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Si ricomincia da zero
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5-11-1950 -
Roma Humanitas - Cassino 1-1
Da sinistra in alto: Malatesta, De Santis, Pio, Carroccia, Antonini,
Pragliola
Mattia e il Presidente Mascioli. Accosciati: Bruni, Lombardi, Gulia e
Morra
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Nella baracca "svizzera", in qualche sventrato scantinato, la speranza
della rinascita del pallone a Cassino. La guerra, nell’accezione più
terrificante del termine, aveva distrutto non tanto il campo di Via
Sferracavalli, quanto la stessa sfera di cuoio sulla quale il tifoso
cassinate aveva impresso i nomi dei giocatori suoi più rappresentativi,
che in un certo senso avevano fatto scuola e che, nella giovanissima
fantasia, si presentavano perfino come modelli da imitare. Antonio
Tari (caratteristico per lo zaino che non abbandonava mai…), il
Capostazione Matera, Mario Di Gerio e Gaetano Conte sono i nomi della
ripresa del calcio nella Cassino del 1946. Più che di ripresa si trattava
di idea della ripresa, nata, più che in casa, nella vicina Aquino dove i
Dirigenti della squadra che doveva nascere si recarono un giorno per
procedere a una leva di calciatori indetta poco tempo prima. Con Gaetano
Conte allenatore (il quale aveva accanto il giocatore Sossio Morra in
seguito passato al Formia) ebbe la sua seconda vita il gioco del calcio a
Cassino mentre si mettevano in evidenza come atleti di un certo talento G.
Pittiglio (già comparso in formazioni del tempo di guerra), il cosiddetto
terzino "Lupone", e quel Pieroni che poi sarebbe diventato
un notissimo arbitro di serie A, allora impiegato presso il Genio Civile
della città che appena rinasceva. Al Ristorante "Cannone" e
come dire in un luogo capace, dopo l’immane tragedia, di poter essere
definito "ambiente", si riunirono di Dirigenti del nuovo
Cassino e qui dentro formularono progetti per la squadra che stava per
nascere, autotassandosi per le indispensabili spese che il gioco imponeva.
"Tra paste e fagioli robuste (un pranzo allora di lusso) – dice
Amilcare Romolini che fu giocatore prima, dirigente e cronista del
“Corriere dello Sport” dopo, - tra pollastrelle e vino buono… nacque
la nuova squadra del Cassino e io stesso, ricordo come se fosse ora, fui
spedito a Roma un paio di giorni dopo per acquistare nel negozio
“Gradella Sport” le prime maglie che furono bianconere, presto
ricomprate azzurre. Antonio Panaccione, oltre a Matera, Tari e Di Gerio,
era allora interessato alla squadra che ebbe come campi di gioco quelli
delle vicine Cervaro e Aquino, cittadine come noi desiderose di ritrovare
nel “gioco più bello del mondo”, un piacere sommerso, una gioia e
un’ansia di vivere dopo gli stenti del terribile passato le cui immagini
erano, a un anno e più dalla distruzione totale, ancora palpitanti
davanti a noi…".
Ma il nuovo campo sportivo era solo una speranza al momento. Doveva
sorgere nel 1947 e con il notevole aiuto dell’allora Ministro dei Lavori
Pubbilici, il comunista onorevole Serena. Andato in visita a Montecassino,
a quei tempi raso al suolo, il Ministro fu fermato da una Commissione di
Sportivi che gli richiesero un campo di gioco nell’area cittadina e
contro il progetto dello stesso Genio Civile che lo avrebbe voluto invece
nel "Concentramento" di cui si è precedentemente parlato.
Qualche tempo dopo, al viale Dante, il campo era bell’e e costruito con
accanto forse troppo angusti spogliatoi e comunque i primi ch’ebbe il
Cassino nella sua intera storia calcistica. Il nome di Dario Miranda,
famoso centromediano della squadra prebellica, caduto in Africa pochi anni
prima, fu il nome di questo nuovo campo e tale rimase fino agli anni
sessanta quando il CONI fece costruire l’attuale Stadio con gli annessi
impianti sportivi.
