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Casinum

Pianta di Casinum e le sue mura
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In epoca protostorica quell'antico centro, che i Romani poi
chiamarono Casinum, si trovò ristretto in un breve territorio tra i Volsci a nord
e gli Osci a sud: probabilmente ciò che restava degli autoctoni Ausoni (v. cap. 3.13.).
Sulla presunta derivazione del nome Casinum da "cascum" o da "Casnar" non conviene
soffermarsi perché si tratta solo di una ipotesi antica ma mai confermata. L'illustre
letterato Marco Terenzio Varrone, che in
loco ebbe una sontuosa villa, ci informa che per lunghi periodi i Sanniti occuparono la
città, fino a quando i Romani la conquistarono definitivamente per farne un proprio
baluardo contro le sollecitazioni nemiche dal meridione. In epoca romana la città si
trovava adagiata sulle pendici sud orientali del monte Cassino, protetta da una poderosa
cinta muraria risalente all'ultimo periodo dell'età del ferro. Le mura, dopo aver
abbracciato il centro urbano di Casinum, si snodavano in direzione nord fino al colle
Janulo per poi risalire fino alla vetta, dominata dall'acropoli (anche questa
poderosamente fortificata); di qui discendevano lungo il crinale meridionale per
ricollegarsi alla città e chiudere l'enorme triangolo che avevano descritto.
La superiore acropoli,
con le sue mura poligonali e ciclopiche (foto 1) - osservabili ancora oggi - aveva forma rettangolare,
ospitava un tempio di Apollo e, forse, uno in onore di Giove; un altro tempio, dedicato a
Venere, pare che sorgesse subito fuori le mura, sulla gobba del monte che domina la
sottostante città (di qui, si dice, il nome di "monte Venere"). Alcuni studiosi
ritengono che l'acropoli fosse preesistente alla città. Sotto la dominazione romana
Casinum fu colonia, prefettura e municipio; ottenne la piena cittadinanza romana nel 188
a.C.; subì le devastazioni dell'esercito invasore di Annibale e seguì le alterne vicende
della politica romana. Raggiunse il suo massimo splendore nel periodo imperiale: la
città, infatti, fu arricchita con monumenti notevoli quali un teatro e un anfiteatro (I
sec. d. C.) - i cui resti sono ancora oggi vanto della città -, terme, tombe monumentali,
un foro boario e un foro cittadino, un audace acquedotto che trasportava l'acqua dalle
sorgenti di Valleluce al centro urbano dopo aver percorso ben 22 chilometri di montagna.
Le strade:
Le strade
dell'antico centro, per lo più pedemontane, si snodavano su due direttrici principali:
est-ovest, che consentivano i collegamenti con Roma e Capua, e sud-nord, che allacciavano
la città con il mare e con i pascoli delle Mainarde. Altri tracciati a valle, a causa
delle frequenti alluvioni dell'epoca, dovevano essere a carattere stagionale. La consolare
via Latina - che da Roma conduceva a Capua - tagliava fuori Casinum, passando per Aquinum
e Interamna Lirenas (oggi Pignataro Interamna); però da Aquinum si dipartiva una variante
che andava a lambire le mura di Casinum per poi volgere di nuovo in direzione di Capua
procedendo parallelamente all'attuale via Appia (anche questa molto antica; però non va
confusa con l'omonima "regina viarum") oltre le pendici meridionali di monte
Trocchio. Spesso ed erroneamente si identifica il tracciato della via Latina con quello
dell'attuale via Casilina. Un sicuro tracciato di epoca pre-romana è la via pedemontana
che
usciva dalle mura di Casinum, dalla "porta romana", e si dirigeva verso Villa S.
Lucia e Roccasecca, parallela alla via Casilina. Un'altra strada di notevole importanza
usciva dalla città da porta campana (foto 2) recentemente ritrovata - e volgeva verso il foro, che
probabilmente sorgeva sul sito dell'attuale chiesa cattedrale di S. Germano, e proseguiva
in direzione di S. Elia, con una diramazione verso la Valle di Comino. I resti di numerosi
ponti testimoniano ancora oggi i tracciati dell'antica rete stradale.
I centri abitati: Il
territorio di Casinum era costellato di piccoli centri abitati (pagi e ville)
in luoghi collinari o comunque sollevati rispetto al fondovalle acquitrinoso. Celebre la
villa di Varrone, nella cui proprietà scorreva un fiume dai "margines lapidei",
il Gari, che ha le sue maggiori sorgenti proprio lì, in prossimità della villa di
Varrone - tale sito oggi viene identificato con le Terme
Varroniane (foto 3) ed è rinomato per la
purezza delle sue acque oligominerali -. Un centro rurale di discreta importanza,
specialmente per la produzione dell'olio, sorgeva in località S. Michele, alle falde
meridionali del monte Aquilone: lì sono stati rinvenuti i resti di alcune ville patrizie,
alcuni dei quali inglobati, nel medioevo, in strutture monastiche dei Benedettini. Altri
nuclei abitati sorgevano sulle colline di S. Vittore, Cervaro, S. Elia,
Valleluce, a S.
