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Una guerra contro città scomparse
Non
rientra nell’economia di questo lavoro l’esame completo e dettagliato di
tutte le notizie contenute nel racconto di Livio, come ad esempio i rituali
prebellici dei Sanniti o il numero dei morti e prigionieri o le successive fasi
della guerra dopo la disfatta dei Sanniti. Qui saranno esaminati solo quei
passaggi attinenti all’individuazione di Aquilonia.
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Carta del Sannio secondo
Salmon
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Dal
racconto di Livio si ha chiara la strategia dei consoli romani nell’affrontare
i Sanniti sul loro territorio per un intervento del tipo “soluzione finale”,
cioè eliminazione definitiva del “problema” Sanniti: un’operazione a
tenaglia che prendesse il territorio da nord – con il console Spurio Carvilio
che attacca Amiterno, “oppidum de
Samnitibus”
– e da sud – con Papirio che espugna Duronia –.
Dopo tali successi i consoli attraversano tutto il Sannio (pervagati
Samnium)
dando la caccia ad un nemico che ha deciso di procrastinare lo scontro diretto e
decisivo per concentrarsi in luoghi a lui più favorevoli. Infine convergono
verso i monti delle Mainarde e si incontrano nell’agro atinate dove la
devastazione è pressoché totale (maxime
depopulato Atinate agro
– e non poteva essere altrimenti, visto l’affollamento dei due eserciti).
Le postazioni scelte dai Sanniti sono Cominio (nell’omonima valle, dunque
a ridosso dell’agro atinate) e Aquilonia, a soli trenta chilometri di distanza
(viginti milium spatio aberant).
La ragione precipua della spedizione militare romana era certamente
quella di assicurarsi il controllo effettivo e definitivo della Valle del
Rapido, che consentiva i collegamenti tra il Lazio, la Campania ed il sud della
penisola, territori di estrema importanza per i loro scambi commerciali. I
Sanniti, posizionandosi sulle alture di S. Vittore del Lazio e di S. Pietro
Infine (come già avevano fatto con Casinum),
potevano tenere sotto minaccia permanente tutta l’ampia valle sottostante –
e la scorribanda dell’anno precedente su Interamna Lirenas lo dimostra –,
rendendo insicure le attività commerciali di Roma: il loro scopo, invece, era
quello di assicurarsi i preziosi pascoli alimentati dal Liri-Garigliano e dal
Peccia, con possibilità di sbocchi anche commerciali sulla costa tirrenica,
antico sogno dei Sanniti.
Se così non fosse stato – se cioè Aquilonia fosse stata situata
all’interno del Sannio – i Romani non avrebbero avuto motivo di ingaggiare
una dura guerra contro i Sanniti che se ne stavano nel loro territorio, sia pure
in armi.
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La manovra dei consoli
romani contro i Sanniti
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I Romani, checché ne dica certa storiografia militaresca, non si davano alle
conquiste fini a se stesse, mossi dallo spirito di “grandeur” di recente
memoria; tendevano, invece, ad espandere i loro “affari” per necessità
interne di natura sociale e politica; e per ottenere ciò erano spesso indotti
ad imporre ai territori confinanti la loro “pacificazione” o quella che
comunemente viene detta Pax Romana; e spesso ciò si poteva realizzare solo con
la conquista militare.
I Sanniti, da parte loro, non potevano accettare passivamente la riduzione
progressiva delle aree territoriali delle quali da tempi immemorabili potevano
disporre liberamente e sulle quali avevano sempre potuto esercitare i loro
interessi economici senza concorrenti forti. Per questa ragione non potevano
rassegnarsi a starsene racchiusi nel loro Sannio montuoso senza possibilità di
fruire dei vicini pascoli estivi. Dunque la loro chiamata alle armi in luoghi
periferici come quelli qui esaminati – Aquilonia – avevano una ragione ben
precisa; ragione che Livio, da buon romano, si guarda bene dall’evidenziare.
