Home page
3 settembre 2010
Storia | II Guerra Mondiale | Cultura | Archeologia | Montecassino | Territorio | Info | 
freccia.gif Preistoria
freccia.gif Casinum
freccia.gif San Germano
freccia.gif Cassino
freccia.gif Toponomastica anteguerra
freccia.gif S. Germano nel 1734
freccia.gif Lo Stemma di Cassino
freccia.gif I travagliati piani di ricostruzione per una nuova Cassino*

freccia.gif Parco del Gari
freccia.gif Corteo storico
freccia.gif Teatro comunale
freccia.gif Museo della guerra
freccia.gif L’Archivio Storico Comunale di Cassino
freccia.gif Il nodo di interscambio di Cassino
freccia.gif La memoria di pietra

freccia.gif Perché Cassino e non Casino?
freccia.gif IL Liceo Carducci
freccia.gif Relazioni Storiche tra
freccia.gif Fiera di S. Maria della Neve
freccia.gif Resti dell'acquedotto romano a Caira
freccia.gif Amministratori di Cassino dal 1800
freccia.gif Catasti Onciari di Terra di Lavoro
freccia.gif Il castello di Trocchio
freccia.gif Dall’epigrafe di Prepoie
freccia.gif La battaglia di Cassino del 1266*
freccia.gif Le origini di Cassino
freccia.gif Cosa resta delle antiche torri di San Germano
freccia.gif Le fortificazioni medioevali di Cassino

freccia.gif Torre - Patte I°
freccia.gif Torre - Parte II°
freccia.gif Torre - Parte III°

freccia.gif Notizie sulla produzione e sul commercio degli aghi a S.Germano (a.1676)



Casinum


Pianta di Casinum e le sue mura

In epoca protostorica quell'antico centro, che i Romani poi chiamarono Casinum, si trovò ristretto in un breve territorio tra i Volsci a nord e gli Osci a sud: probabilmente ciò che restava degli autoctoni Ausoni (v. cap. 3.13.). Sulla presunta derivazione del nome Casinum da "cascum" o da "Casnar" non conviene soffermarsi perché si tratta solo di una ipotesi antica ma mai confermata. L'illustre letterato Marco Terenzio Varrone, che in loco ebbe una sontuosa villa, ci informa che per lunghi periodi i Sanniti occuparono la città, fino a quando i Romani la conquistarono definitivamente per farne un proprio baluardo contro le sollecitazioni nemiche dal meridione. In epoca romana la città si trovava adagiata sulle pendici sud orientali del monte Cassino, protetta da una poderosa cinta muraria risalente all'ultimo periodo dell'età del ferro. Le mura, dopo aver abbracciato il centro urbano di Casinum, si snodavano in direzione nord fino al colle Janulo per poi risalire fino alla vetta, dominata dall'acropoli (anche questa poderosamente fortificata); di qui discendevano lungo il crinale meridionale per ricollegarsi alla città e chiudere l'enorme triangolo che avevano descritto.
La superiore acropoli, con le sue mura poligonali e ciclopiche (foto 1) - osservabili ancora oggi - aveva forma rettangolare, ospitava un tempio di Apollo e, forse, uno in onore di Giove; un altro tempio, dedicato a Venere, pare che sorgesse subito fuori le mura, sulla gobba del monte che domina la sottostante città (di qui, si dice, il nome di "monte Venere"). Alcuni studiosi ritengono che l'acropoli fosse preesistente alla città. Sotto la dominazione romana Casinum fu colonia, prefettura e municipio; ottenne la piena cittadinanza romana nel 188 a.C.; subì le devastazioni dell'esercito invasore di Annibale e seguì le alterne vicende della politica romana. Raggiunse il suo massimo splendore nel periodo imperiale: la città, infatti, fu arricchita con monumenti notevoli quali un teatro e un anfiteatro (I sec. d. C.) - i cui resti sono ancora oggi vanto della città -, terme, tombe monumentali, un foro boario e un foro cittadino, un audace acquedotto che trasportava l'acqua dalle sorgenti di Valleluce al centro urbano dopo aver percorso ben 22 chilometri di montagna.

