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QUANDO I BASTIMENTI PARTIVANO DA AQUINO
di
Costantino Jadecola

Di sicuro non furono i primi aquinati in assoluto a sbarcare negli Stati Uniti d’America. Probabilmente, però, furono i primi e, se non proprio i primi, tra i primi a vivere quell’esperienza all’alba del XX secolo1.
Era, infatti, l’11 giugno del 1900 quando Carmine Di Brango, 13 anni, Carlo Capozzella, 26, e Giuseppe Cerasi, 23, tutti e due sposati, Angelo Ricci, 21, scapolo, Domenica Magnapera, 40, e Angela Iadecola, 36, entrambe coniugate, giunsero a New York a bordo della Neustria, la nave che li aveva imbarcati a Napoli forse venticinque, trenta giorni prima.
Per due di essi, Capozzella e Ricci, la destinazione è Utica2 dove ad attenderli dovrebbero esserci, rispettivamente, Giuseppe Patriarca ed un non meglio identificato Ciccone (forse Dionisio), entrambi indicati come “relative”, ovvero parenti; per Di Brango e Magnapera la destinazione è, invece, Hoboken3 ma non si conoscono i “referenti”. Per gli altri due, infine, mancano ulteriori riferimenti. Anzi, nel registro originale il rigo relativo a Cerasi è addirittura percorso da un frego per tutta la sua lunghezza.
Di ciò e di altro probabilmente non ne avremmo saputo mai niente se la fondazione intitolata ad Ellis Island, The Statue of Liberty-Ellis Island Foundation, Inc., non avesse preso l’iniziativa di trascrivere in un archivio elettronico i nomi dei milioni di persone che erano appunto transitate per Ellis Island4. Cosicché, proprio dalle ricerche compiute in questo archivio sulla base di cognomi notoriamente aquinati5 è stato possibile accertare che tra il 1900 ed il 1926 furono diverse centinaia, forse oltre settecento, ma si tratta di una cifra approssimativa per difetto, i cittadini di Aquino, la cui popolazione negli anni in questione non superava le tremila unità, che andarono a cercare fortuna nel nuovo mondo. E non erano certo i primi se è vero che altri aquinati erano già ad attendere i primi concittadini giunti agli albori del nuovo secolo a conferma che il fenomeno migratorio, dopo aver interessato inizialmente il nord Italia si spostò poi al sud dove la figura dell’emigrante con tutti i suoi poveri averi stipati in una valigia di cartone tenuta chiusa da uno spago o addirittura in un fagotto finì col simboleggiare l’emigrazione stessa e, in particolare, il meridione.
Il flusso migratorio ebbe un suo costante andamento almeno fino al tempo della “grande guerra” quando, per forza di cose, la sua interruzione divenne inevitabile. Accadde anzi che molti emigranti ripercorsero l’Oceano in senso inverso per dare il proprio contributo alla difesa di quella che, nel bene e nel male, essi consideravano ancora la propria patria.
Nel contesto della ricerca effettuata, l’ultimo aquinate a raggiungere gli Stati Uniti prima del conflitto dovrebbe essere stato “Costanso” Capozzella, 27 anni, maritato, che vi sbarcò dalla Principe di Udine il 9 luglio 1915. Era stato preceduto, qualche mese prima, il 27 aprile, da un gruppo di famiglia composto da Giovanna Giorgio (44), sposata, Domenico (15), Maria Antonia (12) ed Enrichetta (5) Ciccone che aveva viaggiato con la Regina d’Italia ed i cui componenti andavano presumibilmente a raggiungere il rispettivo marito e padre, Nicola, che doveva essersi stabilito ad Utica; il 7 aprile, invece, era arrivato a New York con la Re d’Italia un gruppo di sole donne di cui facevano parte Angela Antonucci Morelli (23), Maria Grazia Raso (21), Teresa (30), Maria (20) e Domenica (?) Venditti rispettivamente attese dal marito Michele Morelli, dal fratello Simone e, le ultime tre, dal fratello Angelantonio.
