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Il testo di Tito Livio
| Tito Livio |
Storia
di Roma
(Testo
latino, versione e note a cura di Carlo Vitali, ediz. Zanichelli, 1973
pag.
282-304)
Lib.
X, capp. XXXVIII – XLV
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| N,
B, - Le note a questa sezione appartengono al traduttore
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Terribili
riti di iniziazione tra i Sanniti
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XXXVIII.
Sequitur hunc annum et consul
insignis, L. Papirius Cursor, qua paterna gloria, qua sua, et bellum
ingens victoriaque quantam de Samnitibus nemo ad eam diem praeter L.
Papirium patrem consulis pepererat. Et forte eodem conatu apparatuque
omni opulentia insignium armorum bellum adornaverant et deorum etiam
adhibuerant opes ritu quodam sacramenti vetusto velut initiatis
militibus, dilectu per omne Samnium habito nova lege, ut qui iuniorum
non convenisset ad imperatorum edictum quique iniussu abisset caput Iovi
sacraretur. Tum
exercitus omnis Aquiloniam est indictus. Ad sexaginta milia militum
quod roboris in Samnio erat convenerunt. Ibi
mediis fere castris locus est consaeptus cratibus pluteisque et linteis
contectus, patens ducentos maxime pedes in omnes pariter partes. Ibi ex
libro vetere linteo lecto sacrificatum sacerdote Ovio Paccio quodam,
homine magno natu, qui se id sacrum petere adfirmabat ex vetusta
Samnitium religione, qua quondam usi maiores eorum fuissent cum
adimendae Etruscis Capuae clandestinum cepissent consilium.
Sacrificio
perfecto per viatorem imperator acciri iubebat nobilissimum quemque
genere factisque; singuli introducebantur. Erat cum alius apparatus
sacri qui perfundere religione animum posset, tum in loco circa omni
contecto arae in medio victimaeque circa caesae et circumstantes
centuriones strictis gladiis. Admovebatur altaribus magis ut victima
quam ut sacri particeps adigebaturque iure iurando quae visa auditaque
in eo loco essent non enuntiaturum. Dein iurare cogebant diro quodam
carmine, in execrationem capitis familiaeque et stirpis composito, nisi
isset in proelium quo imperatores duxissent et si aut ipse ex acie
fugisset aut si quem fugientem vidisset non extemplo occidisset. Id
primo quidam abnuentes iuraturos se obtruncati circa altaria sunt,
iacentes deinde inter stragem victimarum documento ceteris fuere ne
abnuerent. Primoribus Samnitium ea detestatione obstrictis decem
nominati ab imperatore; eis dictum, ut vir virum legerent donec sedecim
milium numerum confecissent. Ea legio linteata ab integumento consaepti,
in quo sacrata nobilitas erat, appellata est; bis arma insignia data et
cristatae galeae, ut inter ceteros eminerent. Paulo plus viginti milium
alius exercitus fuit nec corporum specie nec gloria belli nec apparatu
linteatae legioni dispar. Hic
hominum numerus, quod roboris erat, ad Aquiloniam consedit.
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XXXVIII.
Si
ebbero nell'anno seguente un console illustre sia per la gloria paterna
quanto per la propria, Lucio Papirio Cursore, una grossa guerra e una
vittoria quale mai nessuno, ad eccezione di L. Papirio, padre del
console, aveva fino allora riportato sui Sanniti. Ed anche allora,
stranezze del caso, i Sanniti scesero in campo con lo stesso apparato
sfarzoso e con la stessa ricchezza di armi; e anche allora fecero
ricorso agli dèi, iniziando con un antico rito sacro, facendo le leve
in tutto il Sannio secondo una nuova legge, per la quale quelli che
erano atti alle armi che non si fossero presentati conformemente
all'editto dei capi o si fossero allontanati senza permesso fossero
immolati a Giove. Poi
tutto l'esercito venne
convocato ad Aquilonia[1]. Vi si trovarono riuniti circa sessantamila, quanti
armati poteva dare il Sannio. Là, nel mezzo del campo, un'area lunga e
larga quasi duecento piedi venne chiusa da graticci sostenuti da pali e
coperta da tele. In essa un sacerdote molto anziano, Ovio Paccio,
secondo un rituale ricavato da un vecchio libro di tela[2],
offrì un sacrificio, che egli diceva una rinnovazione di quello che,
secondo l'antica liturgia sannitica, era stato offerto dai loro antenati
clandestinamente quando avevano deciso di strappare Capua agli Etruschi.