Angelo in Theodice e in tutto il fondovalle tra il Garigliano e Rocca d'Evandro. Una
epigrafe, infine, ci segnala un non identificato "pagus lapillanus".
Le acque: Un aspetto
importante del territorio di Casinum fu senz'altro - e lo è tuttora - l'abbondanza delle
acque di superficie. Gli storici romani ce ne fanno conoscere due: lo
"Scatebra", che potrebbe corrispondere all'attuale Gari, con le sorgenti ai
piedi orientali di Monte Cassino (tra cui quelle già dette delle Terme
Varroniane), e il "Vilneus", che ha conservato il nome fino a epoche
recenti, e che potrebbe corrispondere, con molta probabilità, all'attuale Rapido che
bordeggia il lato nord-est della città di Cassino. Una molteplicità di piccoli corsi
d'acqua, infine, discendendo dai monti circostanti, spesso in maniera violenta, bagnava
l'intero territorio, esponendolo ai rischi di frequenti alluvioni. Gli storici antichi,
con riferimento a Casinum, descrivono spesso le fredde acque del Liri, ma tale importante
fiume lambiva soltanto i margini meridionali dell'area di interesse della città.
Le attività e il foro:
Dalle
fonti storiche e dall'epigrafia sappiamo che gli abitanti di Casinum erano dediti alle
attività connesse con l'agricoltura, la pastorizia ed il commercio; ma molto importante
era anche l'artigianato: la lavorazione del ferro (fabri), la produzione di funi (restiones),
dell'olio (caplatores), di canestri in vimini (fiscinae); rinomati erano
anche i suonatori in pubblici spettacoli (aeneatores): quasi tutti gli addetti a
questi settori erano organizzati in corporazioni, di cui le epigrafi ci danno ampia
notizia. Non poteva mancare il "foro", il luogo dove si svolgevano gli affari ed
il commercio. Livio e Varrone ci parlano di un forum vetus che probabilmente nei
tempi più antichi sorgeva all'interno della città; ma una epigrafe ci dà notizia di un
altro foro che era collegato alla città da una strada
basolata (foto 5). Questo, anche secondo
un'antica tradizione, doveva sorgere in pianura, ai piedi della Rocca Janula, e
precisamente sull'attuale "via del Foro",
dove nel medioevo sorse il nucleo della nuova città di S. Germano; il luogo sarebbe
stato, secondo la tradizione, un centro commerciale di notevole importanza, con templi
maestosi ed edifici pubblici; numerosi ritrovamenti lo confermerebbero: nel passato la
presenza in loco di alcune epigrafi fece ritenere che lì, durante l'Impero, sorgessero
una basilica, un tempio della Concordia ed uno di Ercole. La stessa tradizione vuole che
tale centro si chiamasse "Eraclea", ma
ciò è tutto da dimostrare. L'intero territorio dovette godere di un discreto benessere
durante tutto il periodo dell'Impero: la presenza di ville patrizie, come quella di
Varrone, di mecenati, come Ummidia Quadratilla,
della quale sono ancora visibili i resti della tomba (foto 6),
e di costruzioni monumentali, quali il teatro
(foto 7) e l'anfiteatro
(foto 8) ne
sono una valida conferma.
I barbari e il declino:
Ma
con la caduta dell'Impero romano l'ager casinas e la stessa Casinum subirono
numerose devastazioni in seguito alle invasioni barbariche: nel 410 i Goti, nel 455 i
Vandali, nel 476 gli Eruli, nel 493 gli Ostrogoti, solo per citare le più importanti. La
conseguenza più notevole di tali ondate devastatrici fu certamente lo spopolamento della
zona, l'abbandono delle grandi direttrici stradali, percorse dalle orde barbariche e il
rifugio delle popolazioni atterrite nei pagi montani. Altra ovvia conseguenza fu la
radicale trasformazione dell'economia locale: i fertili rura descritti da Silio
Italico furono in balìa delle acque stagnanti e delle erbe infestanti; la popolazione
artigiana e cittadina si dedicò alla coltivazione degli orti sulle colline circostanti e
all'allevamento di pochi animali domestici; molti mestieri tipicamente cittadini furono
abbandonati e quindi perduti; la schiera dei professionisti, che doveva essere molto
nutrita, finì per disperdersi, avendo cercato rifugio in luoghi più sicuri; il
commercio, che ha bisogno di sicurezza e stabilità, si ridusse a piccoli traffici locali.
