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La scuola allievi carabinieri di
Cassino dal 1920 al 1927
di
Alberto Mangiante |
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Il volumetto, ritrovato sul
mercato antiquario, “Fiaccola (Bozzetti)”, di Giuseppe Musu, edito
nel 1928, tratteggia, in vari episodi, le gesta dei Carabinieri
Reali. Due capitoli sono dedicati proprio alla Scuola Allievi
Carabinieri in Cassino. Riporto di seguito la trascrizione dei due
brani che mostrano le vicende e le usanze in vigore nei primi anni
venti del XX secolo. |
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SEGUENDO IL BATTAGLIONE ALLIEVI
CARABINIERI REALI IN MARCIA
Una aggiustata al posto letto, una rapida passeggiata a sbalzi della
spazzola, che saltella dal colletto al ginocchio e dal petto alla
punta delle scarpe e… fuori di corsa, alla adunata nel vasto
piazzale. C’è la marcia.
Spiegatoci: per l’allievo carabiniere la marcia non rappresenta la
leggendaria e temuta marcia del non meno leggendario fantaccino, dei
tempi remoti, il quale, pur di scansarla escogitava tutti i mezzi
possibili ed impossibili, simulando col famoso “marca visita” tutte
le infermità e tutti i malesseri di cui neppure la scienza medica è
mai riuscita a scoprire l’esistenza. Per l’allievo carabiniere la
marcia è una deliziosa passeggiata.
Dopo aver atteso alle intense istruzioni di caserma per una mezza
settimana, studiando leggi e regolamenti, si puó ben sentire la
necessità di sgranchirsi le gambe, facendo una marcia su uno
stradale, attraverso i campi o su per i costoni dei monti che
circondano questo bel Distaccamento.
Epperò il giorno in cui ha luogo la marcia l’Allievo carabiniere vi
interviene con gioia.
Dopo i brevi comandi di rito per la presentazione delle truppe al
Comandante del Battaglione si inizia la partenza. La fanfara intona
una marcetta allegra che fa sbizzarrire un poco i cavalli degli
ufficiali, i quali, al pari degli uomini pregustano il piacere di
una deliziosa passeggiata in campagna.
La compatta massa grigio-verde comincia a sciogliersi e a formare un
gran nastro, che sembra venga stirato per un capo dagli uomini a
cavallo che lo precedono. Dietro i cancelli del campo, sulla strada,
una accolta irrequieta di persone di ambo i sessi e diverse età
attende impaziente l’uscita della truppa. Sono gli immancabili
rivenditori di frutta, cioccolato e cibarie diverse che, come un
nuvolo di mosche, appostano le truppe ogni qual volta queste escono
per le marce, e le seguono, le aggrediscono quasi con le loro
assordanti voci, offrendo le loro mercanzie e decantandone la bontà.
Queste mosche umane hanno un intuito, un fiuto tale che indovinano
sempre, se già non lo sanno in precedenza, il giorno, l’ora, e la
mèta delle marce e dei movimenti delle truppe e, per quanto si
voglia talvolta uscire improvvisamente e con segretezza non si puó
mai liberarsi dalla loro presenza.
Il grande nastro grigio-verde è già fuori del campo; è disteso
completamente su un tratto diritto del grande stradale, e dai punti
più salienti si scorge per tutta la lunghezza, avanzare lentamente,
tra due file di pioppi brulli e rigidi che sembra siano stati
schierati per fare ala d’onore ai passanti. Due luccicanti rivoli
d’acqua scorrono ai fianchi della strada, formando, con i cespugli e
le siepi circostanti, dei bordi a frange multicolori. I contadini
che vangano nei campi adiacenti sospendono momentaneamente il loro
lavoro per considerare la lunga fila dei fieri giovani, e pensano al
bene che questi futuri militi della “Benemerita” renderanno alla
Patria e ai cittadini allorché saranno al loro posto di dovere.
“Al passo di strada”. La colonna apre le righe e si fende
gradatamente dalla testa alla coda, per lasciare libero transito ai
viandanti.
La fanfara tace, ma si innalzano e si sperdono nella tranquillità
dello spazio le più disparate canzoni: dalla “Leggenda del Piave” a
“Santa Lucia luntana”, cantate dai vari gruppi e gruppetti di
militari, ciascuno dei quali intona la canzone in voga nella propria
regione.
Delle graziose villanelle fanno capolino alle finestre dei cascinali
prospicenti alla strada e sorridono birichine ai baldi giovani che
sfilano davanti a loro. Gli allievi però, pur non avendo acquistato
ancora quella gravità di portamento che distingue il nostro tipo di
vecchio carabiniere, sentono già di essere ometti serii, e perciò,
ai sorrisi provocanti delle procaci contadine non rispondono con
lazzi, né con motteggi galanti, ma limitano la loro giovanile
espansione ad una furtiva e discreta occhiata e ad una lisciatina ai
baffetti incipienti.
