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Acquedotto
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Lacquedotto di Casinum aveva origine nel territorio di S. Elia, quasi al
confine dellagro cassinate, e seguiva per lungo percorso i fianchi dei monti sulla
sinistra e sulla destra del Rapido (sic!). Se ne sarebbe notevolmente abbreviato il
percorso facendolo scendere direttamente verso Casinum; ma ciò oltre ad importare la
costruzione di arcate in muratura, ne avrebbe diminuita la solidità e la comodità di
sorveglianza che si sono invece ottenute mantenendo la maggior parte della costruzione a
contatto col monte e scavando il letto o almeno uno dei lati del cunicolo dentro la
roccia. Dove era indispensabile si è ricorso a costruzione sopraelevata, ma appena di un
paio di metri dal piano di campagna; è una muratura massiccia, senza archi, in opera
cementizia di quella caratteristica compattezza che si nota anche nei serbatoi. Pochi sono
i tratti in galleria, limitati alla prima parte del percorso e difficilmente superano i 50
m. di lunghezza; qui lo speco ha laltezza di m. 1,30 e una lunghezza di m.
0,40-0,45; la volta è di costruzione irregolare con tendenza alla forma tondeggiante. La
parte inferiore del cunicolo, laddove scorreva lacqua, nei periodi di flusso
normale, è rivestita da uno strato di "opus signinum"; coperto a sua volta di
intonaco finissimo, in modo da formare uno zoccolo alto circa cm. 50. La seconda parte del
percorso, che è quasi tutta esterna, non richiedeva la possibilità di poter penetrare
facilmente nel cunicolo, e questo viene quindi tenuto più basso, pur mantenendo costante
la larghezza; le parti in muratura sono andate distrutte, ma il taglio nella roccia
consente di seguirne il tracciato abbastanza agevolmente. Di tanto in tanto
lacquedotto aveva chiusini, di forma rotonda o quadrata, che servivano per le
verifiche e la circolazione dellaria. La lunghezza dellacquedotto non si può
stabilire che approssimativamente per lirregolarità del tracciato; ma gli 8 Km.
calcolati dal Ponari vanno almeno raddoppiati. La pendenza è minima ed in così lungo
percorso supera di poco i 100 m. Le sorgenti erano in contrada Campo, un chilometro a N.E.
di Valleluce, in uno stretto e verdeggiante valloncello rigato da un modesto corso
dacqua, che segue poi la mulattiera per S. Elia. Il condotto segue dapprima,
con breve tratto in galleria, il tracciato della mulattiera verso Valleluce, passando
sotto il paese e fiancheggiando poi la strada per Casaluce. La traccia qui è sempre
perfettamente identificabile, perché al posto dellacquedotto passa ora un comodo
sentiero; continua a mezza costa sulla sinistra del Rio Secco in direzione di
Belmonte, ma
prima di raggiungere il paese passa sulla destra del Rio, volgendo verso
Casinum. Sarebbe
troppo lungo descrivere il tracciato, non sempre facilmente identificabile, fino alla
città, attraverso gli uliveti e le boscaglie, seguendo nelle loro forme capricciose i
mille anfratti dei monti, oltrepassata la linea delle mura poligonali lo si trova poco
sopra la Rocca Janula, presso la svolta della rotabile di Montecassino: di qui va in
direzione del Crocifisso; ed è possibile riconoscerne le tracce, più o meno facilmente
identificabili, fino quasi ai serbatoi. Uno di questi doveva raccogliere le sue acque,
perché in città aveva certamente un luogo di deposito e di distribuzione.
Uniscrizione incisa sulla roccia di Casaluce, circa 100 m. al disotto della
conduttura, ci apprende in nitidi caratteri il nome del costruttore:
NVMPHIS AETER
NIS. SACRUM
TI. CL. PRAEC. LIGAR
MAGONIANUS. PER
PRAECILIUM. ZOTICUM
PATREM. AQUA INDVXIT (sic) |
Il nome è quello di un liberto, e la sigla TI.