Non tutti, naturalmente, abbandonarono la città; come sempre accade in situazioni simili
una sparuta comunità di cittadini, disposti a vivere di espedienti e ad
"arrangiarsi", avrà certamente preferito rimanere tra le macerie e le case
disabitate, dandosi anche un minimo di organizzazione sociale. Ce lo dimostra la presenza
in Casinum - documentata dalle fonti - di un vescovo di nome Caprasio nel 465 e, forse, di
un altro di nome Severo nel 487: dunque la città nel secolo V era sede vescovile. Il
centro urbano, inoltre, fu trasformato in oppidum o castrum, cioè città
fortificata; qualche secolo dopo si chiamerà infatti "Castrum Sancti Petri"
per la presenza di una chiesa dedicata al primo degli apostoli (oggi il luogo è
denominato "Rione Colosseo").
Tre civiltà a confronto:
Nella
seconda metà del V secolo l'Impero Romano, dunque, fu percorso, scosso e sconvolto da due
fremiti violenti ed irrefrenabili: le invasioni barbariche e l'affermarsi del
Cristianesimo. Due fatti storici di indescrivibile portata, due rivoluzioni che
abbatterono l'ormai vecchio ceppo dell'Impero e, al contempo, lo rivivificarono
infondendogli nuova linfa e gli conferirono immortalità. Tre culture si sovrapposero:
quella romana, quella cristiana e quella gotica. Da quegli eventi nacque la civiltà
occidentale, nacque l'Europa. L'elemento che organizzò ed unificò quelle culture, che
sembravano antitetiche fra loro, fu il monachesimo - quello benedettino in particolare -,
che ne selezionò i valori vitali e li diffuse in tutta Europa: fu questa la motivazione
profonda della elezione di S. Benedetto a Patrono e Protettore d'Europa.
Non più Casinum:
Cosa
accadde sulle rive del Gari tra la caduta dell'Impero romano e la salita di S. Benedetto a
Montecassino non ci è possibile sapere: mancano le fonti scritte, mancano i resti
archeologici. Fu il grande papa Gregorio Magno a narrarci la venuta del santo patriarca
(a. 529) fra le rovine dell'acropoli di Casinum, frequentata ancora da gente pagana "infidelium
insana multitudo". Da questo momento la storia della città diventa storia del
monastero di Montecassino: di Casinum non si parla più. Le piogge, i venti, le frane, il
tempo ne seppelliranno i ruderi e la memoria; sotto metri e metri di terra quelle rovine
sono giunte fino a noi e attendono ancora tempi migliori per essere riportate alla luce.
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Mura ciclopiche
(foto 1)

Porta Campana
(foto 2)

Terme Varroniane
(foto 3)

Strada basolata
(foto 5)

Tomba di Ummidia
(foto 6)

Teatro Romano
(foto 7)

Anfiteatro Romano
(foto 8)
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Eulogimenopolis
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Una
nuova città, sulle acque limpide del Gari, stentò a nascere. Provò per primo l'abate
Bertario (ab. 856-883) a fondarla, scegliendo come sito le rovine del foro di Casinum -
quasi a voler ricercare la continuità con l'antica città -. Lì i suoi predecessori
avevano costruito un monastero, poi una chiesetta in onore di S. Benedetto (ab.
Potone,
771-778), e la chiesa di S. Maria delle Cinque Torri (forse con l'ab.
Teodemaro, 778-797),
esempio unico nella storia dell'architettura religiosa: struttura a pianta centrale con
colonnato interno, sormontato da quattro piccole torri agli angoli esterni e da una più
ampia al centro (di qui il nome della chiesa). La chiesetta di S. Benedetto fu fatta
abbattere dall'abate Gisolfo (ab. 797-817) per far posto alla basilica del Salvatore.
Bertario, spinto dalle frequenti incursioni dei Saraceni, che distruggevano tutto al loro
passaggio, iniziò a far costruire le mura quando già aveva scelto il nome:
Eulogimenopolis, cioè
"città di Benedetto". Le mura dovevano proteggere il monastero sul Rapido (in
cui ormai risiedeva l'abate con una numerosa comunità monastica), l'annessa basilica del
Salvatore e la vicina chiesa di S. Maria delle Cinque Torri; non sappiamo se lì vivessero
altre persone oltre i religiosi. Durante i lavori la chiesa del Salvatore ricevette la
visita dell'imperatore Ludovico II (a. 874), che lasciò in dono una reliquia di S.