Comincia la salita e comincia anche a rallentare il passo, talmente
che il gigantesco nastro grigio- verde, sembra ora trascinato più
che tirato verso l’erta. I cascinali sono più spessi, la strada
meglio mantenuta; ancora una fila di case ed eccoci a S. Elia,
piccola frazione nel Comune di Cassino. È un gruppo di case
addossate fra loro e disposte a corona di un colle, che sembra
formare un gradino della gigantesca scalinata del versante orientale
dell’Appennino Meridionale.
La testa della colonna si ferma, le file si serrano, i reparti si
riordinano e il Battaglione, al suono della fanfara, si ammassa. Al
suo giungere lo accoglie un fitto crepitio di mortaretti e un
frastuono di campane, che confondono e soverchiano la musica e
annunziano agli arrivati che il villaggio è in festa. Difatti la
processione è appena rientrata nella prossima Chiesa e la
moltitudine di villici, che poco prima la seguiva salmodiando, si
riversa ora nella piazza ad ammirare la graziosa scena. Avviene
intanto uno spettacolo davvero originale, quando al ‘Rompete le
righe’ lo sciame di allievi si sparpaglia di corsa per tutti i
versi, battendo, con impetuose ondate umane contro le imboccature
dei dedalucci di vicoli che mettono nel cuore del villaggio, le cui
strette e brevi viuzze in pochi minuti rigurgitano di allievi, e gli
abitanti gioiscono di questa scena, per loro nuovissima, che
conferisce una inattesa nota di gaiezza alla loro festa. Le finestre
delle case sono affollate di curiosi, le persone che non si
accorsero dell’arrivo del Battaglione rimangono sorprese a vedere le
viuzze congestionate da quelli ingorghi viventi.
I rappresentanti l’autorità e le altre notabilità del luogo si
presentano gentilmente al comandante delle truppe e fanno gruppo
brillante con gli ufficiali.
All’ora stabilita i reparti si riuniscono e si inizia la marcia di
ritorno. Due fitte ali di popolani assistono con rimpianto alla
partenza di tanta balda gioventù. Lo strascico della folla segue il
Battaglione fino all’uscita del villaggio, salutando gli ospiti e
augurando che questi ritornino presto ad allietare la loro contrada.
Altre canzoni, altre arie più o meno regionali le più svariate,
vengono intonate dagli allievi non appena si trovano nuovamente
sulla strada di ritorno. Questa volta la marcia è più celere, sia
perché si va in discesa e sia – forse con certezza – perché dopo una
buona passeggiata i giovani allievi si sentono incitati dallo
stomaco a correre in caserma, dove li attende un buon rancio caldo.
Le popolane dei cascinali fanno ancora capolino alle finestre e
lanciano sorrisi e occhiate piene di espressione e di desiderio ai
baldi allievi, i quali ripetono lo stesso gesto di espansione della
prima volta. Rientrando nel Campo gli allievi sfilano baldi e
disinvolti davanti al Comandante, e dal loro aspetto gagliardo e
fiero si rivela quel senso di letizia che si possiede solamente a 20
anni, dopo una passeggiata di piacere. |
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UN RITO E UN GIURAMENTO
Le quattro compagnie degli allievi sono schierate in due grandi
ammassamenti, uno di fronte all’altro. In mezzo sta la cappella del
campo, semplice e severa, dove un religioso dell’Abbazia di
Montecassino sta per officiare la messa domenicale.
Il sole, pur essendo sorto da qualche ora, è leggermente velato da
piccole fascie di caligine che ne attenuano lo splendore. Per un
leggero residuo di brina della notte, se non si sente un freddo
rigido, si avverte tanto freddo da costringere a non togliersi gli
abiti d’inverno. La natura circostante, nella sua veste da mezza
stagione, pur non essendo completamente brulla, non è neppure ancora
rivestita della sua bella veste primaverile. Sì che tutto fa
considerare che il cielo e la terra partecipino con compunzione ed
austerità, ai riti solenni che si stanno per celebrare, in quell’abbigliamento
modesto e severo voluto dalla circostanza.
Un segnale di tromba avverte che incomincia la messa.
Non un minimo rumore, non un bisbiglio si percepisce in quella
schiera di circa tremilacinquecento uomini.
Anche senza darsi l’aria di amanti di originalità, si puó assicurare
che nessuna cerimonia religiosa impressiona e conquide quanto la
messa celebrata all’aperto, dove per tempio è la gran volta del
cielo e per paramenti le bellezze armoniche della natura. Ivi
l’anima, non distrutta dalle visioni profane, frivole o classiche,
si raccoglie meglio nella preghiera e si sente più vicina a Dio.
I nostri gloriosi combattenti potranno confermare queste mie
considerazioni, giacché ho avuto occasione di osservare che, persone
che in città non andavano mai in chiesa o vi andavano senza alcun
pio trasporto, non mancavano mai di intervenire alla messa del
campo, celebrata nelle ore di tregua, senza pompa, senza
paludamenti, in mezzo alle schiere degli eroi.
Un secondo segnale di tromba avverte che il rito religioso è
terminato e che sta per avere luogo un altro rito non meno solenne,
non meno importante.
Le due ali di truppe lasciano la primitiva formazione e, con brevi
ed adeguati comandi, si congiungono e si riordinano in un imponente
quadrato con un lato aperto.
