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3 settembre 2010
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freccia.gif Anfiteatro romano
freccia.gif Strada lastricata
freccia.gif Porta Campana
freccia.gif Ninfeo Ponari
freccia.gif Ummidia Quadratilla
freccia.gif Sepolcreto
freccia.gif Il ponte di Legnaro
freccia.gif Terme Varroniane
freccia.gif Località Agnone

freccia.gif Il Teatro romano di Cassino
freccia.gif Il restauro
freccia.gif Gianfilippo Carettoni 'Giornale di scavo'
freccia.gif Gaetano Fardelli 'Giornale di scavo'
freccia.gif Massimiliano Valenti

freccia.gif Caratteri generali
freccia.gif Percorso dell’Acquedotto
freccia.gif Lunghezza e struttura dell’Acquedotto
freccia.gif Notizie storiche sull’Acquedotto di Cassino
freccia.gif Ruderi sparsi
freccia.gif Acquedotto
freccia.gif Epoca della costruzione dei due Acquedotti
freccia.gif Notizie Topografiche

freccia.gif Rocca Janula
freccia.gif Il restauro

freccia.gif Informazioni Museo
freccia.gif Museo - Sala I
freccia.gif Museo - Sala II
freccia.gif Museo - Sala III

freccia.gif La statua dell’”EROE”
freccia.gif La 'Domus Romana' di via Montecassino
freccia.gif Scritti inediti di Filippo Ponari



Caratteri generali

Pianta tratta dal CD ROM

Acquedotto romano

Il libro di Givanni Picano
Il libro di
Giovanni Picano
edito dal figlio
Giuseppe nel 1995

