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7 settembre 2010
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freccia.gif Il Cassino in promozione
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freccia.gif Dalla crisi alla rinascita
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Si ricomincia da zero


5-11-1950 - Roma Humanitas - Cassino 1-1
Da sinistra in alto: Malatesta, De Santis, Pio, Carroccia, Antonini, Pragliola
Mattia e il Presidente Mascioli. Accosciati: Bruni, Lombardi, Gulia e Morra

Nella baracca "svizzera", in qualche sventrato scantinato, la speranza della rinascita del pallone a Cassino. La guerra, nell’accezione più terrificante del termine, aveva distrutto non tanto il campo di Via Sferracavalli, quanto la stessa sfera di cuoio sulla quale il tifoso cassinate aveva impresso i nomi dei giocatori suoi più rappresentativi, che in un certo senso avevano fatto scuola e che, nella giovanissima fantasia, si presentavano perfino come modelli da imitare. Antonio Tari (caratteristico per lo zaino che non abbandonava mai…), il Capostazione Matera, Mario Di Gerio e Gaetano Conte sono i nomi della ripresa del calcio nella Cassino del 1946. Più che di ripresa si trattava di idea della ripresa, nata, più che in casa, nella vicina Aquino dove i Dirigenti della squadra che doveva nascere si recarono un giorno per procedere a una leva di calciatori indetta poco tempo prima. Con Gaetano Conte allenatore (il quale aveva accanto il giocatore Sossio Morra in seguito passato al Formia) ebbe la sua seconda vita il gioco del calcio a Cassino mentre si mettevano in evidenza come atleti di un certo talento G. Pittiglio (già comparso in formazioni del tempo di guerra), il cosiddetto terzino "Lupone", e quel Pieroni che poi sarebbe diventato un notissimo arbitro di serie A, allora impiegato presso il Genio Civile della città che appena rinasceva. Al Ristorante "Cannone" e come dire in un luogo capace, dopo l’immane tragedia, di poter essere definito "ambiente", si riunirono di Dirigenti del nuovo Cassino e qui dentro formularono progetti per la squadra che stava per nascere, autotassandosi per le indispensabili spese che il gioco imponeva. "Tra paste e fagioli robuste (un pranzo allora di lusso) – dice Amilcare Romolini che fu giocatore prima, dirigente e cronista del “Corriere dello Sport” dopo, - tra pollastrelle e vino buono… nacque la nuova squadra del Cassino e io stesso, ricordo come se fosse ora, fui spedito a Roma un paio di giorni dopo per acquistare nel negozio “Gradella Sport” le prime maglie che furono bianconere, presto ricomprate azzurre. Antonio Panaccione, oltre a Matera, Tari e Di Gerio, era allora interessato alla squadra che ebbe come campi di gioco quelli delle vicine Cervaro e Aquino, cittadine come noi desiderose di ritrovare nel “gioco più bello del mondo”, un piacere sommerso, una gioia e un’ansia di vivere dopo gli stenti del terribile passato le cui immagini erano, a un anno e più dalla distruzione totale, ancora palpitanti davanti a noi…". Ma il nuovo campo sportivo era solo una speranza al momento. Doveva sorgere nel 1947 e con il notevole aiuto dell’allora Ministro dei Lavori Pubbilici, il comunista onorevole Serena. Andato in visita a Montecassino, a quei tempi raso al suolo, il Ministro fu fermato da una Commissione di Sportivi che gli richiesero un campo di gioco nell’area cittadina e contro il progetto dello stesso Genio Civile che lo avrebbe voluto invece nel "Concentramento" di cui si è precedentemente parlato. Qualche tempo dopo, al viale Dante, il campo era bell’e e costruito con accanto forse troppo angusti spogliatoi e comunque i primi ch’ebbe il Cassino nella sua intera storia calcistica. Il nome di Dario Miranda, famoso centromediano della squadra prebellica, caduto in Africa pochi anni prima, fu il nome di questo nuovo campo e tale rimase fino agli anni sessanta quando il CONI fece costruire l’attuale Stadio con gli annessi impianti sportivi. Sempre dilettantistica ovviamente l’attività della squadra nell’immediato dopoguerra e nonostante l’avanzata di consumo e progresso. Quest’ultimo aveva quasi distrutto l’antico "sciaraballe" e l’antica carrozzella, ma c’era poco da scialare ugualmente. Sono famosi i primi viaggi sullo scomodo camioncino del povero Sangricoli (da qualche tempo deceduto), quelli lunghissimi per Roma (prime partite sul terreno di Trastevere) su panche che ricordavano il "cellulare" e la "camionetta" del tempo di guerra, ed erano viaggi che duravano cinque ore. A stento la mattina della domenica si andava all’appuntamento delle dieci e mezza. Si arrivava si e no una ventina di minuti prima, e, a stento, si sgranchivano le gambe prima del fischio iniziale dell’arbitro. Nessun premio di partita ovviamente dopo la gara (soprattutto con l’Atac avvezza come per fatto personale a rifilare al Cassino poderosi 7-0, 7-1…) e con mezzi di fortuna, di solito, il ritorno. Il giocatore che possedeva mille lire, le sfruttava per andare a vedere nel pomeriggio la Roma o la Lazio oppure, "se le andava a magiare" in trattoria. Ma qui, specialmente in compagnia di nullatenenti, bisognava fermarsi al primo piatto. Con meraviglia, presto rientrata, del cameriere romano, da secoli avvezzo a vedere questo e altro… Da gente, del resto, ancora chiamata "sfollata e sinistrata" c’era da pretendere ben poco. Questi i tempi in cui Umberto Pio e Benito Pragliola cominciavano ad accarezzare la sfera di cuoio. Al lume di candela, in una baracca del Colosseo o in quattro stanze rimesse alla bella e meglio su, leggevano un giornale sportivo e sognavano. Ma un peso, a questo appena risorto Cassino glielo avrebbero dato assai presto…


