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10 settembre 2010
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freccia.gif Porta Campana
freccia.gif Ninfeo Ponari
freccia.gif Ummidia Quadratilla
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freccia.gif Il Teatro romano di Cassino
freccia.gif Il restauro
freccia.gif Gianfilippo Carettoni 'Giornale di scavo'
freccia.gif Gaetano Fardelli 'Giornale di scavo'
freccia.gif Massimiliano Valenti

freccia.gif Caratteri generali
freccia.gif Percorso dell’Acquedotto
freccia.gif Lunghezza e struttura dell’Acquedotto
freccia.gif Notizie storiche sull’Acquedotto di Cassino
freccia.gif Ruderi sparsi
freccia.gif Acquedotto
freccia.gif Epoca della costruzione dei due Acquedotti
freccia.gif Notizie Topografiche

freccia.gif Rocca Janula
freccia.gif Il restauro

freccia.gif Informazioni Museo
freccia.gif Museo - Sala I
freccia.gif Museo - Sala II
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freccia.gif La statua dell’”EROE”
freccia.gif La 'Domus Romana' di via Montecassino
freccia.gif Scritti inediti di Filippo Ponari



Museo Archeologico Nazionale di Cassino


SALA II

Ripassando davanti all’ingresso, si entra nella Sala II, che raccoglie i reperti architettonici e ceramici provenienti dall’area archeologica di Cassino e in particolare dal teatro e dalla necropoli della cosiddetta Via Latina. Sulla sinistra un frammento di lastra in calcare con decorazione a girali, simile a quelli esposti nel giardino, proveniente da un sepolcro sulla cosiddetta Via Latina e due capitelli corinzi in marmo di provenienza ignota; al centro della sala una colonnina tortile marmorea, probabilmente pertinente al teatro. Da località ignota provengono la testa marmorea di Atena, copia romana del I sec. d.C. da un originale greco del IV sec. a.C. (foto 24), e il capitello corinzio in marmo rilavorato come base di elemento angolare. Alla scena e in particolare alle porte regia e hospitales appertengono le cornici curvilinee in marmo lunense situate vicino alle finestre, decorate con anthemion, astragalo, motivo a squame, dentelli, kyma lesbio, databili all’età augustea. Dalla necropoli di Cassino provengono le due are funerarie in calcare. La prima è un’area in calcare con fastigio a cono e pulvini laterali sui cui è incisa la formula funeraria D M S (Diis Manibus Sacrum); il testo dell’iscrizione è una dedica ad defunto Tampio Verecundo da parte del figlio Tampio Verecundino e della nuova Vettia Zmyrna. La seconda, che reca un’iscrizione anche sul lato sinistro, presenta il fastigio a cuspide decorato da una corona; a destra e a sinistra sono i due oggetti tipici del simbolismo funerario: un urceus e una patera. L’iscrizione reca la dedica dei genitori Festo e lanuaria al figlioletto Festo Fannio, morto all’età di undici anni, sette mesi, cinque giorni. Ai lati, come di consueto, l’urceus a sinistra e la patera a destra. Tra il materiale architettonico si segnalano due capitelli compositi in stucco bianco rinvenuto presso la Tomba di Ummidia Quadratillam che alcuni studiosi datano agli inizi del I sec. d.C. e attribuiscono al sepolcro (foto 25). Recentemente Filippo Coarelli (1982) ha rialzato la datazione alla fine del II sec. a.C., ritenendoli pertinenti a un tempio che Ummidia Quadratilla avrebbe innalzato, insieme all’Anfiteatro, secondo quanto riporta un’iscrizione rinvenuta nel XVIII secolo all’interno dell’edificio e attualmente esposta al Museo dell’Abbazia di Montecassino. La distanza di circa tre secoli che separa l’iscrizione dalla data assegnata ai capitelli viene spiegata dall’autore attribuendo ad Ummidia un intervento di semplice restauro, il che tuttavia contrasta con il verbo (fecit) usato nell’iscrizione. Resta inoltre il problema finora irrisolto di dove si trovasse il tempio, forse da identificarsi con quello menzionato in un documento medievale, che sarebbe poi stato trasformato in chiesa di S. Pietro, situata vicino a quella del Crocefisso, ossia presso l’Anfiteatro e distrutta nel XVII secolo. Un’altra possibilità è quella che il tempio sia da identificarsi con un sacello costruito da Ummidia a ridosso del podio dell’Anfiteatro, lungo l’asse minore dell’edificio. In tal caso sarebbe piuttosto difficile l’attribuzione ad esso dei due capitelli


Pianta archeologica della ciità  (da Carettoni 1940)

