Home page
7 settembre 2010
Storia | II Guerra Mondiale | Cultura | Archeologia | Montecassino | Territorio | Info | 
freccia.gif Anfiteatro romano
freccia.gif Strada lastricata
freccia.gif Porta Campana
freccia.gif Ninfeo Ponari
freccia.gif Ummidia Quadratilla
freccia.gif Sepolcreto
freccia.gif Il ponte di Legnaro
freccia.gif Terme Varroniane
freccia.gif Località Agnone

freccia.gif Il Teatro romano di Cassino
freccia.gif Il restauro
freccia.gif Gianfilippo Carettoni 'Giornale di scavo'
freccia.gif Gaetano Fardelli 'Giornale di scavo'
freccia.gif Massimiliano Valenti

freccia.gif Caratteri generali
freccia.gif Percorso dell’Acquedotto
freccia.gif Lunghezza e struttura dell’Acquedotto
freccia.gif Notizie storiche sull’Acquedotto di Cassino
freccia.gif Ruderi sparsi
freccia.gif Acquedotto
freccia.gif Epoca della costruzione dei due Acquedotti
freccia.gif Notizie Topografiche

freccia.gif Rocca Janula
freccia.gif Il restauro

freccia.gif Informazioni Museo
freccia.gif Museo - Sala I
freccia.gif Museo - Sala II
freccia.gif Museo - Sala III

freccia.gif La statua dell’”EROE”
freccia.gif La 'Domus Romana' di via Montecassino
freccia.gif Scritti inediti di Filippo Ponari



Il Teatro romano di Cassino

Schema di un teatro Greco-Romano
A - Cavea
    1 - muri di sostegno

    2 - divisioni laterali delle gradinate
    3 - divisioni tra i settori
    4 - scale
B - Scena
    5 - parte di fondo della scena

    6 - parte anteriore della scena
    7 - tavole dipinte con gli sfondi della scena
    8 - parte della scena
C - Orchestra
    9 - accessi all'orchestra
  10 - sedili dei sacerdoti e dei maggiorenti

  11 - alta

 Il teatro romano di Cassino

Vista dall'alto a sinistra -
Veduta della Cavea
lato sud-ovest 

Vista laterale sud-ovest della scena
Vista laterale
sud-ovest della scena

Particolare dell'ima-cavea
Particolare dell'ima-cavea

Vista generale assiale
Veduta generale assiale
  
Veduta generale nord-ovest
Veduta generale
nord-ovest

Veduta dell'orchestra e delle scene lato nord-ovest
Veduta dell'orchestra
e delle scene
lato nord-ovest

Veduta assiale dell'orchestra e della scena -
Veduta assiale
dell'orchestra e della scena

Opus reticulatum -
L'opus reticulatum

L'opus reticulatum -
L'opus reticulatum

 