Le strade: Le strade dell'antico centro, per lo più pedemontane, si snodavano su due direttrici principali: est-ovest, che consentivano i collegamenti con Roma e Capua, e sud-nord, che allacciavano la città con il mare e con i pascoli delle Mainarde. Altri tracciati a valle, a causa delle frequenti alluvioni dell'epoca, dovevano essere a carattere stagionale. La consolare via Latina - che da Roma conduceva a Capua - tagliava fuori Casinum, passando per Aquinum e Interamna Lirenas (oggi Pignataro Interamna); però da Aquinum si dipartiva una variante che andava a lambire le mura di Casinum per poi volgere di nuovo in direzione di Capua procedendo parallelamente all'attuale via Appia (anche questa molto antica; però non va confusa con l'omonima "regina viarum") oltre le pendici meridionali di monte Trocchio. Spesso ed erroneamente si identifica il tracciato della via Latina con quello dell'attuale via Casilina. Un sicuro tracciato di epoca pre-romana è la via pedemontana che usciva dalle mura di Casinum, dalla "porta romana", e si dirigeva verso Villa S. Lucia e Roccasecca, parallela alla via Casilina. Un'altra strada di notevole importanza usciva dalla città da porta campana (foto 2) recentemente ritrovata - e volgeva verso il foro, che probabilmente sorgeva sul sito dell'attuale chiesa cattedrale di S. Germano, e proseguiva in direzione di S. Elia, con una diramazione verso la Valle di Comino. I resti di numerosi ponti testimoniano ancora oggi i tracciati dell'antica rete stradale.

I centri abitati: Il territorio di Casinum era costellato di piccoli centri abitati (pagi e ville) in luoghi collinari o comunque sollevati rispetto al fondovalle acquitrinoso. Celebre la villa di Varrone, nella cui proprietà scorreva un fiume dai "margines lapidei", il Gari, che ha le sue maggiori sorgenti proprio lì, in prossimità della villa di Varrone - tale sito oggi viene identificato con leTerme Varroniane (foto 3) ed è rinomato per la purezza delle sue acque oligominerali -. Un centro rurale di discreta importanza, specialmente per la produzione dell'olio, sorgeva in località S. Michele, alle falde meridionali del monte Aquilone: lì sono stati rinvenuti i resti di alcune ville patrizie, alcuni dei quali inglobati, nel medioevo, in strutture monastiche dei Benedettini. Altri nuclei abitati sorgevano sulle colline di S. Vittore, Cervaro, S. Elia, Valleluce, a S. Angelo in Theodice e in tutto il fondovalle tra il Garigliano e Rocca d'Evandro. Una epigrafe, infine, ci segnala un non identificato "pagus lapillanus".

Le acque: Un aspetto importante del territorio di Casinum fu senz'altro - e lo è tuttora - l'abbondanza delle acque di superficie. Gli storici romani ce ne fanno conoscere due: lo "Scatebra", che potrebbe corrispondere all'attuale Gari, con le sorgenti ai piedi orientali di Monte Cassino (tra cui quelle già dette delle Terme Varroniane), e il "Vilneus", che ha conservato il nome fino a epoche recenti, e che potrebbe corrispondere, con molta probabilità, all'attuale Rapido che bordeggia il lato nord-est della città di Cassino. Una molteplicità di piccoli corsi d'acqua, infine, discendendo dai monti circostanti, spesso in maniera violenta, bagnava l'intero territorio, esponendolo ai rischi di frequenti alluvioni. Gli storici antichi, con riferimento a Casinum, descrivono spesso le fredde acque del Liri, ma tale importante fiume lambiva soltanto i margini meridionali dell'area di interesse della città.

