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10 settembre 2010
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Aquilonia

2.1. La “urbs” dei Sanniti

Prima di procedere nella trattazione va messo a fuoco il concetto di urbs riferito ai centri abitati sannitici.
Dobbiamo subito sgomberare la mente dallo stereotipo della città romana, con ampie strade, palazzi, monumenti, ecc.
Non dobbiamo mai dimenticare che i Sanniti furono per lungo tempo un popolo a persistente struttura tribale, dedito prevalentemente alla pastorizia e all’agricoltura. Le abitazioni dei pastori da sempre – oggi come ieri – si sono presentate con un modello di monolocale con annessa stalla, realizzato con materiale ricavato dallo stesso luogo: per lo più pietra locale (o tufo), combinata con legname e laterizi a copertura. Locali poveri e privi di ogni servizio perché la maggior parte del tempo la si trascorreva sui pascoli o tra i campi; per molti mesi dell’anno, addirittura, si andava in transumanza.
Le strade erano in funzione dell’uomo ma anche degli armenti che a sera riparavano nelle stalle.
Dunque una città sannitica, specialmente se posta in zona precaria di confine, fatta di una successione ed un accavallarsi di tal genere di abitazioni – e che qui chiameremo di primo tipo –, non doveva offrire un paesaggio tanto elegante. Infatti se oggi si va ad effettuare scavi su siti del genere non ci si possono aspettare strutture imponenti e materiali di pregio. La strutturazione in tribù, del resto, esclude la presenza di istituzioni pubbliche che dessero inevitabilmente luogo ad opere di edilizia pubblica e di tipo monumentale. Gennaro Franciosi: « [I Sanniti] vivevano, in poche parole, quali poplazioni di pastori, in una fase assai più arretrata rispetto alle zone del Lazio raggiunte a quel tempo dall'influenza etrusca. I secoli VI e V della civiltà sannita sono conosciuti esclusivamente in base agli scavi di necropoli che, non affiancate da opere di urbanizzazione, denotano una densità demografica sul territorio, ma non l'esistenza di agglomerati cittadini »[1]. Dunque il concetto di città-stato, che i Romani presero dagli Etruschi, non è applicabile al popolo dei Sanniti, almeno nel senso descritto da Cicerone: « multa enim sunt civibus inter se communia, forum, fana, porticus, viae, leges, jura, judicia, suffragia, consuetudines »[2]. « Tutto ciò, continua Franciosi, non si verifica nell'ambiente dell'antico Samnium, nel quale, nonostante le distinzioni sociali, persistono notevoli vestigia di un più antico assetto comunitario tribale, tipico dell'arcaica società italica »[3].
Questo discorso, naturalmente, non vale per i grandi centri urbani dell’interno dell’antico Sannio, dove si viveva in strutture organizzate per una residenza stabile e con tutti i servizi, dalle fogne alle officine, dagli edifici sacri a quelli per l’amministrazione della cosa pubblica, fino ai teatri: e di questi abbiamo vari esempi in tutto il Molise: per tutti si veda Pietrabbondante, presso Agnone.
Quest’ultimo genere di città – secondo tipo –, destinato, come già detto, ad una popolazione residenziale, dedita a molteplici attività, era posta quasi sempre in posizione piuttosto elevata ma facilmente raggiungibile, sia per la pendenza del terreno, sia per la rete stradale che le dava accesso – non si puó pensare che i Sanniti amassero complicarsi l’esistenza andando ad abitare in luoghi adatti solo alle capre –, sia per le possibilità di rifornimento idrico. Era inserita, inoltre, in un contesto fortificato che garantisse sicurezza a persone e cose. Tali fortificazioni consistevano di solito in un circuito di solide mura di tipo poligonale, di quelle che Giuseppe Lugli definiva di seconda, di terza e di quarta maniera: cioè con qualche pretesa estetica e di decoro[4].