Se Florindo Traglia, 21 anni e scapolo, era sbarcato dalla Canada il 25 maggio 1915, il giorno dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria - ad accoglierlo c’era il fratello Francesco - il successivo arrivo riguarda Maria (20) e Libero (33) Venditti che giungono a New York il 19 giugno 1914 per ricongiungersi alla propria madre, Dorotea Rasi.
Maria e Libero, però, diversamente da quasi tutti gli altri emigranti, il cui porto d’imbarco è quello di Napoli, che da Aquino si poteva “tranquillamente” raggiungere in treno, partono invece da Le Havre con la France. Lo stesso porto dal quale era anche partito qualche anno prima Tommaso Capraro che aveva 26 anni quando il 5 maggio 1910 era sbarcato a New York dalla Caroline, forse invogliato a quell’esperienza dal fratello Francesco, emigrato non si sa quando e presumibilmente residente ad Utica.
Non sono, però, gli unici casi d’imbarchi da porti diversi da quello di Napoli: Giuseppe Grimaldi (55) parte da Rotterdam, nell’Olanda meridionale, con la Campanello per giungere a destinazione il 9 settembre1911 e Guido Insardi (17) da Southampton, in Gran Bretagna, da dove con la Olympic arriva al di là dell’oceano il 22 ottobre 1913. Ma c’è anche chi come Antonio Fusco (23), imbarcatosi a Palermo sulla Spartan Prince, arriva a destinazione il 13 settembre 1901 ma deve poi proseguire fino a Filadelfia per raggiungere il cugino Giuseppe Pellegrini, o come Giuseppe Capirci (24) che parte da “Genoa” con la Attivita e sbarca a New York il 4 maggio 1902.
Al termine delle ostilità, i primi aquinati a varcare di nuovo l’oceano sono Maria Giuseppa Petrilli, 30 anni, che, insieme ai figli Imerio (11), Matilde (9) ed Ines (6) Maturo, con la nave Madonna il 10 novembre 1919 raggiunge a New York la madre Rosa Fusco.
Tempo dopo, il 29 dicembre 1919, è la volta di Francesco Conte (42), sposato con Antonia Macciocchi e residente in via San Costanzo, di Tommaso Del Vecchio (34), marito di Lucia Macciocchi residente allo stesso indirizzo, e del loro figlio Amilcare Leonida (12) che viaggiano con la President Wilson. Francesco, che è un lavoratore generico, ha come riferimento Hartford, la capitale del Connecticut, dove il cognato Raffaele Pisani abita al numero 545 di Front St.; gli altri due, invece, sono calzolai e sono anch’essi diretti ad Hartford per raggiungere, però, Libero, il proprio padre e nonno, il quale abita al numero 922 di New Britain Avenue.
Su quella stessa nave viaggiano anche Domenico Cochite (9), che ad Aquino ha lasciato il nonno Raffaele Frezza per raggiungere il padre Orazio che abita a Newark6, al numero 654 di Riopelle St., e Giuseppe (15), Domenico (14), Libero (49), Ruggiero (4) e Anna (3) Fortuna, i primi due cognati e gli altri tre nipoti di Bruno Fiore residente ad Herkimer7 in Man St. 125.
Se tra gli emigranti “censiti” Giovanni Antona, 60 anni, sbarcato dalla Victoria il 18 dicembre 1901, è l’aquinate più anziano a spostarsi negli Stati Uniti, Rosa Giorgio, di appena 3 mesi di vita, è, invece, la più piccola: dai registri di Ellis Island risulta sbarcata il 6 aprile 1902 insieme ai genitori Antonio, 28 anni, e Loreta (29). C’è da aggiungere che in quel viaggio, compiuto a bordo della Neustria, la “comitiva” di aquinati è decisamente consistente: al di là dei Giorgio, infatti, ci sono anche Giuseppe Bonanni (37), Giuseppe Capuano (24), Giovanni (25) e Pietrantonio (31) De Marco, Antonio (33) e Giuseppe Cincerrè (26), Pasquale Di Fiore (17), Luca Mattia (49), Carlo Donfrancesco (52), Celestino Mastrangelo (44) e Francesco Lupo (16).