Germano vescovo, amico fraterno di S. Benedetto: per questa ragione la chiesa del
Salvatore fu, successivamente, dedicata a S. Germano. Purtroppo l'abate Bertario non
riuscì nel suo intento. I Saraceni, col beneplacito del duca di Gaeta, si erano attestati
alla foce del Garigliano, dove, sulla collina di "monte d'Argento", avevano
edificato una fortezza, i cui resti sono visibili ancora oggi; di lì da molti anni
spargevano terrore e lutti in ogni direzione. Nell'883, il 4 settembre, risalirono il
corso del Garigliano ed assaltarono il monastero di Montecassino facendo scempio di cose e
persone. Circa un mese e mezzo dopo (il 22 ottobre) i Saraceni si avventarono anche contro
il monastero e la basilica sottostanti; durante l'assalto trovò un'orrenda fine anche
l'abate Bertario e con lui il sogno di veder sorgere la città di S. Benedetto. La
comunità monastica abbandonò i luoghi ormai desolati e si trasferì a Teano e poi a
Capua. Solo nella seconda metà del secolo decimo l'abate Aligerno diede nuovo impulso
vitale al monastero di S. Benedetto e all'intero territorio circostante, che ormai veniva
chiamato "Terra di S. Benedetto"; fece costruire la Rocca
Janula (foto 8) e molti altri castelli
presso le numerose celle che erano sorte sulle colline attorno. Durante la costruzione
della Rocca Janula Aligerno fu catturato da Atenolfo, signore di Aquino, e trascinato in
catene ad Aquino tra gli insulti della gente; dopo la liberazione ad opera del principe di
Capua, Aligerno seppe perdonare Atenolfo. Il violento terremoto del 1004 danneggiò
gravemente le strutture murarie della Rocca.
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Rocca Janula
(foto 8)
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Da "CASSINO
DALLE ORIGINI AD OGGI" di Emilio PISTILLI
- Edfizioni - Idea Stampa Cassino
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Eraclea di
Campania: Un'ipotesi da vagliare di
Antonio Giannetti
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La presenza di una città di nome Eraclea in
Campania, ai
tempi di Roma, fu messa in evidenza, a partire dal medioevo, da vari cultori di storia
locale, il più antico dei quali sembra essere stato Pietro Diacono, monaco benedettino
vissuto dal 1107 al 1159, bibliotecario ed archivista di Montecassino. Questi identificò
in Cassino la città con quel titolo anagrafico, opinando come qualmente Cassino si fosse
chiamata Eraclea in un certo periodo della sua lunga storia per la particolare devozione
dei suoi abitanti verso quel dio possente, conosciuto dai romani col nome di Ercole, ma da
greci e grecanici con quello di Eracle. Forse pensava il nostro storico che, il concorrere
dei pellegrinanti verso il tempio consacrato in Cassino a quella divinità in tempi
pagani, avesse influito talmente sulla voce pubblica da far costituire allantico
toponimo quello di Eraclea; così come era avvenuto, a partire da più di due secoli prima
cioè ai tempi cristiani, che la dizione <<S. Germano>> si era imposta su
quella di Casinum e su quella più recente di <<Eulogimenopoli>> nella
parlata comune dei pellegrini che vi si recavano a venerare il nume del santo vescovo
cristiano di cui la città conservava una reliquia. La faccenda tuttavia non era mai
accaduto al tempo di Roma e quella identificazione, sebbene raccolta e divulgata da altri
scrittori successivi, è stata sempre ritenuta dai benpensanti una errata concettuale
illazione del sunnominato monaco. Il quale, da impareggiabile spulciatore di peregrine
notizie, aveva desunta quella in questione dallopera di Lucio Anneo Floro, storico
epitomatore, vissuto ai tempi di Adriano, imperatore dal 117 al 138 d.C. Essa
sinquadrava in un episodio della guerra di Pirro contro Roma e precisamente in
quello della prima battaglia combattuta dai due contendenti tra la città di Eraclea
Lucana (odierno villaggio di Policoro) e il fiume Siri nel 280 a.C. Molto probabilmente
Floro, dovette leggere Liri al posto di Siri, luno fiume che sfocia
nel Tirreno, a SE di Formia, laltro nel mar Ionio, a SO di Taranto; di conseguenza
ritenere che quella cotale battaglia si fosse combattuta in Campania e non in
Lucania. Di
rimando il nostro monaco benedettino opinò in questo modo: Cassino, anzi Casinum,
conserva un cimelio, attributo di Ercole, quindi questo dio dovette essere venerato in