Campionato 1952-52
Da sinistra in alto: Pio, Ferraro, Lalli, Panurco, Inglese, Clemente, Ferrigno,
Perna, Paoletti. In Basso: Monaco, Pragliola, Bove e Mattia.       

Umberto Pio e Benito Pragliola sono i giocatori che danno un certo volto preciso a questo Cassino che nasce, non tanto come fatto sportivo da ricostruire, quando elemento capace (insieme con un sacco di cose da inventare di nuovo, come la camicia, il cucchiaio e la forchetta, la sedia o il tegame…) in un valido motivo di vita o di ricostruzione morale. Il Cassino degli anni venti e degli anni trenta aveva imposto alcuni nomi che avrebbero fatto strada nel sentimento di tanti ragazzi, pronti a imitare i loro idoli, e questo degli anni cinquanta (che comincia a dissolvere il concetto di squadra del campanile o strapaesana per l’arrivo di tanti giocatori non indigeni) questi due idoli impone per classe e temperamento. Umberto Pio il concetto di vita ce l’aveva già dentro per conto suo, e non doveva far fatica, neppure a sedici anni, a primeggiare in uno sport che gli era congeniale soprattutto negli spazi individualistici o narcisistici che presupponeva. Chi era Pio? La domanda la giriamo a Pragliola il quale risponde come a una antica domanda di un catechismo sommerso nella corsa frenetica dei tempi. "Un vero Vip, un giocatore non discutibile, donne, champagne e calcio". Così dice Benito Pragliola e continua: "Era capacissimo di passare intere notti in bianco prima della partita domenicale ma non ne risentiva perché aveva un fisico di ferro. Vip anche nel gioco, si narcisizzava e narcisizzava anche lo spettacolo. Il gol facile per lui non esisteva da momento che lo rendeva difficile. Tocco e carezza erano l’estrema unzione che egli dava al pallone prima di scaraventarlo in rete, con una forza sovrumana, come in un passaggio assurdo da parole dolci e gentili a una terribile bestemmia. Da due metri, ricordo, tolse il cappello al portiere avversario il quale aveva alzato le mani nell’intento di parare il bolide che l’attaccante gli mandava contro. Era lo spettacolo nello spettacolo e al tocco, alla carezza e alla meditata stangata, accoppiava una velocità raramente riscontrabile in altri giocatori". Il piacere… del piacere nel calcio dunque Umberto Pio o, se si preferisce il Doryan Gray del pallone, un ritratto che per dieci anni circa si imporrà nel gioco del calcio a Cassino come elemento indigeno di squisite qualità tecniche. E non importa se viaggiava sempre con un pettine a portata di mano per sensibilizzare il pubblico femminile che specialmente a Roma si faceva in quattro per ammirare la sua preziosa rovesciata, la sua velocità elegante, il suo solipsismo sempre efficace se è vero che tante partite finirono uno a zero e per suo merito. "Ma il suo forte era il gioco e basta" dice Pragliola e le tifosine erano solo un accessorio della sua personalità di decadente, un elemento che era come una cornice al ritratto che egli si faceva di sé, di viveur, più attore che personaggio da distribuirsi integralmente. "Voglio che sapeva essere anche vero e che sapeva perfino sorridere di se stesso quando le cose non andavano per il giusto verso. Ricordo che una volta, a Roma, in una partita con l’Artiglio, Umberto Pio non riusciva a toccare letteralmente un pallone utile, che è uno. "Pio, Pio, Pio! Gridavano le “sue” donnine sgomente. Pio, Pio, Pio… e piia ‘na palla! Disse un romanaccio