con i Piemontesi stettero peggio. Proprio
sui contadini e sul loro odio atavico contro i ‘galantuomini’,
faceva affidamento la centrale legittimista borbonica per mettere in
piedi ed alimentare il fuoco della rivolta che avrebbe dovuto
portare, come già accaduto in passato, al ripristino del vecchio
stato di cose.
E poi ancora piccoli artigiani, commercianti, possidenti terrieri,
aristocratici di provincia, ex funzionari del regno, tutti molto
legati al passato ‘regime’, sui quali si abbatté con la forza di un
ciclone la prepotente ascesa della classe borghese favorita in sommo
grado dai governanti sabaudi.
Un ruolo importante lo giocarono anche i rappresentanti del clero
(preti, sacerdoti, frati, canonici, abati) i quali non si limitarono
a fornire assistenza spirituale ma spesso si aggregarono alle bande,
non disdegnando di imbracciare lo schioppo e il pugnale.
Un capitolo a parte, poi, merita quel pittoresco e variegato stuolo
di ‘legittimisti’ giunti da ogni parte d’Europa per assicurare il
proprio sostegno a quelli che i Piemontesi chiamavano briganti.
Rampolli di famiglie altolocate, nobili squattrinati, militari di
ogni genere e grado, avventurieri in cerca di emozioni forti,
artisti, scrittori, poeti, romanzieri e letterati in quel drammatico
decennio, fecero a gara, con encomiabile slancio, per partecipare
alla lotta disperata e senza quartiere di uomini coraggiosi che non
avevano piegato la testa dinanzi alla tracotanza dell’invasore
sabaudo che, tra l’indifferenza generale, si apprestava ad
impossessarsi ‘manu militari’ delle terre, delle ricchezze e della
dignità delle genti del meridione.
Tra le fila dei briganti confluì, strano a dirsi, anche un discreto
manipolo di garibaldini. Si trattò, soprattutto, di contadini
calabresi e siciliani attratti dalla promessa della distribuzione
delle terre fatta da Garibaldi mentre alla testa dei suoi reparti
risaliva lo stivale. I patti, però, non vennero rispettati. Delusi e
amareggiati quei contadini, in un batter d’occhio, diventarono
briganti.
Non si può negare, infine, né sarebbe giusto farlo, che vi furono
anche delinquenti comuni, volgari tagliagole, assassini, grassatori
e ladri di polli. Profittando del momento di grande confusione e di
estrema incertezza molti badarono soltanto a conseguire fini
illeciti. Niente a che vedere con rivendicazioni di stampo
ideologico. |
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Da briganti a emigranti
La rivolta brigantesca nell’Italia meridionale abbraccia un
consistente lasso di tempo. Si inizia dalla seconda metà del 1860 e
si va avanti per un decennio e anche di più. In linea di massima si
è soliti distinguere, pur con tutte le cautele che il caso impone e
considerando sempre la parzialità spesso artificiosa di tali
ripartizioni, due fasi distinte: la prima va dal 1860 fino agli anni
1862/63. L’altra parte dal 1863 e giunge fino al 1870. Nel primo
segmento il fenomeno fu fortemente caratterizzato da motivazioni
politiche tanto che si parla comunemente di ‘brigantaggio di tipo
legittimista’. Fu questo il periodo nel quale la rivolta acquistò
una connotazione più nobile: si voleva restituire il regno del sud a
Francesco II di Borbone che era stato brutalmente spodestato da
Garibaldi e da Vittorio Emanuele di Savoia. Una fase caratterizzata
dall’atteggiamento connivente della Chiesa: il re Franceschiello e
la regina Maria Sofia di Baviera, scappati prima da Napoli e poi da
Gaeta, avevano trovato rifugio a Roma, graditi ospiti del pontefice
Pio IX, nello splendido Palazzo Farnese. I briganti, insomma, erano
considerati il braccio armato del re Borbone e il mezzo principe con
il quale procurare la riconquista del Regno, come già accaduto nelle
turbinose vicende del 1799. Del resto la presenza delle truppe
piemontesi nei pressi del Liri e della linea di confine, costituiva
una gravissima minaccia per lo stato papalino che temeva fortemente
per la sua stessa esistenza. Il progetto di ripristino dell’ancien
règime nel sud d’Italia, però, malgrado gli sforzi, non si
concretizzò: la storia ormai marciava con il vento in poppa in tutt’altra
direzione. La stessa Chiesa ben presto intuì che appoggiare
palesemente le iniziative dei briganti avrebbe negativamente deposto
per il suo secolare prestigio. Comprese anche che il progetto di
restaurazione borbonica, per il quale tanto si era adoperata, era
ormai definitivamente fallito. E così, con il cinico realismo che
l’ha sempre contraddistinta nel corso dei secoli, tentò di
recuperare il terreno perduto e di instaurare rapporti di buon
vicinato con il governo italiano. Da qui la stipula della
‘Convenzione di Cassino’ (24 febbraio 1867), primo esempio di
collaborazione nella lotta al brigantaggio tra Chiesa e governo
sabaudo5. Qualche tempo prima, invece, (7 dicembre 1865) c’era stata
la promulgazione dell’Editto Pericoli, dal nome di mons. Luigi
Pericoli, delegato apostolico della provincia papalina di Campagna e
Marittima, confinante con la Terra di Lavoro. Editto diretto, come
recitava il testo, “alla più efficace e pronta repressione del
brigantaggio che ora infesta le provincie di Velletri e Frosinone”6.
Anche questa astuta riconversione, però, non ottenne gli effetti
sperati. I giochi erano ormai belli che delineati. Non a caso,
appena cinque anni dopo, nel settembre del 1870, i bersaglieri
italiani, facendo irruzione nella Città Eterna, mettevano fine, e
per sempre, al potere temporale della Chiesa. Ma torniamo un attimo
indietro. Intorno al 1863, svanita l’illusione e infranto il sogno
nostalgico di restaurazione, il brigantaggio fece registrare un
radicale mutamento. Dismesso il paludamento della rivendicazione
politica, ne indossò un altro più volgare, alieno da pulsioni e
palpiti politici. Il brigantaggio finì per trasformarsi in
delinquenza comune e la cosa andò avanti, tra alti e bassi, fino al
1870 e anche oltre. La spinta ideologica si era appassita grazie
anche alla spietata opera di repressione militare e ad una serie di
provvedimenti legislativi straordinari. Uno per tutti la famigerata
‘legge Pica’, dal nome del deputato abruzzese proponente Giuseppe
Pica7. Varata nel settembre del 1863, restò in vigore fino al 31
dicembre del 1865. Essa conteneva alcune disposizioni durissime, ai
limiti, diremmo oggi, della costituzionalità. In virtù di questa
normativa la competenza in materia di brigantaggio passava dalla
giurisdizione ordinaria a quella militare. L’intero meridione fu
dichiarato in ‘stato di brigantaggio’, con la conseguente creazione
delle ‘zone militari’. Notevole l’inasprimento delle pene e delle
misure di sicurezza. Vi era un articolo del decreto, il quinto, che
dava al governo la facoltà di assegnare a domicilio coatto per un
tempo non inferiore ad un anno, oziosi, vagabondi, sospetti
manutengoli e camorristi. La misura, quindi, non era diretta ai
briganti veri e propri, magari sorpresi in flagranza di reato, con
le armi in pugno (in tal caso venivano immediatamente fucilati sul
posto), ma a chi era sospettato di avere legami con gli stessi.