questa città: e poiché Ercole in greco si dice Eracle, è Casinum la città detta
Eraclea Campana. Ecco qui il brano in questione sia nel testo latino sia in traduzione:
Apud Heracleam Campaniae fluviumque Lirim, Laevino consule, prima pugna ecc.;
<<presso Eraclea di Campania e il fiume Liri, sotto il console Levino, ebbe luogo la
prima battaglia>>. Come si vede Floro ci teneva a far notare che questa Eraclea si
trovava in Campania, cioè in quel territorio che noi oggi chiamiamo Pianura Campana e che
si estende dalla Penisola Sorrentina a Formia. Ma si dirà: E possibile concepire
una tale confusione? Non aveva il nostro epitomatore altri testi per controllare
lesattezza di quella tale interpretazione? Con la nuova dizione, e cioè col
sostituire il termine Liri a quello legittimo di Siri, si cadeva in un
grosso errore storico, sconvolgendo il piano strategico e la consequenzialità degli
episodi di tutto un importante conflitto. Se però nessun dubbio sfiorò la mente del
nostro, ciò dovette derivare dal fatto che egli traeva le notizie da un altro epitomatore
e non direttamente da Livio da cui avrebbe appreso altre circostanze che lavrebbero
fatto ricredere. La sua fonte, invece, riportava concisamente la notizia della battaglia
senza altri particolare. Inoltre della Eraclea lucana forse si era perduta memoria, oppure
per il lungo silenzio ogni nozione su di essa si era affiochita. Contribuirono sicuramente
a rassodare tale errore nella sua mente sia il fatto che Pirro, dopo la battaglia di
Eraclea, si era addentrato in Italia fino a giungere nelle vicinanze di
Preneste; il che
faceva ritenere meno probabile un punto di partenza molto lontano; sia il fatto che una
cittadina a nome Eraclea doveva trovarsi veramente non molto lungi dal fiume
Liri. Non è
ammissibile, infatti, che questa presenza e relativo toponimo siano stati inventati di
sana pianta dal nostro storico e accettati in seguito supinamente da altri storici
posteriori che quellepisodio narrarono. Così, per citarne un solo, Paolo Oroscio
che scriveva negli anni 416-417 d.C., traendo pure lui da unEpitome oggi
perduta e non da Floro, si badi, né da Livio, riporta così la notizia della battaglia di
Pirro contro Roma: Itaque apud Heracleam Campaniae urbem, fluviumque Lirim prima inter
Pyrrhum, Levinum consulem pugna commissa est. Come è facile notare, la dizione è la
stessa. Di conseguenza delle due luna; o che tutti gli epitomatori hanno preso un
abbaglio, ricopiandosi vicendevolmente, o che ritenevano la variazione di Floro degna di
fede. Personalmente, pur non accettando lo stesso parere sul contenuto
dellargomento, propendo per questa seconda ipotesi. Il settore della Pianura Campana
dove poteva trovarsi una città di quel nome doveva essere quello settentrionale di essa
poiché il luogo della battaglia non doveva porsi molto lontano dal fiume
Liri. Questo
fiume interessa la Campania antica solo dove la pianura sincunea a destra ed a
sinistra dellacrocoro di M. Maio, negli Aurunci. Ma è proprio qui che incontriamo
un antico fossile linguistico a sostegno della tesi di Floro. Infatti si
dà ancora il nome di <<Erculanea>> alla via che da Aquino, per Interamna
Lirenas (attuale Pignataro Interamna) porta al mare. Il titolo le era derivato dal
fatto che attraversata nel suo percorso il territorio dellattuale comune di Ausonia,
dove sorgeva un tempio pagano dedicato ad Ercole probabilmente nella località ora detta
S. Maria del Piano. Ercole od Eracle fa lo stesso, ed il cambiamento
onomastico si spiega con linevitabile sostituzione di linguaggio avvenuta quando la
cultura romana soppiantò quella italiota largamente diffusa nella regione. Non è
improbabile, quindi, che, in secoli lontani, prima del IV sec. a.C., quella località
frequentata dagli Ausoni fosse chiamata grecanicamente <<Heraclea>>,
così come si dovette denominare <<Coriano>> la parte montana dello stesso
territorio (lantica Ausonia?) dove si veneravano le due divinità Kore e Janus,
greca luna, romana laltra. E questa unipotesi non corroborata da
dirette testimonianza, ma quando queste mancano, e ci sono però circostanze indiziarie di
qualche rilievo <<la storia è costretta a indovinare>> dice il
Manzoni. Il
quale aggiunge subito, con la sua solita calzante ironia: <<Fortuna che cè
avvezza>>.
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