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Aquilonia
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Prima
di procedere nella trattazione va messo a fuoco il concetto di urbs
riferito ai centri abitati sannitici.
Dobbiamo subito sgomberare la mente dallo stereotipo della città romana, con
ampie strade, palazzi, monumenti, ecc.
Non dobbiamo mai dimenticare che i Sanniti furono per lungo tempo un popolo a
persistente struttura tribale, dedito prevalentemente alla pastorizia e
all’agricoltura. Le abitazioni dei pastori da sempre – oggi come ieri – si
sono presentate con un modello di monolocale con annessa stalla, realizzato con
materiale ricavato dallo stesso luogo: per lo più pietra locale (o tufo),
combinata con legname e laterizi a copertura. Locali poveri e privi di ogni
servizio perché la maggior parte del tempo la si trascorreva sui pascoli o tra
i campi; per molti mesi dell’anno, addirittura, si andava in transumanza.
Le strade erano in funzione dell’uomo ma anche degli armenti che a sera
riparavano nelle stalle.
Dunque una città sannitica, specialmente se posta in zona precaria di confine,
fatta di una successione ed un accavallarsi di tal genere di abitazioni – e
che qui chiameremo di primo tipo –, non doveva offrire un paesaggio tanto
elegante. Infatti se oggi si va ad effettuare scavi su siti del genere non ci si
possono aspettare strutture imponenti e materiali di pregio. La strutturazione
in tribù, del resto, esclude la presenza di istituzioni pubbliche che dessero
inevitabilmente luogo ad opere di edilizia pubblica e di tipo monumentale.
Gennaro Franciosi: « [I Sanniti] vivevano, in poche parole, quali
poplazioni di pastori, in una fase assai più arretrata rispetto alle zone del
Lazio raggiunte a quel tempo dall'influenza etrusca. I secoli VI e V della
civiltà sannita sono conosciuti esclusivamente in base agli scavi di necropoli
che, non affiancate da opere di urbanizzazione, denotano una densità
demografica sul territorio, ma non l'esistenza di agglomerati cittadini ».
Dunque il concetto di città-stato, che i Romani presero dagli Etruschi, non è
applicabile al popolo dei Sanniti, almeno nel senso descritto da Cicerone:
« multa enim sunt civibus inter se communia, forum, fana, porticus, viae, leges,
jura, judicia, suffragia, consuetudines ».
« Tutto ciò, continua Franciosi, non si verifica nell'ambiente
dell'antico Samnium, nel quale,
nonostante le distinzioni sociali, persistono notevoli vestigia di un più
antico assetto comunitario tribale, tipico dell'arcaica società italica ».
Questo discorso, naturalmente, non vale per i grandi centri urbani
dell’interno dell’antico Sannio, dove si viveva in strutture organizzate per
una residenza stabile e con tutti i servizi, dalle fogne alle officine, dagli
edifici sacri a quelli per l’amministrazione della cosa pubblica, fino ai
teatri: e di questi abbiamo vari esempi in tutto il Molise: per tutti si veda
Pietrabbondante, presso Agnone.
Quest’ultimo genere di città – secondo tipo –, destinato, come già
detto, ad una popolazione residenziale, dedita a molteplici attività, era posta
quasi sempre in posizione piuttosto elevata ma facilmente raggiungibile, sia per
la pendenza del terreno, sia per la rete stradale che le dava accesso – non si
puó pensare che i Sanniti amassero complicarsi l’esistenza andando ad abitare
in luoghi adatti solo alle capre –, sia per le possibilità di rifornimento
idrico. Era inserita, inoltre, in un contesto fortificato che garantisse
sicurezza a persone e cose. Tali fortificazioni consistevano di solito in un
circuito di solide mura di tipo poligonale, di quelle che Giuseppe Lugli
definiva di seconda, di terza e di quarta maniera: cioè con qualche pretesa
estetica e di decoro.
Il più delle volte quelle città hanno continuato ad essere frequentate anche
in epoche successive proprio grazie alla vivibilità conferita dalle condizioni
ambientali particolarmente felici.
