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Museo Archeologico Nazionale di Cassino
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SALA II
Ripassando davanti
all’ingresso, si entra nella Sala II, che raccoglie i reperti
architettonici e ceramici provenienti dall’area archeologica di Cassino
e in particolare dal teatro e dalla necropoli della cosiddetta Via Latina.
Sulla sinistra un frammento di lastra in calcare con decorazione a girali,
simile a quelli esposti nel giardino, proveniente da un sepolcro sulla
cosiddetta Via Latina e due capitelli corinzi in marmo di provenienza
ignota; al centro della sala una colonnina tortile marmorea, probabilmente
pertinente al teatro. Da località ignota provengono la testa marmorea di
Atena, copia romana del I sec. d.C. da un originale greco del IV sec. a.C.
(foto 24), e il capitello corinzio in marmo rilavorato come base di
elemento angolare. Alla scena e
in particolare alle porte regia e hospitales appertengono le cornici
curvilinee in marmo lunense situate vicino alle finestre, decorate con anthemion,
astragalo, motivo a squame, dentelli, kyma
lesbio, databili all’età augustea.
Dalla necropoli di
Cassino provengono le due are funerarie in calcare. La prima è un’area
in calcare con fastigio a cono e pulvini laterali sui cui è incisa la
formula funeraria D M S (Diis
Manibus Sacrum); il testo dell’iscrizione è una dedica ad defunto Tampio
Verecundo da parte del figlio Tampio Verecundino e della nuova Vettia
Zmyrna.
La seconda, che reca
un’iscrizione anche sul lato sinistro, presenta il fastigio a cuspide
decorato da una corona; a destra e a sinistra sono i due oggetti tipici
del simbolismo funerario: un urceus e
una patera. L’iscrizione reca la dedica dei genitori Festo e lanuaria
al figlioletto Festo Fannio, morto all’età di undici anni, sette mesi,
cinque giorni.
Ai lati, come di
consueto, l’urceus a sinistra e la patera a destra. Tra il materiale
architettonico si segnalano due capitelli compositi in stucco bianco
rinvenuto presso la Tomba di Ummidia Quadratillam che alcuni studiosi
datano agli inizi del I sec. d.C. e attribuiscono al sepolcro (foto
25).
Recentemente Filippo
Coarelli (1982) ha rialzato la datazione alla fine del II sec. a.C.,
ritenendoli pertinenti a un tempio che Ummidia Quadratilla avrebbe
innalzato, insieme all’Anfiteatro, secondo quanto riporta
un’iscrizione rinvenuta nel XVIII secolo all’interno dell’edificio e
attualmente esposta al Museo dell’Abbazia di Montecassino. La distanza
di circa tre secoli che separa l’iscrizione dalla data assegnata ai
capitelli viene spiegata dall’autore attribuendo ad Ummidia un
intervento di semplice restauro, il che tuttavia contrasta con il verbo (fecit)
usato nell’iscrizione. Resta inoltre il problema finora irrisolto di
dove si trovasse il tempio, forse da identificarsi con quello menzionato
in un documento medievale, che sarebbe poi stato trasformato in chiesa di
S. Pietro, situata vicino a quella del Crocefisso, ossia presso
l’Anfiteatro e distrutta nel XVII secolo. Un’altra possibilità è
quella che il tempio sia da identificarsi con un sacello costruito da
Ummidia a ridosso del podio dell’Anfiteatro, lungo l’asse minore
dell’edificio. In tal caso sarebbe piuttosto difficile l’attribuzione
ad esso dei due capitelli

Pianta archeologica della ciità (da Carettoni
1940)
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1° vetrina
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La
vetrina accoglie, nel ripiano superiore, il materiale proveniente da saggi
di scavo condotti nel 1961 presso il fornice nord dell’Anfiteatro e
dallo scavo effettuato negli anni ’60 per la costruzione del Museo. I
reperti esposti, ad eccezione dei nn. 1, 5, costituiscono una buona
testimonianza dell’instrumentum
domesticum, ossia degli oggetti di uso comune in cucina e sulla mensa,
della tarda età repubblicana e della prima età imperiale.
1) Un
frammento di stucco riproducente il motivo di un cassettonato a riquadri,
separati da cornici a ovoli e frecce appena accennate. Proviene
dall’Anfiteatro.
2) Una
matrice di testina votiva in terracotta.
3) Una
testina e una piccola lastra in palombino con incisioni, proveniente
dall’Anfiteatro; della testina, femminile, resta la parte superiore fino
alle labbra, piuttosto scheggiata, con capelli ondulati, raccolti sulla
nuca, divisi al centro e tenuti sulla fronte da una taenia. Doveva appartenere a una statua di piccole dimensioni che
decorava il monumento.