Compiuto il sacrificio, il comandante in capo faceva chiamare da un
messo tutti coloro che eccellevano o per nobiltà o per imprese compiute
e venivano introdotti ad uno ad uno. Per incutere negli animi un sacro
terrore, oltre le altre attrezzature per i sacrifici, in tutto lo spazio
coperto, si ergevano nel mezzo are e intorno ad esse giacevano le
vittime uccise, e centurioni con le spade in pugno erano distribuiti
tutto all'ingiro. Il chiamato era fatto accostare all'altare in
atteggiamento più di vittima che di iniziando ed era invitato a giurare
che non avrebbe rivelato nulla di quanto avesse veduto od udito in quel
luogo. Gli si richiedeva poi un altro giuramento stilato in una formula
truce con la quale richiamava la maledizione sul proprio capo, sulla
propria famiglia, sulla discendenza, se non avesse seguito i suoi duci
nel combattimento a cui essi lo chiamavano, se fosse fuggito dalla
battaglia, se non avesse ucciso immediatamente chiunque avesse visto
fuggire. Alcuni fra i primi che si erano rifiutati di prestare quel
giuramento vennero massacrati davanti all'altare e i loro corpi giacenti
tra le vittime dei sacrifici furono di ammonimento agli altri che
avessero voluto imitarli. Tra i più distinti dei Sanniti vincolatisi
con quel giuramento il comandante supremo ne elesse dieci, ciascuno dei
quali doveva scegliersi un compagno e questi un altro, e così via via
fino a raggiungere il numero di sedicimila. Questo reparto dalla
copertura del recinto in cui la nobiltà era stata consacrata fu
chiamato linteato: ebbero armi distinte, elmi impennacchiati, in modo
che fossero chiaramente visibili. Il resto dell'esercito, composto da
poco più che ventimila uomini[3],
non era molto al disotto della legione linteata né per la prestanza
degli individui, né per valore in guerra né per lusso di armi: questa
massa di uomini che costituiva la forza dei Sanniti si accampò nelle
vicinanze di Aquilonia.
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Operazioni
di preparazione dei consoli
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XXXIX.
Consules
profecti ab urbe, prior Sp. Carvilius,
cui veteres legiones, quas M. Atilius superioris anni consul in agro
Interamnati reliquerat, decretae erant. Cum eis in Samnium profectus,
dum hostes operati superstitionibus concilia secreta agunt, Amiternum
oppidum de Samnitibus vi cepit. Caesa ibi milia hominum duo ferme atque
octingenti, capta quattuor milia ducenti septuaginta. Papirius novo
exercitu – ita enim decretum erat – scripto Duroniam urbem
expugnavit. Minus
quam collega cepit hominum, plus aliquanto occidit; praeda opulenta
utrobique est parta. Inde pervagati Samnium consules, maxime depopulato
Atinate agro, Carvilius ad Cominium, Papirius ad Aquiloniam, ubi summa
rei Samnitium erat, pervenit. Ibi aliquamdiu nec cessatum ab armis est
neque naviter pugnatum; lacessendo quietos, resistentibus cedendo
comminandoque magis quam inferendo pugnam dies absumebatur. Quodcumque
Comini inciperetur remittereturque, omnium rerum etiam parvarum eventus
proferebatur in dies. Altera Romana castra [quae] viginti milium spatio
aberant, et absentis collegae consilia omnibus gerendis intererant
rebus; intentiorque Carvilius, quo in maiore discrimine res vertebatur,
in Aquiloniam quam ad Cominium quod obsidebat erat L. Papirius, iam per
omnia ad dimicandum satis paratus, nuntium ad collegam mittit sibi in
animo esse postero die, si per auspicia liceret, confligere cum hoste;
opus esse et illum quanta maxima vi posset Cominium oppugnare, ne quid
laxamenti sit Samnitibus ad subsidia Aquiloniam mittenda. Diem
ad proficiscendum nuntius habuit; nocte rediit, approbare collegam
consulta referens.
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XXXIX.
I
consoli partirono dall'Urbe; prima Spurio Carvilio, a cui era stato dato
il comando delle legioni veterane che M. Atilio, console dell'anno
precedente, aveva lasciate nella regione di Amiterno[4],
giunto nel Sannio mentre i nemici intenti alle loro pratiche
superstiziose tenevano conciliaboli segreti, prese loro d'assalto la
città di Amiterno: vennero uccisi circa duemila ottocento uomini, fatti
prigionieri quattromila duecento settanta. Papirio con un esercito di
nuova leva, come era stato decretato, espugnò Duronia. Il numero dei
prigionieri fu inferiore a quello del collega, alquanto maggiore invece
il numero degli uccisi: la preda conquistata fu abbondante in entrambe
le città. I consoli poi, dopo aver saccheggiato il Sannio, specialmente
la regione di Atina, si portarono l'uno, Carvilio, a Cominio, l'altro,
Papirio, ad Aquilonia dove erano concentrate le forze dei Sanniti. Ivi,
per qualche tempo, le ostilità né mancarono né giunsero a scontro
impegnativo; i giorni si susseguivano in scaramucce provocatorie contro
il nemico quieto, stando sulla difensiva quando opponeva resistenza,
tenendolo più sotto la minaccia della grande battaglia che non
ingaggiandola. Di tutto quello che a Cominio si faceva o non si faceva,
di ogni avvenimento anche di piccolo conto si teneva informato, giorno
per giorno, l'altro accampamento romano. Esso distava venti miglia ed il
console lontano partecipava a tutte le decisioni sulle iniziative da
prendere; più vigile l'attenzione di Carvilio verso Aquilonia quanto
maggiore l'importanza di quel settore sul suo a Cominio che egli teneva
assediato Lucio Papirio, che aveva ormai compiuto tutti
i preparativi per la
battaglia, manda un messo al collega per informarlo che egli ha deciso
di venire alle mani, se gli auspici saranno favorevoli, con il nemico
nel giorno seguente; molto opportuna sarebbe stata una azione in gran
forza di Carvilio contro Cominio che impedisse a quei Sanniti di mandar
aiuti ad Aquilonia: il messo ebbe un giorno intero per il viaggio di
andata e ritorno: ritornò nella notte e riferì che il collega
approvava il piano di Papirio.