Facile immaginare la discrezionalità che accompagnò tale
provvedimento. Spesso, soltanto in base al modo di vestire, a
delazioni false o a testimonianze interessate, fu inviato al confino
anche chi con i briganti non aveva niente a che spartire. Una misura
aberrante che provocò conseguenze disastrose e che spopolò interi
paesi. Proprio grazie alla sua durezza, però, la ‘legge Pica’
raggiunse i risultati sperati. A partire dal 1865 il brigantaggio
nelle regioni meridionali iniziò a segnare decisamente il passo. Per
arrivare, poi, intorno al 1870, quando il fenomeno giunse ad
esaurire la sua lunga parabola. Da quel momento in poi, e per un
lunghissimo periodo di tempo, dei briganti, del brigantaggio e della
sanguinosa guerra civile che si combatté nelle regioni meridionali
della Penisola, non si parlò più ad eccezione delle poche, lacunose
e parziali informazioni che una parte ben precisa di una determinata
storiografia volle far trapelare. Si mise in atto una sorta di
‘damnatio menoriae’ diretta a cancellare, in maniera sistematica, il
ricordo di quegli eventi. Gli stessi testi scolastici sullo
specifico argomento glissano completamente oppure, quando va di
lusso, gli dedicano poche ed anche inesatte righe. E ciò è andato
avanti fino agli anni ’60 del secolo scorso quando Franco Molfese
con le sue ricerche e i suoi scritti iniziò a squarciare la densa
coltre di oblio depositata a bella posta sulla materia. Era
trascorso, però, già un secolo da quegli eventi così drammatici.
Eventi trascurati, emarginati, scientemente occultati da chi,
obnubilato da una eccessiva enfasi risorgimentale, preferiva tenere
celati tanti accadimenti consumati, purtroppo, sulla schiena, da
sempre onusta e greve, delle derelitte genti del meridione. Ma
perché tutto ciò? A quale scopo? Perché tanto timore nel raccontare
episodi che pure sono parte integrante della storia della nostra
nazione? Più di qualche dubbio, al riguardo, permane. Qualcosa
sicuramente non quadrò in quel periodo così difficile. Forse sul
brigantaggio non è stata raccontata tutta la verità. Forse chi ha
scritto la storia, come fatalmente accade, ha scelto di vedere
soltanto l’angolazione del vincitore ignorando le ragioni dei
vinti8. Forse la vera storia del brigantaggio non è stata ancora
scritta e chissà mai se qualcuno riuscirà a farlo. Anche perché si
tratta di una storia fatta da povera gente, da contadini laceri,
ignoranti, derelitti e affamati, vissuti da sempre ai margini della
società e, quindi, ai margini della storia. Per loro la situazione,
con l’arrivo dei piemontesi, non cambiò poi di tanto, anzi, in molti
casi peggiorò. Se prima, infatti, erano poveri in canna, con il re
sabaudo lo furono ancora di più. E quando, nel 1870 o giù di lì, il
fuoco della rivolta si spense, subito iniziò un’altra pagina
drammatica della quale, ancora oggi, si avvertono nitide le
conseguenze: l’emigrazione. Gettato lo schioppo e il mantello da
brigante, il contadino del sud si trasformò in emigrante.
Interminabili file di gente disperata, con le povere cose chiuse in
una lacera valigia di cartone, affollavano ogni giorno i moli in
attesa dei bastimenti che dovevano portarli lontano, in paesi spesso
inospitali. In molti non avrebbero più rivisto la terra dove erano
nati e cresciuti. Quella terra che non era mai stata la loro, che
per un attimo avevano sperato di conquistare e per la quale tanto si
erano battuti. Si erano persino trasformati in rivoltosi ed avevano
osato sfidare l’invasore piemontese. Tutto, però, era risultato
vano. Alla fine i gendarmi sabaudi avevano avuto la meglio. A chi
era scampato alla mattanza non rimaneva che andare a vivere oltre
Oceano, immersi negli stenti e nell’umiliazione. Ma questa è tutta
un’altra storia. |
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Le cause scatenanti
Cerchiamo ora di analizzare le principali cause che determinarono la
rivolta brigantesca. Cause molteplici e variegate, di natura
politica, sociale, economica, ambientale, tra le quali non è agevole
districarsi. Sarebbe errato, e anche superficiale, ritenere che
ognuno di tali fattori, preso isolatamente, abbia svolto un ruolo
determinante nella evoluzione delle vicende brigantesche. Siamo di
fronte, infatti, ad un fenomeno complesso la cui genesi non si deve
a questa o a quella causa, bensì a tutte quante messe assieme
organicamente concatenate. Numerosi sono gli elementi scatenanti del
brigantaggio post-unitario.
Ad iniziare dalle leggi anticlericali o cosiddette eversive. Anche
chi non conosce nei dettagli la storia del meridione d’Italia sa
quanto le genti del Sud siano legate, ancora oggi, spesso fino a
rasentare l’idolatria, ai valori religiosi. Quando nel 1799 il
cardinale Ruffo partì dalle Calabrie alla riconquista del Regno
caduto nelle mani dei francesi, scelse come vessillo della sua
eterogenea masnada il simbolo della Croce. Armata che prese il nome
della ‘santa fede’ e che combatté e vinse i giacobini atei e
miscredenti proprio in nome di quei valori cattolici che in Francia
erano stati immolati al sommo predominio della ragione9. Nel 1860
accadde, più o meno, la stessa cosa: i piemontesi, che non
brillavano per il loro attaccamento ai valori religiosi, insediatisi
con la forza delle armi nell’ex Regno di Napoli, vararono una serie
di norme di chiaro stampo anticlericale che furono viste dalle genti
del meridione come un sacrilegio, un attentato alle loro ataviche
credenze religiose. Una per tutte l’abolizione pressoché totale
della proprietà ecclesiastica che da sempre aveva costituito una
vitale risorsa specie per chi viveva, ed erano in tanti, in
situazioni di precarietà e di indigenza10. Tali provvedimenti non
fecero che alimentare il fuoco della rivolta e della protesta
popolare. Ma perché, allora, furono varate queste leggi? Per
incamerare ‘sic et simpliciter’ un patrimonio di ingenti proporzioni
che andava a rimpinguare le esangui casse del governo sabaudo che
già prima del 1860 non versavano certo in condizioni di grande
prosperità11.
Analogo discorso va fatto per il carico fiscale. Il metodo della
tassazione era pressoché sconosciuto alla popolazione meridionale.
Con l’avvento dei governanti sabaudi pagare le tasse diventò
obbligatorio. L’onere andò ad incidere soprattutto sulle spalle dei
contadini e dei braccianti agricoli che già a stento riuscivano a
mettere insieme il pranzo con la cena. Basterà qui ricordare
l’odiosa ‘tassa sul macinato’ che, introdotta nell’estate del 1868
dal governo Menabrea per procedere al risanamento delle dissestate
finanze pubbliche, fu abolita solamente nel 188012. Enrico Panirossi,
un settentrionale sceso nel mezzogiorno da ufficiale dei
Carabinieri, fu autore di un attento studio sulla realtà politica,
amministrativa ed economica del meridione13. Egli così scrive:
“Lungo i cinque anni della Liberazione si triplicarono addirittura
le imposte ma la terra non triplicò i suoi frutti e il suo
valore”14. Un’affermazione chiara, al di sopra di ogni sospetto.
L’ufficiale, infatti, aveva preso parte alla lunga campagna di
guerra nel sud Italia militando nel campo dei vincitori. Anche la
decisione di imporre una tassazione pesante e pressante rispondeva
ad una logica ben precisa: il governo sabaudo voleva coprire la
voragine che si era aperta nei conti pubblici per sostenere le
sempre più ingenti spese militari. Non si può ignorare, d’altronde,
che tra il 1860 e il 1870 nel meridione d’Italia si trovò ad operare
più della metà degli effettivi dell’intero esercito piemontese.
E poi ci fu la leva obbligatoria, una misura anch’essa sconosciuta o
quasi alle genti del sud. Disertando pressoché in massa, i contadini
andarono ad infoltire le fila dei briganti15. D’altronde per le
povere famiglie meridionali, tenacemente attaccate al loro esile
pezzetto di terra dal quale derivava il magro sostentamento
quotidiano, perdere per un lungo periodo di tempo (anche sei anni)
un paio di robuste braccia, costituiva una vera e propria iattura.