Ma non è l’unico caso di emigrazione di gruppo. Anzi, questo costituisce quasi un fenomeno ricorrente, anche se non mancano quelli che affrontano il viaggio da soli o, quanto meno, in coppia. Tra le altre, la comitiva più numerosa in assoluto è quella che giunse ad Ellis Island il 22 dicembre 1911 a bordo della Prinzess Irene: era composta da Libero Capuano (27 anni), Loreto Del Vecchio (39), Antonio (37), Francesca (6), Francesco (8), Libera (18), Pasquale (1), Raffaella (16) e Tommaso (4) Giorgio, Francesca (10), Giovanni (10 mesi), Libera (40) e Maria Rosa (16) Turchetta.
Come quella dei Giorgio e dei Turchetta ci sono molte altre situazioni che, sulla base dell’imbarco sulla stessa nave, della medesima data di arrivo ad Ellis Island e naturalmente del comune cognome, inducono appunto a supporre il contestuale esodo di presumibili componenti lo stesso nucleo familiare: è, ad esempio, il caso dei Basilio - Rocco (40 anni), sposato con Carolina Petrilli, che, però, rimane ad Aquino, e le figlie Clotilde (19), Antonia (18) e Dorotea (15) - che con la Conte Rosso sbarcano il 19 luglio 1923 o di Domenico (41), Marino (13) e Serafino (16) Mastrangelo, che sono imbarcati sulla Balilla e arrivano il 5 aprile 1902, o, ancora, di Francesco (50), Caterina (25) e Clorinda (7) Caprio, che viaggiano con la Principe di Piemonte e giungono a destinazione il 22 luglio 1909.
Tra gli altri casi di familiari richiamati negli Stati Uniti da parte di chi ha già sperimentato il nuovo mondo, Pasquale Caprio (26) è decisamente tra i più solleciti. Arrivato in America con la Patria il 28 ottobre 1920 ospite, almeno all’inizio, del fratello Ferdinando in Hudson St. 417 ad Hoboken, nel giro di un paio di anni, il primo dicembre 1922, è infatti in grado di farsi raggiungere dalla moglie Elisabetta (21) Martini e dalla figlia Vincenzina, un anno e sei mesi, le quali giungono a New York con la Giuseppe Verdi ed hanno come compagni di viaggio la moglie ed il figlio di Tommaso Capraro, Carmela (27) Di Nella, ma forse Di Nallo, ed Agostino (2): un incontro non casuale visto che Tommaso, che al suo arrivo si era sistemato ad Utica, e Pasquale abitano ora ad Hoboken allo stesso indirizzo, il numero 416 di Jackson St.
Al di là dei dati reperibili nell’archivio elettronico di Ellis Island, un’altra fonte sullo stesso tema è costituita dal registro dei passaporti del Circondario di Sora relativo all’anno 1905, l’unico di cui si ha traccia8, dal quale si ha notizia, innanzi tutto, che gli aquinati che quell’anno richiesero il passaporto furono ben 63 su una popolazione che non superava le 2800 unità (il censimento del 1901 ne aveva registrate esattamente 2746). Ma da questo registro si ha soprattutto uno spaccato sociale dal quale emerge che ad andar via non sono solo contadini o braccianti, che costituiscono pur sempre la categoria più consistente, ma anche ben cinque sarti (Tommaso Rocco Adorino, Filippo Mazzaroppi, Francesco A. Mattia, Giuseppe Sera e Vincenzo Tomasso9), tre calzolai (Paolo Iadecola, Giuseppe Iadecola, Giuseppe Ricci), un falegname (Giuseppe Pietrantuono) e addirittura una cameriera (Angela Di Ruzza).
