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Il Teatro romano di Cassino
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Schema
di un teatro Greco-Romano
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A - Cavea
1 - muri di sostegno
2 - divisioni laterali delle gradinate
3 - divisioni tra i settori
4 - scale
B - Scena
5 - parte di fondo della scena
6 - parte anteriore della scena
7 - tavole dipinte con gli sfondi della scena
8 - parte della scena
C - Orchestra
9 - accessi all'orchestra
10 - sedili dei sacerdoti e dei maggiorenti
11 - alta |
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Il
teatro romano di Cassino
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Veduta della Cavea
lato sud-ovest

Vista laterale
sud-ovest della scena

Particolare dell'ima-cavea

Veduta generale assiale

Veduta generale
nord-ovest

Veduta dell'orchestra
e delle scene
lato nord-ovest

Veduta assiale
dell'orchestra e della scena

L'opus reticulatum
L'opus reticulatum
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Con la
cavea
appoggiata al declivio del monte, e` un esempio tipico di teatro ellenistico: una
gradinata semicircolare che scende ad imbuto fino al piano, sempre di forma semicircolare,
che gli antichi chiamavano orchestra; di fronte alla cavea si
innalzava la scena, parola che indicava complessivamente
tutte le strutture del palcoscenico e la scena vera e propria. Per facilitare
lingresso e la circolazione degli spettatori la cavea era percorsa verticalmente da
cinque scale che formavano dei cunei e, orizzontalmente, da un passaggio (praecinctio),
che la divideva in due sezioni (maeniana), linferiore, o ima
cavea, e la superiore, o summa cavea. Sopra
questultima si vede uno spesso muro cge e` quanto resta di una galleria a volta (crypta)
che doveva sorreggere unaltra serie di gradinate e che presentava, al centro, un
piccolo tempietto (sacellum). Tale ricostruzione e` suffragata
dallanalisi di due importanti teatri romani, quello Grande di Pompei, del II secolo
a.C.. che presenta una galleria, del tutto simile, e quello si Saepium, in territorio
sannitico (ora provincia di Campobasso) che ha un tempietto sopra la cavea. Lima
cavea era divisa dallorchestra da un passaggio orizzontale e da un
parapetto (balteus) che si interrompeva al centro per consentire
il passaggio: cio` fa pensare che nellorchestra vi fossero i seggi per le persone
piu` ragguardevoli. La cavea e lorchestra, nel corso del
piu` recente restauro che risale al 1959, sono state completamente ricostruite; parti
originali sono visibili solo nellima cavea. La scena non
era unita alla cavea ma due corridoi (parodoi), larghi quasi tre
metri, consentivano laccesso diretto dallesterno allorchestra. Della
scena rimane oggi solo il muro perimetrale rettangolare (m. 15x8,60) che costituiva il
supporto del palcoscenico ligneo e sorreggeva la struttura della scena vera e propria.
Questultima, il cui nome specifico era scaenae frons,
consisteva in una complessa struttura in muratura in cui, tra nicchie, colonne e statue,
si aprivano tre porte: la centrale, estremamente sviluppata (porta regia),
e due laterali piu` piccole (hospitalia). Altre due porte si
aprivano nei muri che chiudevano lateralmente la scena (parascaenia) e che, rese
invisibili al pubblico, consentivano il disbrigo di attori e tecnici. Il vano sotto il
palcoscenico (hyposcaenium) doveva servire anchesso ai
tecnici per la manovra del sipario (auleum); era previsto un vano
apposito ad un lato della scena. Lauleum, diversamente dagli odierni sipari, veniva
abbassato allinizio dello spettacolo e innalzato alla fine; per facilitare la
manovra esisteva un canale di scorrimento che e` visibile ancora oggi, insieme ai sei
pozzetti che dovevano contenere i pali di sostegno. La parte anteriore del palcoscenico (pulpitum),
interamente in mattoni, un tempo sicuramente rivestiti con intonaco colorato, presenta una
serie di undici nicchie, semicircolari e rettangolari, secondo uno schema assai simile a
quello dei teatri di Ostia Antica e Nemi. Ieri come oggi la scena, oltre che delle
strutture murarie, si avvaleva del magnifico fondale naturale costituito dal monte