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Discorso
di Papirio ai soldati
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Papirius
nuntio misso extemplo contionem hahuit; multa de universo genere belli,
multa de praesenti hostium apparatu, vana magis specie quam efficaci ad
eventum, disseruit: non enim cristas vulnera facere; et per picta atque
aurata scuta transire Romanum pilum et candore tunicarum fulgentem aciem
ubi res ferro geratur cruentari: auream olim atque argenteam Samnitium
aciem a parente suo occidione occisam spoliaque ea honestiora victori
hosti quam ipsis arma fuisse: datum hoc forsan nomini familiaeque suae
ut adversus maximos conatus Samnitium opponerentur duces spoliaque et
referrent quae insignia publicis etiam locis decorandis essent: deos
immortales adesse propter totiens petita foedera, totiens rupta; tum si
qua coniectura mentis divinae situ nulli unquam exercitui fuisse
infestiores quam qui nefando sacro mixta hominum pecudumque caede
respersus, ancipiti deum irae devotus, hinc foederum cum Romanis ictorum
testes deos, hinc iuris iurandi adversus foedera suscepti execrationes
horrens, invitus iuraverit, oderit sacramentum, uno tempore deos, cives,
hostes metuat.
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Congedato
il messo, Papirio chiamò subito a raccolta i soldati: parlò a lungo
sulla guerra in generale, a lungo sulla particolare messa in scena dei
nemici per l'attuale, più vana apparenza che utile al risultato finale;
i pennacchi non dànno ferite, il giavellotto romano trapassa anche
scudi dipinti o dorati, le candide tuniche di una schiera rifulgente si
tingono di sangue quando si lavora con le spade. « Il padre suo
– disse – già una volta aveva fatto strage di una schiera
scintillante d'oro e d'argento, e quelle spoglie erano state più di
onore per il nemico vittorioso che utili come armi ai vinti[5].
Era forse un dono concesso al suo none e alla sua famiglia essere
designati duci che tenessero testa ai maggiori sforzi dei Sanniti e ne
riportassero spoglie che fossero bell'ornamento anche per pubblici
monumenti. Gli dei immortali erano lì presenti per quei trattati tante
volte richiesti e altrettante volte violati, e, se si poteva far qualche
congettura sul pensiero divino, nessun esercito essi avevan mai tanto
avuto in odio quanto quello che, macchiato in un nefando rito
dall'uccisione commista di uomini e di animali, doppiamente votato
all'ira celeste dovendo paventare da una parte gli dèi testimoni dei
patti stretti con i Romani, dall'altra la maledizione del giuramento a
cui si era obbligato contro i trattati, aveva giurato contro volontà,
odiava il giuramento militare ridotto a temere nello stesso tempo dèi,
cittadini e nemici ».
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Auspici
falsificati
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XL.
Haec comperta perfugarum
indiciis cum apud infensos iam sua sponte milites disseruisset, simul
divinae humanaeque spei pleni clamore consentienti pugnam poscunt;
paenitet in posterum diem dilatum certamen; moram diei noctisque oderunt.
Tertia vigilia noctis, iam relatis litteris a collega, Papirius silentio
surgit et pullarium in auspicium mittit. Nullum erat genus hominum in
castris intactum cupiditate pugnae; summi infimique aeque intenti erant;
dux militum, miles ducis ardorem spectabat. Is ardor omnium etiam ad eos
qui auspicio intererant pervenit; nam cum pulli non pascerentur,
pullarius auspicium mentiri ausus tripudium solistimum consuli nuntiavit.
Consul laetus auspicium egregium esse et deis auctoribus rem gesturos
pronuntiat signumque pugnae proponit. Exeunti iam forte in aciem nuntiat
perfuga viginti cohortes Samnitium – quadringenariae ferme erant –
Cominium profectas. Quod ne ignoraret collega, extemplo nuntium mittit:
ipse signa ocius proferri iubet; subsidia suis quaeque locis et
praefectos subsidiis attribuerat; dextro cornu L. Volumnium, sinistro L.
Scipionem, equitibus legatos alios, C. Caedicium et T. Trebonium,
praefecit; Sp. Nautium mulos detractis clitellis cum tribus cohortibus
alariis in tumulum conspectum propere circumducere iubet atque inde
inter ipsam dimicationem quanto maxime posset moto pulvere se ostendere
.
Dum his intentus imperator erat, altercatio inter pullarios orta de
auspicio eius diei exauditaque ab equitibus Romanis, qui rem haud
spernendam rati Sp. Papirio, fratris filio consulis, ambigi de auspicio
renuntiaverunt. Iuvenis ante doctrinam deos spernentem natus rem
inquisitam ne quid incompertum deferret ad consulem detulit. Cui ille:
« Tu quidem macte virtute diligentiaque esto! Ceterum qui auspicio
adest, si quid falsi nuntiat, in semet ipsum religionem recipit; mihi
quidem tripudium nuntiatum, populo Romano exercituique egregium
auspicium est ». Centurionibus deinde imperavit uti pullarios
inter prima signa constituerent. Promovent
et Samnites signa; insequitur acies ornata armataque, ut hostibus quoque
magnificum spectaculum esset. Priusquam
clamor tolleretur concurrereturque, emisso temere pilo ictus pullarius
ante signa cecidit. Quod ubi consuli nuntiatum est, « Di in
proelio sunt »; inquit; « habet poenam noxium caput ».
Ante consulem haec dicentem corvus voce clara occinuit; quo laetus
augurio consul, adfirmans nunquam humanis rebus magis praesentes
interfuisse deos, signa canere et clamorem tolli iussit.
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XL.
