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Pasquale Pelagalli |
L’appuntamento era a Scardatore,
un’appartata località della campagna di Aquino privilegiata dalla
presenza di alcuni boschi. Limitrofa al territorio di Pontecorvo,
dal cui centro urbano dista non più di quanto disti da Aquino, essa
visse un’esperienza poco nota in occasione della spedizione
garibaldina nell’agro romano del 1867 finalizzata alla conquista di
Roma e, dunque, alla caduta dello Stato Pontificio che, com’è noto,
mal si concluse per l’“eroe dei due mondi” in quel di Mentana il 3
di novembre dello stesso anno.
Ad organizzare quell’appuntamento, in prossimità di una sua casella
di campagna, era stato Pasquale Pelagalli, da un paio d’anni
deputato al parlamento nazionale, da sei consigliere provinciale di
Terra di Lavoro e da sette sindaco di Aquino, il quale, in virtù dei
buoni rapporti che intercorrevano tra lui e i promotori della
spedizione, in particolare con Giovanni Nicotera, che dei volontari
del sud era il capo, non solo aveva messo a disposizione quella sua
proprietà ma aveva anche provveduto a sostenere il soggiorno stesso
dei volontari e forse al loro equipaggiamento, tant’è che di lui si
dice che “cooperò molto, con la persona e con gli averi, alla
spedizione dell’Agro romano del 1867 e seppe, in tal modo,
predisporre un valido appoggio a quell’azzardata impresa spenta nel
sangue di Mentana”1.
Se problemi specialmente di natura organizzativa avevano
caratterizzato la successiva partenza dei volontari dalla campagna
di Aquino ed altri, soprattutto logistici, non erano mancati finché
essi si trovavano ancora in territorio del Regno - l’operazione,
infatti, era priva di ufficialità, anche se chi doveva sapere sapeva
- ben diversamente erano andate le cose una volta superato il fiume
Liri, cioè il confine con lo Stato Pontificio: se l’occupazione di
Falvaterra tutto sommato non aveva creato grossi problemi
diversamente, molto diversamente, le cose erano invece andate a
Vallecorsa dove le truppe pontificie erano state ben sollecite a
fronteggiare la situazione.
Ma non è della spedizione che s’intende parlare in questa sede
quanto, piuttosto, di un paio di personaggi del territorio,
generalmente ignorati, che, con altri – beninteso, in vario modo –
contribuirono a quella iniziativa.
Innanzi tutto Pasquale Pelagalli. Nato ad Aquino il 10 novembre 1826
da Gaetano e da Rosalinda Carrocci, originaria di Pontecorvo, dopo
aver compiuto il corso di “belle lettere”, l’attuale Liceo classico,
al “Tulliano” di Arpino, meritando il “diploma d’onore”, si iscrisse
alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli ove, a
21 anni, conseguì la laurea. Iniziò, quindi, ad esercitare
l’avvocatura presso la Gran Corte Civile del Regno, non certo con
continuità, deve supporsi, per via del suo impegno dapprima
patriottico e poi amministrativo e politico a vari livelli.
Non a caso, l’anno dopo aver conseguito la laurea, il fatidico 1848,
si trovò coinvolto nei moti rivoluzionari napoletani. In particolare
il 25 marzo quando egli – raccontano le cronache –fu tra coloro che
protestarono contro la legazione d’Austria cercando, nel contempo,
di intimorire Ferdinando II per costringerlo ad inviare le sue
truppe in aiuto dei Piemontesi che combattevano contro gli
Austriaci. In questa occasione Pelagalli osò strappare prima e
gettare poi in mezzo al popolo, che confortava con grida e con
applausi l’azione, gli emblemi con l’aquila bicipite posti sul
cancello della villa dove aveva sede la legazione austriaca presso i
Borbone, emblemi che furono successivamente dati alle fiamme in
piazza Santa Caterina a Chiaia.
Nonostante fosse perseguitato dalla polizia borbonica e nonostante
una condanna in contumacia sulle spalle, Pasquale Pelagalli, che
aderiva alla Giovane Italia, continua ad impegnarsi nell’attività
patriottica: rischia sia il carcere che l’esilio e sebbene venga più
volte fermato per misure di “alta polizia”, riesce, però, sempre a
farla franca.
Seguace di Salvatore Pizzi, che è il leader dei liberali in Terra di
Lavoro, le relazioni fra i due divennero molto strette allorché
Pizzi, nel 1855, fu confinato in San Donato Val Comino e schedato
come “attendibile”, ovvero come persona sottoposta a stretta
sorveglianza da parte della polizia borbonica. Ma quando l’aria
cambia e Garibaldi nomina Pizzi governatore della provincia di Terra
di Lavoro con pieni poteri, è il 1860, questi vuole al suo fianco,
quale diretto collaboratore, l’amico Pasquale Pelagalli che inizia,
così, a quell’attività pubblica che avrebbe poi svolto per tutta la
vita.
