<<Visser le
ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.
Emergean lunghe né fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne…>>
G. Carducci
Il rev. Don Marco
Lanni,
nella sua apprezzata monografia su S. Elia sul Rapido, stampata dalla
Tipografia Virgilio nel 1873, fa la cronaca del paese natio: s’intrattiene
su i suoi ordinamenti civili ed ecclesiastici, su i caratteri, la cultura e
i costumi dei suoi abitanti, descrive l’agro santeliano riportando
interessanti dati sulla sua agricoltura e sulle sue industrie, fa un elenco
degli uomini illustri che vi ebbero natali e, parlando delle antichità e
dei monumenti lapidei ivi rinvenuti, a proposito dell’acquedotto di
Cassino scrive quanto appresso: <<Un altro avanzo di antichità degno
di considerazione in S. Elia è un acquedotto, di cui i ruderi di tratto in
tratto veggonsi incavati nel duro sasso, da dove incomincia sui monti di
Vaccareccia, fin dove finisce nel sito dell’antica Cassino, costeggiando
lunghissima catena di monti, acquedotto che deliziava quella città colla
freschezza delle acque del Rio. Fa meraviglia, che gli antichi Cassinati
abbiano voluto sopportare spese enormi per la costruzione di quest’acquedotto,
mentre a pochi passi, a pie’ della città vi sono sorgenti abbondantissime
di acqua squisita. Ciò dà chiaro argomento aver essi in gran pregio tener
l’acqua in tutti i siti della città, o che serviva loro per oggetto di
lusso, cioè per bagni, di cui veggonsi ancora molti ruderi accanto le
reliquie del teatro; il che dimostra la loro grandezza. <<Un ramo di
quest’acquedotto, che vedesi tuttora nel luogo detto Belvedere, ove era la
Chiesa di S. Pietro a Castello, divergendo, scendeva dal monte non lungi
dalla villa di Fulvia nel sito della chiesa di S. Giovanni, dove l’acqua,
precipitandosi da scoscese balze, doveva essere di grande ornamento a
questa, o ad altra villa, della quale derivò alla contrada la denominazione
di Viridario, che poi mutossi in quella di Vicenne>> […] scolpita in
una roccia scoperta poco fa a piccolo tratto della Chiesa di Casalucense
trovasi la seguente iscrizione:
NVMPHIS AETER ecc.
<<e si è interpretata:
"Nymphis aeternis sacrum. Titus Claudius, Praeconius Ligarius
Magonianus per praecilium Zoticum patrem acquarium induxit".
<<Cioè: "Monumento sacro alle Ninfe Eterne. Tito Claudio
Preconio Ligario Magoniano attraverso lo scabroso ciglione del monte aprì l’acquedotto
principale".
<<Tale epigrafe pare dell’epoca di Augusto, come o dà a dividere la
bella iscrizione de’ caratteri propri di quel tempo>>.
Il Lanni in una nota dichiara che tale traduzione fu fatta dal sacerdote D.
Gabriele Iannelli di Capua, ma è evidentemente errata. Infatti l’epigrafe
è in H. Dessau, Iscriptiones Latinae Selecta, 3863 (già nel Corpus
Inscriptionum Latinarum X-5163) e va letta:
Nimphis aeter / nis sacrum. Ti(berius) Cl(audius) Praec(ilius) Ligar(ius)
Magonianus per / Praecilium Zoticum / patrem aqua(m) induxit.
E va tradotta:
"Sacro alle Ninfe
Eterne. Tiberio Claudio Precilio Ligario Magoniano costruì l’acquedotto
(introdusse l’acqua) ad opera del padre Precilio Zotico".
Secondo il parere di persone competenti trattasi di un TI. Praecilius
Ligario adottato dai Claudii, e perciò, per questo e per le caratteristiche
grafiche, l’epigrafe va collocata tra il 68 e il 161 d.C. (da Nerone a
Marco Aurelio), "grosso modo" alla fine del 1° secolo di C.