Codeste
informazioni, che egli aveva avute da rivelazioni di disertori,
comunicate da Papirio nel suo discorso ai soldati già di per sé pieni
d'ira, crearono un senso di speranza nell'aiuto celeste e nelle proprie
forze così vivo che un grido unanime eruppe dai petti per chiedere di
combattere; il rinvio al giorno seguente spiace, il ritardo di un giorno
e di una notte diventa odioso. Dopo la mezzanotte, ricevuta la lettera
del collega, Papirio in silenzio si alza, dà ordine al pullario di
prendere gli auspici. In tutto l'accampamento non c'era un solo
individuo che non fosse preso dalla febbre di combattere; alti graduati
e umili fanti erano in pari stato d'orgasmo: il comandante ammirava lo
spirito battagliero dei soldati, i soldati quello del comandante: e tale
entusiasmo si era comunicato anche a coloro che prendevano parte alla
presa degli auspici, tanto che, mentre in realtà i polli rifiutavano il
cibo, il pullario osò falsare l'auspicio sfavorevole e riferì al
console che si era avuto un tripudio solistimo[6].
Il console festante annuncia a tutti l'ottimo auspicio e che si
combatterà con l'approvazione degli dèi: fa alzare il segnale del
combattimento. Già stava per scendere in campo, quando venne informato
da un disertore che venti coorti dei Sanniti – erano in tutto circa
quaranta – erano partite alla volta di Cominio. Manda tosto un messo,
perché il collega ne sia informato; dà ordine di accelerare
l'avanzata: aveva già dislocato in posizioni opportune le milizie
ausiliarie con propri comandanti; posto a capo dell'ala destra Lucio
Volumnio, della sinistra Lucio Scipione, alla cavalleria altri legati
Caio Cecilio e Tito Trebonio; a Spurio Nauzio poi comanda di guidare
rapidamente i muli, liberati dal basto, su una altura bene in vista,
scortati da tre coorti, e di mettersi in evidenza durante il corso della
battaglia, sollevando nuvole di polvere quanto più sarà possibile.
Mentre il comandante
stava dando tali
disposizioni, giunse alle orecchie di alcuni cavalieri romani una
discussione sorta tra i pullari a proposito dell'auspicio di quel
giorno: e quelli giudicando che si trattava di cosa da non prendere alla
leggera, informarono Spurio Papirio, figlio di un fratello del console,
che si dubitava della sincerità degli auspici. I1 giovane, nato in
tempi in cui non si era ancora insegnato a disprezzare gli dèi, appurò
la diceria per non riferire cosa incerta e poi ne parlò al console Il
quale disse: « Un "bravo" a te per la tua virtuosa
diligenza; ma sappi che chi assiste ad una presa di auspici e ne dà una
interpretazione falsa, attira su se stesso la colpa del sacrilegio; a me
fu dato per certo il tripudio, l'augurio più bello per il popolo romano
e per l'esercito ». Comandò poi ai centurioni di collocare i
pullari tra le primissime file. Anche le avanguardie dei Sanniti si
fanno avanti, seguono le schiere dalle armi rifulgenti, spettacolo
magnifico persino ai nemici. Prima che si alzi l'urlo di guerra e si
muova all'assalto, il pullario colpito da un giavellotto chissà da chi
e da dove lanciato, cade ucciso davanti alle insegne. Saputolo, il
console esclamò: « Gli dèi sono con noi; il colpevole ha pagato
il fio ». E mentre così diceva, davanti a lui un corvo mandò il
suo grido chiaramente risonante: ed il console, lieto di quell'augurio,
affermando che gli dèi non erano mai stati più favorevoli d'allora ad
imprese umane, fece squillare le trombe ed alzare il grido di battaglia.
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Sconfitta
dei sanniti ad Aquilonia
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XLI.
Proelium
commissum atrox, ceterum longe disparibus animis: Romanos ira, spes,
ardor certaminis avidos hostium sanguinis in proelium rapit; Samnitium
magnam partem necessitas ac religio invitos magis resistere quam inferre
pugnam cogit. Nec sustinuissent primum clamorem atque impetum Romanorum,
per aliquot iam annos vinci adsueti, ni potentior alius metus insidens
pectoribus ac fuga retineret. Quippe in oculis erat omnis ille occulti
paratus sacri et armati sacerdotes et promiscua hominum pecudumque
strages et respersae fando nefandoque sanguine arae et dira execratio ac
furiale carmen detestandae familiae stirpique compositum: iis vinculis
fugae obstricti stabant civem magis quam hostem timentes. Instare
Romanus a cornu utroque a media acie et caedere deorum hominumque
attonitos metu; repugnatur segniter, ut ab iis quos timor moraretur a
fuga Iam prope ad signa caedes pervenerat, cum ex transverso pulvis
velut ingentis agminis incessu motus apparuit; Sp. Nautius Octavium
Maecium quidam eum tradunt dux auxiliaribus cohortibus erat; pulverem
maiorem quam pro numero excitabant; insidentes mulis calones frondosos
ramos per terram trahebant. Arma signaque per turbidam lucem in primo
apparebant; post altior densiorque pulvis equitum speciem cogentium
agmen dabat fefellitque non Samnites modo sed etiam Romanos; et consul
adfirmavit errorem clamitans inter prima signa ita ut vox etiam ad
hostes accideret, captum Cominiumu victorem collegam adesse;
adniterentur vincere priusquam gloria alterius exercitus fieret. Haec
insidens equo; inde tribunis centurionibusque imperat ut viam equitibus
patefaciant; ipse Trebonio Caedicioque praedixerat ut, ubi se cuspidem
erectam quatientem vidissent, quanta maxima vi possent concitarent
equites in hostem. Ad nutum omnia, ut ex ante praeparato, fiunt:
panduntur inter ordines viae; provolat eques atque infestis cuspidibus
in medium agmen hostium ruit perrumpitque ordines quacumque impetum
dedit Instant Volumnius et Scipio et perculsos sternunt.