In quello stesso 1860, in riconoscimento dell’impegno patriottico,
delle benemerenze politiche e della stima che ha saputo guadagnarsi,
Pasquale Pelagalli viene eletto sindaco di Aquino, incarico che
conserverà per ben 22 anni, ossia fino alla morte; l’anno dopo, nel
1861, a tale incarico si unisce anche quello di consigliere (lo sarà
fino al 1881) per il mandamento di Roccasecca presso
l’Amministrazione provinciale di Terra di Lavoro, ente del quale
sarà presidente dal 5 settembre 1870 al 23 luglio 1875. Ma la sua
ascesa politica non si arresta e culmina, infine, con l’elezione al
parlamento nazionale per il collegio di Pontecorvo nelle
consultazioni del 22 e 29 ottobre 1865, elezione che sarà confermata
per le tre successive legislature, fino al 1874.
Pasquale Pelagalli muore nella sua Aquino il 19 novembre 1882,
quando aveva appena 56 anni.
L’altro personaggio è Aristide Salvatori: figlio di Giambattista e
di Clementina Peronti, nasce a Ripi il 10 novembre 1838. Frequenta
gli studi a Roma, ma forse anche ad Alatri, avendosi notizia che
venne espulso dal collegio, fa parte della “Giovane Italia” ed a
causa delle sue idee anticlericali viene esiliato a Pontecorvo.
E proprio stando a Pontecorvo, dove pare ricoprisse l’incarico di
aiutante maggiore in seconda della locale Guardia Nazionale, è assai
probabile che Aristide Salvatori sia entrato in contatto con
Pasquale Pelagalli con il quale evidentemente condivide quell’idea
della liberazione di Roma ed il modo in cui attuarla. Ma non solo.
Infatti, sebbene la cosa sia in totale contrasto con il ruolo
ricoperto, Salvatori non si farebbe per niente scrupolo di muovere
le fila per raccogliere adesioni alla causa.
Tale sua attività non passa evidentemente inosservata ma è in
seguito al rinvenimento di due sue lettere in casa del toscano
Massimiliano Guerri domiciliato al Borgo di Gaeta che la sera del 6
settembre 1867, su disposizione del sottoprefetto di Sora, la sua
abitazione viene sottoposta a perquisizione: vengono trovate
lettere, manifesti, circolari del partito d’azione e 360 cartucce.
Insomma, tutto materiale decisamente compromettente e perciò
ritenuto interessante dagli inquirenti che naturalmente lo
sottopongono all’attenzione del procuratore del re di Cassino per le
iniziative del caso; dal canto suo, il prefetto della provincia di
Terra di Lavoro, Colucci, non esita un solo istante a trasferirlo a
Nola, pensando di metterlo in difficoltà.
Ma anche stando a Nola, il pensiero di Aristide Salvatori è sempre
rivolto alla causa. Impaziente di agire, il 7 ottobre si reca a
Napoli per incontrare Giovanni Nicotera ma, non essendoci riuscito,
dice chiaro e tondo al suo aiutante, Matina, che lui, il giorno
dopo, avrebbe comunque varcato il confine pontificio con l’ausilio
degli uomini raccolti al confine stesso o giù di lì.
E così fece. Anzi stava per fare, quando fu raggiunto da un messo
inviatogli dal sindaco di Aquino Pelagalli il quale lo invitava,
meglio, gli ordinava di soprassedere dall’impresa dal momento che
Nicotera stava per arrivare. Piuttosto, gli fa sapere Pelagalli,
sarebbe stato il caso che egli avesse raggiunto il piccolo nucleo di
volontari appena arrivati ad Aquino ed acquartierati in quella sua
casella di Scardatore. E Salvatori ubbidisce.
È giovedì 10 ottobre 1867 quando l’Osservatore Romano rivela di
essere a conoscenza che centocinquanta “Garibaldini arruolati” sono
appena giunti ad Aquino da Napoli, “diretti ad ingrassare le bande
già esistenti.”2
La notizia non è del tutto destituita di fondamento. I “Garibaldini
arruolati” erano, però, meno di cinquanta. Giunti il giorno 9 alla
stazione di Aquino con un treno merci proveniente da Napoli si
stavano incamminando verso Pontecorvo quando furono fermati da
alcuni soldati di frontiera ai quali dissero di essere operai
diretti alla cartiera di Aquino di proprietà dello stesso Pelagalli.
Interpellato, questi confermò la cosa per iscritto aggiungendo che
quei “lavorieri” gli erano stati inviati dal duca di San Donato e
che la loro destinazione era in realtà la miniera di petrolio di San
Giovanni Incarico, dove la scoperta del prezioso liquido era appena
avvenuta, ovvero in una località a due passi dal confine.