4-5) Due
frammenti di lastre di rivestimento in terracotta del tipo
<> con due grifi affrontati ai lati di un kantharos,
di cui resta la parte inferiore del corpo e del piumaggio (I sec. a.C. –
I d.C.). Gocciolatoio fittile a protome di lupo con muso ben modellato,
pelo ritoccato a stecca, bocca semiaperta che mostra i denti, parte
posteriore scarsamente caratterizzata (foto 26). Altri gocciolatoi a testa
di lupo si rinvennero nel campo soprastante il muro in opera incerta a
monte dell’Anfiteatro. Una lastra fittile con figura femminile ammantata
volta verso destra, con capelli raccolti sulla nuca.
6)
Frammenti di piatti in terra sigillata italica, un tipo di ceramica fine
da mensa, prodotta fra la seconda metà del I sec. a.C. e la prima metà
del I sec. d.C., caratterizzata da un’argilla rosata ben depurata e una
vernice rosso-corallina molto spessa e lucente. Il nome deriva dalla
presenza piuttosto frequente del bollo di fabbrica (sigillum) impresso sul fondo, generalmente in planta pedis, (ossia a
forma di pianta del piede), o in cartiglio rettangolare, oppure entro
ghirlanda (nella produzione puteolana), o in crescente lunare (nella
produzione tardo-italica), oppure dalle figure realizzate a matrice o
applicate che decoravano i vasi. Luogo di fabbricazione di questa ceramica
era l’Italia centrale e settentrionale e la Campania (Pozzuoli, antica Puteoli); ad Arezzo era localizzato uno dei centri più antichi e più
raffinati, dove si sono rinvenute diverse fornaci, ed aretina o arretina
è definita la terra sigillata prodotta in questa città. I vasi potevano
essere lisci, con qualche decorazione applicata, oppure decorati: in
questo secondo caso la lavorazione avveniva mediante tornio e matrice.
Sono esposti alcuni catilli (piccoli
piatti) con decorazione applicata sull’orlo a palmetta e a testina
femminile, un frammento di tazza con bollo in planta pedis: A(ulus) MVL(vius)
(foto 27 a), un altro decorato a matrice con ghirlande e racemi. Uno degli
esemplari esposti conserva esternamente un’iscrizione graffita:…VNI.
7)
Frammento di dolio con bollo del fabbricante in cartiglio rettangolare su
due righe impresso sull’orlo: VETTIVS /…AMVS (le prime lettere della
seconda riga non si sono impresse).
8)
Due punte di lancia in ferro.
9)
Piccola gamba bronzea di buona fattura con alto calzare.
10) Frammento
di vaso piriforme (cucurbitulum)
usato per l’alleggerimento delle volte o come tappo d’anfora, o,
secondo altri, come bossolo nel gioco dei dadi.
11) Moneta
bronzea dell’imperatore Domiziano (asse).
12) Lucerna
a vernice nera con serbatoio cilindrico, becco a incudine, ampio foro
d’immissione, ansa a nastro (tipo cilindrico dell’Esquilino) (150-50
a.C.).
13) Frammenti
di piatti in terra sigillata italica e aretina: di questi uno di grandi
dimensioni rece impresso in cartiglio rettangolare ripetuto più volte il
nome del fabbricante CNATEI (Cn. Ateivs), attivo nella media e tarda età
augustea, la cui officina ebbe filiali anche in Gallia, contribuendo alla
diffusione in questa zona di quel gusto e quegli schemi decorativi che poi
si ritroveranno nella ceramica fine da mensa prodotta in quel paese a
partire dalla seconda metà del I sec. d.C. (terra sigillata sud-gallica).
Segue un frammento di coppa di produzione aretina con decorazione
vegetale, di cui resta una foglia d’acanto e bollo in cartiglio
rettangolare del fabbricante RASIN(ius), uno dei più noti e raffinati di
Arezzo, attivo in età augustea (foto 27 b); nei suoi prodotti, in cui si
prediligevano i motivi ornamentali a quelli narrativi, si trova
generalmente anche il nome dell’officinatore (Eros Rasini, o Certus Rasini, o Panthagatus Rasini, o Quartio Rasini, ecc.), che qui manca in quanto il pezzo è
frammentazio.