Trocchio che si innalza nella vallata sottostante, inquadrato nellasse prospettico.
La zona posteriore alla scena (postscaenium) era adibita a foyer.
Dalle dettagliate notizie degli scavi, stesa dallarcheologo Gianfilippo
Carettoni,
che li segui` dal Maggio al Settembre del 1936 su incarico del Prof. Maiuri, allora
Soprintendente alle Antichita` della Campania, ricaviamo informazioni su altri elementi
del teatro successivamente andati irrimediabilmente perduti, non solo per cause belliche.
Larcheologo vide, nel tratto della parete della crypta prospiciente la cavea, un
prospetto architettonico costituito da un loggiato a semicolonne con, negli
intercolumni,
finte nicchie alternativamente coronate da archi e da timpani triangolari. Tale schema
risulta particolarmente interessante costituendo esempio del passaggio dalla crypta chiusa
a parete liscia, come nel teatro Grande di Pompei, ai loggiati aperti dei teatri di epoca
imperiale, quali quelli dei Dugga, di Orange e di Bosra. Il Carettoni
pote` vedere altresi` frammenti di lastre di marmo colorato, che costituvano il pavimento
dellorchestra, e numerosi tratti dintonaco. Di questi uno sufficientemente
ampio ha consentito di individuare la presenza di decorazioni del Secondo Stile Pompeiano,
lo stile "della parete architettonica". Lasciamo la parola al
Carettoni:
"
fondo uniforme rosso, nel quale spiccano, a intervalli regolari, colonne e
sottili pilastri in giallo chiaro, limitato in basso da una fascia (alta m. 0,60) di color
nero con decorazioni geometriche in bianco". Tutto linsieme del teatro doveva
essere particolarmente curato, a giudicare dalle porzioni di blocchi curvilinei di marmo
lunense tipico di tanti edifici di eta` augustea (27 a.C. 14 d.C.) ornati con
dentelli, palmette e vari elementi vegetali, reperiti nel corso degli scavi ed oggi al
Museo Archeologico di Cassino.
Tra le statue che ornavano il teatro dovevano spiccare quella di Ottaviano Augusto
di cui si conservano al museo un cospicuo frammento del capo, un braccio ed una
spalla drappeggiata e le statue di Lucio e Gaio Cesare,
figli di Ottavia, sorella di Augusto e di Agrippa.
Lipotesi sulla presenza delle statue dei nipoti di Augusto e` suffragata dal
ritrovamento, nel corso degli scavi, di una testa di giovinetto di eta` giulio-claudia (27
a.C.-68 d.C.) che, nei tratti, ricorda Lucio Cesare. Un altro documento,
e precisamente un frammento di iscrizione dedicatoria, riporta sempre ai nipoti di
Augusto.
Tale frammento presenta una scritta mutila, su due righe, in caratteri della prima eta`
imperiale; ad esso, quando il Carettoni compi` lo scavo, se ne potevano
affiancare altri tre oggi non rintracciabili in modo da costituire due
dediche, una a Lucio, laltra a Gaio Cesare. I frammenti di sculture, decorazioni ed
iscrizioni, ci suggeriscono quindi la datazione del teatro: periodo giulio-claudio se non
proprio la stessa eta` di Augusto. Del resto ricordiamo che sotto Augusto furono costruiti
in Roma il Teatro di Marcello e la Crypta di Balbo (teatro anchessa a dispetto del
nome), e che lo stesso Agrippa fece erigere il Teatro di Ostia Antica.
Deterioratosi con landar del tempo, il Teatro di Cassino, a circa cinquantanni
dalla costruzione , fu restaurato dalla tanto munifica Quadratilla: a cio` alluderebbe
secondo una verosimile ricostruzione del testo un frammento di iscrizione
conservata nel Museo. Pur essendo in nostro teatro di struttura ellenistica cioe`
con la cavea appoggiata ad un colle e non, come le piu` tipiche costruzioni romane,
sorretta da strutture murarie e` da escludere che esso possa vantare origini
greche, sia pure in un riattamento successivo. Cio` non tanto per la collocazione
geografica, ai margini della influenza diretta di colonie greche giacche` studi
recentissimi propongono anche per Roma origini greche, - quanto per il materiale da
costruzione e per la pianta. Mentre i teatri greci erano realizzati con blocchi di pietra
squadrati disposti su file orizzontali, nel Teatro di Cassino troviamo: lopus
incertum, costituito da blocchetti di tufo grossolanamente squadrati legati
con calce pozzolanica; lopus reticulatum, ottenuto come il