1° vetrina

La vetrina accoglie, nel ripiano superiore, il materiale proveniente da saggi di scavo condotti nel 1961 presso il fornice nord dell’Anfiteatro e dallo scavo effettuato negli anni ’60 per la costruzione del Museo. I reperti esposti, ad eccezione dei nn. 1, 5, costituiscono una buona testimonianza dell’instrumentum domesticum, ossia degli oggetti di uso comune in cucina e sulla mensa, della tarda età repubblicana e della prima età imperiale.
1) Un frammento di stucco riproducente il motivo di un cassettonato a riquadri, separati da cornici a ovoli e frecce appena accennate. Proviene dall’Anfiteatro.
2) Una matrice di testina votiva in terracotta.
3) Una testina e una piccola lastra in palombino con incisioni, proveniente dall’Anfiteatro; della testina, femminile, resta la parte superiore fino alle labbra, piuttosto scheggiata, con capelli ondulati, raccolti sulla nuca, divisi al centro e tenuti sulla fronte da una taenia. Doveva appartenere a una statua di piccole dimensioni che decorava il monumento.
4-5) Due frammenti di lastre di rivestimento in terracotta del tipo <> con due grifi affrontati ai lati di un kantharos, di cui resta la parte inferiore del corpo e del piumaggio (I sec. a.C. – I d.C.). Gocciolatoio fittile a protome di lupo con muso ben modellato, pelo ritoccato a stecca, bocca semiaperta che mostra i denti, parte posteriore scarsamente caratterizzata (foto 26). Altri gocciolatoi a testa di lupo si rinvennero nel campo soprastante il muro in opera incerta a monte dell’Anfiteatro. Una lastra fittile con figura femminile ammantata volta verso destra, con capelli raccolti sulla nuca.
6) Frammenti di piatti in terra sigillata italica, un tipo di ceramica fine da mensa, prodotta fra la seconda metà del I sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C., caratterizzata da un’argilla rosata ben depurata e una vernice rosso-corallina molto spessa e lucente. Il nome deriva dalla presenza piuttosto frequente del bollo di fabbrica (sigillum) impresso sul fondo, generalmente in planta pedis, (ossia a forma di pianta del piede), o in cartiglio rettangolare, oppure entro ghirlanda (nella produzione puteolana), o in crescente lunare (nella produzione tardo-italica), oppure dalle figure realizzate a matrice o applicate che decoravano i vasi. Luogo di fabbricazione di questa ceramica era l’Italia centrale e settentrionale e la Campania (Pozzuoli, antica Puteoli); ad Arezzo era localizzato uno dei centri più antichi e più raffinati, dove si sono rinvenute diverse fornaci, ed aretina o arretina è definita la terra sigillata prodotta in questa città. I vasi potevano essere lisci, con qualche decorazione applicata, oppure decorati: in questo secondo caso la lavorazione avveniva mediante tornio e matrice. Sono esposti alcuni catilli (piccoli piatti) con decorazione applicata sull’orlo a palmetta e a testina femminile, un frammento di tazza con bollo in planta pedis: A(ulus) MVL(vius) (foto 27 a), un altro decorato a matrice con ghirlande e racemi. Uno degli esemplari esposti conserva esternamente un’iscrizione graffita:…VNI.
7) Frammento di dolio con bollo del fabbricante in cartiglio rettangolare su due righe impresso sull’orlo: VETTIVS /…AMVS (le prime lettere della seconda riga non si sono impresse).
8) Due punte di lancia in ferro.
9) Piccola gamba bronzea di buona fattura con alto calzare.
10) Frammento di vaso piriforme (cucurbitulum) usato per l’alleggerimento delle volte o come tappo d’anfora, o, secondo altri, come bossolo nel gioco dei dadi.
11) Moneta bronzea dell’imperatore Domiziano (asse).
12) Lucerna a vernice nera con serbatoio cilindrico, becco a incudine, ampio foro d’immissione, ansa a nastro (tipo cilindrico dell’Esquilino) (150-50 a.C.).
13) Frammenti di piatti in terra sigillata italica e aretina: di questi uno di grandi dimensioni rece impresso in cartiglio rettangolare ripetuto più volte il nome del fabbricante CNATEI (Cn. Ateivs), attivo nella media e tarda età augustea, la cui officina ebbe filiali anche in Gallia, contribuendo alla diffusione in questa zona di quel gusto e quegli schemi decorativi che poi si ritroveranno nella ceramica fine da mensa prodotta in quel paese a partire dalla seconda metà del I sec. d.C. (terra sigillata sud-gallica). Segue un frammento di coppa di produzione aretina con decorazione vegetale, di cui resta una foglia d’acanto e bollo in cartiglio rettangolare del fabbricante RASIN(ius), uno dei più noti e raffinati di Arezzo, attivo in età augustea (foto 27 b); nei suoi prodotti, in cui si prediligevano i motivi ornamentali a quelli narrativi, si trova generalmente anche il nome dell’officinatore (Eros Rasini, o Certus Rasini, o Panthagatus Rasini, o Quartio Rasini, ecc.), che qui manca in quanto il pezzo è frammentazio.