Lo chiameremo – più brevemente – l’Acquedotto romano di Cassino. Con esso venivano captate le acque del Rio di Valleluce (frazione del Comune di S.Elia Fiumerapido) in località "Campo Primo", alla quota di circa m. 310 e condotte a Cassino, in località "Crocifisso", alla quota di circa m. 140. La distanza, in linea d’aria, fra i detti estremi è di circa 10 km., ma la sua lunghezza, come si vedrà in seguito, è più del doppio. In tale acquedotto non si ammirano le centinaia di arcate che i Romani costruirono per far giungere a Roma, alla necessaria quota, l’acqua Vergine; né le grandiose opere d’arte, costituite da due o più ordini d’archi, che essi costruirono a Terragona, a Nimes e altrove per attraversare, per centinaia di metri, valli profonde, raggiungendo le fantastiche altezze sul fondo valle, di m. 60 nell’acquedotto di Dafne (Antiochia), di m. 50 in quello di Beyrut e di m. 47 in quello di Nimes; né le arcate, che allo stesso scopo, costruirono ad un solo ordine di archi, ma poggianti su piloni giganti, di altezza talora superiore ai 30 metri, a Merida (acquedotto di Los Milagros), a Metz (acquedotto di Traiano), a Cartagine e altrove; né i meravigliosi avanzi del Ponte di Segovia, costruito con blocchi di granito non cementati e avente la lunghezza di circa 850 metri, dei quali più di un terzo a due ordini di archi; né i due canali affiancati – perché divisi da una parete mediana – dell’acquedotto di Chebra e di quello di Metz; né i sifoni degli acquedotti di Lione e di Costantinopoli che i Romani insolitamente costruirono quasi volessero dimostrare ai posteri che conoscevano l’uso dei sifoni anche per attraversare le valli; né infine i lunghi trafori che caratterizzano l’acquedotto romano di Napoli, costruito ai tempi di Claudio, che degli 80 km. Più della metà percorrono sotterra pianure e monti e che fu costruito per alimentare le principali città della "Campania Felix" per poi versare l’acqua esuberante nella "Piscina mirabilis" del Capo Miseno, destinata all’approvvigionamento della flotta militare. Qui non la lunghezza di oltre 90 km. Che – fra i 14 antichi acquedotti di Roma descritti da Frontino – danno il primato della lunghezza a quello costruito da Quinto Marcio e gli 87 di quello di Nerva (Anio Novus); qui non la portata notevolissima, nelle 24 ore, di m.c. 268.000; 283.000 e 100.000 rispettivamente degli acquedotti di Fulvio Flacco (Anio vetus), Nerva (Anio novus) e Quinto Marcio (Marcia), che, unitamente agli acquedotti costruiti dalla Repubblica e dall’Impero, convogliavano alla città eterna un volume d’acqua che da alcuni è stato calcolato in circa 1.200.000 m.c. nelle 24 ore e secondo altri superavano i 2 milioni al giorno. Pur tuttavia l’acquedotto romano di Cassino merita di essere ricordato e descritto perché perla sua notevole lunghezza (quasi uguale a quella dell’acqua Julia), per la sua non trascurabile portata e per il modo in cui fu ideato e costruito, si può senz’altro affermare che – tenendo presente l’epoca in cui fu fatto – basterebbe da solo a dimostrare l’importanza e l’alto grado di civiltà che aveva raggiunta l’antica Casinum. Tutte le terre del vecchio mondo portano i segni indelebili della civiltà di Roma: ponti, strade, acquedotti, terme, teatri, fori, basiliche, anfiteatri, templi, archi di trionfo ecc…, e tutti i giorni affiorano alla luce nuove glorie, ma per ammirare le tracce di civiltà che i Romani hanno lasciato sui nostri monti non v’è bisogno di scavare; basta un po’ di buona volontà e il fastidio di percorrere a piedi dei sentieri, qualche volta da capre, e i ruderi dell’acquedotto che da Valleluce convogliò le acque a Cassino, si mostrano al vostro sguardo, che non potrà rimanere indifferente innanzi al lavoro meraviglioso dei nostri avi, per cui, dopo circa 2000 anni, le vive rocce calcaree dei monti di S.Elia F.R., di Belmonte Castello e di Cassino, portano ancora i segni dello scalpello romano e in alcuni tratti rimangono ancora, quasi intatti, tronchi del detto acquedotto, costruito con una malta così resistente da non essere stata – benchè allo scoperto – minimamente rovinata dagli agenti atmosferici… Ma di questo si parlerà più dettagliatamente in appresso. Nel tracciare l’acquedotto in esame, il costruttore, sapendo di avere a disposizione un notevole dislivello, non si preoccupò di accorciare il percorso con la costruzione delle opere d’arte che sarebbero state necessarie per raggiungere tale scopo. Limitò perciò la costruzione dei trafori al tratto – poco più a valle della sua origine – che costeggia il Rio di Valleluce, ove si trova una roccia molto friabile, che, per garantire la stabilità dell’opera, era meglio attraversare in galleria ed evitò la costruzione di arcate ed altre opere d’arte anche dove, con esse, si sarebbe potuto in qualche modo abbreviare la lunghezza dell’acquedotto. Solo in un tratto, a circa un chilometro a sua della frazione Caira del Comune di Cassino, fu costruito un ponte canale, ad un solo arco sul "Vallone del Dente" accorciando alquanto il percorso e attraversando così un sol fosso invece dei tre che confluiscono poco più a monte, fra il Monte Castellone ed il Colle Maiola. Dal dislivello del cunicolo rispetto al fondo degli altri fossi attraversati, si ha ragione di ritenere che non siano state costruite all’uopo importanti opere d’arte e che gli attraversamenti siano stati fatti incassando il canale al di sotto del fondo dei fossi e opportunamente proteggendo la copertura del cunicolo con un masso di muratura, che a sua volta veniva protetto da una controbriglia costruita qualche metro più a valle, come si vede ancora chiaramente là dove l’acquedotto attraversa il Fosso di Monte Maggio, ad ovest dalla caratteristica Fossa Tomassi.


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