Sempre dilettantistica ovviamente l’attività della squadra
nell’immediato dopoguerra e nonostante l’avanzata di consumo e
progresso. Quest’ultimo aveva quasi distrutto l’antico "sciaraballe" e l’antica carrozzella, ma c’era poco da
scialare ugualmente. Sono famosi i primi viaggi sullo scomodo camioncino
del povero Sangricoli (da qualche tempo deceduto), quelli lunghissimi per
Roma (prime partite sul terreno di Trastevere) su panche che ricordavano
il "cellulare" e la "camionetta" del tempo di
guerra, ed erano viaggi che duravano cinque ore. A stento la mattina della
domenica si andava all’appuntamento delle dieci e mezza. Si arrivava si
e no una ventina di minuti prima, e, a stento, si sgranchivano le gambe
prima del fischio iniziale dell’arbitro. Nessun premio di partita
ovviamente dopo la gara (soprattutto con l’Atac avvezza come per fatto
personale a rifilare al Cassino poderosi 7-0, 7-1…) e con mezzi di
fortuna, di solito, il ritorno.
Il giocatore che possedeva mille lire, le sfruttava per andare a vedere
nel pomeriggio la Roma o la Lazio oppure, "se le andava a
magiare" in trattoria. Ma qui, specialmente in compagnia di
nullatenenti, bisognava fermarsi al primo piatto. Con meraviglia, presto
rientrata, del cameriere romano, da secoli avvezzo a vedere questo e
altro… Da gente, del resto, ancora chiamata "sfollata e
sinistrata" c’era da pretendere ben poco. Questi i tempi in cui
Umberto Pio e Benito Pragliola cominciavano ad accarezzare la sfera di
cuoio. Al lume di candela, in una baracca del Colosseo o in quattro stanze
rimesse alla bella e meglio su, leggevano un giornale sportivo e
sognavano. Ma un peso, a questo appena risorto Cassino glielo avrebbero
dato assai presto…
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Campionato 1952-52
Da sinistra in alto: Pio, Ferraro, Lalli, Panurco, Inglese, Clemente,
Ferrigno,
Perna, Paoletti. In Basso: Monaco, Pragliola, Bove e Mattia.
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Umberto
Pio e Benito Pragliola sono i giocatori che danno un certo volto preciso a
questo Cassino che nasce, non tanto come fatto sportivo da ricostruire,
quando elemento capace (insieme con un sacco di cose da inventare di
nuovo, come la camicia, il cucchiaio e la forchetta, la sedia o il
tegame…) in un valido motivo di vita o di ricostruzione morale. Il
Cassino degli anni venti e degli anni trenta aveva imposto alcuni nomi che
avrebbero fatto strada nel sentimento di tanti ragazzi, pronti a imitare i
loro idoli, e questo degli anni cinquanta (che comincia a dissolvere il
concetto di squadra del campanile o strapaesana per l’arrivo di tanti
giocatori non indigeni) questi due idoli impone per classe e temperamento.
Umberto Pio il concetto di vita ce l’aveva già dentro per conto suo, e
non doveva far fatica, neppure a sedici anni, a primeggiare in uno sport
che gli era congeniale soprattutto negli spazi individualistici o
narcisistici che presupponeva. Chi era Pio? La domanda la giriamo a
Pragliola il quale risponde come a una antica domanda di un catechismo
sommerso nella corsa frenetica dei tempi. "Un vero Vip, un
giocatore non discutibile, donne, champagne e calcio".
Così dice Benito Pragliola e continua: "Era capacissimo di passare
intere notti in bianco prima della partita domenicale ma non ne risentiva
perché aveva un fisico di ferro. Vip anche nel gioco, si narcisizzava e
narcisizzava anche lo spettacolo. Il gol facile per lui non esisteva da
momento che lo rendeva difficile. Tocco e carezza erano l’estrema
unzione che egli dava al pallone prima di scaraventarlo in rete, con una
forza sovrumana, come in un passaggio assurdo da parole dolci e gentili a
una terribile bestemmia. Da due metri, ricordo, tolse il cappello al
portiere avversario il quale aveva alzato le mani nell’intento di parare
il bolide che l’attaccante gli mandava contro. Era lo spettacolo nello
spettacolo e al tocco, alla carezza e alla meditata stangata, accoppiava
una velocità raramente riscontrabile in altri giocatori". Il
piacere… del piacere nel calcio dunque Umberto Pio o, se si preferisce
il Doryan Gray del pallone, un ritratto che per dieci anni circa si imporrà
nel gioco del calcio a Cassino come elemento indigeno di squisite qualità
tecniche.