Tum
iam deorum hominumque victa vis: funduntur linteatae cohortes, pariter
iurati iniuratique fugiunt nec quemquam praeter hostes metuunt. Peditum
agmen quod superfuit pugnae in castra aut Aquiloniam compulsum est;
nobilitas equitesque Bovianum perfugerunt. Equitem eques sequitur,
peditem pedes; diversa cornua dextrum ad castra Samnitium, laevum ad
urbem tendit. Prior aliquanto Volumnius castra cepit; ad urbem Scipioni
maiore resistitur vi, non quia plus animi victis est sed melius muri
quam vallum armatos arcent: inde lapidibus propulsant hostem. Scipio,
nisi in primo pavore priusquam colligerentur animi transacta res esset,
lentiorem fore munitae urbis oppugnationem ratus, interrogat milites
satin aequo animo paterentur ab altero cornu castra capta esse, se
victores pelli a portis urbis. Reclamantibus universis primus ipse scuto
super caput elato pergit ad portam; secuti alii testudine facta in urbem
perrumpunt deturbatisque Samnitibus quae circa portam erant muri
occupavere; penetrare in interiora urbis, quia pauci admodum erant, non
audent.
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XLI.
Violento
fu l'inizio dello scontro, ma ben diversa la disposizione degli animi:
rabbia, speranza, ardore di lotta spingono avanti i Romani sitibondi di
sangue nemico; l'imperioso vincolo religioso induce la maggior parte dei
Sanniti, disanimati, più a difendersi che ad attaccare. Anzi, avvezzi
da tanti anni alle sconfitte, non avrebbero nemmeno sostenuto il primo
urto e la impetuosità dell'assalto dei Romani, se non fossero stati
trattenuti dal fuggire da un altro senso di paura più profondo, infisso
nell'animo. Ché avevano ancora davanti agli occhi tutta quella scena
del rito occulto e i sacerdoti armati e la promiscua strage di uomini e
di animali e le are cosparse di sangue pio ed empio e la truce
maledizione e le formule infernali imprecanti alle famiglie, ai
discendenti: inchiodati da quei vincoli, resistevano più per timore dei
concittadini che dei nemici. Grande era la pressione dei Romani ai
fianchi e al centro e larga la strage dei nemici svigoriti dal timore
degli dèi e degli uomini; tepida la resistenza, come di gente che non
fugge per paura. E già l'avanzata stava per raggiungere la
retroguardia, quando su di un fianco fu visto un polverone quale solleva
il procedere di una grande armata: si trattava di Spurio Nauzio – o,
secondo altri, di Ottavio Mecio – capo delle coorti ausiliarie: e
sollevavano nuvoli di polvere molto più intensi in proporzione al loro
numero, perché i bagaglioni a cavalcione dei muli si strascicavano
dietro rami fronzuti. Nel lucore offuscato si intravedevano in prima
fila armati e insegne: dietro, un polverìo più alto e più denso dava
l'impressione di un corpo di cavalleria che chiudesse la marcia: e ne
furono tratti in inganno non solo i Sanniti, ma anche i Romani; ed il
console avvalorò l'errore, alto gridando tra le prime file in modo da
essere udito anche dai nemici, che Cominio era stata presa e che il
collega vincitore stava per arrivare: vincessero, dunque, prima che
l'altro esercito se ne aggiudicasse l'onore. Così diceva dall'alto del
cavallo; ordina poi ai tribuni ed ai centurioni di lasciar libero tra le
schiere il passaggio alla cavalleria; già aveva detto a Trebonio ed a
Cedicio che non appena lo avessero visto alzare e squassare la lancia
caricassero a tutta furia, quanto era possibile, il nemico. Al segnale
dato, tutto si svolse come era stato prestabilito; tra i manipoli viene
lasciato libero il passaggio, la cavalleria vi si precipita, a lancia
protesa irrompe nel folto dei nemici, getta il disordine tra le schiere
dovunque passa: Volumnio e Scipione con la fanteria le tengono dietro,
si fa strage degli sconfitti.
Cadde
allora la forza coercitiva degli dei e degli uomini:
sconvolte le coorti
linteate, la fuga di quelli che hanno giurato e di quelli che non sono
legati da giuramento diventa generale: ormai non si teme altri che il
nemico. Le schiere della fanteria scampate dalla battaglia sono
ricacciate nell'accampamento o ad Aquilonia, nobili e cavalieri fuggono
a Boviano[7];
la cavalleria romana insegue la cavalleria, la fanteria la fanteria; i
due corpi dell'esercito seguono vie diverse, quello di destra verso
l'accampamento sannita, quello di sinistra verso la città. La presa
dell'accampamento da parte di Volumnio avvenne un poco prima; Scipione
trovò maggior resistenza, non perché il nemico avesse ripreso
coraggio, ma perché le mura davano possibilità migliore di tener
lontano il nemico che non una palizzata: si difendevano con lanci di
pietre. Scipione, ben sapendo che se non avesse ottenuto il suo scopo
prima che i nemici si fossero riavuti dallo spavento, l'espugnazione
della città ben fortificata sarebbe andata per le lunghe, chiese ai
suoi soldati se volessero permettere con indifferenza che l'altra ala si
impadronisse dell'accampamento e che essi, vincitori, fossero respinti
dalle porte della città. Tutti protestarono: ed egli per il primo
facendosi schermo con lo scudo al capo si fa sotto alla porta: altri lo
seguono in formazione di testuggine, fanno impeto contro la città, e
dopo aver dispersi i Sanniti, prendono possesso del tratto delle mura
collegato con la porta: non osarono andar oltre, perché erano troppo
pochi.