Gli Stati Uniti naturalmente non costituiscono l’unica destinazione, anche se alle mete già note si aggiunge Chicago (Nicola Rossi). Passaporti, infatti, vengono richiesti per il Canada, in particolare Montreal (Luca Mattia, Pasquale Pelagalli, Magno Tomasso), Buenos Aires (Raffaele Di Branco, Rocco Giuseppe Antonio Evangelista), Francoforte (il già ricordato Vincenzo Tomasso) e Parigi (Rocco Tomasso)
In conclusione, non è difficile immaginare quale doveva essere lo stato d’animo che accompagnava certe decisioni a dir poco epocali destinate a modificare contesti familiari immutati nel tempo, oltretutto in ambienti del tutto nuovi e per di più al di là dell’oceano, quando del mare stesso forse non si aveva cognizione alcuna. Tutt’altro e più grave disagio è quello che si prova leggendo di minori (1/21 anni) - ben oltre il 40 per cento degli emigranti presi in esame - che affrontarono talvolta da soli quella stessa avventurosa esperienza vissuta da Vita, la protagonista dell’omonimo romanzo di Melania G. Mazzucco10, che a nove anni e senza una lira in tasca, insieme a Diamante, che di anni ne ha dodici e cui la madre gli aveva cucito dieci dollari nelle mutande, nel 1903 lasciano il loro paese, Tufo di Minturno, per raggiungere New York.
Del resto la disperazione può spingere a questo e ad altro. Si trattava, in sostanza, di un salto nel buio che tanto poteva andar bene come poteva andar male. È scontato, d’altro canto, che il rimanere ad Aquino avrebbe privilegiato solo la seconda delle due ipotesi anche se non era più il tempo dei “bracciali”, quello, cioè, di centocinquanta anni prima11. Una certa evoluzione c’era stata ed una parte, seppur minima, della pur sempre prevalente classe contadina si era evoluta ed aveva anche incominciato ad assaporare il gusto del potere.
Era anche accaduto che alla modesta economia che restava essenzialmente agricola si era affiancata la cartiera realizzata intorno al 1843 da Gaetano Pelagalli, esponente della più importante famiglia locale, nei pressi della chiesa della Madonna della Libera, non lontano da un antico mulino che, come sarebbe accaduto per la cartiera, sfruttava la forza idraulica prodotta dalla caduta delle acque della Forma.
Comunque, il problema di una sopravvivenza quanto meno appena dignitosa non era stato del tutto risolto cosicché quella ricerca di nuovi lidi per un futuro migliore si pose come alternativa irrinunciabile. Ci fu allora chi partì deciso a chiudere definitivamente con il passato. Chi si sottopose ad incredibili sacrifici per un rapido “arricchimento” ed un altrettanto rapido ritorno: si racconta di un aquinate che, dopo aver vissuto per circa due anni in una stalla, i cui ospiti accudiva dopo la giornata lavorativa per ripagarsi l’“ospitalità”, cibandosi esclusivamente di pane del giorno prima raccolto tra il vicinato e di latte, poté avere infine la soddisfazione di tornare ad Aquino con il portafoglio sufficientemente pieno per acquistare qualche tomolo di terra. E chi fece analoga scelta ma dopo anni e dopo aver accumulato ricchezze per quei tempi cospicue ed in grado, una volta tornato in paese, di consentirgli di poter acquistare consistenti proprietà.
Ovviamente il fenomeno migratorio non si esaurì tra la seconda metà dell’Ottocento ed i primi decenni del secolo successivo quando i nostri emigranti del sud che arrivavano ad Ellis Island beneficiavano di una sub-catalogazione quanto alla provenienza: “italian” naturalmente ma “south”, ovvero “italiani del sud”, segno che in “America” non era ancora molto chiara quell’unificazione nazionale avvenuta con l’occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Piemontesi.