A
questo punto occorre mettere a fuoco l’entità reale delle forze romane (di
quelle sannitiche si è occupato ampiamente lo stesso Livio).
Al tempo delle guerre sannitiche Roma disponeva stabilmente di due eserciti
consolari; ognuno di essi era composto da due legioni regolari e da altre due di
alleati; queste ultime durante la battaglia venivano disposte alle ali.
Ma quando si parla di eserciti ci si riferisce di solito ai soli combattenti,
mentre si ignora tutto quello che un esercito in missione richiedeva perché i
soldati potessero svolgere agevolmente il loro “lavoro”. Il bagaglio
personale di un soldato romano in marcia era piuttosto leggero e consisteva
essenzialmente nelle proprie armi personali e in un vettovagliamento minimo.
Dunque per una spedizione della durata di diversi giorni era necessario che
altri si occupassero del vettovagliamento e dell'assistenza costante alla
macchina da guerra. Per questo l'esercito si portava dietro carriaggi con i
rispettivi conducenti, personale "tecnico", come carpentieri,
falegnami, fabbri, maniscalchi, addetti alle cucine; personale medico per
l’assistenza sanitaria e gli interventi di pronto soccorso ai feriti; scribi e
segretari che sapessero scrivere dispacci, fare relazioni, trascrivere discorsi
dei consoli; consiglieri militari, sacerdoti, aruspici, pullari. A tutti questi
va aggiunta la massa di stallieri, vaccari, pastori addetti alla cura del
bestiame al sèguito – e non solo cavalli – che doveva assicurare il
nutrimento ai soldati ed allo stesso personale. Ad ogni sosta dell’esercito si
attivava immediatamente, nelle retrovie, lo stuolo del personale ausiliario per
il foraggiamento delle bestie e per procacciare, preferibilmente nelle
malcapitate abitazioni del luogo, cibo a tutti i componenti la spedizione. Il
transito di un esercito, allora come ora, ha sempre comportato gravissimi danni
alle zone attraversate: anche per questo, dunque, leggiamo maxime depopulato Atinate agro.
In considerazione di ciò non era pensabile che due eserciti si muovessero
seguendo gli stessi percorsi o con la stessa destinazione. Anche così, dunque,
si giustificava la necessità dell’operazione a tenaglia cui ho accennato più
su.
Infine va rilevato che gli eserciti dei nostri due consoli del 293 a.C. dovevano
essere ben consistenti per due buoni motivi: i consoli romani oltre che
condottieri erano anche politici, dunque partivano per una missione militare in
“pompa magna”, con adeguata messa in scena e senza risparmio di mezzi, con
una organizzazione ed un potenziale bellico che consentisse loro la massima
sicurezza; inoltre l’obiettivo della spedizione non era da poco: bisognava
abbattere una volta per sempre la potenza sannitica sul territorio nemico; la
cosa dunque non poteva essere affrontata con mezzi limitati.
Era necessaria questa digressione per sgomberare subito il campo dalle azzardate
identificazioni di tutte le città ricordate da Livio in località della Valle
di Comino o nelle sue adiacenze: non si inviano due eserciti consolari per
conquistare un “fazzoletto” di territorio ristretto in un raggio non
superiore ai dieci chilometri, quale è quello appena ricordato.
Più di uno studioso, infatti, ha voluto porre Amiterno nei pressi di S. Elia
Fiumerapido e Duronia sul corso del fiume Melfa al di sopra di Roccasecca. Al di
là delle considerazioni appena fatte sulla consistenza degli eserciti romani,
dovremmo pensare che sarebbero stati dei suicidi i consoli se avessero attaccato
quelle città così poste lasciandosi alle spalle la massima potenza sannita che
risiedeva in Cominio ed Aquilonia.
Infine proprio l’obiettivo della missione, che era quello di chiudere la
partira coi Sanniti, impedisce di pensare che i Romani volessero attuarlo
limitandosi ad un attacco in zona ristretta e ai limiti, se non al di fuori, del
territorio del Sannio.