Le attività e il foro: Dalle fonti storiche e dall'epigrafia sappiamo che gli abitanti di Casinum erano dediti alle attività connesse con l'agricoltura, la pastorizia ed il commercio; ma molto importante era anche l'artigianato: la lavorazione del ferro (fabri), la produzione di funi (restiones), dell'olio (caplatores), di canestri in vimini (fiscinae); rinomati erano anche i suonatori in pubblici spettacoli (aeneatores): quasi tutti gli addetti a questi settori erano organizzati in corporazioni, di cui le epigrafi ci danno ampia notizia. Non poteva mancare il "foro", il luogo dove si svolgevano gli affari ed il commercio. Livio e Varrone ci parlano di un forum vetus che probabilmente nei tempi più antichi sorgeva all'interno della città; ma una epigrafe ci dà notizia di un altro foro che era collegato alla città da una strada basolata (foto 5). Questo, anche secondo un'antica tradizione, doveva sorgere in pianura, ai piedi della Rocca Janula, e precisamente sull'attuale "via del Foro", dove nel medioevo sorse il nucleo della nuova città di S. Germano; il luogo sarebbe stato, secondo la tradizione, un centro commerciale di notevole importanza, con templi maestosi ed edifici pubblici; numerosi ritrovamenti lo confermerebbero: nel passato la presenza in loco di alcune epigrafi fece ritenere che lì, durante l'Impero, sorgessero una basilica, un tempio della Concordia ed uno di Ercole. La stessa tradizione vuole che tale centro si chiamasse "Eraclea", ma ciò è tutto da dimostrare. L'intero territorio dovette godere di un discreto benessere durante tutto il periodo dell'Impero: la presenza di ville patrizie, come quella di Varrone, di mecenati, comeUmmidia Quadratilla, della quale sono ancora visibili i resti della tomba (foto 6), e di costruzioni monumentali, qualiil teatro (foto 7) el'anfiteatro (foto 8) ne sono una valida conferma.

I barbari e il declino: Ma con la caduta dell'Impero romano l'ager casinas e la stessa Casinum subirono numerose devastazioni in seguito alle invasioni barbariche: nel 410 i Goti, nel 455 i Vandali, nel 476 gli Eruli, nel 493 gli Ostrogoti, solo per citare le più importanti. La conseguenza più notevole di tali ondate devastatrici fu certamente lo spopolamento della zona, l'abbandono delle grandi direttrici stradali, percorse dalle orde barbariche e il rifugio delle popolazioni atterrite nei pagi montani. Altra ovvia conseguenza fu la radicale trasformazione dell'economia locale: i fertili rura descritti da Silio Italico furono in balìa delle acque stagnanti e delle erbe infestanti; la popolazione artigiana e cittadina si dedicò alla coltivazione degli orti sulle colline circostanti e all'allevamento di pochi animali domestici; molti mestieri tipicamente cittadini furono abbandonati e quindi perduti; la schiera dei professionisti, che doveva essere molto nutrita, finì per disperdersi, avendo cercato rifugio in luoghi più sicuri; il commercio, che ha bisogno di sicurezza e stabilità, si ridusse a piccoli traffici locali. Non tutti, naturalmente, abbandonarono la città; come sempre accade in situazioni simili una sparuta comunità di cittadini, disposti a vivere di espedienti e ad "arrangiarsi", avrà certamente preferito rimanere tra le macerie e le case disabitate, dandosi anche un minimo di organizzazione sociale. Ce lo dimostra la presenza in Casinum - documentata dalle fonti - di un vescovo di nome Caprasio nel 465 e, forse, di un altro di nome Severo nel 487: dunque la città nel secolo V era sede vescovile. Il centro urbano, inoltre, fu trasformato in oppidum o castrum, cioè città fortificata; qualche secolo dopo si chiamerà infatti "Castrum Sancti Petri" per la presenza di una chiesa dedicata al primo degli apostoli (oggi il luogo è denominato "Rione Colosseo").

Tre civiltà a confronto: Nella seconda metà del V secolo l'Impero Romano, dunque, fu percorso, scosso e sconvolto da due fremiti violenti ed irrefrenabili: le invasioni barbariche e l'affermarsi del Cristianesimo. Due fatti storici di indescrivibile portata, due rivoluzioni che abbatterono l'ormai vecchio ceppo dell'Impero e, al contempo, lo rivivificarono infondendogli nuova linfa e gli conferirono immortalità. Tre culture si sovrapposero: quella romana, quella cristiana e quella gotica. Da quegli eventi nacque la civiltà occidentale, nacque l'Europa. L'elemento che organizzò ed unificò quelle culture, che sembravano antitetiche fra loro, fu il monachesimo - quello benedettino in particolare -, che ne selezionò i valori vitali e li diffuse in tutta Europa: fu questa la motivazione profonda della elezione di S. Benedetto a Patrono e Protettore d'Europa.