Il più delle volte quelle città hanno continuato ad essere frequentate anche in epoche successive proprio grazie alla vivibilità conferita dalle condizioni ambientali particolarmente felici.
La stessa cosa non puó dirsi per le città di primo tipo destinate ad una presenza precaria perché poste in zona di confine o perché utilizzate per attività stagionali. Anche qui, però, dobbiamo immaginare che la scelta del luogo non potesse prescindere da criteri di vivibilità: facilità di accesso da parte degli abitanti e del bestiame, presenza di acqua (corsi d’acqua o pozzi) e prossimità ai campi lavorati ed ai pascoli.
La fortificazione, per questi abitati, aveva caratteri di struttura di emergenza, dunque una semplice sovrapposizione di massi, con scarsa o nessuna lavorazione; di prima maniera, secondo Lugli, il che non implica necessariamente una successione temporale o diacronica tra le varie maniere, ma anche una coesistenza temporale, o sincronica, con differenziazioni derivate solo dalla loro destinazione.
A conferma di ciò vi è uno studio di una certa importanza sulle mura del basso Lazio, impropriamente definite “ciclopiche”: è quello di Dino Ramacci del 1975[5], il quale riporta diversi pareri sul rapporto tipologia-antichità delle varie tecniche edilizie – sempre riferiti al Lazio meridionale – con qualche spunto interessante: « Riprendendo a dire delle classificazioni in epoche e maniere delle mura poligonali, va osservato che tale distinzione non puó essere accolta rigidamente. Piuttosto vanno posti in rilievo i vari modi, il diverso stile seguito, la migliore costruzione attuata e in questo senso vanno considerate le epoche e le maniere diverse. E questo va detto perché nella costruzione spesso furono seguiti altri modi che pur vanno considerati, attinti contemporaneamente alle diverse epoche ». A conferma di ciò lo stesso Ramacci cita il Fonteanive: « … si fa annotare come queste diverse maniere si ravvisino talvolta in uno stesso bastione le une alle altre sovrapposte; ed anche disposte in senso perpendicolare, od anche a scaglioni in ritirata ».
Il lavoro di Dino Ramacci è di grande pregio per la ricca documentazione fotografica sulle mura poligonali del basso Lazio.
Il più delle volte si è verificato che le mura non cingevano l’abitato, ma si elevavano attorno alla cima del monte che lo dominava, sfruttando l’asperità del luogo e l’abbondanza di pietre per la costruzione del circuito murario e dei rifugi interni.
Dunque queste ultime fortificazioni erano destinate solo ad una difesa di emergenza per persone e bestiame e per brevi periodi: lo dimostrano la stessa asperità del sito e le limitate possibilità di sopravvivenza per lunghi periodi, determinate dalla mancanza di acqua abbondante – in quei luoghi di solito si rinvengono solo dei pozzi di acqua piovana o di raccolta degli scoli nevosi – e di autonome risorse alimentari.
I più recenti studi ci hanno fornito un lungo elenco di fortificazioni del genere, accanto a quelle del secondo tipo, già note, dei grossi centri dell’interno del Sannio.