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Presa
di Aquilonia
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XLII.
Haec primo ignorare consul et
intentus recipiendo exercitui esse; iam enim praeceps in occasum sol
erat et appetens nox periculosa et suspecta omnia etiam victoribus
faciebat. Progressus longius ab dextra capta castra videt, ab laeva
clamorem in urbe mixtum pugnantium ac paventium fremitu esse: et tum
forte certamen ad portam erat. Advectus deinde equo propius, ut suos in
muris videt nec iam integri quicquam esse, quoniam temeritate paucorum
magnae rei parta occasio esset, acciri quas receperat copias signaque in
urbem inferri iussit. Ingressi proxima ea parte quia nox adpropinquabat,
quievere. Nocte
oppidum ab hostibus desertum est.
Caesa illo die ad Aquiloniam
Samnitium milia viginti trecenti quadraginta, capta tria milia
octingenti septuaginta, signa militaria nonaginta septem. Ceterum illud
memoriae traditur non ferme alium ducem laetiorem in acie visum seu
suopte ingenio seu fiducia bene gerundae rei. Ab eodem robore animi
neque controverso auspicio revocari a proelio potuit et in ipso
discrimine quo templa deis immortalibus voveri mos erat voverat Iovi
Victori, si legiones hostium fudisset, pocillum mulsi priusquam temetum
biberet sese facturum. Id votum dis cordi fuit et auspicia in bonum
verterunt.
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XLII.
Il
console non era ancora al corrente di quella situazione e si dava da
fare per chiamare a raccolta l'esercito perché il sole ormai piegava al
tramonto e la notte incombente induceva a sospettare ed a temere di
tutto. Avanzando alquanto, vide sulla destra che il campo nemico era
stato conquistato e dalla sinistra gli giunse dalla città un grande
clamore: grida di combattenti confuse con voci di terrore; era proprio
il momento in cui si combatteva
intorno alla porta. Fattosi
più sotto a cavallo, quando ebbe visto che i suoi già erano sul muro e
che la situazione non ammetteva altra decisione, tanto più che il
temerario coraggio di pochi poteva dare la spinta ad una grande impresa,
fa accorrere le truppe già radunate e ordina di passare all'assalto
della città. Ma dopo aver preso piede nel quartiere vicino alla porta,
per il sopraggiungere della notte, non andarono oltre. Nel corso della
notte i nemici abbandonarono la città.
In
quella giornata intorno ad Aquilonia i Sanniti ebbero ventimila e
trecento quaranta morti; i prigionieri furono tremila ottocento
settanta, le insegne militari conquistate novantasette. Ma ci è stato
anche tramandato che forse non fu visto mai durante un combattimento un
comandante più sereno, o fosse questo effetto del suo carattere, o
fosse la certezza del pieno successo: e tale forza di carattere dimostrò
nel non lasciarsi distogliere dalla decisione di combattere per
l'incertezza degli auspici, come pure quando nel punto cruciale della
battaglia, allorché secondo l'uso si fa voto di templi agli dèi
immortali, egli promise a Giove vittorioso, che, se avesse riportato
vittoria sui nemici, gli avrebbe offerto un piccolo bicchiere di vino
melato, prima di bere vino puro[8].
Gli dèi gradirono il voto e ritorsero a favore gli auspici.
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Presa
di Cominio
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XLIII.
Eadem fortuna ab altero
consule ad Cominium gesta res. Prima luce ad moenia omnibus copiis
admotis corona cinxit urbem subsidiaque firma ne qua eruptio fieret
portis opposuit. Iam signum dantem eum nuntius a collega trepidus de
viginti cohortium adventu et ab impetu moratus est et partem copiarum
revocare instructam intentamque ad oppugnandum coegit Decimum Brutum
Scaevam legatum cum legione prima et decem cohortibus alariis
equitatuque ire adversus subsidium hostium iussit: quocumque in loco
fuisset obvius, obsisteret ac moraretur manumque, si forte ita res
posceret, conferret, modo ne ad Cominium eae copiae admoveri possent. Ipse
scalas ferri ad muros ab omni parte urbis iussit ac testudine ad portas
successit; simul et refrigebantur portae et vis undique in muros fiebat.
Samnites sicut, antequam in muris viderent armatos, satis animi
habuerunt ad prohibendos urbis aditu hostcs, ita, postquam iam non ex
intervallo nec missilibus sed cominus gerebatur res et qui aegre
successerant ex plano in muros, loco quem magis timuerant victo facile
in hostem imparem ex aequo pugnabant, relictis turribus murisque in
forum omnes compulsi paulisper inde temptaverunt extremam pugnae
fortunam; deinde abiectis armis ad undecim milia hominum et quadringenti
in fidem consulis venerunt; caesa ad quattuor milia octingenti octoginta.