Era stata poi la volta di circa 400 volontari, quasi tutti anziani
soldati, partiti da Napoli con un treno speciale formato da dieci
vagoni. Superata la stazione di Cassino all’una di notte, il treno
si era fermato fra le stazioni di Aquino e Roccasecca, cioè “al
punto convenuto con gli amici di Cassino”3, probabilmente
all’incrocio della ferrovia con la via Leuciana, la strada che
collega la Casilina a Pontecorvo. Da qui, sempre guidati dagli
“amici di Cassino”, essi si erano incamminati verso località
Scardatore raggiungendo quindi la casella di campagna del Pelagalli
dove già si trovava il gruppo giunto in mattinata e dove erano state
deposte armi, munizioni e viveri e da dove, con l’aiuto di guide,
essi avrebbero dovuto traghettare sull’altra sponda del Liri ed
entrare nello Stato Pontificio.
Dopo vari contrattempi e peripezie, la mattina del 13 ottobre la
colonna pose il campo al di là del fiume. Appena dopo, un drappello
comandato proprio da Aristide Salvatori fu incaricato di occupare
Falvaterra, che era a tre ore di marcia, coll’unico fine di
provvedersi di viveri e di avere dai patrioti del luogo delle brave
guide. Ma, invece che operare in tal senso, gli uomini
dell’esuberante Salvatori, intimoriti i pochi gendarmi presenti in
paese, che ripararono a Ceprano, vi proclamarono il governo
provvisorio, decretando l’abolizione della tassa sul macinato e la
diminuzione del prezzo del sale per poi, appena dopo, abbandonarlo.
“Falvaterra, paese della provincia di Frosinone posta presso il
confine Pontificio”, scriverà l’Osservatore Romano, “fu ieri invasa
da una banda di circa 200 garibaldini i quali in mezzo alla
costernazione di quegli abitanti, abbatterono con la solita violenza
gli stemmi pontifici, proclamarono il governo provvisorio di
Garibaldi così espillarono le casse del Comune e del macinato,
commettendo anche altri eccessi. “La truppa marciò immediatamente a
quella volta, ma prima del suo arrivo i garibaldini si erano già
ritirati nelle limitrofe montagne del Regno di Napoli.”4
Ben diversamente, invece, andarono le cose di lì a qualche giorno
dalle parti di Vallecorsa dove fra i molti prigionieri vi fu anche
Aristide Salvatori. Rinchiuso dapprima nella rocca di Ceccano, egli
fu successivamente trasferito a Castel Sant’Angelo e quindi al
carcere di Civitavecchia dal quale evase per arruolarsi quindi nella
squadra nazionale per la lotta al brigantaggio dove raggiunse il
grado di aiutante maggiore.
Se dopo Vallecorsa la colonna Nicotera prosegue la non facile marcia
verso l’obiettivo incappando in quel tragico episodio che si consumò
presso la casina Valentini in territorio di Monte San Giovanni
Campano, di Aristide Salvatori che ne è? Dopo il 1870, una volta
annessa anche Roma allo stato unitario, egli, come tenente dei
Cacciatori delle Alpi, venne inviato prima a Lodi e poi a Piacenza:
a Lodi Salvatori mostrò interesse per il giornalismo partecipando
alla fondazione del giornale La Plebe diretto da Enrico Bignami; a
Piacenza, invece, il 24 marzo 1870 prese parte ad un tentativo
rivoluzionario repubblicano finalizzato ad abbattere la monarchia e
concretizzatosi di fatto in un assalto alla locale regia caserma:
avendo avuto, ovviamente, un ruolo di primo piano nell’operazione
Salvatori finì tra gli arrestati e fu richiuso, pare, nel carcere di
Cagliari.
Amnistiato, nel 1873 tornò a Ripi dove occupò cariche politiche e
amministrative. Ma fu anche professore ad Alatri, segretario al
comune di Torrice e fors’anche rivenditore del petrolio che veniva
estratto nella campagna ripana. In questo ritorno nella terra natale
egli, però, manifestò soprattutto interesse per il giornalismo,
fondando – era il mese di settembre 1874 – il giornale d’ispirazione
repubblicana Il Lampo, interessante fonte di informazioni sul
territorio. La pubblicazione di questo giornale cessa con il n. 168
del gennaio 1879 (una durata non indifferente, dunque) ed è di fatto
sostituita, in quello stesso anno, da quella de L’amico del popolo,
settimanale democratico, pubblicato, però, a Frosinone.
Aristide Salvatori muore a Ripi il 25 marzo 1909. A lui è intitolata
una strada del centro storico dove anche una lapide lo ricorda:
“Aristide Salvatori col pensiero e con l’azione concorse a spezzare
il gioco teocratico. Combatté a Vallecorsa preludio di Mentana
continuando il tenace anticlericale apostolato. Educò la nostra
terra a democratica fede. La gioventù ripana al suo maestro 10
ottobre 1910”.
Quanto a Pasquale Pelagalli, invece, deve amaramente dirsi che nel
suo paese, Aquino, il suo nome e la sua opera sono decisamente
ignorati e, al di là di un tronco di strada piuttosto periferico,
null’altro lo ricorda. |