Il fenomeno, infatti, si ripropose in tutta la sua drammatica realtà all’indomani della Seconda guerra mondiale quando la miseria ebbe connotati apocalittici e l’“America”, forse anche per riparare in qualche modo alle offese inferte al nostro territorio e alla sua gente, apparve di nuovo come soluzione per buona parte dei molti problemi che si proponevano. Cosicché, coi pacchi inviati dai parenti, dal governo americano arrivarono facilitazioni per chi fosse stato disposto ad andare a lavorare negli Stati Uniti. Ed il flusso migratorio riprese di nuovo estendendosi non solo alle altre Americhe (Canada, Argentina, Brasile, Venezuela), ma anche all’Australia e, quanto agli stati europei, specialmente a Francia, Svizzera, Germania, Belgio e Gran Bretagna, per estinguersi quindi sul finire degli anni Sessanta anche nella previsione, solo in parte poi realizzatasi, di una industrializzazione del territorio di origine.
Che oggi le cose siano in qualche modo cambiate lo dimostra il fatto che la nostra Patria, ed Aquino stessa, da terra di emigranti è diventata terra di immigrati: un fenomeno sociale di vastissima portata i cui protagonisti non possono non beneficiare di un grande rispetto per una coraggiosa ed avventurosa scelta di vita affrontata in condizioni talvolta inimmaginabili e talvolta aggravata dalla straziante nostalgia per il proprio paese.
Tra le cose che conservo tra le più care, c’è la lettera di un emigrante indirizzata ad una famiglia di Aquino, con la quale egli era in corrispondenza, che gli aveva comunicato sia la scomparsa di mia madre sia il furto di un’antica statua della Madonna della Libera che durante la guerra era stata posta in salvo dai tedeschi a Subiaco e che solo da qualche mese era stata riportata ad Aquino. Quando tutto ciò accadeva si era sul finire del 1977.
Lui era Antonio Caprio che da Aquino era finito a Noranda, in Canada. E sebbene fossero ormai passati alcuni decenni dal distacco dalla propria terra, dove, comunque, di tanto in tanto tornava, il suo ricordo e l’affetto per essa erano sempre vivi tant’è che bastarono quelle due notizie per fargli scrivere una lunga lettera di risposta: “Sono spiacente di sapere che è stata rubata la statua della Madonna della Libera che era la Madonna che appartiene alla grande Chiesa millenaria. Io mi ricordo di tutto quello che era là. La mia infanzia era sempre intorno alla Chiesa. Non per desiderio ma perché abitavo proprio alla sinistra del cancello per l’ingresso alla proprietà della cartiera. Anzi mi ricordo che tanti e tanti venivano a visitare l’Arco di Marcantonio: io andavo ad aprire e dopo 50 metri l’Arco era in vista. Ricevevo da 1, 2 fino a 5 soldi. Erano persone ben vestite e parlavano una lingua a me sconosciuta. Io ho sempre detto che era meglio prima. Oggi si è arrivato che la casa di Dio è come una cosa da nulla. Si ruba una cosa sacra ad un paese martoriato dalla guerra 1939-45. Questi barbari non dovrebbero esistere su questa terra. Sono certo che la statua si ritroverà e la mano di Dio un giorno gli si poserà sulla spalla.” Quanto alla notizia del decesso di mia madre Adele, Antonio parte da lontano: “… Non posso dimenticare tutti della famiglia Pelagalli. [Da essa] mio papà con la sua numerosa famiglia ebbe tutto il fabbisogno per vivere. Come papà era a sua disposizione lavorando sia per la produzione della carta che per i lavori in casa dei Pelagalli unito a mammà. Anzi mammà era come padrona. Poi nel 1927 il bravissimo caro uomo che spesso lo ricordo costruì la centrale elettrica dove mio padre prese lavoro e là rimase tanto che non volle lasciarla neanche durante la guerra. Ebbe un brutto colpo quando la fecero saltare i tedeschi.
