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19 giugno 2013
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Corteo Storico

La Terra Sancti Benedicti

L’ampio territorio bagnato dai fiumi Rapido‑Gari, Garighano e basso Liri, abitato da genti autoctone fin da tempi preistorici, con l'occupazione romana fu reso centro nodale di primaria importanza per i commerci e gli scambi tra diverse culture. Sull'antica Casinum faceva perno un sistema stradale che collegava Roma al sud della Penisola e l'Appennino al mare Tirreno. La città prosperò per tutta la durata dell'Impero e decadde con esso a causa delle frequenti incursioni barbariche.
Dopo un periodo di estremo abbandono il territorio riprese vita grazie alla venuta di Benedetto da Norcia (529) sul monte di Casinum. Questi, tra le rovine di templi pagani, fissò la dimora princìpale dell'ordine monastico da lui fondato e lì scrisse la Regula monachorum, che illuminò il medioevo europeo creando le premesse della civiltà occidentale.
I successori di San Benedetto, nonostante le atroci traversie subite dalla loro Casa sul sacro monte, proseguirono nell'opera di evangelizzazione e civilizzazione íntrapresa dal fondatore, facendo di Montecassino uno dei centri propulsori della cultura e anche della politica papale ed imperiale dei medioevo. Ai loro abati si deve la fondazione dell'odierna Cassino, che per lungo tempo sì chiamò San Germano, e della vasta organizzazione territoriale che prese il nome di "Terra Sanctí Benedicti", cui facevano capo molti centri abitatí o castelli sorti proprio grazie all'opera civilizzatrice dei monaci.
Dall'VIII al XII secolo ìl monastero dì Montecassino, per concessioni di duchi, principi, re, imperatori, pontefici e per donazioni di priva ti, venne in possesso di vaste proprietà e di numerosi diritti sparsi in tutte le regioni d'Italia e anche fuori d'Italia. Tali proprietà erano costituite da centinaia di monasteri e chiese, con i rispettivi patrimoni, e da castelli, con i loro territori.
Questa vasta signoria era protetta da ampio immunità che ne facevano uno stato quasi ‑del tutto autonomo, ben organizzato e ben amministrato.
Montecassino, situato alle porte dei Mezzogiorno &Italia, prossimo dia sede papale venne spesso a trovarsi coinvolto in lotte politiche e militari che interessarono tutto il Medio Evo. L’attività politica di Montecassino fu soprattutto di mediazione tra i grandi poteri in lotta, tuttavia il Monastero, riuscì a conservare tra le parti contendenti la propria autonomia e indipendenza tanto da mantenere buone relazioni sia con i signori vicini che lontani.
Il nucleo originario del grande patrimonio fu, come già detto, La «Terra Sancti Benedicti". Al di là di questa, nelle varie province d'Italia e fuori erano sparse altre proprietà e numerosi diritti, la cui amministrazione era affidata ai prepositi dei singoli monasteri. Questì monasteri dipendevano da Montecassino ed erano chiamati "cellae" o "oboedientiae» o "praepositurae". Essi o esistevano già al momento in cui furono donati a San Benedetto, o furono fondati successivamente dagli abati sui territori offerti, allo scopo di poterli meglio amministrare.
I prepositi venivano nominati dagli abati cassinesi. Ad essi era proibito alienare i diritti e le terre che amministravano; a ciò erano vincolati da un solenne giuramento che prestavano all'atto della nomina. In questo modo la comunità Cassinense aveva riservato al suo diretto governo i territori che si estendevano intorno al monastero e che formavano la Terra di San Benedetto, chiama­ta
più tardi, nei secoli XV‑XVIII, Stato della Città di San Germano.
L’Abbazía raggiunse l'apice dei suo splen­dore nel secolo XI con l'abate Desiderio (divenuto. poi papa Vìttore III) e proseguì nei secoli successi­vi fino alla tremenda distruzione causata da un violentissimo terremoto nel 1349. Il glorioso monastero ha subito ben quattro radicali distruzioni, l'ultima delle quali fu quella del 1944. Nelle sue rovine fu coinvolto sempre il ter­ritorio circostante, soprattutto la città di San Germano. Ogni volta, però, c'è stata la prodigiosa rinascita, nella fedeltà al motto «succísa virescit", recisa torna a pullulare.
l corteo Storico della Terra Sancti Benedicti, ha lo scopo di riproporre, ogni anno, alla popolazione di questa terra i fasti di antichi riti che rischiano di essere cancellati dalla memo­ria collettiva più volte scossa dai tragici eventi che hanno interessato il territorio e le sue genti.