14) Alcuni
vasi frammentari in ceramica a vernice nera, una produzione italica,
prevalentemente laziale e campana, nata nel IV sec. a.C. e prodotta fino
al I a.C., come imitazione della ceramica attica. All’interno di questa
classe ceramica sono state individuate varie aree di produzione, da quella
volterrana, a quella laziale dei <>, a
quella di Segni di Teano, di Cales,
città degli Aurunci in Campania (attuale Calvi Risorta), per citarne solo
alcune. Come è logico immaginare, qui a Cassino troviamo maggiormente
attestate le produzioni laziali, di Cales,
di Teano; quest’ultima, prodotta fra la fine del IV e gli inizi del III
sec. a.C., è caratterizzata da un’argilla giallastra, leggermente
rosata, una vernice nera con riflessi metallici e una decorazione
impressa, sovradipinta o incisa, molto particolare (foto 28). Tra i
reperti esposti, quattro frammenti di tazze, una delle quali con
stampiglio a palmetta al centro, sono attribuibili a questa produzione;
segue un frammento di coppa da Cales,
con un motivo molto diffuso in questo tipo di vasi: il Sole radiato sul
cocchio trainato dai cavalli (250-180 a.C.).
15) Frammenti
di piatti e coppe in terra sigillata chiara africana, una produzione della
Tunisia settentrionale (antica Byzacena e Zeugitana), limitata quasi
esclusivamente a forme aperte, databile tra la seconda metà del I sec.
d.C. e tutto il VII. Le caratteristiche tecniche di questa classe ceramica
sono un’argilla e una vernice quasi dello stesso colore (l’arancio più
o meno scuro) e la decorazione limitata a pochi elementi vegetali
applicati a la barbotine o, nella produzione più tarda, a motivi
geometrici, fitomorfi o ripresi dalla simbologia cristiana, realizzati a
stampo. All’interno dell’ampio arco cronologico che ricopre questa
classe ceramica sono state distinte tre grandi produzioni, a loro volta
suddivise in sottoproduzioni: il tipo A, caratterizzato da una superficie
<>, sia per il colore che per la
granulosità, prodotto nella Tunisia settentrionale tra la fine del I e il
III sec. d.C.; il tipo C, dalla parete generalmente più sottile e la
vernice più scura e brillante, prodotto fra il III e il V sec. d.C. nella
Tunisia centrale; il tipo D, prodotto fra il IV e il VII sec. d.C. in
Tunisia settentrionale o nella Mauritania, caratterizzato da una vernice
arancio più o meno tendente al rossastro, assente all’esterno del vaso,
e una decorazione a stampo spesso ispirata a motivi simbolici cristiani.
Qui a Cassino sono attestati tutti e tre i tipi di produzione; i vasi
esposti appartengono ai tipi A (scodelle) e D (piatti).
16) Frammenti
di vasi in ceramica a pareti sottili, una classe ceramica fine, da mensa,
prodotta fra il II sec. a.C. e il II d.C. in alternativa al più costoso
vetro. E’ costituita da vasi potori di forma aperta (coppe, tazze) o
chiusa (ollette, bicchieri, boccalini), la cui caratteristica è
l’estrema sottigliezza delle pareti (0,3-2 millimetri). La produzione
repubblicana è generalmente priva di vernice, quella imperiale presenta
una vernice arancio o rossastra spesso iridescente o con riflessi
metallici. I reperti esposti sono inquadrabili nell’ambito della prima
metà del I sec. d.C.
17) Frammento
di vaso in ceramica acroma con beccuccio per la fuoriuscita del liquido.
18) Ceramica
da fuoco e un frammento di balsamario fusiforme con piede strombato. Al
secondo ripiano sono esposti vari esemplari frammentari di lucerne,
utensili usati per l’illuminazione; sono presenti un tipo con serbatoio
biconico e ampio foro d’immissione d’età repubblicana, i tipi detti a
<> (vogelkopflampe), negli esemplari più
antichi databili tra il 50 a.C. e il 50 d.C., come quello con due piccole
maschere barbate all’attacco del becco, il disco decorato con una corona
di foglie stilizzate, astragali e perline sulla spalla, e in quelli più
tardi databili al I-II sec. d.C. (n. 19); a vernice nera, con corpo
cilindrico o biconico, becco a canale o a incudine, ansa a nastro, di II-I
sec. a.C. (n. 20); a perline con prese laterali e becco a incudine (Warzenlampe)
databili verso la metà del I sec. a.C. (n. 21); africane e di imitazione
africana con disco e spalla decorati da simboli cristiani (croci, due
pavoni rampanti affrontati) o dal semplice motivo a <> o da foglie cuoriformi e quadrati, di IV-VII sec. d.C. (n.