Numerosi furono quelli che, non volendo entrare nell’esercito
piemontese, fuggirono sulla montagna e diventarono briganti. La
renitenza alla leva fu una delle cause più importanti che concorsero
ad alimentare e a mantenere in vita il brigantaggio. Indro
Montanelli, al riguardo, così scrive: “Convinti di poterlo
combattere con misure di polizia, bandirono la coscrizione per
rinforzare le guarnigioni piuttosto a corto di uomini perché il
grosso dell’esercito era rientrato al nord per presidiare i confini
col Veneto austriaco. Ma fu un fiasco totale: dei 70 e più mila
richiamati se ne presentarono solo 20.000: il che voleva dire 50.000
disertori alla macchia”16. Vi fu poi anche chi non volle diventare
soldato piemontese per non giurare fedeltà al re sabaudo
considerato, oltre che straniero (si esprimeva, del resto, in
francese), prepotente e oppressore di popoli. Il fenomeno si
protrasse lungamente nel tempo. Se prima per i disertori l’approdo
naturale era la montagna, con il passare del tempo, si cominciò
sempre più spesso ad emigrare all’estero. Basta ricordare il caso di
Saracino, immortalato da Carlo Levi nella sua opera più famosa17, un
contadino di Frosinone che, fuggito dall’Italia per per non servire
il re piemontese, si era trasferito con la famiglia in Inghilterra e
lì aveva fatto fortuna vendendo i gelati. La sua vicenda, comune a
tanti altri nostri connazionali, si colloca molto in avanti nel
tempo, ben oltre il tribolato decennio post-unitario e il periodo
dell’insurrezione brigantesca.
Un altro fattore scatenante del brigantaggio deve essere considerato
la mancata distribuzione delle terre demaniali ai contadini del sud
che, solennemente promessa da Garibaldi, finì poi per restare
lettera morta. Il latifondo, in effetti, venne in gran parte
eliminato ma non a vantaggio delle classi più povere. Le terre
demaniali, infatti, furono messe in vendita e acquistate quasi tutte
dai ricchi esponenti della borghesia che, proprio da quel momento,
iniziò la sua inarrestabile ascesa verso i vertici dello Stato. I
contadini, gli agricoltori, i braccianti, rimasero non solo a becco
asciutto ma si videro privati anche della possibilità di trarre
profitto e sostentamento da quelle terre che per secoli avevano
costituito un sicuro rifugio18. Lo stesso Garibaldi, non
condividendo l’operato del neo governo piemontese, abbandonò Napoli
e si ritirò sdegnato in quel di Caprera19. Ma la frittata, ormai,
era fatta. L’ira dei contadini del sud montava senza freno. In
tanti, delusi dalle fallaci promesse, mortificati dai provvedimenti
di un governo che, all’atto pratico, si stava dimostrando ben
peggiore di quello vecchio, pensarono bene di non ritornare alla
vita grama di un tempo e si diedero alla macchia.
Strettamente connesso a tale fattore è l’abolizione degli usi civici
sulle terre demaniali. Da sempre gli abitanti più poveri delle
desolate lande meridonali erano riusciti a sopravvivere, sia pure in
condizioni di estrema precarietà, grazie alla possibilità di
frequentare le terre del demanio. Qui, infatti, potevano esercitare
alcune attività per loro vitali: la raccolta della legna, delle
olive, dei prodotti selvatici (funghi, erbe, bacche), il pascolo
de-gli animali e così via di seguito20. Con la vendita delle terre
demaniali e con la conseguente abolizione degli usi civici, tutto
questo, all’improvviso, non fu più possibile. I poveri contadini del
sud si videro preclusa anche quest’ultima ancora di salvezza. Il
nuovo padrone, infatti, di solito un borghese facoltoso e arrogante,
contornato da scherani e da fattori prepotenti, non era più disposto
a consentire che torme di miserabili vagassero in cerca di cibo
sulla sua proprietà. A questo punto c’era poco da fare: non avendo
terre da lavorare, non disponendo di altri beni o ricchezze, se non
si voleva morire di fame e di inedia, restava soltanto da prendere
la via della montagna con lo schioppo in spalla. Certo la vita che
andava ad iniziare non era semplice né tanto meno pacifica. I rischi
erano tantissimi e si metteva in conto che, prima o poi, ci si
poteva anche rimettere le penne. Ma, per lo meno, da briganti si
mangiava e non si moriva di fame. E se proprio doveva accadere
l’irreparabile, almeno si andava al Creatore… con la pancia piena.
Un ultimo elemento che concorse a mantenere in vita e ad alimentare
nel tempo il brigantaggio è il profondo attaccamento della
popolazione meridionale, o di gran parte di essa, alla monarchia
borbonica. Cacciati dal Regno i legittimi sovrani avevano trovato
rifugio in quel di Roma, sotto l’ala protettiva del Pontefice e di
Santa Romana Chiesa. Tanti furono i briganti che assalivano i
piemontesi gridando “viva Franceschiello” o “viva il Re”. I
contadini del sud, lo abbiamo detto più volte, non navigavano
nell’oro, conducevano una vita di stenti, ma erano stati abituati da
sempre a guardare con fiducia ai loro regnanti che nei momenti di
difficoltà sapevano come far fronte alle esigenze. Magari con
provvedimenti assolutamente estemporanei (si veda la distribuzione
gratuita di pane e farina nei periodi di carestia) ma pur sempre
efficaci e, soprattutto, di grande impatto emotivo, specie agli
occhi ingenui e semplici del popolino meridionale. Non sarà inutile,
al riguardo, riportare la testimonianza del capitano piemontese
Alessandro Bianco di Saint Jorioz, che pure non fu tenero nei
confronti delle genti del sud, dipinte alla stregua di incivili
popolazioni aborigene o dell’Africa nera. Egli, in un suo libro
edito nel 186421, quando cioè la rivolta contadina e brigantesca era
ancora in atto, così scriveva: “Il 1860 trovò questo popolo vestito,
calzato, con risorse economiche. Il contadino possedeva una moneta.
Egli comprava e vendeva animali, corrispondeva esattamente gli
affitti, con poco alimentava la famiglia, tutti in propria
condizione vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso
l’opposto; i ricchi non sentono pietà, gli agiati serrano gli uncini
delle proprie borse, i restanti indifferenti o impotenti. Nessuno
può o vuole aiutare l’altro, sconforto da per tutto…”22. Tutto
sommato, quindi, pur con tutte le riserve del caso, i contadini del
meridione conducevano una vita per lo meno dignitosa. Fu dopo il
1860 che la tempesta scese inaspettata e violenta sulle loro teste
facendo precipitare repentinamente la situazione. Il che li indusse
ad impugnare le armi ed a rivolgerle contro coloro che ritenevano i
più diretti responsabili della colossale catastrofe. Quella lotta
disperata, senza quartiere e senza speranza perché già persa in
partenza, che i cenciosi contadini del sud combatterono contro i
piemontesi, fu soprattutto una lotta per la terra, per la dignità e
per la sopravvivenza. Si trattò, come afferma Salvatore Scarpino in
un suo bel libro23, di una ‘guerra cafona’, combattuta da povera
gente, da gente disperata, senza più speranze e senza più sogni.
Ecco perché, forse, non andava raccontata. Il grande libro della
storia, del resto, quello con la ‘esse’ maiuscola, da che mondo è
mondo, non è mai stato scritto né dagli umili né tanto meno dagli
sconfitti. |
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I briganti del Lazio
meridionale
Veniamo ora ai briganti di casa nostra. La parte settentrionale
della provincia di Terra di Lavoro, quella che, tanto per
intenderci, comprendeva Sora, Isola del Liri ma anche San Germano
ossia Cassino, fu uno dei territori maggiormente interessati dal
brigantaggio post-unitario. E le ragioni sono facilmente
individuabili. Trovandosi a diretto contatto con lo Stato Pontificio
(il confine, tra i più longevi del continente europeo, era
delineato, grosso modo, dal corso del fiume Liri), l’alta Terra di
Lavoro costituiva una sorta di ‘zona franca’, di ‘terra di nessuno’,
dove i briganti potevano agire praticamente indisturbati e che
consentiva, soprattutto, il ‘salto della quaglia’, ossia di passare
da una parte all’altra sfuggendo a qualsiasi attività di
repressione. Oltre a ciò, poi, era una zona ricca di folti boschi,
di dirupi scoscesi, di profonde caverne, di impervie montagne. In
poche parole l’habitat naturale per il brigante. Per questo le
nostre terre, anche se non conobbero le ‘imprese’ di un Carmine
Crocco Donatelli24, di certo il personaggio più noto dell’insorgenza
post-unitaria, pur tuttavia furono ‘infestate’, per usare un termine
molto caro alla storiografia dominante, e per tutto il decennio
post-unitario, da una miriade di capibanda, ognuno dei quali ha la
sua storia da raccontare. Una storia fatta quasi sempre di miseria,
di povertà, di analfabetismo, di ignoranza, di violenza. Non è
possibile, ovviamente, seguire passo passo le vicende di questi
personaggi nei quali, bisogna dire, è difficile scorgere un barlume
di sentimenti politici o di rivendicazioni di carattere ideologico.