L'ambientazione storica

Il tratto di storia di questa singolare terra a cui si ispirano i momenti più importanti dei Corteo Storico va dall'avvento dell'Abate Bernardo Ayglerio, 1263, fino alla prima metà dei XIV secolo, 1349, anno del terremoto che distrusse la nostra Abbazia: un secolo di storia ricca e complessa.
Naturalmente la ricostruzione di alcuni fatti importanti come "Il tributo a San Benedetto" ed il "giuramento di fedeltà " della Milizia Abbaziale di cui ci occupiamo nella rievocazione, sono arricchiti da elementi coreografici, da inter­pretazioni di fonti iconografiche, musiche e danze popolari dell'epoca, riproposte in forma folclorica. L’intento è quello di raccontare in forma semplice ed efficace un pezzo della nostra storia e riconsegnare all'affetto di tutti le radici del secolare lega­me di questa terra a Montecassino.
La posizione e la struttura dei monastero hanno fatto di Montecassino una fortezza che, lungi dal proteggere i religìosì, ha sempre attratto le mire di potenti e guerrafondai desiderosi di uti­lizzarla come base per le loro conquiste territoria­li.
Dopo la morte dell'imperatore Federico Il, avvenuta nel 1250, gli Svevi avevano trasformato il monastero di Montecassino in una fortezza e in un covo di ladroni che portavano ovunque sac­cheggi e distruzione. Tale stato dì cose durò fino all'arrivo di Carlo d'Angiò.
Il Papa Urbano IV per mettere fine a tanto scem­pìo nominò, nel 1263, abate di Montecassino un monaco provenzale, Bernardo AygIerio, "uomo energico, risoluto, dotto e prudente".
Dopo la battaglia avvenuta nell'anfiteatro di Cassino tra Saraceni di Manfredi, successo a Federico Il, e le truppe Angioine, con la vittoria di queste ultime e lo sbaraglio dei saraceni, nel 1266, finalmente l'Abate AySlerio poté mettere mano alla riorganizzazione del patrimonio di Montecassino, andato in rovina. Egli, aiutato da Carlo d'Angiò, suo personale amico, fu il restaura­tore della disciplina monastica e della giurisdizio­ne temporale di Montecassino.
Accertò i diritti del monastero, gli obbli­ghi deì sudditi, gli usi e le consuetudini e li codificò; fondò e organizzò la Milizia Territoriale a custodia, difesa e controllo del territorio e fissò i confini dì ciascun castello ed il censo dovuto.
A lui si deve il Regestum Confinium, il primo vero catasto ufficiale dei cassinate. Con lui la Terra di San Benedetto divenne la principale Signoria Monastica dì tutto il Feudalesimo.