CL. (Tiberius Claudius) fissano un termine per la datazione del manufatto, per il quale
non si può quindi risalire più addietro delletà dei Claudii; lopera, anche
per i caratteri epigrafici delliscrizione, può appartenere alla fine del 1° sec.
d.C. Unaltra iscrizione, inedita, da riferirsi anchessa allacquedotto,
esisteva circa tre secoli or sono nella chiesa di Valleluce, e vi si parlava di un Albinus
(forse il magistrato sotto il quale venne eseguito il lavoro) il quale aveva condotto
lacqua fino a Casinum per millia passum XV; misura che può corrispondere a quello
del condotto>>. Il Vizzaccaro nel suo volume "Marco Terenzio Varrone",
edito in Roma nel 1954 dalle Arti Grafiche Italiane, riporta a pag. 85 la detta iscrizione
e nelle pagine seguenti scrive: <<In onore di questi geni locali e specialmente di
Deluetino, Procilio Zotico, di cui alla iscrizione che abbiamo riportato, dedicò
lacquedotto che portava le acque in Cassino, di cui se ne rinvengono tracce ancora
sui monti circostanti il Comune di S. Elia F.R. ed ove, in contrada Salaùca, nella
seconda metà del secolo scorso, lo storico Marco Lanni di quel Comune, rinvenne altra
iscrizione che conferma il nostro assunto, scolpita in un masso nel podere della baronessa
Benedetta Patini>>. Evidentemente il Vizzaccaro fa confusione di persone e di
luoghi, essendo il Procilio Zotico dellepigrafe di Casalucense il costruttore
dellacquedotto e non lautore dellepigrafe ed essendo la contrada
Salaùca in pianura e a quota 90 a sud-est di Casalucense ben diversa dalla
località in cui trovasi liscrizione relativa allacquedotto, che sta a Nord
del detto Santuario a quota di circa 200. Infatti lepigrafe di cui parla il
Lanni, rinvenuta in contrada Salaùca, nei pressi della Villa Fulvia, come egli stesso
scrive nella citata monografia, ha carattere sepolcrale e non aveva nulla a che vedere né
con Deluetino né con il ripetuto acquedotto. Un accenno allacquedotto romano di
Cassinoed alle località da esso attraversate nel suo ultimo tratto è fatto da Fred
Majdalany che, nel suo volume "La Battaglia di Cassino" edito nel 1958 da
Garzanti, scrive: <<Cassino esisteva già nel quarto secolo avanti Cristo, al tempo
dei Romani che la chiamavano Casinum. Oltre ai soliti ruderi di acquedotti e di templi,
oltre al bellanfiteatro, vi si conservano ancora, e in buone condizioni, le terme
romane, sepolte in una suggestiva cornice di boschi ove i corsi dacqua sono nascosti
dai salici piangenti che piangono chiome più folte dei loro fratelli anglosassoni, quasi
a significare che in clima mediterraneo anche gli alberi sono più emotivi
>>.
Parlando poi della terza Battaglia di Cassino: 15-17 marzo 1944, afferma che con la stessa
fu occupata la Rocca Janula, che chiama "Collina del Castello", il Monte Venere
(che chiama "Collina dellImpiccato", forse perché i ruderi del sostegno
della funivia di Montecassino aveva laspetto di una forca), la Quota 165
sulla 1^ curva della strada vicino alla Rocca e la Quota 236 a monte della curva
sovrastante. Vi parteciparono il 1° Battaglione Essex, la 5^ Brigata Indiana e truppe
Neozelandesi. Lacquedotto passava poco più a monte della curva che sta in
prossimità della Rocca Janula, come lo dimostra una pietra lavorata a scalpello che
costituiva un fianco dellantico acquedotto, che sta nel terreno riportato alla
Particella 84 del Foglio di Mappa 31.