“Dunque la signora Adele quando mi feci la prima comunione lei mi fece ripassare tutti gli atti e le preghiere che servivano per la comunione. Io avevo 10 anni, era nel 1931. Mi fece un vestito nuovo, su misura. Se vi dovessi raccontare tutto ci vorrebbe una settimana. Papà e tutti noi di famiglia abitavamo in un appartamento che prima era ufficio nella cartiera ferma, che poi cominciò come centrale. Io ero sempre con papà e ho assistito alla costruzione della stessa. Poi cominciammo a mettere la linea che portava la corrente alla casa dei Pelagalli, poi ai Capozzella, ai Bonanni, ecc. Avevo 12 anni, lavoravo come un negro, però ero appassionato.”
Scorci di ricordi fissati nella mente e nel cuore ed indelebili nel tempo. Grazie Antonio!
Oggi, dei nostri lontani emigranti resta traccia nelle nuove generazioni le quali, però, ormai fortemente inserite nella vita dei luoghi dove sono nate e cresciute, hanno di fatto dimenticato il luogo di origine dei loro antenati. Né, d’altro canto, il luogo d’origine ha mai pensato di alimentare certi rapporti. Cosicché, al di là di situazioni note solo nei ristretti ambiti familiari, ma non sempre, chiedersi cosa ne è dei figli, dei nipoti e dei pronipoti di quei moltissimi che un giorno fecero fagotto e lasciarono Aquino è decisamente un curiosità destinata inevitabilmente a rimanere inappagata.

1 Ad invogliargli a tali imprese era talvolta chi le aveva già vissute ma molto più spesso lo erano i cosiddetti “agenti” d’emigrazione, generalmente soggetti senza scrupoli dediti a sfruttare disperazione ed ignoranza, ovvero “tutta una fungaia di parassiti”, come li definisce Francesco Saverio Nitti (La riforma sociale. Anno III, vol. VI), che ieri, come oggi del resto, non avevano il benché minimo ritegno nel compiere i loro affari truffaldini.
2 Città dello stato di New York capoluogo della contea di Oneida che poteva contare all’epoca su una prospera industria tessile.
3 Popolosa e cosmopolita città del New Jersey situata sulla sponda destra del fiume Hudson, che la separa dall’isola di Manhattan, dove, tra gli altri, ebbero i natali Frank Sinatra e l’attore Leonardo Di Caprio.
4 Si tratta dell’isola nelle acque di New York dove i nostri emigranti, dopo durissime settimane di viaggio in condizioni igieniche disastrose nelle fatiscenti terze classi di navi vecchie e malandate, con i ponti e le stive sovraffollate di persone ma adibite anche al trasporto di merci, venivano sottoposti a meticolosi, angosciosi e lunghi esami, sia medici che amministrativi, dal cui esito dipendeva l’accesso negli Stati Uniti o il ritorno a casa
5 Tra le altre fonti ricordo l’Appendice V del mio libro Il paese dei ‘bracciali’ (CDSC onlus, Cassino 2007) relativa al cosiddetto catasto “murattiano” del 1812, e quella del libro di mons. Rocco Bonanni Ricerche per la storia di Aquino (P.A. Isola Editore, Alatri 1922) nella quale vengono riportati i nomi degli Aquinati coinvolti a vario titolo nelle tragiche vicende della Prima guerra mondiale.
6 È la più grande città del New Jersey, capitale della contea di Essex.
7 È la capitale di una contea dell’area centro-orientale dello stato di New York.
8 È custodito presso l’Archivio di Stato di Frosinone. Ringrazio, per avermene fornito copia, il sempre disponibile Giuseppe Violetta da Arce.
9 Non si esclude che, sia per questo che per gli altri Tomasso di seguito citati, debba piuttosto trattarsi di Tomassi.
10 Melania G. Mazzucco, Vita. RCS libri. Milano, 2003.
11 Costantino Jadecola, Il paese dei “bracciali”.

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