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Caratteri generali
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Acquedotto
romano |
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Il
libro di
Giovanni Picano
edito dal figlio
Giuseppe nel 1995
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Lo chiameremo – più brevemente – l’Acquedotto
romano di Cassino. Con esso venivano captate le acque del Rio di Valleluce (frazione del
Comune di S.Elia Fiumerapido) in località "Campo Primo", alla quota di circa m.
310 e condotte a Cassino, in località "Crocifisso", alla quota di circa m. 140.
La distanza, in linea d’aria, fra i detti estremi è di circa 10 km., ma la sua
lunghezza, come si vedrà in seguito, è più del doppio. In tale acquedotto non si
ammirano le centinaia di arcate che i Romani costruirono per far giungere a Roma, alla
necessaria quota, l’acqua Vergine; né le grandiose opere d’arte, costituite da
due o più ordini d’archi, che essi costruirono a Terragona, a Nimes e altrove per
attraversare, per centinaia di metri, valli profonde, raggiungendo le fantastiche altezze
sul fondo valle, di m. 60 nell’acquedotto di Dafne (Antiochia), di m. 50 in quello di
Beyrut e di m. 47 in quello di Nimes; né le arcate, che allo stesso scopo, costruirono ad
un solo ordine di archi, ma poggianti su piloni giganti, di altezza talora superiore ai 30
metri, a Merida (acquedotto di Los Milagros), a Metz (acquedotto di Traiano), a Cartagine
e altrove; né i meravigliosi avanzi del Ponte di Segovia, costruito con blocchi di
granito non cementati e avente la lunghezza di circa 850 metri, dei quali più di un terzo
a due ordini di archi; né i due canali affiancati – perché divisi da una parete
mediana – dell’acquedotto di Chebra e di quello di Metz; né i sifoni degli
acquedotti di Lione e di Costantinopoli che i Romani insolitamente costruirono quasi
volessero dimostrare ai posteri che conoscevano l’uso dei sifoni anche per
attraversare le valli; né infine i lunghi trafori che caratterizzano l’acquedotto
romano di Napoli, costruito ai tempi di Claudio, che degli 80 km. Più della metà
percorrono sotterra pianure e monti e che fu costruito per alimentare le principali città
della "Campania Felix" per poi versare l’acqua esuberante nella
"Piscina mirabilis" del Capo Miseno, destinata all’approvvigionamento della
flotta militare. Qui non la lunghezza di oltre 90 km. Che – fra i 14 antichi
acquedotti di Roma descritti da Frontino – danno il primato della lunghezza a quello
costruito da Quinto Marcio e gli 87 di quello di Nerva (Anio Novus); qui non la portata
notevolissima, nelle 24 ore, di m.c. 268.000; 283.000 e 100.000 rispettivamente degli
acquedotti di Fulvio Flacco (Anio vetus), Nerva (Anio novus) e Quinto Marcio (Marcia),
che, unitamente agli acquedotti costruiti dalla Repubblica e dall’Impero,
convogliavano alla città eterna un volume d’acqua che da alcuni è stato calcolato
in circa 1.200.000 m.c. nelle 24 ore e secondo altri superavano i 2 milioni al giorno. Pur
tuttavia l’acquedotto romano di Cassino merita di essere ricordato e descritto
perché perla sua notevole lunghezza (quasi uguale a quella dell’acqua
Julia), per la
sua non trascurabile portata e per il modo in cui fu ideato e costruito, si può
senz’altro affermare che – tenendo presente l’epoca in cui fu fatto –
basterebbe da solo a dimostrare l’importanza e l’alto grado di civiltà che
aveva raggiunta l’antica Casinum. Tutte le terre del vecchio mondo portano i segni
indelebili della civiltà di Roma: ponti, strade, acquedotti, terme, teatri, fori,
basiliche, anfiteatri, templi, archi di trionfo ecc…, e tutti i giorni affiorano alla
luce nuove glorie, ma per ammirare le tracce di civiltà che i Romani hanno lasciato sui
nostri monti non v’è bisogno di scavare; basta un po’ di buona volontà e il
fastidio di percorrere a piedi dei sentieri, qualche volta da capre, e i ruderi
dell’acquedotto che da Valleluce convogliò le acque a Cassino, si mostrano al vostro
sguardo, che non potrà rimanere indifferente innanzi al lavoro meraviglioso dei nostri
avi, per cui, dopo circa 2000 anni, le vive rocce calcaree dei monti di S.Elia
F.R., di
Belmonte Castello e di Cassino, portano ancora i segni dello scalpello romano e in alcuni
tratti rimangono ancora, quasi intatti, tronchi del detto acquedotto, costruito con una
malta così resistente da non essere stata – benchè allo scoperto – minimamente
rovinata dagli agenti atmosferici… Ma di questo si parlerà più dettagliatamente in
appresso. Nel tracciare l’acquedotto in esame, il costruttore, sapendo di avere a
disposizione un notevole dislivello, non si preoccupò di accorciare il percorso con la
costruzione delle opere d’arte che sarebbero state necessarie per raggiungere tale
scopo. Limitò perciò la costruzione dei trafori al tratto – poco più a valle della
sua origine – che costeggia il Rio di Valleluce, ove si trova una roccia molto
friabile, che, per garantire la stabilità dell’opera, era meglio attraversare in
galleria ed evitò la costruzione di arcate ed altre opere d’arte anche dove, con
esse, si sarebbe potuto in qualche modo abbreviare la lunghezza dell’acquedotto. Solo
in un tratto, a circa un chilometro a sua della frazione Caira del Comune di Cassino, fu
costruito un ponte canale, ad un solo arco sul "Vallone del Dente" accorciando
alquanto il percorso e attraversando così un sol fosso invece dei tre che confluiscono
poco più a monte, fra il Monte Castellone ed il Colle Maiola. Dal dislivello del cunicolo
rispetto al fondo degli altri fossi attraversati, si ha ragione di ritenere che non siano
state costruite all’uopo importanti opere d’arte e che gli attraversamenti siano
stati fatti incassando il canale al di sotto del fondo dei fossi e opportunamente
proteggendo la copertura del cunicolo con un masso di muratura, che a sua volta veniva
protetto da una controbriglia costruita qualche metro più a valle, come si vede ancora
chiaramente là dove l’acquedotto attraversa il Fosso di Monte Maggio, ad ovest dalla
caratteristica Fossa Tomassi.
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