Si può dire, insomma, briganti tanti o quasi tutti, eroi pochi o
niente. E tale affermazione trova puntuale conferma in quella gran
mole di documenti che affiora, ormai a getto continuo, dai nostri
archivi per tanto tempo trascurati. I vari Luigi Alonzi, alias
Chiavone, il ‘selvarolo’ di Sora, Luigi Andreozzi di Pastena,
Bernardo Colamattei di Colle San Magno, tanto per restare ai nomi
più conosciuti, non ebbero nel loro dna sentimenti patriottici né
pulsioni ideologiche. In alcuni casi i provvedimenti varati dai
piemontesi, in primis la leva obbligatoria, furono la causa
scatenante della loro attività brigantesca. Essi, però, andarono
avanti imperterriti per la loro strada, senza dare prova di atti
eroici o di ravvedimenti di sorta. Le loro azioni, spesso
delittuose, non erano riconducibili a nobili finalità ma soltanto al
desiderio di migliorare in maniera illecita la loro infima
condizione sociale ed economica. E per fare ciò non trovarono di
meglio che profittare di quel periodo di grande sconvolgimento che
seguì l’unificazione del nostro paese. Volendo scendere nei
dettagli, l’unico brigante che in quel periodo mostrò un barlume,
sia pur tenue, di ‘politicizzazione’, fu Domenico Fuoco25, il
tagliapietre di San Pietro Infine che, proprio per questo motivo,
finì coll’essere emarginato dalle altre bande. Comunque, intorno al
1870 o giù di lì, tutti i briganti nostrani erano stati soppressi o
messi in condizione di non nuocere. Ad iniziare dal sorano
Chiavone26 la cui stella si era spenta già da un bel pezzo,
giustiziato dai suoi stessi compagni sui monti di Sora nel giugno
del 1862. Luigi Andreozzi di Pastena, del quale va ricordato
l’ottimo lavoro di Costantino Jadecola27, era stato ucciso dai
Cacciatori Pontifici in una locanda di Prossedi nel luglio del 1867.
Bernardo Colamattei28 di Colle San Magno, invece, andò incontro ad
una sorte meno tragica: si consegnò nell’aprile del 1868 ai Reali
Carabinieri di Sant’Elia Fiumerapido e morì nel carcere di Cassino
“senza rivedere le verdi montagne del suo paese natio” come canta
Benedetto Vecchio in una delle sue canzoni più belle29. Francesco
Guerra30 rimase ucciso nell’estate del 1868 in un conflitto a fuoco
con le truppe piemontesi. Alessandro Pace31 fu catturato, grazie
anche al tradimento della sua amante, nei pressi di Morcone
nell’agosto del 1869. Mancava all’appello, tra i capi, soltanto
Domenico Fuoco. Anche la sua ora, però, si avvicinava rapidamente:
fu massacrato nel sonno, insieme a Francesco Cocchiara, detto
‘Caronte’ e a Benedetto Ventre, nella notte del 16 agosto del 1870
in una grotta delle Mainarde, nei pressi di Picinisco, da alcuni
possidenti che aveva sequestrato. E così anche nel Lazio meridionale
sul brigantaggio calò il sipario. |
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La ‘questione meridionale’
Ma, se i briganti erano stati sconfitti, debellati, ridotti
all’impotenza, le motivazioni di natura sociale, politica, economica
e culturale che avevano determinato il fuoco della rivolta nelle
province meridionali, restavano ancora lì, incombenti, pesanti come
macigni, ben al di là dall’essere adeguatamente considerate dal
nuovo governo piemontese che in quel drammatico decennio si limitò
soltanto ad armare eserciti, imporre tasse inique, promulgare leggi
durissime e spesso inadeguate, ordinare esecuzioni sommarie,
piuttosto che prestare ascolto ai lamenti accorati di chi viveva una
situazione di grave disagio e di disperazione. Il generale Govone
era stato molto chiaro con la Commissione d’Inchiesta Massari
incaricata dalla Camera dei Deputati, nel dicembre del 1862, di
“studiare le cagioni e lo stato del brigantaggio nelle province
meridionali e di additare gli opportuni rimedi”32. Egli, da buon
militare che non ama perdersi in fronzoli, aveva detto “che i cafoni
vedono nel brigante il vindice dei torti che la società loro
infligge”33. Ecco perché i briganti furono così duri a morire. Ecco
perché il brigantaggio infiammò la parte meridionale della Penisola
per dieci lunghi anni. Né la spietata attività di repressione messa
in campo dal governo sabaudo ebbe vita facile. Anzi, il più delle
volte, il rimedio si dimostrò di gran lunga peggiore del male. L’on.
Miceli, non a caso, così ebbe ad osservare: “Quando si sorpassano i
limiti della repressione con eccessi inescusabili, anziché
raggiungere lo scopo ce ne dilunghiamo, anziché distruggere il
brigantaggio lo rendiamo perenne e più feroce”34. Sulla stessa
lunghezza d’onda il deputato Marzio Francesco Proto, duca di
Maddaloni, il quale, nella ‘tornata’ del 20 novembre del 1861,
denunciava pubblicamente le atrocità della repressione piemontese:
“Gli uomini di stato del Piemonte e i partigiani loro hanno corrotto
nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spogliato il
popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore. Hanno dato
l’unità del paese, è vero, ma lo hanno reso misero, cortigiano,
vile. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far
credere di avervi portato la libertà. Pensavano di poter vincere con
il terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe
l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad
abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta… I più feroci
briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini… Questa è
invasione non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra
di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province
meridionali come il Cortez ed il Pizarro nel Perù e nel Messico,
come gli Inglesi nel regno del Bengala”35. Proto, al termine del suo
vibrante intervento, chiedeva a gran voce la costituzione di una
apposita commissione d’inchiesta. La cosa, però, non ebbe seguito in
quanto il Presidente della Camera dei Deputati, Urbano Rattazzi, non
consentì di portare la mozione in discussione. Deluso e amareggiato
il notabile partenopeo, nella seduta del 29 novembre 1861,
rassegnava le sue dimissioni da parlamentare del Regno d’Italia. Su
ciò che stava accadendo nelle province del meridione fu molto duro
anche Nino Bixio, uno dei migliori ufficiali di Garibaldi, il quale,
eletto deputato, nella seduta parlamentare del 28 aprile 1863 così
dichiarava: “Si è inaugurato nel mezzogiorno d’Italia un sistema di
sangue ed il governo, cominciando da Ricasoli e venendo sino al
ministero Rattazzi, ha sempre lasciato esercitare questo sistema”36.
E ancora: “Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno
d’Italia. Ebbene non è col sangue che i mali esistenti saranno
eliminati… E’ evidente che nel Mezzogiorno non si domanda che
sangue, ma il Parlamento non può adottare gli stessi sistemi. C’è
l’Italia, là, o signori, e se vorrete che l’Italia si compia,
bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione del sangue”37.