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Vicalvi: particolare delle
mura di Cominium
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Circa
la collocazione di Cominio è ormai quasi universalmente accettata la tesi di
Michele Jacobelli che la identifica nelle mura poligonali ancora visibili sul
colle di Vicalvi, in Valle di Comino,
confortato dalla vicinanza di Atina, cui si fa riferimento con l’espressione Atinate
agro. Lo stesso toponimo “Comino” è sicuramente da ricondurre al
“Cominium” di Livio tramite il medioevale “Cumino”.
Purtroppo il merito dell’archeologo Jacobelli, che nell’identificazione di
Cominio in Vicalvi, pose un punto fermo nelle ricerche degli studiosi sulle
località liviane, non puó essere esteso all’indicazione di Aquilonia nella
località “Rocca degli Alberi”, sempre in Val di Comino, sia per mancanza di
elementi concreti di identificazione, sia per i motivi più su esposti (spazi
troppo angusti per due eserciti consolari).
Lasciamo per il momento da parte la questione Aquilonia, che
comunque, sappiamo ora, era distante trenta chilometri da Vicalvi.
Poniamo degli altri punti fermi riguardo alla localizzazione di Amiterno e
Duronia.
Cosa
ci impedisce di riconoscere l’Amiternum liviana nella storica Amiternum, oggi
S. Vittorino Amiterno, presso L’Aquila? Il fatto, si dice, che quest’ultima
fu anticamente città sabina e non sannitica.
È un problema questo? Una soluzione è proposta da Giacomo Devoto, che, a
proposito della nostra questione, corregge il testo di Livio “Amiternum
oppidum de Samnitibus vi cepit”: « Il console del 293 prende
Amiterno de Samnitibus, che sta forse
in luogo de Sabineis ».
Appena due anni prima, nel 295, nel contesto di una serie di turbolenze di
popolazioni italiche, animate dai Sanniti, Roma dovette con molto affanno
battere una coalizione degli stessi Sanniti, con gli Umbri, i Galli e gli
Etruschi nella tragica battaglia di Sentino (oggi Sassoferrato in Umbria), molto
più a nord della nostra Amiterno.
Quella parte dell’Italia centro meridionale non fu certo pacificata con la
battaglia di Sentino; lo stesso Devoto conferma: « Nel cuore della Sabina,
si dovette vincere qualche resistenza nelle valli del Nera e dell'Aterno »,
e infatti appena due anni dopo i Romani dovettero iniziare proprio di lì
l’operazione di “bonifica” o di “pacificazione” del territorio
sannitico con la spedizione del console Spurio Carvilio.
Il territorio dei Sabini, le cui principali città erano Reate, Nursia, Amiterno,
Trebula Mutuesca, fu annesso solo nel 289 con la deduzione della colonia di Atri
– dunque quattro anni dopo la nostra battaglia –, ed ebbe il diritto di
suffragio dal 268.
Ancora: Goffredo Bendinelli definisce Amiterno antica città sabina presso
L’Aquila: “[Amiternum] Città d’origine antichissima, alleata ancora dei
Sanniti nel 299 a. C., occupata dai Romani nel 293”. Anche il nostro
traduttore Carlo Vitali parla di Amiterno affermando che non era nel Sannio
“ma in territorio sabino, non lungi dal fiume Pescara (Aternus).
Sulla stessa linea sono l’archeologo Gianfilippo Carettoni
e lo storico Gaetano De Sanctis che rifiuta la possibilità che esistessero due
città con quello stesso nome: « Infatti sarebbe singolare che questo nome
derivato dal fiume Aterno (Varr. de l. l.
V, 28: da am(b)-Aternus = attorno al
fiume Aterno) si ripetesse anche altrove ».