Con la cavea appoggiata al declivio del monte, e` un esempio tipico di teatro ellenistico: una gradinata semicircolare che scende ad imbuto fino al piano, sempre di forma semicircolare, che gli antichi chiamavano orchestra; di fronte alla cavea si innalzava la scena, parola che indicava complessivamente tutte le strutture del palcoscenico e la scena vera e propria.  Per facilitare l’ingresso e la circolazione degli spettatori la cavea era percorsa verticalmente da cinque scale che formavano dei cunei e, orizzontalmente, da un passaggio (praecinctio), che la divideva in due sezioni (maeniana), l’inferiore, o ima cavea, e la superiore, o summa cavea. Sopra quest’ultima si vede uno spesso muro cge e` quanto resta di una galleria a volta (crypta) che doveva sorreggere un’altra serie di gradinate e che presentava, al centro, un piccolo tempietto (sacellum). Tale ricostruzione e` suffragata dall’analisi di due importanti teatri romani, quello Grande di Pompei, del II secolo a.C.. che presenta una galleria, del tutto simile, e quello si Saepium, in territorio sannitico (ora provincia di Campobasso) che ha un tempietto sopra la cavea. L’ima cavea era divisa dall’orchestra da un passaggio orizzontale e da un parapetto (balteus) che si interrompeva al centro per consentire il passaggio: cio` fa pensare che nell’orchestra vi fossero i seggi per le persone piu` ragguardevoli. La cavea e l’orchestra, nel corso del piu` recente restauro che risale al 1959, sono state completamente ricostruite; parti originali sono visibili solo nell’ima cavea. La scena non era unita alla cavea ma due corridoi (parodoi), larghi quasi tre metri, consentivano l’accesso diretto dall’esterno all’orchestra. Della scena rimane oggi solo il muro perimetrale rettangolare (m. 15x8,60) che costituiva il supporto del palcoscenico ligneo e sorreggeva la struttura della scena vera e propria. Quest’ultima, il cui nome specifico era scaenae frons, consisteva in una complessa struttura in muratura in cui, tra nicchie, colonne e statue, si aprivano tre porte: la centrale, estremamente sviluppata (porta regia), e due laterali piu` piccole (hospitalia). Altre due porte si aprivano nei muri che chiudevano lateralmente la scena (parascaenia) e che, rese invisibili al pubblico, consentivano il disbrigo di attori e tecnici. Il vano sotto il palcoscenico (hyposcaenium) doveva servire anch’esso ai tecnici per la manovra del sipario (auleum); era previsto un vano apposito ad un lato della scena. L’auleum, diversamente dagli odierni sipari, veniva abbassato all’inizio dello spettacolo e innalzato alla fine; per facilitare la manovra esisteva un canale di scorrimento che e` visibile ancora oggi, insieme ai sei pozzetti che dovevano contenere i pali di sostegno. La parte anteriore del palcoscenico (pulpitum), interamente in mattoni, un tempo sicuramente rivestiti con intonaco colorato, presenta una serie di undici nicchie, semicircolari e rettangolari, secondo uno schema assai simile a quello dei teatri di Ostia Antica e Nemi. Ieri come oggi la scena, oltre che delle strutture murarie, si avvaleva del magnifico fondale naturale costituito dal monte Trocchio che si innalza nella vallata sottostante, inquadrato nell’asse prospettico. La zona posteriore alla scena (postscaenium) era adibita a foyer. Dalle dettagliate notizie degli scavi, stesa dall’archeologo Gianfilippo Carettoni, che li segui` dal Maggio al Settembre del 1936 su incarico del Prof. Maiuri, allora Soprintendente alle Antichita` della Campania, ricaviamo informazioni su altri elementi del teatro successivamente andati irrimediabilmente perduti, non solo per cause belliche. L’archeologo vide, nel tratto della parete della crypta prospiciente la cavea, un prospetto architettonico costituito da un loggiato a semicolonne con, negli intercolumni, finte nicchie alternativamente coronate da archi e da timpani triangolari. Tale schema risulta particolarmente interessante costituendo esempio del passaggio dalla crypta chiusa a parete liscia, come nel teatro Grande di Pompei, ai loggiati aperti dei teatri di epoca imperiale, quali quelli dei Dugga, di Orange e di Bosra. Il Carettoni pote` vedere altresi` frammenti di lastre di marmo colorato, che costituvano il pavimento dell’orchestra, e numerosi tratti d’intonaco. Di questi uno sufficientemente ampio ha consentito di individuare la presenza di decorazioni del Secondo Stile Pompeiano, lo stile "della parete architettonica". Lasciamo la parola al Carettoni: "…fondo uniforme rosso, nel quale spiccano, a intervalli regolari, colonne e sottili pilastri in giallo chiaro, limitato in basso da una fascia (alta m. 0,60) di color nero con decorazioni geometriche in bianco". Tutto l’insieme del teatro doveva essere particolarmente curato, a giudicare dalle porzioni di blocchi curvilinei di marmo lunense tipico di tanti edifici di eta` augustea (27 a.C. – 14 d.C.) ornati con dentelli, palmette e vari elementi vegetali, reperiti nel corso degli scavi ed oggi al  Museo Archeologico di Cassino. Tra le statue che ornavano il teatro dovevano spiccare quella di Ottaviano Augusto – di cui si conservano al museo un cospicuo frammento del capo, un braccio ed una spalla drappeggiata – e le statue di Lucio e Gaio Cesare, figli di Ottavia, sorella di Augusto e di Agrippa. L’ipotesi sulla presenza delle statue dei nipoti di Augusto e` suffragata dal ritrovamento, nel corso degli scavi, di una testa di giovinetto di eta` giulio-claudia (27 a.C.