Sic ad Cominium, sic ad
Aquiloniam gesta res: in medio inter duas urbes spatio, ubi tertia
expectata erat pugna, hostes non inventi. Septem milia passuum cum
abessent a Cominio, revocati ab suis neutri proelio occurrerunt. Primis
ferme tenebris, cum in conspectu iam castra, iam Aquiloniam habuissent,
clamor eos utrinmque par accidens sustinuit; deinde regione castrorum,
quae incensa ab Romanis erant, flamma late fusa certioris cladis indicio
progredi longius prohibuit. Eo ipso loco temere sub armis strati passim
inquietum omne tempus noctis expectando timendoque lucem egere. Prima
luce, incerti quam in partem intenderent iter, repente in fugam
consternantur conspecti ab equitibus, qui egressos nocte ab oppido
Samnites persecuti viderant multitudinem non vallo, non stationibus
firmatam. Conspecta et ex muris Aquiloniae ea multitudo erat iamque
etiam legionariae cohortes sequebantur. Ceterum nec pedes fugientes
persequi potuit et ab equite novissimi agminis ducenti ferme et
octoginta interfecti; arma multa pavidi ac signa militaria duodeviginti
reliquere; alio agmine incolumi, ut ex tanta trepidatione, Bovianum
perventum est.
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XLIII.
Né
minor successo riportò l'altro console a Cominio. Alle prime luci del
giorno, fatte accostare tutte le truppe alle mura, cinse la città con
linea ininterrotta, rafforzando poi validamente i presìdi delle porte
per impedire ogni tentativo di sortite. E già stava per dare il segnale
dell'assalto quando ne fu trattenuto dal messo trepidante mandatogli dal
collega per informarlo dell'arrivo delle venti coorti; fu anche
costretto a dislocare parte delle forze già disposte e pronte per
l'espugnazione della città. Comandò al legato Decimo Bruto Sceva di
marciare con la prima legione
scortata da dieci coorti e
con la cavalleria contro quel rinforzo dei nemici, di opporglisi
dovunque lo avesse incontrato, di arrestarlo e, se il caso lo
richiedesse, di impegnarlo in un combattimento, purché quelle truppe
non potessero avvicinarsi alla città. Fece rizzare scale lungo tutto il
circuito delle mura e in formazione di testuggine mosse all'abbattimento
delle porte, con azione concordata: si scalavano le mura mentre si
scardinavano le porte. I Sanniti, finché non videro armati che
combattevano sulle mura, ebbero quel tanto di spirito combattivo che
bastava per impedire l'invasione nella città; ma quando la battaglia
non si svolgeva più a distanza, né con giavellotti, ma a corpo a
corpo, e quelli che dal basso faticosamente avevano raggiunto la sommità
delle mura superando difficoltà di luogo assai temibili, combattevano
ora con tutta facilità e a parità di condizioni contro un nemico meno
agguerrito, abbandonarono torri e mura; ricacciati tutti al centro della
città, tentarono per un poco una disperata resistenza, ma poi gettarono
le armi e si arresero al console: furono circa undicimila e
quattrocento; i morti raggiunsero il numero di quattromila ottocento
ottanta.
Tale fu l'azione bellica a Cominio e ad Aquilonia: invece non si ebbe
una terza battaglia come si era pronosticato, nel tratto fra le due città,
perché i nemici non vennero trovati quando erano distanti sette miglia
da Cominio, le venti coorti furono fatte tornare e così non presero
parte né ad una battaglia né all'altra. Cominciava quasi ad annottare,
già erano in vista sia dell'accampamento sia di Aquilonia, quando un
grande urlio che giungeva intenso dalle due parti li indusse ad
arrestarsi; poi le alte fiamme che si alzavano e dilagavano dal punto
dove era l'accampamento incendiato dai Romani più chiaro segno della
sconfitta, li dissuasero dall'avanzarsi di più. Là, gettatisi a terra
confusamente, senza lasciare le armi, trascorsero tutta la notte,
trepidanti, aspettando e temendo la luce del giorno. E quando essa
apparve, ed erano ancora incerti sul dove dirigersi, fuggirono
spaventatissimi perché erano stati scorti dalla cavalleria che, datasi
all'inseguimento dei Sanniti usciti di notte dalla città, aveva notato
quella massa di gente non protetta né da terrapieno né da posti di
guardia. Ed anche dalle mura di Aquilonia era stata vista quella
moltitudine e le coorti legionarie già uscivano ad inseguirla. Ma la
fanteria non poté raggiungere i fuggiaschi ed anche la cavalleria ne
uccise solo circa duecento ottanta della retroguardia. Pieni di paura,
abbandonarono quantità di armi e diciotto insegne militari; il resto
della schiera, data la confusione generale, raggiunse incolume Boviano.
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Decisioni
dei consoli. Premiazioni al valore
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XLIV.
Laetitiam
utriusque exercitus Romani auxit et ab altera parte feliciter gesta res.
Uterque ex alterius sententia consul captum oppidum diripiendum militi
dedit, exhaustis deinde tectis ignem iniecit; eodemque die Aquilonia et
Cominium deflagravere et consules cum gratulatione mutua legionum suaque
castra coniunxere. In conspectu duorum exercituum et Carvilius suos pro
cuiusque merito laudavit donavitque et Papirius, apud quem multiplex in
acie, circa castra, circa urbem fuerat certamen, Sp. Nautium, Sp.