Il roccione su cui è incisa
l’iscrizione di Casalucense è di natura calcarea, e si trova a circa 200
metri a nord del Santuario e ad una ventina di metri a destra della
mulattiera che sale verso la contrada Cistemola, là dove cessa la zona
coltivata intensivamente ed inizia il bosco di querce. Tale roccione ha la
larghezza di circa 4 metri, l’altezza massima, alla mezzeria, di poco più
di due metri e meno di un metro ai due lati. La faccia vista del roccione,
volta verso il detto Santuario, è piana e porta la famosa epigrafe, mentre
posteriormente è completamente interrato, a causa della notevole pendenza
della zona boscosa. Non si può perciò misurare lo spessore del macigno,
che è però certamente notevole. L’iscrizione, della larghezza di un
metro e dell’altezza di centimetri 71 – senza la cornice – occupa solo
piccola parte della faccia pianeggiante del roccione e precisamente quella
in alto a destra. La cornice è larga circa 6 cm. ed è soltanto abbozzata
al basso e in parte mancante sul lato superiore a causa del deperimento
della roccia, che doveva presentare dei falli anche all’epoca in cui
furono incise le lettere, come risulta dall’iscrizione stessa. Infatti
alcune lettere sono state distanziate in modo che si comprende che si voleva
evitare di incidere dove si sarebbe dovuto per disporle ad uguale distanza
fra loro, e ciò per evidenti difetti della superficie della roccia; così
fra la prima sillaba ed il resto della parola SACRUM si è lasciato un
intervallo di ben 16 cm. e tra l’A e l’E della parola PRAELIGAR c’è
lo spazio per un’altra lettera. Le lettere dell’epigrafe sono di altezza
variabile: nelle prime righe sono alte circa cm.7,5 e nelle successive
scendono a meno di 6 cm. Anche la distanza tra le righe varia da cm. 5 a
meno di 4. I caratteri sono però molto chiari e ancora ben visibili
nonostante l’alterazione e la degradazione subita dalla roccia, che è
aumentata sensibilmente da quando la lapide fu vista la prima volta dallo
scrivente, diversi decenni or sono. L’autore che s’è intrattenuto con
indiscussa competenza archeologica per alcune pagine sull’acquedotto
romano di cassino, riportandone i dati principali, è il prof. Gian Filippo
Carettoni (che già nel 1936 aveva diretto gli scavi del teatro romano di
quella città, sotto la sapiente guida del sovraintendente alle antichità
della Campania: S. E. Majuri) che nel 1940 diede alle stampe, a cura dell’Istituto
di Studi Romani, il volume "Casinum (presso Cassino)" della
collana: Italia Romana, diretta dai proff. G. A. Giglioli e A. Minta. Il
Giornale d’Italia del 1° agosto 1936 a pag. 3, sotto il titolo "Teatro
romano venuto in luce a Cassino" riportò l’articolo che in
seguito viene trascritto integralmente. Si osserva però che in effetti già
nella pubblicazione fatta dal Ponari 70 anni prima era riportata la pianta
del detto teatro, che il Vizzaccaro ripubblica nella sua opera a pag. 179.
Il detto archeologo al Cap. 9° "Ruderi sparsi" del suo citato
volumetto, a pag. 94, parla dei cunicoli filtranti costruiti dai Romani
nella zona alta dell’attuale "Crocifisso"; accenna all’acquedotto
in parola e descrive dettagliatamente i serbatoi ed altre opere idrauliche
da essi costruite nella zona comprese tra il Teatro, la Villa Petrarcone, la
Villa Ponari, il cosiddetto "Quartiere" ed il fabbricato dei
"Cappuccini". Poi, sotto il titolo "Acquedotto",
dalla pag. 107 alla pag. 110, descrive sommariamente l’acquedotto che
portava l’acqua da Valleluce a Cassino e parla della lapide incisa sul
roccione di Casalucense, che egli chiama "Casaluce". Sarà qui di
seguito riportato integralmente quanto scritto dal prof. Carettoni sulle
dette opere idrauliche costruite dai Romani per l’approvvigionamento
idrico dell’antica Casinum e su altri argomenti che con tali opere
potrebbero avere qualche relazione, quali l'anfiteatro ed il teatro.
Da "Il Giornale d’Italia"
del 1° agosto 1936 pag. 3
Teatro Romano venuto in luce a Cassino.
Cassino 31 – Cassino, l’antica Casinum, vuol dare un importante
contributo alla prossima grande rassegna del mondo romano che avrà luogo in
occasione del bimillenario augusteo. E si tratta di contributo di primo
ordine, che, non solo richiamerà l’attenzione di tutti gli appassionati
delle memorie di Roma; ma costituirà un campo interessantissimo per gli
studiosi degli antichi monumenti romani. Da due mesi ormai si lavora,
silenziosamente ma tenacemente senza tregua, con passione e con fede; per
rimettere in luce un teatro romano. Affioravano appena le mura
superiori della cavea, mura in opera reticolata di buona epoca, mura quanto
mai tentatrici per il piccone dell’archeologo! E l’archeologo venne, un
giovane, un modesto studioso, un appassionato, il dott. Carettoni. Lo
incoraggiarono i maestri, ebbe l’alto ausilio della Sopraintendenza di
Napoli e, pur trepidando, si accinse all’arduo lavoro. Ora, che l’opera
è inoltrata, si può ben dire che Cassino romana non tradirà le speranze.
Lo scavo paziente ha messo in luce già oltre la metà della scena e le
linee inferiori della cavea, perfette, classicamente ammirevoli. Si è
scoperto uno degli ingressi della scena con la gradinata intatta. Si sono
messi in luce i pozzi per i meccanismi del sipario ed il cunicolo (alto m.
1,90) per il deflusso delle acque sotto il piano dell’orchestra. Furono
trovate alcune parti di statue ed innumerevoli frammenti architettonici,
alcuni assai importanti e di fine esecuzione. Venne alla luce fra l’altro
una base triangolare di candelabro in marmo con figure di satiri e menadi,
pezzo pregevolissimo. E frammenti di vasi aretini di squisita fattura e
monete e diverse parti di un’iscrizione che sembrava indicare il nome del
costruttore. Questi ritrovamenti, già da soli ripagherebbero lo sforzo,
lasciando adito a speranze per il resto dello scavo che prosegue
alacremente. Indubbiamente siamo di fronte ad un teatro romano di età
augustea di dimensioni non inferiori a quelli analoghi monumenti fino ad ora
conosciuti e per la stessa costruzione e per le parti ornamentali d’importanza
ben superiore a quella che si sarebbe potuto supporre per un centro di
provincia. Attendiamo ora di conoscere i risultati di ulteriori
lavori di scavo che auguriamo brillanti e tali da premiare la fede e la
tenacia del giovane dott. Carettoni, che vi attende con passione di studioso
sotto la guida autorevole e illuminata dell’illustre prof. Majuri,
Sopraintendente alle Antichità della Campania.
Da Carettoni, "Casinum" pag. 96.
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