precedente ma con blocchetti resi regolari a sezione quadrata; lopus
latericium cioe` mattoni. Qunto alla pianta e` da ricordare che i teatri
greci avevano una cavea che superava il mezzo cerchio (circa 240 gradi) e lorchestra
era circolare; tale sviluppo dellorchestra era motivato dal fatto che le evoluzioni
dei Cori che tanta parte hanno nelleconomia delle tragedie greche
avvenivano proprio in quello spazio. Ma in Roma quasi scompare luso dei Cori e,
poiche` lazione si svolgeva interamente sul palcoscenico, ecco atrofizzarsi lo
spazio dellorchestra con la sua utilizzazione a platea riservata. Un ulterire
elemento distingue il teatro greco da quello romano. Questo, con la scena tanto sviluppata
in altezza da raggiungere gli ultimi gradini della cavea, costituiva una struttura ben
piu` compatta della greca che, allopposto, si qualificava proprio per il profondo
legame con la natura circostante. A fare del teatro romano un luogo piu`
"chiuso" doveva, in buona misura, contribuire anche limpiego del
velarium,
il telone, usato anche negli anfiteatri, che qui veniva tirato dal perimetro esterno della
cavea fino a saldarsi nella parte piu` alta della scena. Sulla qualita` del teatro gravava
tuttavia il preconcetto che esso fosse esclusivamente un ludus, un gioco. Dapprima
disprezzato, quando, sotto linfluenza greca, divenne socialmente importante, lo
stato ne assunse la gestione, cosi` come aveva fatto per tutti gli altri ludi, e lo
affido` agli edili. Permase tuttavia il discredito e gli attori, "infami" per la
societa`, erano reclutati fra gli schiavi anche se non mancarono quelli stimati e
ben pagati. Gli spettatori, mercanti, soldati, artigiani, donne, servi entravano gratis
con una tessera che assegnava a ciascuno il posto a sedere a secondo della propria
classe e formavano un pubblico rumoroso e disposto, piu` che a istruirsi, a divertirsi.
Cosa andavano ad applaudire gli spettatori romani? Tragedie di Ennio, Pacuvio ed
Accio, ma
soprattutto le commedie di Plauto, preferite a quelle di Terenzio considerate troppo
sofisticate, i Mimi e le Atellane. Queste ultime, che prendono il nome da
Atella, citta`
osca della Campania, erano farse in cui gli attori, con maschere, assumevano dei ruoli
fissi: una specie di anticipazione delle maschere della Commedia dellArte. Sempre
maggiori consensi di pubblico ebbe il Mimo, nato come rappresentazione popolaresca in cui
il buffone faceva il verso ad animali e persone, e divenuto in seguito una piccola farsa
in cui tutto era affidato alla bravura degli attori, e delle attrici quando vi furono
ammesse. Sempre piu` successo riscossero le azioni sceniche degli attori chiamati
mimi dal genere che interpretavano tanto che la parola scomparve e rimase solo il
gesto accompagnato da musica o coro: era nato il Pantomimo. La messa in scena era sempre
fastosa e improntata a realismo: numerosi i fondali dipinti, azionati da complessi
macchinari; ricchi i costumi; complesse le coreografie. Orfeo, con lincanto della
sua musica, faceva muovere (grazie ad abili meccanismi nascosti) alberi e rocce; gli
incendi erano proprio veri poiche` si dava fuoco alle case di legno costruite sulla scena;
trecento muli, carichi del bottino di Troia, sfilavano sul palco per rendere trionfale il
ritorno di Agamennone vittorioso. Il teatro, gravemente compromesso dai danni del tempo e
dellultimo conflitto, nel 1962 e` stato restaurato dal Professor Giulio Jacopi che,
nellenfasi della ricostruzione, ha ricreato quasi ex-novo la cavea. Ma, per
sottolineare laspetto positivo di una operazione non propriamente ortodossa, quel
rifacimento ha fatto si` che i Cassinati si trovassero in possesso di una struttura
utilizzabile capace di 3000 posti. Purtroppo lutilizzazione del teatro fu di breve
durata e gia` dai primi anni 70 non piu` attivata. Il 23 agosto 1985, nella
constatazione che a Cassino ancora non esisteva uno spazio per il teatro, il comune, con
apposita delibera, ha affidato allo scenografo Tommaso Polidoro, allarchitetto
Silvano Tanzilli e allingegner Luigi Volante, lincarico di stendere un
progetto esecutivo per il recupero del Teatro Romano.
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