Quivi prende posto il Colonnello Comandante della Legione Allievi,
venuto espressamente dalla Capitale. Egli, con un discorso sobrio ma
ispirato, illustra alle reclute il significato del giuramento,
facendo accenno ad indovinate considerazioni sul sentimento
spirituale del rito testè celebrato e sull’altezza e la importanza
morale della promessa che loro stanno per proferire; della bellezza
di quel voto supremo, per il quale il militare spontaneamente si
spoglia e rinunzia ad ogni fine egoistico e particolare, vincolando
quanto di sé ha più sacro, l’onore e la libertà per far dono della
propria opera, delle proprie virtù e, occorrendo, far olocausto
della propria vita nell’interesse della società, della patria e del
suo sovrano.
Indi le truppe presentano le armi, mentre il Comandante legge la
formula del giuramento ed invita le reclute a giurare.
Un formidabile grido: ‘Lo giuro’, prorompe da quei
tremilacinquecento petti; mentre altrettante mani si elevano verso
Dio, come a confermare e protestare con quel gesto di fierezza la
sincerità di quella sacra parola.
Per alcuni istanti l’eco di quel grido magnifico si ode per la
vallata e nelle gole dei monti circostanti, e sembra che anche la
natura lo ripeta a testimonianza di quel solenne impegno di
coscienza e d’onore che quella schiera di generosa gioventù prende
per il bene inseparabile del Re e della Patria. Terminata la
cerimonia del giuramento gli allievi sfilano in bell’ordine e
marziali davanti al loro Comandante, compiendo così un doveroso atto
di omaggio alla disciplina, che nel militare tutto ordina, tutto
sostiene e a tutto dà forza, valore e vita.
Il sole, che intanto ha percorso discreto tratto del suo cammino, si
è liberato dalle piccole nuvole e si presenta ora in tutto il suo
splendore, preludendo a una magnifica giornata, così come il
giuramento dei futuri militi dell’Arma Benemerita prelude alla
forza, alla sicurezza e alla tranquillità della Nazione. |
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Nel 1920 il secondo Battaglione
Allievi Carabinieri Roma, costretto a lasciare le fatiscenti
strutture romane della Farnesina, trovò ospitalità nel complesso
esistente in Cassino, sulla strada che porta a Caira, che aveva
ospitato fino allo stesso anno i prigionieri di guerra
austro-ungarici. Ristrutturato e adeguato alle nuove esigenze fu
inaugurato la mattina dell’11 Novembre 1920 alla presenza dell’Abate
Diamare espressamente invitato dalle autorità militari. Tutto il
complesso si estendeva in un grande parco contenente 38 padiglioni
in muratura, dotati di strutture igieniche moderne ed acqua
potabile, luce elettrica, una chiesetta, un piccolo teatro,
un’infermeria e delle strutture sportive. Si accedeva al campo da un
cancello sormontato da una grande scritta “Secondo Battaglione
Allievi Carabinieri Reali”, cambiata poi in “Distaccamento Allievi
Carabinieri Reali”, e sui due pilastri del cancello si leggevano le
seguenti scritte:
La nuova struttura oltre a portare in città un consistente numero di
giovani allievi, circa 3500, fece nascere nuove attività commerciali
e portò anche delle novità in campo sportivo, facendo conoscere alla
gioventù cassinate nuove discipline come il nascente gioco del
calcio e la maratona1. Come constatarono tutti gli Ufficiali
Superiori dei RRCC e sua eccellenza Vaccai, Comandante del corpo di
armata di Roma, la scuola rappresentò un modello per il suo genere,
sia per le tante comodità esistenti che per l’organizzazione dei
servizi.
Ma con l’avvento del Fascismo, anche a causa di alcune prese di
posizione contrarie al regime, la città fu sottoposta ad una
completa spoliazione delle sue istituzioni: toccò così anche alla
Scuola Allievi Carabinieri. Nonostante varie proteste anche delle
autorità militari competenti, nel Novembre del 1927, la scuola fu
trasferita a Gaeta e poco dopo in un altro luogo. A nulla valsero le
proteste del Sindaco Caio Fuzio Pinchera che in un opuscolo, dato
alle stampe nel 1927, ne lamentava la probabile chiusura.
Che cosa rimane di questa istituzione nella memoria della città?
Nulla, se non due piccoli monumenti che, situati alla fine del viale
d’ingresso del cimitero cittadino, ricordando gli allievi deceduti,
rischiano di scomparire fagocitati dalla costruzione speculativa di
nuove tombe e rovinati dal tempo.
Sarebbe auspicabile che il Comune di Cassino, eventualmente insieme
alle associazioni di Carabinieri in congedo ed alla locale stazione
dei Carabinieri, si facesse carico di un eventuale restauro
conservativo, affinché l’unico monumento che ricorda la permanenza
della Scuola Allievi sia conservato alle future generazioni.
Per approfondimenti sulla storia del “Concentramento” di Caira si
veda: Sergio Saragosa, “Storia del deposito di artiglieria nella
contrada Monterotondo di Cassino”, in “Studi Cassinati”, II (2002),
nn. 3/4, pagg. 131-133. |
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