La stessa cosa non puó dirsi per le città di primo tipo destinate ad una
presenza precaria perché poste in zona di confine o perché utilizzate per
attività stagionali. Anche qui, però, dobbiamo immaginare che la scelta del
luogo non potesse prescindere da criteri di vivibilità: facilità di accesso da
parte degli abitanti e del bestiame, presenza di acqua (corsi d’acqua o pozzi)
e prossimità ai campi lavorati ed ai pascoli.
La fortificazione, per questi abitati, aveva caratteri di struttura di
emergenza, dunque una semplice sovrapposizione di massi, con scarsa o nessuna
lavorazione; di prima maniera, secondo Lugli, il che non implica necessariamente
una successione temporale o diacronica tra le varie maniere, ma anche una
coesistenza temporale, o sincronica, con differenziazioni derivate solo dalla
loro destinazione.
A conferma di ciò vi è uno studio di una certa importanza sulle mura del basso
Lazio, impropriamente definite “ciclopiche”: è quello di Dino Ramacci del
1975,
il quale riporta diversi pareri sul rapporto tipologia-antichità delle varie
tecniche edilizie – sempre riferiti al Lazio meridionale – con qualche
spunto interessante: « Riprendendo a dire delle classificazioni in epoche
e maniere delle mura poligonali, va osservato che tale distinzione non puó
essere accolta rigidamente. Piuttosto vanno posti in rilievo i vari modi, il
diverso stile seguito, la migliore costruzione attuata e in questo senso vanno
considerate le epoche e le maniere diverse. E questo va detto perché nella
costruzione spesso furono seguiti altri modi che pur vanno considerati, attinti
contemporaneamente alle diverse epoche ». A conferma di ciò lo
stesso Ramacci cita il Fonteanive: « … si fa annotare come queste
diverse maniere si ravvisino talvolta in uno stesso bastione le une alle altre
sovrapposte; ed anche disposte in senso perpendicolare, od anche a scaglioni in
ritirata ».
Il lavoro di Dino Ramacci è di grande pregio per la ricca documentazione
fotografica sulle mura poligonali del basso Lazio.
Il
più delle volte si è verificato che le mura non cingevano l’abitato, ma si
elevavano attorno alla cima del monte che lo dominava, sfruttando l’asperità
del luogo e l’abbondanza di pietre per la costruzione del circuito murario e
dei rifugi interni.
Dunque queste ultime fortificazioni erano destinate solo ad una difesa di
emergenza per persone e bestiame e per brevi periodi: lo dimostrano la stessa
asperità del sito e le limitate possibilità di sopravvivenza per lunghi
periodi, determinate dalla mancanza di acqua abbondante – in quei luoghi di
solito si rinvengono solo dei pozzi di acqua piovana o di raccolta degli scoli
nevosi – e di autonome risorse alimentari.
I più recenti studi ci hanno fornito un lungo elenco di fortificazioni del
genere, accanto a quelle del secondo tipo, già note, dei grossi centri
dell’interno del Sannio.
2.2.
Alcuni esempi
Uno
studio fondamentale sulle emergenze archeologiche del Sannio occidentale (tra
Venafro, Campobasso, Telese e Capua) è quello di Domenico Caiazza,
il quale ci fornisce anche una catalogazione di 54 insediamenti fortificati nel
nord di Terra di Lavoro e nel Molise in base alle loro dimensioni ed importanza.
Egli, per esempio, classifica come urbs o centro di grande dimensione, con acropoli, tracce di strade
ed edifici: Casinum, Bovianum, l’odierna Campobasso, Caiatia, Trebula (Treglia),
Montauro; come oppidum, o centro di
media dimensione: Frosolone, Monte Saraceno (Longano), Ferrazzano, Monte Monaco,
Monte Alifano, Monte Cila; come castellum o piccola fortificazione di esclusivo o preminente impiego
militare: Monte Castellone (Torcino), Monte Crocella, Colle di Rocco, Monte
Caruso, Colle Vrecciale, Monte Catrevula, Monte Acero, Monte S. Croce (Roccamonfina).