22), a canale aperto e chiuso (I-IV sec. d.C.), una delle quali con il
disco decorato da una testa di satiro (n. 23); a volute, del I-II sec.
d.C. (foto 29). Alcune lucerne a becco tondo del I sec. d.C. hanno il
disco decorato con motivi diversi: un erote che sorregge una lampada (?)
appesa a un bastone, un asino in corsa, ecc. Da notare un’ansa a
riflettore triangolare con pavone stilizzato, forse pertinente a una
lucerna bilicne con becco a ogiva (I sec. d.C.), un fondo di lucerna con
bollo inciso CRI, probabilmente da integrarsi Cri(spini),
un fabbricante attivo in Italia centrale nell’età antonina e severa, un
becco allungato decorato con un pavone che stringe tra le zampe un rotolo.
Seguono alcuni oggetti in vetro, probabilmente provenienti dalla necropoli
romana. Al n. 24 sono esposti alcuni balsamari in vetro di tipo piriforme
e campanulato, con fondo piano, lungo collo e orlo leggermente estroflesso,
usati come portaprofumi (I-II sec. d.C.), una bottiglietta con due anse a
nastro ingrossato in vetro blu soffiato, un’altra monoansata, incolore,
entrambe databili al I-II sec. d.C (foto 30).
25) Fondi
di calici in vetro.
26) Anse
di grande contenitore (forse un’urna cineraria) e di coppe vitree
imitanti vasi in metallo prezioso, tra cui una a forma di delfino di color
verde acqua del I-II sec. d.C. (foto 31 a).
27) Frammenti
di vetro e di pasta vitrea, dai vari e brillanti colori, pertinenti a
pareti e orli di coppe, tra cui un esemplare costolato in vetro blu
lavorato a matrice del I-II sec. d.C. (foto 31 b).
28) Due
frammenti di <>, prodotto in Egitto e usato per
decorare.
29) Due
pedine di pasta vitrea, usate per giocare o, forse per indicare i giorni
sul calendario; un bastoncello in pasta vitrea blu e bianca a spirale,
privo delle due stremità, costituente il gambo di un piccolo pestello per
mescolare liquidi o unguenti.
30) Castone
di anello in pasta vitrea decorato con una rana (foto
32).
31) Tessere
di mosaico in pasta vitrea di diversi colori.
Tra
gli oggetti in osso sono esposti: alcuni aghi crinali (per acconciare i
capelli) e spilloni (n. 32); frammenti di strumenti musicali (n. 33) un
dado da gioco (n. 34).
Oltre ad alcune monete bronzee di età imperiale (n. 36), sono esposti
oggetti in bronzo di vario uso (n. 35), tra cui chiodi, pinze, anelli, una
chiave, un ago, uno stilo, un amo, una piccola pelta decorativa. I reperti
del 1° e del 2° ripiano, anche se risulta siano stati rinvenuti durante
gli scavi all’Anfiteatro, è molto probabile provengano, almeno in
parte, dalla necropoli, che si estendeva ad ovest e a nord-ovest del
monumento. Le punte di lancia in ferro (n. 8), le lucerne (nn. 12, 19-23),
i vasi in ceramica a vernice nera (n. 14), i balsamari in ceramica (n. 18)
e in vetro (n. 24), l’urna cineraria sempre in vetro (n. 26), i vasetti
in ceramica a pareti sottili (n. 16) e forse anche gli aghi crinali e gli
spilloni in osso (n. 32) e gli oggetti in bronzo (n. 35) è probabile che
facessero parte dei corredi funerari della vicina necropoli, frequentata
pressochè ininterrottamente dalla fine dell’VIII sec. a.C. all’età
imperiale.
Nell’ultimo ripiano
sono esposti alcuni esemplari di anfore vinarie e olearie, tra cui una per
il trasporto del vino con bollo del fabbricante sull’orlo (forma 1 della
tipologia del Dressel), prodotta nell’area tirrenica centro-italica e
databile alla tarda età repubblicana; un esemplare con orlo arrotondato,
collo cilindrico, anse a doppio bastoncello di produzione tarraconense
(Spagna) per il trasporto di vino; un’anfora di produzione punica del
III-I sec. a.C.
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foto 24
Testa di Atena

foto 25
Capitelli in stucco

foto 26
Gocciolatoio
foto 27a
Frammento di vaso
foto 27b
Frammento di vaso
foto 28
Frammenti di vasi
foto 29
Lucerne
foto 30
Vetri
foto 31a
Ansa
foto 31b
Frammento in vetro
foto 32
Castone
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Testi e foto da "Museo e Area Archeologica di Cassino"
di Giuseppina GHINI e Massimiliano VALENTI
Edizioni -
Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato -
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