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Sorgenti
di alimentazione
dell'acquedotto
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L’epigrafe di
Casalucense si riferisce all’acquedotto romano di Cassino o non ha nulla a
che fare con esso?
Tutti coloro che si sono occupati dell’epigrafe incisa sul roccione che
sta a nord del santuario di Casalucense ritengono che essa si riferisca all’acquedotto
di Cassino. Infatti il Ponari scrive: <<Leggendosi… nella storia di
Cassino…. Che un acquedotto… non rimane dubbio che quella iscrizione
riguarda l’acquedotto di Cassino>>. Il Lanni riferisce che nel 1865
l’abate De Vera fece scavare nei pressi della Chiesa di Casalucense un
pozzo e <<in quest’occasione cavandosi delle pietre poco più su
della Chiesa, vi fu scoperta, incisa sulla roccia, l’iscrizione
commemorativa del condotto che portava l’acqua a Cassino>>. Anche il
Carettoni ritiene che l’epigrafe di Casalucense si riferisca all’acquedotto
di Cassino, scrivendo egli nel suo volumetto su "Casinum":
<<Un’iscrizione incisa sulla roccia a Casaluce, circa 100 m. al di
sotto della conduttura, ci apprende in nitidi caratteri il nome del suo
costruttore>>. Il Vizzaccaro è dello stesso parere, come si è visto
innanzi, allorchè, parlando del Procilio Zotico della detta lapide, scrive
che costui dedicò ai geni locali <<l’acquedotto che portava le
acque in Cassino>>. Lo scrivente invece, senza alcuna pretesa di
essere un archeologo, si permette di ritenere essere di parere contrario,
per le seguenti ragioni. Il Ponari, nelle sue ricerche storiche,
immediatamente prima della frase innanzi riportata con la quale afferma che
sicuramente l’epigrafe riguarda l’acquedotto di Cassino, scrisse che l’iscrizione
<<che osservasi incisa in un masso della roccia in mezzo al bosco,
veduta la prima volta non sono ancora due anni, per essere stati rimossi
alcuni ingombri che la tenevano occulta, ci rivela che un certo Magoniano
per Precilio Zotico fece chiudere in condotto l’acqua di quel bosco>>.
L’esponente ritiene perciò che il Ponari, oltre a tradurre esattamente l’epigrafe,
(a differenza di quanto aveva fatto il sacerdote Iannelli, nella versione
riportata dal Lanni) è nel giusto anche quando afferma che per (opera) di
Precilio Zotico fu chiusa nel condotto l’acqua <<di quel bosco>>,
cioè del bosco che sta a nord della sorgente di Casalucense. Ma affermare
ciò significa che l’iscrizione in oggetto non riguarda affatto l’acquedotto
di Cassino, e se il Ponari cadde in tale contraddizione ciò è solo dovuto
al fatto che non ebbe esatta conoscenza dei luoghi, giacchè l’acquedotto
che portava l’acqua a Cassino, pur passando non lungi dall’epigrafe in
parola, trovasi ad una quota di un centinaio dimetri più alta e non poteva
perciò convogliare l’acqua di <<quel bosco>>, ma condottava
quella della località Campo 1° della frazione di Valleluce, la cui
abbondante sorgente trovasi più in alto e a circa 3 Km. di distanza. Era
perciò da ritenere che altra sorgente dovesse trovarsi nel bosco di
Casalucense e che a questa dovesse riferirsi l’iscrizione ivi esistente.