Non più Casinum: Cosa accadde sulle rive del Gari tra la caduta dell'Impero romano e la salita di S. Benedetto a Montecassino non ci è possibile sapere: mancano le fonti scritte, mancano i resti archeologici. Fu il grande papa Gregorio Magno a narrarci la venuta del santo patriarca (a. 529) fra le rovine dell'acropoli di Casinum, frequentata ancora da gente pagana "infidelium insana multitudo". Da questo momento la storia della città diventa storia del monastero di Montecassino: di Casinum non si parla più. Le piogge, i venti, le frane, il tempo ne seppelliranno i ruderi e la memoria; sotto metri e metri di terra quelle rovine sono giunte fino a noi e attendono ancora tempi migliori per essere riportate alla luce.

Mura ciclopiche
Mura ciclopiche
(foto 1)
Porta campana
Porta Campana
(foto 2)
Cassino - Terme Varroniane -
Terme Varroniane
(foto 3)
Strada basolata
Strada basolata
(foto 5)
Cassino.-  Tomba di Ummidia Quadratilla -
Tomba di Ummidia
(foto 6)
Cassino - Teatro Romano -
Teatro Romano
(foto 7)
Cassino -  Anfiteatro Romano -
Anfiteatro Romano
(foto 8)

Eulogimenopolis

Una nuova città, sulle acque limpide del Gari, stentò a nascere. Provò per primo l'abate Bertario (ab. 856-883) a fondarla, scegliendo come sito le rovine del foro di Casinum - quasi a voler ricercare la continuità con l'antica città -. Lì i suoi predecessori avevano costruito un monastero, poi una chiesetta in onore di S. Benedetto (ab. Potone, 771-778), e la chiesa di S. Maria delle Cinque Torri (forse con l'ab. Teodemaro, 778-797), esempio unico nella storia dell'architettura religiosa: struttura a pianta centrale con colonnato interno, sormontato da quattro piccole torri agli angoli esterni e da una più ampia al centro (di qui il nome della chiesa). La chiesetta di S. Benedetto fu fatta abbattere dall'abate Gisolfo (ab. 797-817) per far posto alla basilica del Salvatore. Bertario, spinto dalle frequenti incursioni dei Saraceni, che distruggevano tutto al loro passaggio, iniziò a far costruire le mura quando già aveva scelto il nome: Eulogimenopolis, cioè "città di Benedetto". Le mura dovevano proteggere il monastero sul Rapido (in cui ormai risiedeva l'abate con una numerosa comunità monastica), l'annessa basilica del Salvatore e la vicina chiesa di S. Maria delle Cinque Torri; non sappiamo se lì vivessero altre persone oltre i religiosi. Durante i lavori la chiesa del Salvatore ricevette la visita dell'imperatore Ludovico II (a. 874), che lasciò in dono una reliquia di S. Germano vescovo, amico fraterno di S. Benedetto: per questa ragione la chiesa del Salvatore fu, successivamente, dedicata a S. Germano. Purtroppo l'abate Bertario non riuscì nel suo intento. I Saraceni, col beneplacito del duca di Gaeta, si erano attestati alla foce del Garigliano, dove, sulla collina di "monte d'Argento", avevano edificato una fortezza, i cui resti sono visibili ancora oggi; di lì da molti anni spargevano terrore e lutti in ogni direzione. Nell'883, il 4 settembre, risalirono il corso del Garigliano ed assaltarono il monastero di Montecassino facendo scempio di cose e persone. Circa un mese e mezzo dopo (il 22 ottobre) i Saraceni si avventarono anche contro il monastero e la basilica sottostanti; durante l'assalto trovò un'orrenda fine anche l'abate Bertario e con lui il sogno di veder sorgere la città di S. Benedetto. La comunità monastica abbandonò i luoghi ormai desolati e si trasferì a Teano e poi a Capua. Solo nella seconda metà del secolo decimo l'abate Aligerno diede nuovo impulso vitale al monastero di S. Benedetto e all'intero territorio circostante, che ormai veniva chiamato "Terra di S. Benedetto"; fece costruire laRocca Janula (foto 8) e molti altri castelli presso le numerose celle che erano sorte sulle colline attorno. Durante la costruzione della Rocca Janula Aligerno fu catturato da Atenolfo, signore di Aquino, e trascinato in catene ad Aquino tra gli insulti della gente; dopo la liberazione ad opera del principe di Capua, Aligerno seppe perdonare Atenolfo. Il violento terremoto del 1004 danneggiò gravemente le strutture murarie della Rocca.