14) Alcuni vasi frammentari in ceramica a vernice nera, una produzione italica, prevalentemente laziale e campana, nata nel IV sec. a.C. e prodotta fino al I a.C., come imitazione della ceramica attica. All’interno di questa classe ceramica sono state individuate varie aree di produzione, da quella volterrana, a quella laziale dei <>, a quella di Segni di Teano, di Cales, città degli Aurunci in Campania (attuale Calvi Risorta), per citarne solo alcune. Come è logico immaginare, qui a Cassino troviamo maggiormente attestate le produzioni laziali, di Cales, di Teano; quest’ultima, prodotta fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., è caratterizzata da un’argilla giallastra, leggermente rosata, una vernice nera con riflessi metallici e una decorazione impressa, sovradipinta o incisa, molto particolare (foto 28). Tra i reperti esposti, quattro frammenti di tazze, una delle quali con stampiglio a palmetta al centro, sono attribuibili a questa produzione; segue un frammento di coppa da Cales, con un motivo molto diffuso in questo tipo di vasi: il Sole radiato sul cocchio trainato dai cavalli (250-180 a.C.).
15) Frammenti di piatti e coppe in terra sigillata chiara africana, una produzione della Tunisia settentrionale (antica Byzacena e Zeugitana), limitata quasi esclusivamente a forme aperte, databile tra la seconda metà del I sec. d.C. e tutto il VII. Le caratteristiche tecniche di questa classe ceramica sono un’argilla e una vernice quasi dello stesso colore (l’arancio più o meno scuro) e la decorazione limitata a pochi elementi vegetali applicati a la barbotine o, nella produzione più tarda, a motivi geometrici, fitomorfi o ripresi dalla simbologia cristiana, realizzati a stampo. All’interno dell’ampio arco cronologico che ricopre questa classe ceramica sono state distinte tre grandi produzioni, a loro volta suddivise in sottoproduzioni: il tipo A, caratterizzato da una superficie <>, sia per il colore che per la granulosità, prodotto nella Tunisia settentrionale tra la fine del I e il III sec. d.C.; il tipo C, dalla parete generalmente più sottile e la vernice più scura e brillante, prodotto fra il III e il V sec. d.C. nella Tunisia centrale; il tipo D, prodotto fra il IV e il VII sec. d.C. in Tunisia settentrionale o nella Mauritania, caratterizzato da una vernice arancio più o meno tendente al rossastro, assente all’esterno del vaso, e una decorazione a stampo spesso ispirata a motivi simbolici cristiani. Qui a Cassino sono attestati tutti e tre i tipi di produzione; i vasi esposti appartengono ai tipi A (scodelle) e D (piatti).
16) Frammenti di vasi in ceramica a pareti sottili, una classe ceramica fine, da mensa, prodotta fra il II sec. a.C. e il II d.C. in alternativa al più costoso vetro. E’ costituita da vasi potori di forma aperta (coppe, tazze) o chiusa (ollette, bicchieri, boccalini), la cui caratteristica è l’estrema sottigliezza delle pareti (0,3-2 millimetri). La produzione repubblicana è generalmente priva di vernice, quella imperiale presenta una vernice arancio o rossastra spesso iridescente o con riflessi metallici. I reperti esposti sono inquadrabili nell’ambito della prima metà del I sec. d.C.
17) Frammento di vaso in ceramica acroma con beccuccio per la fuoriuscita del liquido.
18) Ceramica da fuoco e un frammento di balsamario fusiforme con piede strombato. Al secondo ripiano sono esposti vari esemplari frammentari di lucerne, utensili usati per l’illuminazione; sono presenti un tipo con serbatoio biconico e ampio foro d’immissione d’età repubblicana, i tipi detti a <> (vogelkopflampe), negli esemplari più antichi databili tra il 50 a.C. e il 50 d.C., come quello con due piccole maschere barbate all’attacco del becco, il disco decorato con una corona di foglie stilizzate, astragali e perline sulla spalla, e in quelli più tardi databili al I-II sec. d.C. (n. 19); a vernice nera, con corpo cilindrico o biconico, becco a canale o a incudine, ansa a nastro, di II-I sec. a.C. (n. 20); a perline con prese laterali e becco a incudine (Warzenlampe) databili verso la metà del I sec. a.C. (n. 21); africane e di imitazione africana con disco e spalla decorati da simboli cristiani (croci, due pavoni rampanti affrontati) o dal semplice motivo a <> o da foglie cuoriformi e quadrati, di IV-VII sec. d.C. (n. 22), a canale aperto e chiuso (I-IV sec. d.C.), una delle quali con il disco decorato da una testa di satiro (n. 23); a volute, del I-II sec. d.C. (foto 29). Alcune lucerne