Se l’iscrizione si fosse riferita all’acquedotto di Cassino perché
sarebbe stata incisa sopra una roccia notevolmente distante e tanto più in
basso del luogo attraversato dall’acquedotto, ove (essendo il terreno
tutto di natura rocciosa) non mancavano massi di pietra calcarea su cui
potere incidere iscrizioni? Si opinò da qualcuno che in quei pressi
passasse una diramazione dell’acquedotto, a cui poteva far pensare l’aggettivo
"principale" della traduzione fatta dal sac. Iannelli. In tal caso
non si sarebbe incisa l’iscrizione nel luogo in cui aveva inizio la
diramazione perché quasi inaccessibile e lontano da strade, mentre il
roccione che porta l’iscrizione sta in prossimità di una via mulattiera.
Ma non sarebbe stato in tal caso più logico inciderla ancora più a valle,
cioè nel luogo di arrivo della diramazione, probabilmente in prossimità
della villa che doveva trovarsi non lontano dall’attuale Santuario della
Madonna delle Indulgenze? Ma vi sono altri casi di dediche fatte alle Ninfe
per acqua condotta e tanto lontano dalle sorgenti? Il Carettoni è del
parere che le Ninfe alle quali è dedicata l’epigrafe siano quelle dei
boschi. All’esponente sembra invece più logico che, trattandosi di acqua,
le Ninfe dell’iscrizione dovessero essere quelle dell’elemento liquido.
Quindi non ninfe dei monti (Oreadi) o dei boschi e degli alberi (Driadi e
Amadriadi), né infine quelle dei prati e delle valli (Napee), ma Ninfe dell’acqua.
E poiché nella zona non vi sono né laghi né mare, non poteva trattarsi di
Limpiadi o Oceanine o Nereidi e che perciò, per esclusione, le Ninfe dell’epigrafe
non potevano essere che le "Naiadi azzurre": ninfe dei corsi d’acqua
e delle sorgenti. Ma non essendovi in quella località alcun fiume o corso d’acqua
di una certa importanza, bisognava che vi fosse almeno una qualche sorgente,
sembrando all’esponente assai poco probabile, come già detto, che la
dedica si riferisce ad un’acqua condottata. Tali considerazioni dovevano
rafforzare l’ipotesi che l’iscrizione incisa sul roccione a Nord di
Casalucense non avesse nulla a che vedere con l’acquedotto romano di
Cassino che, con la sua presenza poco lontano dall’epigrafe, indusse in
errore coloro che si occuparono di tale argomento ed in special modo il sac.
Iannelli, col fargli tradurre in "principale" la parola "patrem"
ritenendo che la condotta a cui si riferiva l’iscrizione fosse una
diramazione per Casalucense dell’acquedotto principale che adduceva l’acqua
a Cassino. L’ecc.mo Abate di Montecassino, dopo assicurazioni avute da
persona competente, nel ricercare la sorgente, fece scavare alcuni anni or
sono l’arido terreno sito ai piedi del roccione su cui è incisa la
ripetuta iscrizione e a non grande profondità fu rinvenuta una sorgente di
piccola portata ma di acqua perenne, unitamente ai resti di un antico
piccolo acquedotto in muratura. Poco dopo tale acqua fu condottata fino al
Santuario di Casalucense (di proprietà dell’Abbazia di Montecassino) e
alla casa di abitazione del proprietario del fondo sul quale essa è stata
rinvenuta, casa che sta in prossimità del detto santuario. E una fontanina
fu messa sul largario antistante al convento, assai utile per i viandanti,
per il fatto che in quella località non vi sono altre sorgenti oltre a
quelle, di notevole portata, denominate "Salaùca" e "Capodacqua"
che stanno però alla distanza di circa un chilometro dalla Chiesa di
Casalucense, e ad un livello di oltre 100 m. più basso. Col rinvenimento
della sorgente ai piedi dell’epigrafe e dei ruderi del relativo antico
acquedotto, sembra all’esponente che non si possa e non si debba più
mettere in dubbio che l’iscrizione di Casalucense non abbia nulla a che
vedere con il non lontano acquedotto di Cassino e che essa si riferisce
invece all’acquedotto locale che certamente convogliava lacqua non molto lontano dalla sorgente.
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Epigrafe
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