La giuridizione Abbaziale

L’Abate di Montecassino ha sempre svolto il ruolo di capo spirituale del territorio assumendo quasi tutte le funzioni vescovili. Numerosi furono i privilegi concessi dai papi agli abati, come quello dì sedere al primo posto tra gli abati nelle riunioni dei vescovi e dei principi, o di esprimere per primo il proprio giudizio nelle assemblee di tutto l'ordine benedettino; il monastero da sempre è sottomesso alla sola autorità papale e a nessun'altra chiesa (“nullius alteríus ecclesiae”).
Grande fu il prestigio della Casa di San Benedetto nei primi secoli del millennio scorso: solo nei secoli undicesimo e dodicesimo Montecassino diede alla Chiesa di Roma ben tre papi, ventotto cardinali, quaranta fra vescovi ed arcivescovi.
La Terra di S. Benedetto aveva una super­ficie di 80.000 ettari e comprendeva quelli che sono i territori degli attuali comuni di Acquafondata, Ausonia, Belmonte Castello, Suio, Castelnuovo Parano, Coreno Ausonio, Cassino, Cervaro, Piedimonte S. Germano, Pígnataro Interamna, Pontecorvo, Roccadevandro, S. Giorgio a Liri, S. Andrea Vallefredda, S. Apollinare, S. Biagio Saracinisco, S. Ambrogio sul Garighano, S. Elia Fiumerapido, S. Vittore dei Lazìo, S. Pietro Infine, Vallemaio, Valierotonda, Villa S. Lucia, Viticuso, parte dei territori di Terelle, Esperia (S. Pìetro in Curulis, Monticelli) di Sessa, di Minturno, lungo il corso dei Garigliano, fino al mare.
L’Abate di Montecassino era ormai il più grande feudatario dei centro sud. Tuttavia l'Abbazia non creò mai feudatari alle proprie dipendenze, per ragioni di opportunità, ma anche perché, grazie ad una forma di governo illumina­ta, ciò che in altre parti veniva conquistato con la forza qui si ebbe per la lungimiranza culturale degli abati.
All'Abate, come «signore» feudale, compe­tevano anche le giurisdizioni temporali, come l'amministrazione della giustizia, civile, fino al 1807, e criminale fino alla revoca operata da Carlo d'Angiò e ripresa solo nel 1669. A tale scopo egli nominava ogni anno un governatore che emetteva sentenze per conto dell'Abate.
L’opera di gestione equilibrata del territorio si svolse soprattutto con strumenti giuridici, codificati tramite notai, grazie ai quali il popolo aveva consapevolezza piena dei propri diritti e dei propri doveri.
Tali strumenti furono norme giuridiche che garantivano i diritti essenziali della persona, i rapporti di carattere amministrativo, pubblico e privato. Questa attività normativa fu molto intensa presso gli abati di Montecassino, soprattutto nel XIII secolo, assumendo forme di privilegi o “chartae libertatis", statuti, decreti, inquisizioni, sentenze.
L’Abbazia di Montecassino è la signoria ecclesiastica del Medio Evo che ne concesse il maggior numero. Sembra che ogni castello o universitas avesse il suo privilegio più o meno ampio.
Tali privilegi furono rilasciati dall'abbazia per vincolare a sé popolazioni di recente passate sotto il suo dominio o per rendere buone quelle più turbolente e ribellì in momenti storici particolari. Essi prevedevano la moderazione o l'esen­zione dal pagamento di tributi vari e dalla presta zione di servizi. Alcuni diritti essenziali della per­sona, come l'affrancamento e l'emancipazione della donna nei confronti della componente maschile della famiglia anticiparono in questa terra la soppressione di alcuni elementi di diritto longobardo ancora vigenti.
Le carte di libertà, dovute per la prima volta all'Abate Desiderio e l'apertura sociale favorita dagli abati successivi, fecero Ci che il periodo feudale trovasse uno sbocco nell'organizzazione civile che anticipa così gli statuti comunali degli altri territori.
Con il termine statutum o statuta le carte cassinesi indicano, non solo il complesso di norme che gli abati emanavano per regolare alcuni aspet­ti della vita municipale e della diocesi, ma anche alcune disposizioni particolari chiamate anche “constitutiones", “decreta". Gli statuti cassìnesi, in particolare, si presentano come regolamenti di polizia municipale, urbana, rurale, annonaria e di mercato.

L'organizzazione sociale

Gli organi pubblici della Terra di San Benedetto erano:

- Il Rector o Rettore: massima autorità delle uni­versitates, rappresentante dell'abate; aveva il governo dei territorio del castello; era di solito un monaco, ma anche un laico fedele, nominato dal­l'Abate. Da lui dipendevano i baiuli, il castaldo, i giudici, ecc. Rappresentava l'abate nella città o castello.
- I Baiuli abbaziali o gabellotti: aiutanti dei retto­re con funzioni giudiziarie minori e amministrati­ve esecutive (vigilanza del mercato); sono i funzio­nari più alti dopo il rettore, che sostituiscono in caso di assenza o impedimento.
- Il Castaldo: amministratore per conto dell'Abate.
- I Giudici o judices: magistrati locali presenti a tutti i contratti insieme ai "buoni uomini». Quando si costituirono le Curie minori assunsero anche le funzioni giurisdizionali per le cause minori.
- I Governatori: incaricati di seguire e decidere nelle cause riguardanti il monastero o le sue perti­nenze, nonché di tutelare i diritti, le giurisdizioni e i beni mobili ed immobili del monastero.
- La Curia maior, o Curia Maggiore. de Sancto Germano, l'attuale Cassino, era la sede dei Rettore.
- Le Curiae minores, o prepositure, erano in tutti gli altri paesi dipendenti dalla Terra di San Benedetto. Queste ultime avevano gestione pro­pria con autonomia economica, ma sempre dipendenti e soggette all’Abate di Montecassino che ne eleggeva il preposito e ne autorizzava gli atti più importanti.

Accanto alle cariche pubbliche già ricordate vanno segnalati i signorotti del tempo che avevano l'onore di prestare il servizio delle armi, i mílites, i notai, i medici, gli avvocati, gli orefici, i commercianti, che formavano i “burgenses”, pic­cola borghesia devota al monastero; gli artigiani, i manovali, i contadini costituivano il populus, la classe sociale più numerosa e più necessaria perché su di essa si reggeva l'economia; infine il clero, che aveva giurisdizione spirituale e temporale.
I dignitari laici erano tenuti al giuramento di stretta fedeltà.
Il popolo veniva convocato a mezzo dell'a­raldo per deliberare su questioni relative alla vita della comunità e per sentirsi comunicare le deci­sioni dell'Abate.
A Sant'Elia si radunavano presso la porta di San Biagio, a Vallerotonda nel luogo detto .. orta», a Cervaro nel luogo detto "ad formas», a Sant'Apollinare davanti alla porta del Castello.
Come segno del riconoscimento di questa dipendenza, ogni anno, detti "signori" pagavano un censo all'Abbazia: qui convenivano per offrire orzo, miglio, fave, canapa, lino, uova, galline, olio, ciambelle... e per rendere conto della loro gestione.
Alle vedove era concesso di offrire solo la metà del censo dovuto, esenzione non sempre riconosciuta in altri feudi.
Cardito, Saracinisco, Lallerotonda, Acquafondata, Viticuso avevano: per quasto dovevano prestare due giornate di lavoro, una per arare, una per seminare.
I mugnai garantivano una pagnotta di pane per i poveri ed i pellegrini che bussavano alle porte di Montecassino.