Cassino - Rocca Janula -
Rocca Janula
(foto 8)

Da "CASSINO DALLE ORIGINI AD OGGI"  di Emilio PISTILLI   - Edfizioni - Idea Stampa  Cassino
Eraclea di Campania: Un'ipotesi da vagliare di Antonio Giannetti

La presenza di una città di nome Eraclea in Campania, ai tempi di Roma, fu messa in evidenza, a partire dal medioevo, da vari cultori di storia locale, il più antico dei quali sembra essere stato Pietro Diacono, monaco benedettino vissuto dal 1107 al 1159, bibliotecario ed archivista di Montecassino. Questi identificò in Cassino la città con quel titolo anagrafico, opinando come qualmente Cassino si fosse chiamata Eraclea in un certo periodo della sua lunga storia per la particolare devozione dei suoi abitanti verso quel dio possente, conosciuto dai romani col nome di Ercole, ma da greci e grecanici con quello di Eracle. Forse pensava il nostro storico che, il concorrere dei pellegrinanti verso il tempio consacrato in Cassino a quella divinità in tempi pagani, avesse influito talmente sulla voce pubblica da far costituire all’antico toponimo quello di Eraclea; così come era avvenuto, a partire da più di due secoli prima cioè ai tempi cristiani, che la dizione <<S. Germano>> si era imposta su quella di Casinum e su quella più recente di <<Eulogimenopoli>> nella parlata comune dei pellegrini che vi si recavano a venerare il nume del santo vescovo cristiano di cui la città conservava una reliquia. La faccenda tuttavia non era mai accaduto al tempo di Roma e quella identificazione, sebbene raccolta e divulgata da altri scrittori successivi, è stata sempre ritenuta dai benpensanti una errata concettuale illazione del sunnominato monaco. Il quale, da impareggiabile spulciatore di peregrine notizie, aveva desunta quella in questione dall’opera di Lucio Anneo Floro, storico epitomatore, vissuto ai tempi di Adriano, imperatore dal 117 al 138 d.C. Essa s’inquadrava in un episodio della guerra di Pirro contro Roma e precisamente in quello della prima battaglia combattuta dai due contendenti tra la città di Eraclea Lucana (odierno villaggio di Policoro) e il fiume Siri nel 280 a.C. Molto probabilmente Floro, dovette leggere Liri al posto di Siri, l’uno fiume che sfocia nel Tirreno, a SE di Formia, l’altro nel mar Ionio, a SO di Taranto; di conseguenza ritenere che quella cotale battaglia si fosse combattuta in Campania e non in Lucania. Di rimando il nostro monaco benedettino opinò in questo modo: Cassino, anzi Casinum, conserva un cimelio, attributo di Ercole, quindi questo dio dovette essere venerato in questa città: e poiché Ercole in greco si dice Eracle, è Casinum la città detta Eraclea Campana. Ecco qui il brano in questione sia nel testo latino sia in traduzione: Apud Heracleam Campaniae fluviumque Lirim, Laevino consule, prima pugna ecc.; <<presso Eraclea di Campania e il fiume Liri, sotto il console Levino, ebbe luogo la prima battaglia>>. Come si vede Floro ci teneva a far notare che questa Eraclea si trovava in Campania, cioè in quel territorio che noi oggi chiamiamo Pianura Campana e che si estende dalla Penisola Sorrentina a Formia. Ma si dirà: E’ possibile concepire una tale confusione? Non aveva il nostro epitomatore altri testi per controllare l’esattezza di quella tale interpretazione? Con la nuova dizione, e cioè col sostituire il termine Liri a quello legittimo di Siri, si cadeva in un grosso errore storico, sconvolgendo il piano strategico e la consequenzialità degli episodi di tutto