-68 d.C.) che, nei tratti, ricorda Lucio Cesare. Un altro documento, e precisamente un frammento di iscrizione dedicatoria, riporta sempre ai nipoti di Augusto. Tale frammento presenta una scritta mutila, su due righe, in caratteri della prima eta` imperiale; ad esso, quando il Carettoni compi` lo scavo, se ne potevano affiancare altri tre – oggi non rintracciabili – in modo da costituire due dediche, una a Lucio, l’altra a Gaio Cesare. I frammenti di sculture, decorazioni ed iscrizioni, ci suggeriscono quindi la datazione del teatro: periodo giulio-claudio se non proprio la stessa eta` di Augusto. Del resto ricordiamo che sotto Augusto furono costruiti in Roma il Teatro di Marcello e la Crypta di Balbo (teatro anch’essa a dispetto del nome), e che lo stesso Agrippa fece erigere il Teatro di Ostia Antica. Deterioratosi con l’andar del tempo, il Teatro di Cassino, a circa cinquant’anni dalla costruzione , fu restaurato dalla tanto munifica Quadratilla: a cio` alluderebbe – secondo una verosimile ricostruzione del testo – un frammento di iscrizione conservata nel Museo. Pur essendo in nostro teatro di struttura ellenistica – cioe` con la cavea appoggiata ad un colle e non, come le piu` tipiche costruzioni romane, sorretta da strutture murarie – e` da escludere che esso possa vantare origini greche, sia pure in un riattamento successivo. Cio` non tanto per la collocazione geografica, ai margini della influenza diretta di colonie greche – giacche` studi recentissimi propongono anche per Roma origini greche, - quanto per il materiale da costruzione e per la pianta. Mentre i teatri greci erano realizzati con blocchi di pietra squadrati disposti su file orizzontali, nel Teatro di Cassino troviamo: l’opus incertum, costituito da blocchetti di tufo grossolanamente squadrati legati con calce pozzolanica; l’opus reticulatum, ottenuto come il precedente ma con blocchetti resi regolari a sezione quadrata; l’opus latericium cioe` mattoni. Qunto alla pianta e` da ricordare che i teatri greci avevano una cavea che superava il mezzo cerchio (circa 240 gradi) e l’orchestra era circolare; tale sviluppo dell’orchestra era motivato dal fatto che le evoluzioni dei Cori – che tanta parte hanno nell’economia delle tragedie greche – avvenivano proprio in quello spazio. Ma in Roma quasi scompare l’uso dei Cori e, poiche` l’azione si svolgeva interamente sul palcoscenico, ecco atrofizzarsi lo spazio dell’orchestra con la sua utilizzazione a platea riservata. Un ulterire elemento distingue il teatro greco da quello romano. Questo, con la scena tanto sviluppata in altezza da raggiungere gli ultimi gradini della cavea, costituiva una struttura ben piu` compatta della greca che, all’opposto, si qualificava proprio per il profondo legame con la natura circostante. A fare del teatro romano un luogo piu` "chiuso" doveva, in buona misura, contribuire anche l’impiego del velarium, il telone, usato anche negli anfiteatri, che qui veniva tirato dal perimetro esterno della cavea fino a saldarsi nella parte piu` alta della scena. Sulla qualita` del teatro gravava tuttavia il preconcetto che esso fosse esclusivamente un ludus, un gioco. Dapprima disprezzato, quando, sotto l’influenza greca, divenne socialmente importante, lo stato ne assunse la gestione, cosi` come aveva fatto per tutti gli altri ludi, e lo affido` agli edili. Permase tuttavia il discredito e gli attori, "infami" per la societa`, erano reclutati fra gli schiavi – anche se non mancarono quelli stimati e ben pagati. Gli spettatori, mercanti, soldati, artigiani, donne, servi entravano gratis – con una tessera che assegnava a ciascuno il posto a sedere a secondo della propria classe e formavano un pubblico rumoroso e disposto, piu` che a istruirsi, a divertirsi. Cosa andavano ad applaudire gli spettatori romani? Tragedie di Ennio, Pacuvio ed Accio, ma soprattutto le commedie di Plauto, preferite a quelle di Terenzio considerate troppo sofisticate, i Mimi e le Atellane. Queste ultime, che prendono il nome da Atella, citta` osca della Campania, erano farse in cui gli attori, con maschere, assumevano dei ruoli fissi: una specie di anticipazione delle maschere della Commedia dell’Arte. Sempre maggiori consensi di pubblico ebbe il Mimo, nato come rappresentazione popolaresca in cui il buffone faceva il verso ad animali e persone, e divenuto in seguito una piccola farsa in cui tutto era affidato alla bravura degli attori, e delle attrici quando vi furono ammesse. Sempre piu` successo riscossero le azioni sceniche degli attori – chiamati mimi dal genere che interpretavano – tanto che la parola scomparve e rimase solo il gesto accompagnato da musica o coro: era nato il Pantomimo. La messa in scena era sempre fastosa e improntata a realismo: numerosi i fondali dipinti, azionati da complessi macchinari; ricchi i costumi; complesse le coreografie. Orfeo, con l’incanto della sua musica, faceva muovere (grazie ad abili meccanismi nascosti) alberi e rocce; gli incendi erano proprio veri poiche` si dava fuoco alle case di legno costruite sulla scena; trecento muli, carichi del bottino di Troia, sfilavano sul palco per rendere trionfale il ritorno di Agamennone vittorioso. Il teatro, gravemente compromesso dai danni del tempo e dell’ultimo conflitto, nel 1962 e` stato restaurato dal Professor Giulio Jacopi che, nell’enfasi della ricostruzione, ha ricreato quasi ex-novo la cavea. Ma, per sottolineare l’aspetto positivo di una operazione non propriamente ortodossa, quel rifacimento ha fatto si` che i Cassinati si trovassero in possesso di una struttura utilizzabile capace di 3000 posti. Purtroppo l’utilizzazione del teatro fu di breve durata e gia` dai primi anni ’70 non piu` attivata.  Il 23 agosto 1985, nella constatazione che a Cassino ancora non esisteva uno spazio per il teatro, il comune, con apposita delibera, ha affidato allo scenografo Tommaso Polidoro, all’architetto Silvano Tanzilli e all’ingegner Luigi Volante, l’incarico di stendere un progetto esecutivo per il recupero del Teatro Romano.

 

 


Pdf    Versione adatta alla stampa    Invia ad un amico

Inizio Pagina