L'economia

L’applicazione dei diritto guidò sempre l'amministrazione e la gestione di questa particolare terra garantendo nelle popolazioni la consape­volezza dei propri diritti e dei propri doveri .
Le famose "regalie" non avevano il signifi­cato che noi oggi diamo al termine, esse costituivano limitazioni di natura pubblica al diritto dei privati.
Il Monastero aveva diritto di tagliare le piante di cipressi ovunque fossero radicate, anche in possedimenti privati, se gli occorreva il legna­me per riparare i propri edifici, i carri, le «scafe" o zattere poste sul Liri o sul Garigliano, previo avvi­so ai possessori delle terre. Il Monastero compen­sava dei danno subito esonerando i proprietari dalle prestazioni dei servizi o dal pagamento dei contributi. Questo costituiva un'eccezione nella mentalità dei feudalesimo. il feudatario, infatti, essendo signore assoluto del suo feudo non doveva spiegazione alcuna a nessuno e tantomeno compensi.
L’Abbazìa aveva diritto sui pascoli: tutti coloro che avevano ovini dovevano pagare una tassa detta "herbaticum" che consisteva ordinaria­mente nella «decima" degli agnelli.
La caccia , che era stata sempre libera sia presso i romani che presso i longobardi, nel Medioevo divenne un diritto dei soli signori i quali dovevano sempre dare una parte della caccia­gione all'Abbazia.
Nei territori dì San Germano, dei castelli di Pontecorvo, Roccadevandro, Castel Nuovo Parano, coloro che uccidevano cinghiali o animali selvatici dovevano dare il quarto inferiore di essi al rectore. A Sant'Apollinare, se veniva uccisa la volpe, la pelle apparteneva al giudice.
La pesca nelle acque che scorrevano nel territorio dell'Abbazia era proibita; nessuno pote­va pescare senza l'autorizzazione dell'Abate, allora signore dì questa terra. Ma in caso di nozze o se la donna cm inferma o in periodo di parto si poteva pescare senza alcun permesso.
Gli abitanti lungo i fiumi Gari , Liri, Rapido e Peccia potevano andare a pesca con una sola barca e coloro che abitavano nel castello di Sant'Angelo in Theodice non dovevano assolutamente pescare lungo il Rapido dalla festa di tutti i Santi fino a otto giorni prima dei Natale.
Molte erano le cave di pietra e famose le concerie lungo il Rapido.
Altro erano le “imposte" per il pedaggio che andavano a rafforzare l'economia di questa terra.
I giullari e i menestrelli dovevano 12 grani d'oro; il ramaio, lo scardatore di lana, i venditorì dì setacci pagavano 12 grani e mezzo. Questa stessa somma si pagava per cavalli, muti, asini, sia scarichi che carichi di olio, carni salate, formaggio, lana, canapa, cuoio, coltri e libri relegati.
Coloro che portavano canestri, pignatte e scodelle pagavano solo 5 grani d'oro.
Tuttavia “pur essendo Montecassino l'Abbazia d'Italia più ricca in denaro, oro ed argento essa non fu mai una potenza finanziaria. Molte delle sue ricchezze erano destinate alle opere assistenziali a favore dei poveri e degli ammalati che bussavano alle sue porte. La casa di san benedetto, quindi, nel suo apparente splendore di una Signoria ricca e potente visse sempre in povertà secondo la Regola del Santo Patriarca ed il suo fu sempre un governo paterno mirato alla diffusione del Vangelo tra le popolazioni delle sue terre"

La vita nella città di San Germnao

Data la particolare gestione di questo feudo, nella nostra terra non sono nate delle vere corporazioni o "scholae”, ma delle botteghe, ognu­na delle quali aveva un magister e uno o più "discipuli" o apprendisti.
E' importante notare che si sono sviluppati quei mestieri inerenti alle necessità dei monastero perché era questo il centro di tutte le attività e di tutta l'economia spirituale, culturale, politica ed economica. Tutti infatti erano tenuti ad offrire o i loro prodotti o le giornate di lavoro all'Abbazia.
San Germano, (Cassino), fu capitale della Signoria Cassinese, avente titolo di città, ricono­sciuto solennemente col privilegio o carta di libertà del 30 ottobre 1267 dall'Abate Bernardo I Ayglerio. Qui aveva sede la Curia Major dove si governava la Terra di S. Benedetto.
Dagli inizi dell'XI secolo alla fine dei XIII, il suo sviluppo fu sempre crescente, a causa dei traffici e dell'artigianato che vi fiorivano. Nel XIII secolo il suo territorio si estendeva tra il corso dei fiume Rapido e le pendici di Rocca Janula; una cinta di mura rinforzata da torri la circondava con­giungendosi da ambo i lati sulla rocca stessa.
Aveva undici porte di accesso: porta di S. Egidio, porta dei Macello, porta S. Germano, porta di S. Tommaso, porta di Monte Petreto, porta di Paldo, porta di S. Matteo, porta dei Ponte, porta di S. Restituta, porta di S. Giovanni, porta di Piedimonte. Comprendeva inoltre 5 piazze: piazza Nuova, piazza dei Calzolai, piazza degli Agorai, piazza degli Amalfitani, piazza dei Greci. Vi erano anche il ghetto degli Ebrei e il rione dei Greci.
Gli Ebrei lavoravano la seta ed esercitava­no l'arte della tintoria. Era loro compito tingere gratuitamente il panno nuziale con cui si faceva la coperta da sposa alla figlia dell'esattore. I Greci invece erano abili commercianti.
Il fiume Rapido veniva attraversato da 4 ponti: il Ponte, così detto per antonomasia, il ponte di Petreto, il ponte di Sicardo e il ponte dei Greci. La città aveva 7 ospedali: l'ospedale grande costruito dall'Abate Bernardo, l'ospedale dì S. Lazzaro, l'ospedale di Roffredo de Monte, l'ospe­dale dello Spirito Santo, l'ospedale costruito da certo "Magister Petrus", l'ospedale di Francesco il Connestabile e fratelli, l'ospedale di porta di Piedimonte. Vi erano inoltre un carcere, un cimi­tero, i bagni pubblici presso porta di Ponte, un granaio, la peschiera e l'acquedotto. I documenti ci ricordano numerosi negozi e botteghe artigiane. Le chiese erano molte: S. Scolastica, i Santi, S. Giovanni, S. Nicola, S. Bartolomeo, S. Francesco, S. Andrea, S. Leonardo, S. Lazzaro, S. Tommaso della strada, S. Pietro della valle dei Greci, S. Maria di Paradosso, S. Silvestro, S. Pietro di castel­lo, S. Mercurio, S. Giacomo, S. Sebastiano, S. Croce, chiesa dell'Annunciazione, dei Sepolcro, di S. Maria Maddalena; S. Tommaso dei Greci, S. Egidio, S. Maria della Strada, S. Germano, S. Restituta.
Ogni anno in San Germano sì teneva una "fiera" generale a cui convenivano tutti gli abitanti degli altri "castella"
Infine la città aveva nel suo territorio casa­li abitati quali Caira, Peola, La Foresta, Terra.