Già i nomi che richiamano località montane ci rivelano la tipologia
accostabile al nostro primo tipo delle fortificazioni che il Caiazza definisce oppida
o castella; invece quelle che egli
chiama urbes hanno assicurato la
frequentazione umana fino ai giorni nostri e sono assimilabili al secondo tipo.
Anche nel basso Frusinate si hanno fortificazioni del primo tipo: monte Cierro o
Costalunga in territorio di S. Elia Fiumerapido, Rocca Malacocchiara in Val di
Comino, tanto per citarne alcune.
Non si puó concludere questo capitolo senza far cenno all'istituto del ver
sacrum, ampiamente diffuso tra le popolazioni arcaiche italiche e che
consisteva nell'usanza di allontanare, ogni anno, un certo numero di giovani per
far fronte all'eccesso di popolazione che determinava gravi problemi di
sopravvivenza in luoghi poco ospitali quali erano quelli del Sannio montuoso.
Tale uso, che soppiantò quello crudele del sacrificio umano, consisteva nel
mandare alla ventura i gruppi migranti, destinati, in tal modo, all'estinzione o
alla nascita di nuovi gruppi tribali. Nella migrazione del ver
sacrum i gruppi venivano guidati da un mitico animale, che diveniva anche il
simbolo tribale, e ciò sarebbe dimostrato anche dallo stesso nome di alcuni
gruppi etnici italici: il picchio (picus)
per i Piceni, il lupo (hirpus) per gli
Irpini, il bue (bos) per le genti di
Boviano.
Potremmo arguire che uno di questi gruppi, guidato dall'aquila, si fosse
stanziato tra i monti a ridosso di Venafro: quello dell'Aquilone e di Montaquila,
dando origine agli stessi toponimi?
***
A
questo punto ritengo opportuno proporre integralmente all’attenzione del
lettore le pagine di Tito Livio, dal suo Ab
Urbe condita, limitatamente alla battaglia di Aquilonia ed ai suoi
preliminari, con la pregevole versione italiana a fronte di Carlo Vitali:
solo così, infatti potranno essere chiari tutti i riferimenti che più avanti
si faranno al testo di Livio.
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Cassino: le mura
dell'antica Casinum
guardano quelle di S. Vittore del Lazio
sulle prime pendici del monte Sambùcaro
(sullo sfondo indicate dalla freccia)
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Atima: le nura
poligonali di Valle Giordana
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Vicalvi: le mura
poligonali che contornavano
la cima del colle, attualmente occupato
da un castello medioevale
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S. Elia Fiumerapido:
scorcio del circuito
poligonale di monte Cierro e Costalunga,
al ridosso della contrada Olivella
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G. Franciosi, Osservazioni sulle
strutture sociali dei Sanniti, in Safinim,
Atti del Convegno di Studi del Centro Studi Alto Molise, Agnone, 14 marzo
1992.
Cicerone, De
officiis, 1.17.53.
G. Franciosi, cit.
G. Lugli, Studi
minori di topografia antica, De Luca Edit., 1965, pag. 27 e sgg. Va
rilevato, però, che la classificazione del Lugli è quasi del tutto
riferita ad esperienze dell’area romano laziale, quindi non sempre
applicabili alle fortificazioni sannitiche.
D. Ramacci, Le mura
ciclopiche nel Lazio Meridionale. Le città dei Pelasgi, Staderini,
Roma, 1975,
D. Caiazza, Archeologia
e storia antica del mandamento di Pietramelara e del Montemaggiore,
Pietramelara, 1986, pag. 102; si vedano anche: Adolfo Panarello, 'Patenaria'
dall'alba dell'Uomo al V secolo d. C. – Preistoria, protostoria e storia
antica del circondario di Vairano Patenora, 1994; Paolo Nuvoli, Ad
Aquiloniam e Cominium – Quadro geostorico della battaglia nel Sannio dei
Pentri, Ediz. Vitmar, Venafro, 2002.
E. T. Salmon, Il
Sannio e i Sanniti, Einaudi, 1985, pag. 37 e sgg.; 1ª ediz. in inglese
Cambridge University Press, 1967.
Livio riserva alla
battaglia di Aquilonia i capitoli XXXVIII-XLV del libro X della “Storia
di Roma”.
AQULONIA in
S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli
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