a becco tondo del I sec. d.C. hanno il disco decorato con motivi diversi: un erote che sorregge una lampada (?) appesa a un bastone, un asino in corsa, ecc. Da notare un’ansa a riflettore triangolare con pavone stilizzato, forse pertinente a una lucerna bilicne con becco a ogiva (I sec. d.C.), un fondo di lucerna con bollo inciso CRI, probabilmente da integrarsi Cri(spini), un fabbricante attivo in Italia centrale nell’età antonina e severa, un becco allungato decorato con un pavone che stringe tra le zampe un rotolo. Seguono alcuni oggetti in vetro, probabilmente provenienti dalla necropoli romana. Al n. 24 sono esposti alcuni balsamari in vetro di tipo piriforme e campanulato, con fondo piano, lungo collo e orlo leggermente estroflesso, usati come portaprofumi (I-II sec. d.C.), una bottiglietta con due anse a nastro ingrossato in vetro blu soffiato, un’altra monoansata, incolore, entrambe databili al I-II sec. d.C (foto 30).
25) Fondi di calici in vetro.
26) Anse di grande contenitore (forse un’urna cineraria) e di coppe vitree imitanti vasi in metallo prezioso, tra cui una a forma di delfino di color verde acqua del I-II sec. d.C. (foto 31 a).
27) Frammenti di vetro e di pasta vitrea, dai vari e brillanti colori, pertinenti a pareti e orli di coppe, tra cui un esemplare costolato in vetro blu lavorato a matrice del I-II sec. d.C. (foto 31 b).
28) Due frammenti di <>, prodotto in Egitto e usato per decorare.
29) Due pedine di pasta vitrea, usate per giocare o, forse per indicare i giorni sul calendario; un bastoncello in pasta vitrea blu e bianca a spirale, privo delle due stremità, costituente il gambo di un piccolo pestello per mescolare liquidi o unguenti.
30) Castone di anello in pasta vitrea decorato con una rana (foto 32).
31) Tessere di mosaico in pasta vitrea di diversi colori.
Tra gli oggetti in osso sono esposti: alcuni aghi crinali (per acconciare i capelli) e spilloni (n. 32); frammenti di strumenti musicali (n. 33) un dado da gioco (n. 34). Oltre ad alcune monete bronzee di età imperiale (n. 36), sono esposti oggetti in bronzo di vario uso (n. 35), tra cui chiodi, pinze, anelli, una chiave, un ago, uno stilo, un amo, una piccola pelta decorativa. I reperti del 1° e del 2° ripiano, anche se risulta siano stati rinvenuti durante gli scavi all’Anfiteatro, è molto probabile provengano, almeno in parte, dalla necropoli, che si estendeva ad ovest e a nord-ovest del monumento. Le punte di lancia in ferro (n. 8), le lucerne (nn. 12, 19-23), i vasi in ceramica a vernice nera (n. 14), i balsamari in ceramica (n. 18) e in vetro (n. 24), l’urna cineraria sempre in vetro (n. 26), i vasetti in ceramica a pareti sottili (n. 16) e forse anche gli aghi crinali e gli spilloni in osso (n. 32) e gli oggetti in bronzo (n. 35) è probabile che facessero parte dei corredi funerari della vicina necropoli, frequentata pressochè ininterrottamente dalla fine dell’VIII sec. a.C. all’età imperiale. Nell’ultimo ripiano sono esposti alcuni esemplari di anfore vinarie e olearie, tra cui una per il trasporto del vino con bollo del fabbricante sull’orlo (forma 1 della tipologia del Dressel), prodotta nell’area tirrenica centro-italica e databile alla tarda età repubblicana; un esemplare con orlo arrotondato, collo cilindrico, anse a doppio bastoncello di produzione tarraconense (Spagna) per il trasporto di vino; un’anfora di produzione punica del III-I sec. a.C.  

Foto 24 - Testa di Atena
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 Testa di Atena
Foto 25 - Capitelli in stucco
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Capitelli in stucco
Foto 26 - Gocciolatoio
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Gocciolatoio
Foto 27a - Frammento di vaso
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Frammento di vaso
Foto 27b - Frammento di vaso
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Frammento di vaso
Foto 28 - Frammenti di vasi
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Frammenti di vasi
Foto 29 - Lucerne
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Lucerne
Foto 30 - Vetri
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Vetri
Foto 31a - Ansa
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Ansa
Foto 31b - Frammento di vetro
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Frammento in vetro
Foto 32 - Castone
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Castone

Testi e foto da "Museo e Area Archeologica di Cassino"
di Giuseppina GHINI e Massimiliano VALENTI
Edizioni  - Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato -


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