Lo stesso on. Giuseppe Massari, relatore della commissione
parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, deputato pugliese che
militava nelle fila della maggioranza di governo, non ebbe
esitazione a riconoscere che il brigantaggio era una “malattia
sociale” che nasceva “da una protesta selvaggia e brutale della
miseria contro antiche e secolari ingiustizie”38. Miseria e
ingiustizie delle quali i nuovi governanti piemontesi non seppero
assolutamente venire a capo. In quel drammatico decennio
postunitario, anzi, il solco già enorme che divideva le classi
agiate e la povera gente, i galantuomini e i contadini, divenne
ancora più evidente e palese. La prepotente ascesa della borghesia
che prima era stata vicina ai Borbone e che ora scodinzolava
ossequiosa ai piedi dei piemontesi, non fece che acuire la
situazione già disperata dei bracciali che, con l’abolizione degli
usi civici sulle terre demaniali, finite tutte nelle mani voraci ed
avide dei ricchi latifondisti, non sapeva proprio a quale santo
votarsi per non morire di fame. Fu così che il brigantaggio, come
una marea inarrestabile che tutto sommerge, attecchì e prosperò a
lungo. E mentre il fuoco della rivolta divampava robusto e
impetuoso, un governo miope, arrogante, prepotente, continuava
impettito e tronfio ad andare per la sua strada, sordo alle grida di
allarme lanciate dai suoi stessi rappresentanti dagli scranni del
Parlamento. “Potete chiamarli briganti - disse il deputato liberale
Ferrari, intervenendo al Parlamento di Torino nel novembre 1862 - ma
combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli
briganti, ma i padri di questi briganti hanno riportato per due
volte i Borboni sul trono di Napoli… Che cos’è in definitiva il
brigantaggio? - chiese - È possibile, come il governo vuol far
credere, che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano
tener testa a un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000
regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi! Ho visto
una città di 5.000 abitanti completamente distrutta. Da chi? Non dai
briganti”39. L’on. Ferrari si riferiva alla distruzione e al
saccheggio ad opera dei soldati piemontesi, nell’agosto del 1861, di
Pontelandolfo e Casalduni, due popolosi centri del beneventano40. Lo
stesso parlamentare, nel dibattito del 29 aprile 1862, facendo
riferimento a ciò che stava accadendo nel sud della Penisola,
parlava senza mezzi termini, di “guerra barbarica”: “Non potete
negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo
pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai
giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova
legge (la legge Pica, nda) in base alla quale ogni uomo preso con le
armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica,
guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state
sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi”41. Testimonianze
inequivocabili, chiarissime, esplicite e, per di più, considerata la
provenienza, assolutamente non partigiane. Eppure niente si fece per
mettere fine all’atroce mattanza, alla sanguinosa guerra civile. Le
conseguenze di questi tragici errori non si esaurirono di certo con
l’epilogo del brigantaggio e del decennio post-unitario. Se ancora
oggi, all’inizio di questo tribolato terzo millennio, esiste un
meridione che arranca, un divario abissale tra nord e sud, se ancora
oggi parliamo di una ‘questione meridionale’ ben lungi dall’essere
risolta, la responsabilità è anche di chi, a quel tempo, tutto fece
fuorché sentire i lamenti struggenti di chi viveva quella drammatica
realtà. Eppure sarebbe bastato poco per cambiare radicalmente il
corso della storia. Sarebbe bastato dare ascolto a chi aveva speso
le sue migliori energie per procurare l’unità d’Italia. Peppino
Garibaldi, nella quiete silente di Caprera, tormentato dai ricordi e
dai rimorsi, nel 1868, così scriveva alla cara amica Adelaide
Cairoli: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono
incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante
ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di
essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore,
suscitato solo odio”42. E se lo afferma l’inclito ‘eroe dei due
mondi’, che tanta parte ebbe nella mirabolante impresa, non è certo
il caso di contestare o di muovere obiezioni. Purtroppo, però, le
cose nel meridione andarono così. E non possono esserci pentimenti
‘a posteriori’ che tengano. Anche se essi inducono a pensare, a
meditare, a riflettere. E, soprattutto, a rivisitare alcuni passaggi
della ridondante ‘vulgata risorgimentale’. Cosa che, del resto,
aveva già fatto, molti anni fa, un altro intellettuale al di sopra
di ogni sospetto: Antonio Gramsci. “Lo Stato italiano è stata una
dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e
le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri
che scrittori venduti tentarono di infamare col marchio di briganti.
Settecentomila civili massacrati (su una popolazione totale di nove
milioni di abitanti), cinquecentomila cittadini arrestati,
sessantadue paesi incendiati, centinaia di migliaia di patrioti
deportati nei campi di sterminio piemontesi. Tutto ciò fu l’unità
d’Italia”43. |
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* Dalla relazione tenuta in
occasione dell’Assemblea dei Soci CDSC del 5 marzo 2008.
1 De Matteo G.:“Brigantaggio e Risorgimento. Legittimisti e briganti
tra i Borbone e i Savoia”, Alfredo Guida Editore, Napoli 2000, p.
13.
2 Alianello C.: “La conquista del Sud”, Rusconi libri, Milano 1994,
p. 133.
3 Molfese F.: “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, Nuovo Pensiero
Meridiano, IV edizione, Madrid 1983, p. 31.
4 Sulla vicenda cfr. Riccardi F.: “Il calvario dei prigionieri
napoletani dopo il 1860. Una pagina dimenticata della nostra storia”
in “Annali del Lazio Meridionale”, anno VII, n. 2, dicembre 2007,
Tipografia Fabrizio, Itri 2007, pp. 73/82.
5 Bartolini C. : “Il brigantaggio nello Stato Pontificio”, Adelmo
Polla Editore, ristampa anastatica Roma 1897, Cerchio 1989, pp.
30/32.
6 Archivio Stato Frosinone (ASF), “Delegazione Apostolica”, busta
71, n. 1506. “Per imprimere maggiore energia alla repressione, il
delegato apostolico di Frosinone, monsignor Luigi Pericoli, il 7
dicembre 1865 emanò un editto contro il brigantaggio, ricalcando le
draconiane ordinanze che i legati pontifici e i cardinali Consalvi,
Pallotta e Benvenuti, avevano emanato fra il 1814 e il 1825, quando
nella stessa zona aveva infierito il brigantaggio che aveva trovato
in Gasparoni il capo più popolare. Veniva istituita una commissione
mista di tre togati e di tre militari per giudicare dei reati di
brigantaggio nelle zone di Velletri e di Frosinone, con procedimento
sommario e senza appello, salvo per la pena capitale. Erano
comminate la fucilazione per i briganti appartenenti a ‘conventicole’,
la prigione a vita per quelli isolati, pene varie per i manutengoli
e premi per la cattura o l’uccisione. Si concedeva un termine di 15
giorni per la presentazione” (Molfese F., op. cit., p. 327).
7 Sulla ‘legge Pica’ cfr. Riccardi F.: “Piccole storie di briganti”,
Associazione Culturale “Le Tre Torri”, Caprile di Roccasecca,
bollettino n. 2, anno VII, 2003, Tipografia Arte Stampa, Roccasecca
2003, p. 19, nota 18.
8 “… il revisionismo attuale oggi induce a riconsiderare uomini e
fatti del Risorgimento. Questo è noto agli italiani (o dovrebbe
essere noto), ma nella sua narrazione spesso è prevalsa la ragione
dei ‘vincitori’ e le ragioni dei ‘vinti’ sono state coperte da un
velo di partigianeria in modo da farle dimenticare o da presentarle
con accorta manipolazione; i vincitori sono stati sempre esaltati
sino al fanatismo, i vinti sempre annebbiati fino alla denigrazione”
(De Matteo G., op. cit., p. 11).
9 Su tale vicenda cfr. Pietromasi D.: “Storia della spedizione
dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo allora Vicario
Generale per S. M. nel Regno di Napoli e degli avvenimenti e fatti
d’armi accaduti nel riacquisto del medesimo”, presso Vincenzo
Manfredi, Napoli MDCCCI.
10 Fin da subito i governanti piemontesi avevano escogitato di
ridurre notevolmente nell’Italia meridionale il potere del clero
considerato in gran parte connivente con il brigantaggio. Di 277
sedi vescovili 108 erano vacanti e di queste ultime ben 57 erano
dislocate nell’Italia meridionale, Napoli e maggiori città del regno
incluse. Tantissimi i perseguitati. Emblematico il caso
dell’arcivescovo di Pisa, mons. Corsi, che venne arrestato il 13
maggio del 1860 per essersi rifiutato di celebrare il ‘Te Deum’ in
onore del re Vittorio Emanuele II di Savoia. Drammatica la
situazione nelle diocesi dell’ex Regno delle Due Sicile. Il vescovo
di Amalfi, mons. Domenico Ventura, morì a Napoli dopo aver subito
indicibili patimenti. Il vescovo di Benevento, il cardinale Carafa,
fu costretto ad abbandonare la sua sede diocesana e a rifugiarsi a
Roma. La stessa cosa fece mons. Filippo Cammarota, vescovo di Gaeta.