allora, facendoci morire dal ridere". Diverso dal Pio e tradizionale invece l’iter di Benito Pragliola nella squadra del Cassino dell’immediato dopoguerra. Negli anni in cui il calcio oscillava tra metodo e mezzosistema fu terzino a sedici anni e da diciotto anni in poi un centro-mediano insostituibile. Lo troviamo esordiente nel 1947, in una formazione che imporrà Fabiani, ricca di nomi cassinati-ciociari-romani e lo ritroveremo sempre, in quasi tutte le formazioni che il Cassino manderà in campo fino alle soglie degli anni sessanta. Nato a Cassino e finito nel periodo dello sfollamento presso il fratello ch’era tra i dirigenti del Modena, proprio in questa città cominciò a tirare i primi calci, nelle minori della famosa città calcistica. La nostalgia lo ributtò a Cassino, nelle baracche svizzere e nella cenere dei pochi ricordi. "La maglia della mia prima partita ufficiale con il Cassino – ricorda bene – me la diede la madre superiore delle Suore di Carità e con una particolare benedizione". Veramente le monache, le maglie le diedero a tutti i giocatori un sabato sera, alla vigilia di Trionfalminerva-Cassino finita poi 0 a 0 ed erano, di nuovo, azzurre. "Peccato – dice che i pantaloncini erano di diverso colore… altrimenti avremmo fatto un figurone. Ma erano i tempi della pagnottella per il premio partita, delle duecento lire da consumare in trattoria per il solo primo e del famoso camioncino di Sangricoli che andava senza targa… oltre che i tempi dei tacchetti chiodati. Questa dei tacchetti chiodati vale la pena di raccontarla. Durante la partita di calcio, in casa o fuori, ai tacchetti era addetto Antonio Mangiante, custode della sede del Cassino. Capitava durante una gara di veder saltare un tacchetto inchiodato alla suola della futura "pantofola d’oro". Che faceva allora Antonio Mangiante sempre munito di martello e tenaglia? A volo, senza togliere la scarpa al giocatore, rimetteva a posto il tacchetto e in una ventina di secondi rimandava il giocatore in campo…". Con Pio e con Pragliola dunque, il Cassino della rinascita che pure presentava giocatori già degni di menzione: Mattia, Morra, Pellegrini, altri di cui parleremo più avanti. Il giudizio più convincente su Pragliola lo dà proprio Umberto Pio: "Era di una classe limpida. Probabilmente oggi, nella dimensione del calcio moderno, non avrebbe forse trovato posto ma, nel metodo, in quella maniera di giocare senza soverchi assilli e senza una certa potenza di gioco, Pragliola appariva veramente come un uomo dalla classe notevole. O forse, mi correggo, oggi potrebbe essere un ottimo “libero”, senza il peso di una stretta marcatura, senza l’aggravio del contrasto immediato. Era un vero esecutore del calcio ragionato, pensato fino al millimetro. Lavorava di intelligenza, saltava di testa con precisione singolare, d’anticipo, valorizzando il colpo di reni. Non l’ho mai visto fare un fallo. Tutt’al più… se un avversario se ne andava lo pigliava per la maglia. Era chiaramente un timido e una volta per difenderlo da un avversario che lo pestava a dovere, finii io k.o. Ma era un giocatore di alto rendimento perché sapeva costruire, calcolare gli spazi, tenere la posizione, la più adatta al suo gioco e a quello della squadra".  

Testi e immagini tratte da "Un Pallone Azzurro" ricordo del calcio a Cassino - di Gino Salveti - Lamberti Editore Cassino


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