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Con il 1965 si spalanca
davanti al Cassino il baratro della retrocessione e, quel che è peggio,
l’affossamento di una Società calcistica che, precedentemente,
soprattutto con i Mascioli, i Pagano e i Di Zenzo aveva costruito molto
spesso una squadra capace di tenere alto il nome della "città
martire", sia pure negli spazi di un gioco. Succede un triennio
interlocutorio quanto meno difficile, ricco di polemiche intestine, denso
di nuove e diverse proposte societarie che avranno il merito tuttavia di
tener sempre desta nell’animo dello sportivo la piccola fiamma di una
speranza che ridiventerà fatto concreto ai tempi di una "viaggiante" romana che si assume il nome di Cassino, e
dell’allenatore Bartolomei con il quale la squadra azzurra avvierà il
discorso promozionale perfino della quarta serie. Dal nome dunque al fatto
o al tempo. Da Miranda a Pragliola o Pio, da Paoletti a Quagliozzi o
"Nerone", da Candidi a Di Ponio o Rasi, il fatto calcistico
prende consistenza non tanto per la considerazione di una classifica di
meriti, quanto della storia di un "costume" di una nostra "storia parallela", non esuberante di elementi impegnativi
extraprovinciali, ma capace di trovare motivazioni essenziali alla nostra
vita di tutti i giorni, motivazioni che direttamente partecipano al nostro
"mestiere di vivere". E in questo "mestiere"
comincia a vivere, nel 1965-66, la Presidenza di Gaetano Leone il geometra
che pone fine alla lunga e grave crisi dirigenziale del Cassino dopo la
caduta dell’anno precedente che, insieme con Filiberto Gentile, Corrado
Flammia, Umberto Pio, Salvatore D’Agostino, Michele Giordano, Nino Baggi,
Franco Campanile, Arcangelo Celletti e Gino Iafano, tra difficoltà
enormi, crea un consiglio capace di far disputare alla squadra azzurra un
campionato di prima categoria almeno decente, con Pragliola allenatore e
giocatori fatti in casa (con Di Ponio in evidenza dopo che l’ex laziale
era stato definitivamente ceduto al Cassino) e con l’esclusione del
bravo mediano Candidi (come Di Carlo e Simeone) ceduto alla società
romana Astrea, presso la quale il giocatore, tragicamente perito, trovava
anche la possibilità di un lavoro. Ma, fatto importante nello sport
cassinate nel 1965, non è tanto il campionato "senza infamia e
senza lode", ma ugualmente portato a termine nella volontà
dirigenziale di non distruggere definitivamente il calcio a Cassino,
quanto la nascita di un giovanissimo complesso nel quale muoveranno i
primi passi giocatori come Gianni Pacitto e Desiderio Bianchi. Sporting
Club si chiama il sodalizio nascente, voluto da Augusto Di Mambro, i
fratelli Angelo e Benedetto Capitanio, Nicola Feola e l’ex portiere del
Cassino Antonio Perillo il quale, nella circostanza, fa da allenatore. Un
onesto campionato Juniores ha per scopo agli inizi il complesso sportivo
diretto da Augusto Di Mambro mentre nel Cassino propriamente detto, Leone
lascia in favore del noto costruttore Adolfo D’Aliesio il quale diventa
nel 1966-67 il nuovo Presidente di una Società dalla quale molti
consiglieri sono usciti. Si va avanti a fatica, ma la squadra rimane, per
rinverdire qualche speranza nell’ultimo anno del vecchio "Miranda". Allenata dal sorano
Nardone, la squadra di D’Aliesio
trova alla fine del campionato un piazzamento dignitoso mentre sempre più
si afferma lo Sporting (al momento governa e controlla un centinaio di
ragazzi) impegnato più che onorevolmente in un paio di campionati di
terza categoria (Juniores e Allievi) con Di Mambro Presidente, Vice,
Manfredo Facchini, allenatore Nacci e dirigenti principali Feola e i
fratelli Capitanio. Proprio lo Sporting Club, nell’anno successivo,
diventerà praticamente (1967-68) il Cassino ufficialmente iscritto al suo
terzo campionato nella serie inferiore e con la sigla S.C. Cassino, dove
quella S.C. iniziale stava a significare sia Sporting Club che Società
Calcistica. Assorbita la precedente società di D’Aliesio, questo
Cassino, nel 1967-68, trova un nuovo Presidente in Augusto Di Mambro (il
quale ha come vicepresidenti Giovanni Vassallo e Benito Di Nuzzo) e un
nuovo allenatore in Nacci, ex allenatore dello Sporting. Particolare
importante: proprio nell’anno, la federazione fissava in maniera
definitiva il "corpo" sportivo dilettantistico con un
campionato di promozione, e tre minori, di I, II e III categoria lasciando
praticamente in I le prime otto squadre della classifica ‘67-68, e il
Cassino che trovava proprio l’ottavo posto, poteva cominciare a
disputare l’anno dopo, un autentico campionato di I categoria.