A Napoli il cardinale Riario Sforza fu espulso per ben due volte ed
andò esule a Roma. Il vescovo di Reggio Calabria, mons. Mariano
Ricciardi, si rifugiò prima in Francia e poi a Roma. Il vescovo di
Salerno, mons. Salomone, “per non aver voluto secondare le
pretensioni dei rivoluzionari, questi gli aizzarono contro il
popolaccio, e la notte seguente all’arrivo di Garibaldi in Napoli
dovette fuggire travestito. Riparò in Napoli. Qui fu assalito da 30
ladri, che simulando essere guardie di pubblica sicurezza, preceduti
da tamburi, invasero il suo alloggio, e legati l’Arcivescovo, col
fratello sacerdote e cameriere, rapinarono tutto che v’era di
prezioso, fino la biancheria. Di là dovette riparare in luoghi
diversi per aver salva la vita. Ora si trova in Napoli” (Pellicciari
A.: “Risorgimento anticattolico”, Piemme Edizioni, Asti 2004, p.
198). Il vescovo di Sorrento, mons. Saverio Apuzzo, fu prima
incarcerato, poi esiliato in Francia e quindi a Roma. Mons.
Bianchi-Dottola, vescovo di Trani, espulso dalla sua diocesi dalla
“marmaglia prezzolata”, fu costretto a vivere in clandestinità
perché minacciato d’arresto. Il vescovo di Avellino, mons. Francesco
Gallo, “fu arrestato dal Generale Tupputi il 22 febbraio 1861 e fu
deportato da un capitano dei carabinieri in Torino, ove tuttora si
trova” (Pellicciari A., op. cit., p. 199). Il vescovo di Caiazzo,
mons. Luigi Riccio, venne aggredito e cacciato dalla diocesi. La
medesima sorte subì il vescovo di Caserta, mons. De Rossi. Il
vescovo di Foggia, mons. Bernardino Maria Frascolla, fu espulso
dalla diocesi, im-prigionato e poi inviato in domicilio coatto a
Como. Mons. Michelangelo Pieramico, vescovo di Potenza, espulso
dalla diocesi, morì di stenti e di crepacuore. Il vescovo di Vallo,
mons. Giovanni Siciliani, espulso dalla diocesi, fu trattenuto per
molti mesi in prigione a Napoli. “Il rigore un tempo usato contro i
malviventi viene riservato ai cattolici; monaci, e monache, frati e
suore gettati sul lastrico; sacerdoti sbeffeggiati, incarcerati,
uccisi; il patrimonio artistico e culturale della nazione finito
nelle case dei liberali o semplicemente distrutto; smantellato il
tessuto di sicurezza sociale rappresentato dalle opere pie; irrise
la fede, la cultura e la tradizione della popolazione. Con tutto ciò
ai preti si impone di cantare il Te Deum in onore della nuova
civiltà e della nuova moralità” (AA.VV.: “La storia proibita. Quando
i Piemontesi invasero il Sud”, Edizioni Controcorrente, Napoli 2001,
p. 155). Anche il vescovo di Sora, mons. Giuseppe Maria Montieri,
non volle piegarsi al nuovo ordine di cose e “quando le truppe
garibaldine entrarono a Napoli… non volle permettere nelle sue
diocesi il canto del Te Deum reclamato come nel ’48 dai liberali e
talvolta imposto al clero con la forza” (Marsella C.: “I Vescovi di
Sora”, Tipografia Vincenzo D’Amico, Sora 1935, pp. 250/251). Con
l’avvento dei Piemontesi nel Lazio meridionale, il vescovo, nei cui
confronti era stato emesso un mandato di cattura, preferì rifugiarsi
a Roma dove, prostrato e afflitto, venne a mancare il 12 novembre
del 1862. Dopo la morte di Montieri la diocesi sorana rimase vacante
per un lungo decennio. Soltanto nel 1872, infatti, poteva insediarsi
il nuovo vescovo mons. Paolo De Niquesa. Fu però soprattutto nella
seconda metà del decennio post-unitario che il governo sabaudo
assestò il colpo di grazia. La legge n. 3036 del 7 luglio 1866
negava il riconoscimento e la capacità patrimoniale a tutti gli
ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose. I cospicui
beni di tali enti furono incamerati dal demanio statale. Venne
altresì sancita l’incapacità per ogni ente morale ecclesiastico, ad
eccezione delle parrocchie, di possedere beni immobili. Nello stesso
anno il primo ministro Giovanni Lanza estese l’esproprio dei beni
ecclesiastici all’intero territo-rio nazionale. Con un’altra legge,
la n. 2848 del 15 agosto 1867, fu varata la definitiva soppressione
di tutti gli enti secolari considerati inutili per la vita religiosa
del paese. Ormai il perverso meccanismo si era messo in moto e
niente poteva fermare il suo incedere. Basti pensare che ancora nel
1873, con una legge datata 19 giugno, il provvedimento di esproprio
dei beni ecclesiastici veniva esteso anche alla città di Roma
entrata ormai a far parte del nuovo Regno d’Italia.
11 “La capillare persecuzione anticattolica frutta un bottino
ingente: circa un milione di ettari di terra per non parlare delle
migliaia di edifici (conventi, romitori, cappellanie, chiese)
capillarmente diffusi su tutto il territorio nazionale. Tutto questo
patrimonio accumulato in più di mille e cinquecento anni dalla
popolazione cattolica passa di mano e va ad arricchire l’elite
illuminata” (AA.VV.: “La storia proibita…”, op. cit., p. 155).
12 Si trattava di una imposta sulla macinazione del grano e dei
cereali in genere che produsse, come suo primo effetto, un sensibile
aumento del prezzo del pane. La qualcosa fu causa di disordini,
tumulti e rivolte popolari sedate nel sangue dall’esercito
piemontese. La ‘tassa sul macinato’ influì notevolmente su quel
violento rigurgito che il brigantaggio fece registrare negli ultimi
anni del decennio post-unitario.
13 Panirossi E.: “La Basilicata. Studio amministrativo, politico ed
economia pubblica”, Verona 1868.
14 Alianello C., op. cit., p. 128.
15 Il 20 dicembre del 1860 il ministro della guerra Fanti “varò un
decreto reale in base al quale vennero richiamati alle armi, secondo
le modalità della legge borbonica del 19 marzo 1834, tutti gli
individui delle province ‘napoletane’ obbligati a ‘marciare’ per le
leve 1857, ‘58, ‘59 e ‘60, ivi compresi i già renitenti; venne
stabilito come termine per la presentazione il 31 gennaio 1861… Le
autorità militari… facevano affidamento sopra un gettito complessivo
di 72.000 uomini” (Molfese F., op. cit., P. 31). I risultati, però,
come facilmente preventivabile, furono modesti. “Il governo unitario
subì nelle province meridionali, sul terreno della coscrizione
obbligatoria, uno scacco bruciante. Infatti il ri-chiamo urtò in un
impressionante fenomeno di renitenza, al punto che il termine del 31
gennaio, con decreto del 24 aprile, dovette essere rinviato al primo
giugno 1861, e che a questa ultima data i soldati presentatisi
furono in tutto 20.000” (Molfese F., op. cit., p. 32). “Dopo la
proclamazione del regno d’Italia ci fu la regolare chiamata alle
armi anche nelle regioni meridionali, poiché il governo di Torino
temeva un attacco da parte dell’Austria e voleva organizzare un più
forte esercito nazionale nel quale si amalgamassero uomini
provenienti dalle diverse regioni. Ma molti meridionali, sia che non
avessero mai prestato servizio militare, sia che avessero già
servito nei reparti borbonici, non se la sentirono di vestire la
divisa di un re sconosciuto, temendo anche di essere chiamati a
combattere in regioni settentrionali mai viste contro un nemico di
cui tutto ignoravano, nei confronti del quale non nutrivano alcuna
animosità. Inoltre, le popolazioni meridionali non erano abituate
alla leva in massa, sicché quando furono resi pubblici i bandi per
la chiamata alle armi, molti giovani preferirono andare in montagna,
nei boschi a raggiungere i briganti che si diceva combattessero per
il vecchio re” (Scarpino S.: “Il brigantaggio dopo l’unità
d’Italia”, Fenice 200, Milano 1993, pp. 32/33).