Papirium, fratris filium, et quattuor centuriones manipulumque
hastatorum armillis aureisque coronis is donavit: Nautium propter
expeditionem qua magni agminis modo terruerat hostes, iuvenem Papirium
propter navatam cum equitatu et in proelio operam et nocte qua fugam
infestam Samnitibus ab Aquilonia clam egressis fecit, centuriones
militesque quia primi portam murumque Aquiloniae ceperant, equites omnes
ob insignem multis locis operam corniculis armillisque argenteis donat.
Consilium inde habitum iamne tempus esset deducendi de Samnio exercitus
aut utriusque aut certe alterius, optimum visum, quo magis fractae res
Samnitium essent, eo pertinacius et infestis agere cetera et persequi ut
perdomitum Samnium insequentibus consulibus tradi posset: quando iam
nullus esset hostium exercitus, qui signis conlatis dimicaturus
videretur, unum superesse belli genus, urbium oppugnationes, quarum per
excidia militem locupletare praeda et hostem pro aris ac focis
dimicantem conficere possent Itaque litteris missis ad senatum
populumque Romanum de rebus ab se gestis diversi Papirius ad Saepinum,
Carvilius ad Veliam oppugnandam legiones ducunt.
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XLIV.
La
gioia della vittoria nei due eserciti fu resa più viva perché era
stata reciproca. Per comune accordo ciascuno dei due consoli concesse ai
propri soldati il saccheggio della città conquistata. Le abitazioni
spogliate di tutto vennero incendiate; in uno stesso giorno Aquilonia e
Cominio furono preda delle fiamme e i consoli, fra le mutue
congratulazioni delle legioni, unirono gli accampamenti. Al cospetto di
entrambi gli eserciti, Carvilio elogiò e premiò ciascuno secondo il
proprio merito, e Papirio, l'esercito del quale aveva avuto un compito
più gravoso sia in combattimento, sia intorno all'accampamento e alla
città, regalò braccialetti e corone d'oro a Spurio Nauzio, a Spurio
Papirio, figlio del fratello, e a quattro centurioni degli astati e dei
manipoli; Nauzio per la condotta della manovra con la quale aveva
incusso timore ai nemici come se si fosse trattato di un grande
esercito; il giovane Papirio per il valido aiuto prestato con la
cavalleria sia in combattimento sia nella notte in cui aveva reso tanto
rovinosa ai Sanniti la fuga quando erano usciti di nascosto da Aquilonia;
i centurioni ed i soldati che per i primi avevano preso possesso della
porta e delle mura di Aquilonia; donò poi cornetti e bracciali
d'argento a tutti i cavalieri per la loro efficace cooperazione in molte
occasioni.
Si tenne poi il consiglio
di guerra per decidere se ormai si dovessero condur via dal Sannio i due
eserciti o almeno uno di essi; ma parve miglior partito quello di
portare a termine l'impresa con tanto maggiore intensità e accanimento
quanto minore era la possibilità di resistenza dei Sanniti, in modo da
poter consegnare ai consoli successori un Sannio completamente
pacificato; dal momento che pareva non esistesse più ormai un esercito
nemico contro cui combattere, non rimaneva altra forma di guerra che
l'espugnazione delle varie città: con essa avrebbero arricchito di
preda i soldati e finito un nemico ridotto a combattere per l'estrema
difesa. Mandarono quindi al senato ed al popolo romano il rapporto del
loro operato; poi, separatisi, Papirio condusse le legioni
all'espugnazione di Sepino, Carvilio a quella di Velia[9].
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Azioni
provocatorie degli Etruschi e dei Falisci - XLV.
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Litterae
consulum ingenti laetitia et in curia et in contione auditae, et
quadridui supplicatione publicum gaudium privatis studiis celebratum
est.
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Il
rapporto dei consoli letto in senato e nell'assemblea fu accolto con
grande gioia e venne festeggiato con una festività pubblica di quattro
giorni e dalla pietà dei privati.
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Città nel territorio degli Irpini, ai confini con l’Apulia, non lontano
dall’odierna Carbonara.
Libri lintei: rotoli di tela di Lino sui quali si conservavano scritti i
nomi dei magistrati anno per anno; erano custoditi nel tempio di Giunone
Moneta.
Questi 20.000 con i 16.000 della legione linteata non raggiungono la cifra
di 60.000 data da Livio poco sopra. Il resto era probabilmente composto di
milizie ausiliarie e da alleati.
Amiterno, patria di Sallustio, non era però nel Sannio, ma in territorio
sabino, non lungi dal fiume Pescara (Aternus). – Duronia, nominata poco
sotto, è città sconosciuta, come Cominio, la quale però non doveva essere
molto lontana da Aquilonia (venti miglia).
Vd. Lib. IX, 40.
Tripudium solistimum: l’auspicio più favorevole dato dai polli sacri; e
si aveva quando essi uscivano a furia dalle gabbie e si precipitavano tanto
avidamente sul cibo che i grani del becchime cadevano loro dai becchi
producendo rumore.
Non si tratta di Boviano vecchio – dei Pentri –; ma di altro detto
Undecimanorum, più al sud, alle falde del Tiferno.
Voto irriverente, anche se scherzoso; come poco … ortodossa – secondo la
mentalità dell’epoca – la spregiudicatezza di Papirio riguardo agli
auspici; ma Livio trova modo di accomodare tutto per i suoi beniamini.
Sepino: a sud di Boviano (nota 7), sul fiume Tamarus. – Velia: di incerta
ubicazione. |
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