Torneo di Parigi 1' Posto - 1969
Da sinistra in alto: Bartolomei, Francioni, Incagnoli, De Rosa, D'Ezio, Di
Lullo,
Schirilò, Cicala, Russo. In basso: Zini, Verdone, Vento, Pacitto e
Compagnone
Con Presidente Di Mambro dunque il
campionato 1967-68 che vede ufficialmente in campo oltre ai ricordati
Pacitto e Bianchi, la "coppia della promessa" Russo e
Verdone, e gli ormai valorizzati ragazzi dello Sporting: Genovese,
Capitanio, Ranaldi, Roselli. Ancora un cambio al vertice del Cassino
invece nel 1968-69 che chiude la grave crisi cominciata nel 1965.
Presidente della Società diventa Giovanni Vassallo e vicepresidenti
diventano Di Nuzzo e Di Mambro. Una squadra "volante"
presenta alla partenza il Cassino che nei ranghi ormai non ha più
giocatori "fatti in casa" (ad eccezione di Bianchi). Pacitto
infatti va in prestito per un anno al Pontecorvo e gli altri devono
accontentarsi di un campionato minore, quello dell’under 23, di frenato
interesse. La volontà dei dirigenti è chiara: per restituire al Cassino
il prestigio perduto, occorre una squadra compatta, con giocatori
assolutamente rodati e collaudati e l’Assitalia, si pensa (a ragione),
fa al caso della società sportiva di Cassino. La squadra romana, composta
tutta di elementi impiegati appunto nell’Assicurazione "Italia", si trasferisce al completo nel 1968 a Cassino
(almeno… la domenica) e disputa un campionato sensazionale agli occhi
degli sportivi non più avvezzi a partite di un certo tono, anche se, alla
fine, trova solo il terzo posto nella classifica finale. La verità è
che, molto prepotente in casa (di solito la squadra ospite le reti subite
le doveva contare sul pallottoliere e una volta l’attaccante Baratelli
segnò cinque volte finendo sulla cronaca nazionale…) l’Assitalia,
fuori casa, appariva alquanto impacciata e timorosa non riuscendo a far
funzionare quel modulo che a Cassino, su un tappeto verde appena
inaugurato, appariva come il non plus ultra della sapienza calcistica.
Questi i nomi della bella squadra che ebbe comunque il merito di
riavvicinare la massa degli sportivi al calcio con incassi al tempo
addirittura favolosi, mai visti prima (si contavano le cinquecentomila
lire a partita): Baccini, Ciocci, Cruciani, Bianchi, Capitanio, Ercole,
Baratelli, Cancellieri, Ferrari, Troilo, Petrone e con Colagiovanni
allenatore-giocatore. Sempre nell’anno la Juniores vinceva il campionato
segnando 52 reti e non subendone una, vincendo sempre e pareggiando una
sola partita (ovviamente 0-0). Anche se eliminata nelle finali regionali
in una drammatica gara dove acqua, vento e fango si confusero (e con i
calci di rigore), la Juniores, nata con lo Sporting, aveva pure essa, come
l’Assitalia, riproposto in termini assai espliciti il discorso del
calcio a Cassino che l’anno successivo sarebbe ridiventato di "pubblico dominio". E proprio negli anni della crisi (che
solerti sportivi, come abbiamo visto, tentarono sempre di veder
minimizzata), nel giugno del 1967 veniva inaugurato l’attuale complesso
sportivo (e il nuovo stadio), con una partitella tra una rappresentativa
cassinate (che prevaleva per 3 a 2) e una ciociara, ricca di ben sei
giocatorini dello Sporting. Il complesso costava circa trecento milioni,
l’aveva avuto in appalto la Ditta Solapice di Roma e, per quanto
concerne gradinate e tribune dello stadio calcistico, queste potevano
accogliere circa diecimila spettatori (compreso le due zone denominate
curve). Merito dello Sporting Club (che aveva generato la S.C. Cassino)
era l’aver proposto (tra l’altro) un calcio assolutamente leale che