2.2. Alcuni esempi

Uno studio fondamentale sulle emergenze archeologiche del Sannio occidentale (tra Venafro, Campobasso, Telese e Capua) è quello di Domenico Caiazza[6], il quale ci fornisce anche una catalogazione di 54 insediamenti fortificati nel nord di Terra di Lavoro e nel Molise in base alle loro dimensioni ed importanza. Egli, per esempio, classifica come urbs o centro di grande dimensione, con acropoli, tracce di strade ed edifici: Casinum, Bovianum, l’odierna Campobasso, Caiatia, Trebula (Treglia), Montauro; come oppidum, o centro di media dimensione: Frosolone, Monte Saraceno (Longano), Ferrazzano, Monte Monaco, Monte Alifano, Monte Cila; come castellum o piccola fortificazione di esclusivo o preminente impiego militare: Monte Castellone (Torcino), Monte Crocella, Colle di Rocco, Monte Caruso, Colle Vrecciale, Monte Catrevula, Monte Acero, Monte S. Croce (Roccamonfina).
Già i nomi che richiamano località montane ci rivelano la tipologia accostabile al nostro primo tipo delle fortificazioni che il Caiazza definisce oppida o castella; invece quelle che egli chiama urbes hanno assicurato la frequentazione umana fino ai giorni nostri e sono assimilabili al secondo tipo.
Anche nel basso Frusinate si hanno fortificazioni del primo tipo: monte Cierro o Costalunga in territorio di S. Elia Fiumerapido, Rocca Malacocchiara in Val di Comino, tanto per citarne alcune.
Non si puó concludere questo capitolo senza far cenno all'istituto del ver sacrum, ampiamente diffuso tra le popolazioni arcaiche italiche e che consisteva nell'usanza di allontanare, ogni anno, un certo numero di giovani per far fronte all'eccesso di popolazione che determinava gravi problemi di sopravvivenza in luoghi poco ospitali quali erano quelli del Sannio montuoso. Tale uso, che soppiantò quello crudele del sacrificio umano, consisteva nel mandare alla ventura i gruppi migranti, destinati, in tal modo, all'estinzione o alla nascita di nuovi gruppi tribali. Nella migrazione del ver sacrum i gruppi venivano guidati da un mitico animale, che diveniva anche il simbolo tribale, e ciò sarebbe dimostrato anche dallo stesso nome di alcuni gruppi etnici italici: il picchio (picus) per i Piceni, il lupo (hirpus) per gli Irpini, il bue (bos) per le genti di Boviano[7].
Potremmo arguire che uno di questi gruppi, guidato dall'aquila, si fosse stanziato tra i monti a ridosso di Venafro: quello dell'Aquilone e di Montaquila, dando origine agli stessi toponimi?

***

A questo punto ritengo opportuno proporre integralmente all’attenzione del lettore le pagine di Tito Livio, dal suo Ab Urbe condita, limitatamente alla battaglia di Aquilonia ed ai suoi preliminari, con la pregevole versione italiana a fronte di Carlo Vitali[8]: solo così, infatti potranno essere chiari tutti i riferimenti che più avanti si faranno al testo di Livio.


Cassino: le mura dell'antica Casinum
guardano quelle di S. Vittore del Lazio
sulle prime pendici del monte Sambùcaro
(sullo sfondo indicate dalla freccia)


Atima: le nura poligonali di Valle Giordana


Vicalvi: le mura poligonali che contornavano
la cima del colle, attualmente occupato
da un castello medioevale


S. Elia Fiumerapido: scorcio del circuito
poligonale di monte Cierro e Costalunga,
al ridosso della contrada Olivella

[1] G. Franciosi, Osservazioni sulle strutture sociali dei Sanniti, in Safinim, Atti del Convegno di Studi del Centro Studi Alto Molise, Agnone, 14 marzo 1992.
[2] Cicerone, De officiis, 1.17.53.
[3] G. Franciosi, cit.
[4] G. Lugli, Studi minori di topografia antica, De Luca Edit., 1965, pag. 27 e sgg. Va rilevato, però, che la classificazione del Lugli è quasi del tutto riferita ad esperienze dell’area romano laziale, quindi non sempre applicabili alle fortificazioni sannitiche.
[5] D. Ramacci, Le mura ciclopiche nel Lazio Meridionale. Le città dei Pelasgi, Staderini, Roma, 1975,
[6] D. Caiazza, Archeologia e storia antica del mandamento di Pietramelara e del Montemaggiore, Pietramelara, 1986, pag. 102; si vedano anche: Adolfo Panarello, 'Patenaria' dall'alba dell'Uomo al V secolo d. C. – Preistoria, protostoria e storia antica del circondario di Vairano Patenora, 1994; Paolo Nuvoli, Ad Aquiloniam e Cominium – Quadro geostorico della battaglia nel Sannio dei Pentri, Ediz. Vitmar, Venafro, 2002.
[7] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, 1985, pag. 37 e sgg.; 1ª ediz. in inglese Cambridge University Press, 1967.
[8] Livio riserva alla battaglia di Aquilonia i capitoli XXXVIII-XLV del libro X della “Storia di Roma”.

AQULONIA in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli


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