I mestieri

I mestieri più diffusi erano:


Il Rettore


la Rettessa


il Notaio


il Giudice


il Comestabile


i Signori


i Signori


Damigelle


Paggi


Gli Araldi


I Banditori


La Milizia


Popolani


Popolane


Il Giullare


Le Filatrici


I Maniscalco


Le Massaie


Il Falegname

  • i calsurari, calzolai
  • gli aurefici, orefici
  • i ferrarii, fabbri
  • i pelliparii, conciatori di pelli
  • i cambiatores, cambiavalute
  • i sutores, sarti
  • i lavoratori la galla, (estratto delle querce per ottenere inchiostro che serviva agli amanuensi)
  • gli amanuensi, addetti alla scrittura di documenti
  • i sellarii, produttori di selle e finumenti per cavalcature
  • i fusari, fonditori
  • gli speciales, farmacisti
  • i mercatores, mercanti
  • i rigattieri, rivenditori di merce varia
  • i tabernarii, osti

C'erano inoltre molti frantoi e mulini azionati quasi tutti ad acqua o a trazione animale.

La Milizia Abbaziale

Origine
Dopo l'esperienza triste delle truppe mercenarie si impose a Montecassino la necessità di creare una Milizia propria per la difesa permanente del suo territorio.
Si reclutarono quei coloni che più avevano attitudine alle armi, si addestrarono in maniera sistematica gli uomini d'arme a cavallo, sollevandoli da qualsiasi altra contribuzione all'Abbazia.
Potevano far parte della Milizia Abbaziale solo coloro che abitavano tra Roma ed il Principato di Capua, estensione dell'allora Terra di San Benedetto. Il sito dell'antica Casinum (odierna area archeologica) era frequentato dalla Milizia e l'anfiteatro serviva come stazionamento per le truppe.

Costituzione
Costituivano l'esercito abbaziale:
- i cavalieri o milites che erano piccoli signori feudali, nobili della terra di San Benedetto;
gli scutiferi, milites a cavallo, ed erano borghesi o piccoli proprietari terrieri;
- i servientes, ossia fanti, erano tutti gli altri sudditi. Questi avevano l'obblico del servizio militare solo in casi di necessità.

Il capo dell'esercito era il Comestabulus militum. Era esclusivamente alle dipendenze dell'Abate, provvedeva alla tutela dell'ordine e della sicurezza in tutta la Signoria Cassinese.
Egli guidava le truppe anche nelle spedizioni fuori confine.
Questa carica era sempre ricoperta dal signore di San Germano. Era un privilegio di cui i sangermanesi andavano orgogliosi.

Testi ed immagini tratte da "Corteo Storico Terra Sancti Benedicti"
Fondazione S.Benedetto


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