un importante conflitto. Se però nessun dubbio sfiorò la mente del nostro, ciò dovette derivare dal fatto che egli traeva le notizie da un altro epitomatore e non direttamente da Livio da cui avrebbe appreso altre circostanze che l’avrebbero fatto ricredere. La sua fonte, invece, riportava concisamente la notizia della battaglia senza altri particolare. Inoltre della Eraclea lucana forse si era perduta memoria, oppure per il lungo silenzio ogni nozione su di essa si era affiochita. Contribuirono sicuramente a rassodare tale errore nella sua mente sia il fatto che Pirro, dopo la battaglia di Eraclea, si era addentrato in Italia fino a giungere nelle vicinanze di Preneste; il che faceva ritenere meno probabile un punto di partenza molto lontano; sia il fatto che una cittadina a nome Eraclea doveva trovarsi veramente non molto lungi dal fiume Liri. Non è ammissibile, infatti, che questa presenza e relativo toponimo siano stati inventati di sana pianta dal nostro storico e accettati in seguito supinamente da altri storici posteriori che quell’episodio narrarono. Così, per citarne un solo, Paolo Oroscio che scriveva negli anni 416-417 d.C., traendo pure lui da un’Epitome oggi perduta e non da Floro, si badi, né da Livio, riporta così la notizia della battaglia di Pirro contro Roma: Itaque apud Heracleam Campaniae urbem, fluviumque Lirim prima inter Pyrrhum, Levinum consulem pugna commissa est. Come è facile notare, la dizione è la stessa. Di conseguenza delle due l’una; o che tutti gli epitomatori hanno preso un abbaglio, ricopiandosi vicendevolmente, o che ritenevano la variazione di Floro degna di fede. Personalmente, pur non accettando lo stesso parere sul contenuto dell’argomento, propendo per questa seconda ipotesi. Il settore della Pianura Campana dove poteva trovarsi una città di quel nome doveva essere quello settentrionale di essa poiché il luogo della battaglia non doveva porsi molto lontano dal fiume Liri. Questo fiume interessa la Campania antica solo dove la pianura s’incunea a destra ed a sinistra dell’acrocoro di M. Maio, negli Aurunci. Ma è proprio qui che incontriamo un antico fossile linguistico a sostegno della tesi di Floro. Infatti si dà ancora il nome di <<Erculanea>> alla via che da Aquino, per Interamna Lirenas (attuale Pignataro Interamna) porta al mare. Il titolo le era derivato dal fatto che attraversata nel suo percorso il territorio dell’attuale comune di Ausonia, dove sorgeva un tempio pagano dedicato ad Ercole probabilmente nella località ora detta S. Maria del Piano. Ercole od Eracle fa lo stesso, ed il cambiamento onomastico si spiega con l’inevitabile sostituzione di linguaggio avvenuta quando la cultura romana soppiantò quella italiota largamente diffusa nella regione. Non è improbabile, quindi, che, in secoli lontani, prima del IV sec. a.C., quella località frequentata dagli Ausoni fosse chiamata grecanicamente <<Heraclea>>, così come si dovette denominare <<Coriano>> la parte montana dello stesso territorio (l’antica Ausonia?) dove si veneravano le due divinità Kore e Janus, greca l’una, romana l’altra. E’ questa un’ipotesi non corroborata da dirette testimonianza, ma quando queste mancano, e ci sono però circostanze indiziarie di qualche rilievo <<la storia è costretta a indovinare>> dice il Manzoni. Il quale aggiunge subito, con la sua solita calzante ironia: <<Fortuna che c’è avvezza>>.


Pdf    Versione adatta alla stampa    Invia ad un amico

Inizio Pagina