16 Montanelli I.: “Storia d’Italia”, Fabbri Editore, “Gli anni della
destra”, vol. 32, Ariccia 1995, p. 79.
17 Levi C.: “Cristo si è fermato a Eboli”, Casa Editrice Einaudi,
Cles s.d., p.113.
18 “Oltre ad acquisire i beni dei cattolici, i liberali
s’impossessarono per due lire dei beni demaniali: più di un milione
e cinquecentomila ettari, secondo la valutazione dello storico
marxista Emilio Sereni. Il totale degli ettari alienati e venduti
ammonta a 2.565.253: ‘oltre due milioni e mezzo di ettari di terra,
situati per la maggior parte nell’Italia meridionale, nel Lazio e
nelle isole’ scrive Sereni. A pagare il prezzo di questo gigantesco
passaggio di ricchezza (oltre alla Chiesa) sono i contadini ‘i quali
videro, sulle terre che essi coltivavano generalmente a condizioni
non troppo gravose, per conto degli enti religiosi proprietari,
subentrare nuovi padroni, ben più esigenti ed avidi degli antichi;
ed ai quali vennero a mancare, d’altra parte, le risorse economiche
ed assistenziali che… in altri tempi questi beni ecclesiastici
avevano loro assicurato’. Nel Regno d’Italia accentramento politico
e concentrazione di ricchezza procedono di pari passo: Sereni
calcola che dal 1861 al 1881, nel giro quindi di venti anni, il
numero dei proprietari terrieri crolla da 4.153.645 a 3.351.498. Nel
1861 i proprietari sono 191 ogni 1000 abitanti, nel 1881 ne restano
118” (AA.VV.: “La storia proibita…”, op. cit., pp. 155/156).
19 “Garibaldi risalendo la penisola alla testa delle sue camicie
rosse, aggregò attorno a sé migliaia di contadini e di popolani
attratti dalla promessa della distribuzione delle terre. Il generale
si era fatto paladino di una vera e propria rivoluzione liberale
che, spazzati via i Borbone dal meridione, avrebbe procurato il
benessere e l’emancipazione delle classi più umili. Le cose però non
andarono così: le terre vennero ridistribuite ma finirono in gran
parte nelle mani dei ricchi latifondisti del sud che aumentarono la
loro posizione di privilegio… Di fronte a questo oltraggio Garibaldi
non riuscì a fare buon viso a cattivo gioco specie perché avvertiva
la delusione profonda di tante migliaia di contadini e di braccianti
che lo avevano seguito nelle varie tappe della sua impresa. E così,
consegnato il Regno a Vittorio Emanuele II, ritenne ultimata la sua
missione e preferì ritirarsi nella quiete di Caprera” (Riccardi F.:
“Piccole storie di briganti”, op. cit., p. 17, nota 14). Il 26
ottobre del 1860, a Teano o giù di lì, c’era stato lo storico
incontro tra Garibaldi e il re sabaudo. Il 9 novembre il generale,
afflitto e deluso, abbandonava Napoli alla chetichella e si
rifugiava in quel di Caprera. “Questi (Garibaldi, nda) si congedò
dai suoi uomini da solo e senza squilli di tromba perché Farini
(luogotenente generale di Napoli, nda) aveva perfino proibito il
famoso inno… Farini vietò al Giornale Officiale di dare notizia
della partenza di Garibaldi per Caprera” (Montanelli I: “Storia
d’Italia”, Fabbri Editore, “L’unità d’Italia”, vol. 31, Ariccia
1995, p. 126). “Ma il peggio doveva ancora venire: tanti furono i
contadini che, viste svanire come neve al sole le fulgide illusioni,
non se la sentirono di ritornare alla grama esistenza di un tempo ma
scelsero di salire sulla monta-gna andando ad ingrossare le fila del
brigantaggio. Così molti garibaldini divennero briganti e si
trovarono a combattere una lotta fratricida contro i compagni di
avventura di qualche tempo prima” (Riccardi F.: “Piccole storie di
briganti”, op. cit., p. 17, nota 14).
20 “I contadini invece diventarono ancora più poveri: oltre a non
possedere le sostanze per acquistare le terre, vennero a perdere
anche quella preziosa risorsa degli usi civici sulle terre demaniali
che, per secoli, aveva costituito l’ancora di salvezza per i ceti
più umili (diritto di legnatico, di pascolo, di foraggio, ecc.) e
che, tutto ad un tratto, il nuovo governo abolì di sana pianta”
(Riccardi F.: “Piccole storie di briganti”, op. cit., p. 17, nota
14).
21 Bianco Di Saint Jorioz A.: “Il brigantaggio alla frontiera
pontificia dal 1860 al 1864”, Daelli, Milano 1864.
22 Alianello C., op. cit., pp. 129/130.
23 Scarpino S.: “La guerra cafona. Il brigantaggio meridionale
contro lo Stato unitario”, Boroli Editore, Milano 2005.
24 Sulla vita e sulle ‘imprese’ di Carmine Donatelli Crocco cfr. “E
si diventa Brigante. Autobiografia trascritta da E. Massa”, Pianeta
Libro 2000, Finiguerra Arti Grafiche, Lavello 2001.
25 “Domenico Fuoco, di professione ‘tagliapietre’, nasce a San
Pietro Infine nel 1837. Convinto sostenitore della monarchia
borbonica entra a far parte della brigata dei volontari di Lagrange,
partecipando alla sfortunata spedizione in Terra di Abruzzo. Quindi
si unisce alla banda di Chiavone. Dopo la morte del brigante sorano
(1862) torna sulle montagne di casa e forma una sua banda,
mettendosi a disposizione di Raffaele Tristany, legittimista
spagnolo inviato dal comitato borbonico di Roma ad organizzare i
briganti lungo il confine. Ben presto dà vita ad un’intesa con le
bande Pace, Guerra, Tommasino, Albanese, Giordano, Colamattei nel
tentativo di portare avanti una strategia comune in un’area assai
vasta di territorio che spazia dalle Mainarde, al Matese, al
Massico. E’ uno dei briganti postunitari più ‘famosi’: sulla sua
testa è posta una taglia cospicua alla quale la prefettura di Terra
di Lavoro aggiunge un premio straordinario. La banda Fuoco si rende
protagonista di numerose ‘imprese’ anche nello Stato Romano dove
solitamente i briganti vanno a svernare. Il Fuoco si reca spesso a
Roma presso la centrale legittimista borbonica, per ricevere aiuti
economici e direttive. A causa però della sua eccessiva
politicizzazione, ben presto si aliena le simpatie degli altri
capibanda che preferiscono prendere vie più semplici e redditizie.
La sua vita da brigante termina improvvisamente nell’agosto del
1870: il Fuoco infatti viene trucidato da alcuni possidenti che
aveva sequestrato, in una grotta nei pressi di Picinisco” (Riccardi
F.: “Piccole storie di briganti”, op. cit., p. 44, nota 45).
Sull’argomento cfr. Nicosia A.: “Brigantaggio postunitario: le bande
Colamattei e Fuoco”, Unione di Comuni “Municipi d’Europa”,
Tipografia Arte Stampa, Roccasecca 2004.