E non importa se viaggiava sempre con un pettine a portata di mano per
sensibilizzare il pubblico femminile che specialmente a Roma si faceva in
quattro per ammirare la sua preziosa rovesciata, la sua velocità elegante, il suo solipsismo sempre
efficace se è vero che tante partite finirono uno a zero e per suo
merito. "Ma il suo forte era il gioco e basta" dice
Pragliola e le tifosine erano solo un accessorio della sua personalità di
decadente, un elemento che era come una cornice al ritratto che egli si
faceva di sé, di viveur, più attore che personaggio da distribuirsi
integralmente. "Voglio che sapeva essere anche vero e che sapeva
perfino sorridere di se stesso quando le cose non andavano per il giusto
verso. Ricordo che una volta, a Roma, in una partita con l’Artiglio,
Umberto Pio non riusciva a toccare letteralmente un pallone utile, che è
uno. "Pio, Pio, Pio! Gridavano le “sue” donnine sgomente. Pio,
Pio, Pio… e piia ‘na palla! Disse un romanaccio allora, facendoci
morire dal ridere".
Diverso dal Pio e tradizionale invece l’iter di Benito Pragliola nella
squadra del Cassino dell’immediato dopoguerra. Negli anni in cui il
calcio oscillava tra metodo e mezzosistema fu terzino a sedici anni e da
diciotto anni in poi un centro-mediano insostituibile. Lo troviamo
esordiente nel 1947, in una formazione che imporrà Fabiani, ricca di nomi
cassinati-ciociari-romani e lo ritroveremo sempre, in quasi tutte le
formazioni che il Cassino manderà in campo fino alle soglie degli anni
sessanta. Nato a Cassino e finito nel periodo dello sfollamento presso il
fratello ch’era tra i dirigenti del Modena, proprio in questa città
cominciò a tirare i primi calci, nelle minori della famosa città
calcistica. La nostalgia lo ributtò a Cassino, nelle baracche svizzere e
nella cenere dei pochi ricordi. "La maglia della mia prima partita
ufficiale con il Cassino – ricorda bene – me la diede la madre
superiore delle Suore di Carità e con una particolare benedizione".
Veramente le monache, le maglie le diedero a tutti i giocatori un sabato
sera, alla vigilia di Trionfalminerva-Cassino finita poi 0 a 0 ed erano,
di nuovo, azzurre. "Peccato – dice che i pantaloncini erano di
diverso colore… altrimenti avremmo fatto un figurone. Ma erano i tempi
della pagnottella per il premio partita, delle duecento lire da consumare
in trattoria per il solo primo e del famoso camioncino di Sangricoli che
andava senza targa… oltre che i tempi dei tacchetti chiodati. Questa dei
tacchetti chiodati vale la pena di raccontarla. Durante la partita di
calcio, in casa o fuori, ai tacchetti era addetto Antonio Mangiante,
custode della sede del Cassino. Capitava durante una gara di veder saltare
un tacchetto inchiodato alla suola della futura "pantofola d’oro".
Che faceva allora Antonio Mangiante sempre munito di martello e tenaglia?
A volo, senza togliere la scarpa al giocatore, rimetteva a posto il
tacchetto e in una ventina di secondi rimandava il giocatore in
campo…".
Con Pio e con Pragliola dunque, il Cassino della rinascita che pure
presentava giocatori già degni di menzione: Mattia, Morra, Pellegrini,
altri di cui parleremo più avanti. Il giudizio più convincente su
Pragliola lo dà proprio Umberto Pio: "Era di una classe limpida.
Probabilmente oggi, nella dimensione del calcio moderno, non avrebbe forse
trovato posto ma, nel metodo, in quella maniera di giocare senza soverchi
assilli e senza una certa potenza di gioco, Pragliola appariva veramente
come un uomo dalla classe notevole. O forse, mi correggo, oggi potrebbe
essere un ottimo “libero”, senza il peso di una stretta marcatura,
senza l’aggravio del contrasto immediato. Era un vero esecutore del
calcio ragionato, pensato fino al millimetro. Lavorava di intelligenza,
saltava di testa con precisione singolare, d’anticipo, valorizzando il
colpo di reni. Non l’ho mai visto fare un fallo. Tutt’al più… se un
avversario se ne andava lo pigliava per la maglia. Era chiaramente un
timido e una volta per difenderlo da un avversario che lo pestava a
dovere, finii io k.o. Ma era un giocatore di alto rendimento perché
sapeva costruire, calcolare gli spazi, tenere la posizione, la più adatta
al suo gioco e a quello della squadra".
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Testi
e immagini tratte da "Un Pallone Azzurro" ricordo del calcio a
Cassino - di Gino Salveti - Lamberti Editore Cassino
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