meriterà un prestigioso premio disciplina della Lega e, merito dell’Assitalia,
quello di aver riproposto un calcio tutto da vedere, un calcio che era sì
"da purgatorio", ma già in grado di contenere il seme della
riscossa e della rinnovata passione dello sportivo e, come dire, un calcio
fatto di grappoli di reti convincenti, sempre capaci di far pubblico. E la
riscossa arriva come insperata nell’estate del 1969 quando nasce lo
squadrone che diretto dall’ex arbitro romano Severo Bartolomei
(presidente è il compianto Michele Michelucci, no sportivo presso che
nascosto precedentemente agli occhi dei tifosi ma al vertice di un
altruismo senza pari) ritroverà la via del campionato di promozione con
in seno i germi dell’ambita aspirazione in quarta serie. Questa la
formazione del grosso undici che nel maggio del 1970 vincerà il
campionato di prima categoria: Cicala, Schilirò, Pacitto, D’Ezio,
Incagnoli, Franchin, De Rosa, Francioni, Zini, Ruzzo, Vento, Rincalzi di
lusso: Di Lullo, Compagnone (che nei due anni successivi si metterà
definitivamente in evidenza), Fortuna, Verdone il quale l’anno dopo
costituirà con Russo una coppia non destinata a uscire facilmente dalla
mente dello sportivo. La squadra l’ha praticamente formata lo stesso
allenatore Bartolomei a Roma (e romani sono a tutti gli effetti Schilirò,
D’Ezio, Franchin, Francioni, Zini, lo stesso Cicala) inserendovi quel
Vento che per quattro anni diverrà l’idolo dei tifosi cassinati. Pur di
non farselo soffiare (il Formia era seriamente intenzionato ad
acquistarlo) Bartolomei se lo tenne per una intera notte nella sua
macchina per essere pronto all’alba a muovere con la preda verso il
contratto con i responsabili del Cassino che allora, oltre al Presidente
Michelucci, contava sul vice Giovanni Vassallo e gli attivi dirigenti
Turchetta, Di Nuzzo, Facchini, Rosato e Augusto Di Mambro, Patini R.,
Varlese Carmine, D’Amico E. e Rodolfo D’Ambrosio. Solo la retorica
potrebbe generare l’elogio incondizionato di un giocatore come Vento
sensibilissimo al fascino della rete, capace da solo di risolvere una
partita, gazzella senza confronti negli spazi di un prato
semiprofessionistico (certi limiti glieli impose la fortuna) e uomo da non
discutere nel caso di formazioni per rappresentative regionali e
nazionali. Giocatore completo, rifiniva in modo meraviglioso il mosaico
del Cassino 1969-70 e il primo posto a questo Cassino era logico come il
più semplice discorso aritmetico, la conseguenza, la più semplice, in un
sillogismo il più evidente e ovvio. Con… Vento dunque questo Cassino
superiore che trovava solo nella pontina Fulgorcavi una rivale difficile
da domare e comunque domata a un passo dal traguardo. La domenica 19
aprile 1970 metteva fine alle speranze superstiti della Fulgor che cadeva
nella gara con il Borgo Sabotino mentre il Cassino si distaccava di tre
lunghezze, determinanti ai fini del primato, a sole cinque giornate dalla
fine. Così scrivevamo, dopo la facile profezia, poco tempo dopo ("Il
Messaggero" del 9 maggio 1970) e a sole due giornate dalla fine del
campionato: "Ancora due punti delle due ultime partite e gioco
fatto per gli azzurri di Cassino, capolista imbattuta nel girone D di
prima categoria. Non restano che le trasferte di Atina e l’incontro
casalingo con il Pontecorvo e poi questo difficile campionato, ricco di
soddisfazioni, passerà alla piccola storia del calcio, o anche alla
storia più grande se si considera che a due giornate dalla fine, in
gironi a sedici squadre, il Cassino vanta con l’imbattibilità (22
vittorie e sei pareggi) l’esiguo passivo di sole sei reti.