26 “Luigi Alonzi, alias ‘Chiavone’, nacque a Sora, in contrada La
Selva, nel 1825. Suo nonno Valentino era stato uno dei più fedeli
luogotenenti del famigerato Gaetano Mammone che tanto negativamente
si era distinto nel 1799. Dopo l’avvento dei piemontesi e la fuga
dei regnanti borbonici prima a Gaeta e poi a Roma, divenne uno dei
più audaci sostenitori del deposto re Francesco II, nel sorano e nei
paesi limitrofi. Messosi alla testa di un folto stuolo di
‘selvaroli’, iniziò a contrastare con le armi le iniziative del
nuovo governo, rendendosi protagonista di numerose azioni che
riscossero l’apprezzamento della centrale borbonica che, dall’esilio
romano, dirigeva le operazioni legittimistiche nei territori dell’ex
Regno. Proprio in virtù delle sue azioni ricevette titoli
altisonanti quale quello di ‘Generale’ e, persino, di ‘Comandante in
capo delle truppe del Re delle Due Sicilie’, orpelli al quale
Chiavone dimostrò di essere sempre molto sensibile. Ben presto però
la sua vanagloria entrò in netto contrasto con la visione più
militare e pragmatica degli altri capi legittimisti, specie
stranieri, che erano giunti sulle montagne di Sora proprio per
controllare da vicino le iniziative sempre più velleitarie e prive
di riscontri concreti, di Chiavone. Nell’estate del 1862 i dissidi
diventarono insanabili e culminarono con l’arresto dell’Alonzi. Un
tribunale di guerra presieduto dal Tristany, condannò Chiavone alla
pena di morte. E così il 28 giugno, alle prime luci dell’alba, in
una radura della valle dell’Inferno, un plotone di esecuzione eseguì
mediante fucilazione, la sentenza. Assieme a Chiavone fu giustiziato
anche il fido segretario Lombardi. Qualche tempo dopo i loro corpi
furono bruciati e del ‘Generale’ Chiavone non rimase che uno sparuto
mucchietto di cenere” (Riccardi F.: “Piccole storie di briganti”,
op. cit., p. 12. nota 6). “Il corpo di Chiavone fu sotterrato nei
pressi di Trisutti (sic!) e sopra il tumulo furono sparse ossa di
montone abbruciate per far credere che quivi fosse stata uccisa una
pecora. Così le ricerche dei soldati italiani riuscirono infruttuose
e il terrore della sorte ignota del bandito continuò a manifestarsi
fra le popolazioni e fra le truppe per parecchio tempo ancora”
(Cesari C.: “Il brigantaggio e l’opera dell’Esercito Italiano dal
1860 al 1870”, II edizione, Ausonia, Roma MCMXXVIII, pp. 102/103).
Sulla vita e sulle ‘gesta’ di Luigi Alonzi cfr. Ferri M.: “Il
Brigante Chiavone. Avventure, amori e debolezze di un grande
guerrigliero nella Ciociaria di Pio IX e Franceschiello”, Centro
Sorano di Ricerca Culturale, Cassino 2001.
27 Jadecola C.: “Altro che brigante! Andreozzi Luigi di Pastena in
Regno”, Associazione Culturale “Le Tre Torri”, Tipolitografia
Pontone, Cassino 2001.
28 “Bernardo Colamattei nasce a Colle San Magno nel 1842. Oppresso
dalla leva obbligatoria imposta dal governo italiano, ben presto
diserta: era infatti cannoniere di II classe presso Capua. Dopo
essersi dato alla macchia sulle montagne che circondano il suo paese
natio, forma una combriccola composta da una decina di briganti.
Alla fine del 1864 si unisce alla banda di Domenico Fuoco,
accogliendo presso di sé anche il fratello Antonio. Ha frequenti
contatti con le altre bande che infestano l’alta Terra di Lavoro. La
sua area di azione è sempre la stessa: le Mainarde, il Matese, la
valle di Comino. Sequestri di persona, omicidi, estorsioni, furti,
grassazioni, vendette, queste le ‘imprese’ più eclatanti di
Colamattei e dei suoi accoliti, condite di ripetuti scontri a fuoco
con le truppe governative. Nel 1867, non condividendone l’eccessiva
politicizzazione, Colamattei si separa da Domenico Fuoco. Nel 1868,
in un periodo particolarmente travagliato per le bande brigantesche,
il ‘bovaro’ di Colle San Magno si consegna ai carabinieri di S. Elia
Fiumerapido. Viene arrestato e condotto in carcere prima a Caserta e
poi a Cassino. Sottoposto a processo la Corte di Assise di Santa
Maria lo condanna prima a 10 e poi ad altri 12 anni di reclusione.
Nel 1869 la Corte di Assise di Campobasso lo condanna alla pena di
morte per i reati commessi nella sua circoscrizione territoriale,
pena poi confermata nel 1872 dalla Corte di Assise di Napoli. Il
ricorso prodotto in Cassazione viene accolto e la definitiva
sentenza condanna Bernardo Colamattei al carcere a vita. Non si
conosce la data esatta della sua morte: è certo però che non uscì
più vivo dal carcere di Cassino” (Riccardi F.: “Piccole storie di
briganti”, op. cit., p. 41, nota 42). Su Colamattei cfr. Nicosia A.:
“Brigantaggio postunitario: le bande Colamattei e Fuoco”, op. cit.
29 La canzone dal titolo “Il brigante Colamattei” (testo e musica di
Benedetto Vecchio) è inserita nel cd “Danza d’estate” realizzato nel
2003 dal gruppo musicale “Progetto MBL”.
30 Francesco Guerra era un ex sergente dell’esercito borbonico che
aveva partecipato alla battaglia del Volturno contro i garibaldini.
Tornato nella natia Mignano, ai primi del 1861 venne tratto in
arresto per le sue simpatie per il vecchio regime. Rimesso in
libertà si diede subito alla macchia sulle montagne tra Mignano,
Galluccio e Roccamonfina, mettendo insieme una combriccola di una
trentina di persone. Rimasto sempre all’ombra della grande banda di
Domenico Fuoco, il tagliapietre di San Pietro Infine, nelle cui
fila, spesso e volentieri, confluiva con i suoi uomini per
organizzare azioni comuni, la sua ‘carriera’ si concluse la notte
del 30 agosto del 1868. Sorpreso da un drappello di Guardie
Nazionali di Mignano e da reparti del 27° fanteria sui monti
sovrastanti il paese, nei pressi di una masseria abbandonata, restò
ucciso nel corso di un violento conflitto a fuoco assieme ad altri
tre compagni. Venne catturata anche la sua compagna Michelina De
Cesare che morì poco dopo in seguito alle torture alle quali fu
sottoposta. I corpi dei tre briganti e della ‘druda’ furono
trasportati a Mignano e rimasero esposti per più giorni nella
pubblica piazza. Sulla vicenda cfr. Petteruti B.: “Brigantaggio e
briganti nel sessano 1860-1870”, Sessa Aurunca 1986.
31 Alessandro Pace era un contadino nativo di Caspoli, frazione del
comune di Mignano. Anch’egli, come tanti altri, subito dopo l’arrivo
dei piemontesi nel meridione d’Italia, aveva preso la via della
montagna e costituito una sua banda. Il campo di azione era più o
meno quello del compaesano Francesco Guerra (Mignano, Roccamonfina,
Galluccio), anzi, spesso e volentieri, le due bande si univano per
concertare azioni comuni. Pace, comunque, fu più fortunato di Guerra
(i due formavano una singolare coppia quanto a cognomi): fu
catturato, infatti, sembra per il tradimento della compagna
Giocondina Marino, il 27 agosto del 1869 in una grotta nei pressi di
Morcone, nel beneventano. Sull’argomento cfr. Petteruti B.:
“Brigantaggio e briganti nel sessano 1860-1870”, op. cit.
32 “Il palazzo e i briganti. Il brigantaggio nelle province
napoletane. Relazione della Commissione d’Inchiesta Parlamentare
letta alla Camera dei Deputati da Giuseppe Massari il 3 e 4 maggio
1863”, Pianeta Libro 2000, Lavello 2001, p. 23.
33 De Matteo G., op. cit., p. 263.
34 De Matteo G., op. cit., p. 263.
35 Archivio Camera Deputati, seduta 20 novembre 1861, atto n. 234.
36 De Matteo G., op. cit., p. 263.
37 O’ Clery P. K.: “La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità
della nazione”, Edizioni Ares, Milano 2000, p. 529.
38 “Il palazzo e i briganti…”, op. cit., pp. 9/10.
39 O’ Clery P. K. , op. cit., p. 508.
40 Sulla vicenda cfr. Riccardi F.: “Giustizia piemontese su
Pontelandolfo e Casalduni” in Rinascita”, anno XI, n. 17, sabato 26
e domenica 27 gennaio 2008, p. 17.
41 O’ Clery P. K. , op. cit., p. 528
42 Scirocco A.: “Giuseppe Garibaldi” Mondadori, Milano 2004, p. 274.
43 Gramsci A.: “L’Ordine Nuovo”, rassegna settimanale di cultura
socialista, anno 1920, Teti e C. Editore, Farigliano (Cn), 1976. |
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