Nell’anticipo di giovedì il Cassino si è sbarazzato con una certa
disinvoltura del Sabaudia e si accinge ora alla difficile, ultima
trasferta di Atina, dove sarà seguito da innumerevoli tifosi, con
l’animo della finalista che sa di incontrare una squadra
tradizionalmente cavalleresca e battagliera, l’unica squadra ciociara,
del resto, alla quale il Cassino deve essere grato. Nella non facile
giornata del pareggio di Borgo Sabotino, infatti, proprio l’Atina,
imponendo la divisione dei punti alla Fulgorcavi, nostra unica
inseguitrice, ci permetteva di mantenere quei tre punti di vantaggio che a
due giornate dalla fine del campionato (dopo la vittoria con il Sabaudia e
data per scontata la vittoria della Fulgor con il Pontecorvo) ci fanno
sperare in un punto fuori casa e un punto in casa più che sufficienti per
mantenere comunque il primato del Girone, anche se cioè la Fulgorcavi
dovesse vincere tutte le partite che deve ancora giocare. Ma venne proprio
da Atina l’indicazione precisa (1 a 0 con memorabile rigore di Francioni)
e con una giornata di anticipo. Il resto è ancora troppo noto e vivo nel
ricordo per essere passato nel setaccio dei particolari. Comunque per la
statistica questo il bilancio conclusivo dello splendido campionato che
maturava la promozione nella serie superiore: 24 vittorie, 6 pareggi,
nessuna sconfitta, 66 reti segnate e solo sette subite; una promozione
costruita soprattutto in trasferta dove gli azzurri pareggiavano solo con
Cervaro, Roccasecca, Fulgorcavi, Borgo Sabotino e Pontecorvo.

Campionato 1970-71
Da sinistra in alto: Francioni, Incagnoli, Colluccini, Franchin, Grimaldi,
Di Lullo,
Schirilò, Fortuna e Nacci. In Basso: Grossi, Verdone, Ciaraldi,
Compagnone, Russo, Vento e Pacitto
Sullo slancio il campionato del
Cassino nel 1970-1971, a un passo dalla quarta serie come vedremo, e,
parallelamente, impegnato nel lungo "tour de force" della
Coppa Italia perduta a Forte dei Marmi per un pelo in un’esaltante
finalissima con il Montebelluna. Non toccò a Bartolomei l’onore di
disputare questa significativa fase di un Cassino che si accingeva
definitivamente a uscire da una lunga crisi e a gettare le basi per il
salto qualitativo di due anni dopo. Frettolosamente esonerato e nel
momento in cui Michelucci lasciava a Vassallo toccava prima a Pino Nacci
(suo secondo nell’anno della promozione) e poi all’allenatore
Piacentini portare comunque a buon fine l’esaltante discorso di un
Cassino che trovava in questa coppa, con un agonismo impressionante, la
totale adesione dei suoi tifosi disposti a seguirlo in Sardegna, in
Lombardia, in Sicilia e in Toscana nello sfortunato atto finale. Coluccini
e Ciaraldi facevano parte di questa squadra alla quale erano venuti a
mancare solo D’Ezio e Zini. Queste le tappe che lo portarono a disputare
la finalissima contro il Montebelluna a Forte dei Marmi nella primavera
inoltrata del 1971: Priverno, Ittiri, Pratola Peligna, Grumo, Cremona
("Leoncelli") e Milazzo. Particolarmente dura fu con la
Grumese e con i "Leoncelli" di Cremona. Con la prima il
Cassino trovò una logica vittoria a tavolino (1 a 1 in casa e 2 a 0 a
Grumo non essendosi disputata la partita per robusta aggressione agli
azzurri da parte di un centinaio di sostenitori della squadra campana
convinti di dover vendicare l’offesa subita a Cassino da tre o quattro
grumesi alle prese con tre o quattro tifosi cassinati) e con la seconda,
una spavalda vittoria in casa per 3 a 1 dovendo la squadra di Vento e
compagni rimontare la sconfitta subita all’andata per 2 a 1. Eliminata a
Forte dei Marmi poi l’Italsider per due a zero, la forte squadra… di
Piacentini soccombeva a una rete del Montebelluna segnata nella ripresa
(partita in notturna diretta dall’arbitro Monti) dopo aver menato una
sfortunata danza per tutto l’arco della prima parte della gara e con un
Vento particolarmente "seviziato" e iellato. Qualche errore
tecnico e la sfortuna lasciarono il Cassino nella sola piazza d’onore.
Ma l’episodio era già capace da solo di esaltare un ambiente a diretto
contatto con l’onore della classifica e dell’ulteriore passo in
avanti.
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