Anche volendo ammettere che vi fossero due città chiamate Amiterno, sarebbe
singolare, aggiungo io, che Livio non trovasse necessario precisare che non si
trattava della nota e storica Amiterno dei Sabini, ma di un’altra minore e mai
più passata alla ribalta della storia fino ai suoi tempi. È illuminante, al
riguardo, l’esempio delle citazioni di Interamna, che, proprio perché ve ne
erano diverse, venivano indicate di volta in volta come Lirenas, Nahars, ecc.
Si potrebbe proseguire con altre citazioni, ma conviene far cenno alle
argomentazioni di E. T. Salmon, ritenuto, credo a ragione, il maggior esperto
della civiltà Sannitica, il quale sulla questione che qui ci interessa ha
fatto, e continua a fare, proseliti.
Il Nostro, partendo da tre punti fermi: Interamna Lirenas sulla via Latina (oggi
Teramo, contrada di Pignataro Interamna, presso Cassino), Cominium in Valle di
Comino e Atina nella stessa valle, ricostruisce una strategia del console Spurio
Carvilio basata su località non attendibili per le ragioni su esposte.
L’equivoco parte dalla lettura del passo di Livio: “Carvilius,
cui veteres legiones, quas M. Atilius superioris anni consul in agro Interamnati
reliquerat, decretae erant”,
ritenendo che il console muovesse il suo attacco da Interamna Lirenas, mentre
Livio cita quella località solo per ricordare quale esercito fu assegnato allo
stesso console; tutti i movimenti di truppe sopravvenuti tra l’assegnazione e
l’inizio delle operazioni, mentre l’altro console faceva leva, Livio non
dice.
Anzi, non è neppure certo che Carvilio prendesse il suo esercito da Interamna
Lirenas, presso Casinum, poiché lo stesso Livio riguardo all’anno 294 afferma
che le fonti non sono del tutto concordi, e riferisce che secondo
Fabio Pittore uno dei due eserciti consolari, ma non chiarisce quale,
fu portato in Etruria. E fu proprio di qui, cioè da Interamna Nahars, odierna
Terni, secondo Antonio Giannetti,
che partì il console Carvilio. In questo modo lo sviluppo degli eventi
presenterebbe minori problemi.
Dunque non si è obbligati a ritenere che l’itinerario della spedizione
prendesse le mosse dalla colonia presso Casinum, cosa che invece ha fatto Salmon.
Se questi, infatti, avesse ragione non si potrebbe che concordare con lui quando
dice: « Il console Spurio Carvilio Massimo, muovendo da Interamna Lirenas
verso nord lungo il fiume Rapido
oltrepassò Casinum, invase e saccheggiò la città sannita di Amiternum, devastò
la zona di Atina e si fermò a Cominium ».
Nella nota aggiunge che Amiterno “era probabilmente la località attualmente
chiamata Sant’Elia Fiumerapido”.
In questo errore il Salmon fu indotto dalle notizie di ritrovamenti di mura in
quella località segnalate fin dal secolo scorso.
Non doveva trattarsi di opera particolarmente significativa dal momento che oggi
non se ne ha quasi più traccia. Molto più esplicito è Armando Mancini, autore
di studi sulla Valle di Comino, che pone “Amiterno, nella valle del Rapido, e
Duronia, nella valle del Melfa”.
In territorio di S. Elia G. F. Carettoni, sulla base delle segnalazioni del
secolo scorso, ammette l’esistenza di un pagus, ma precisa che “attualmente
non è più possibile identificare alcun resto di muraglia” e conclude: “se
gli avanzi erano di poca entità è facile che siano andati distrutti”.
Contraria anche la posizione dello studioso santeliano Giovanni Petrucci, che
ritiene poco probabile l’identificazione di Amiterno nei resti archeologici
presso S. Elia. Il Pais non esclude che
potessero esistere due città con lo stesso nome,
ma gli ribatte Carettoni che “non abbiamo prove per localizzare detta città
nei pressi di S. Elia”.
All’Amiternum santeliana sarebbe facile obiettare: perché Livio non nomina
Casinum, lì a due passi? Ma più ancora: siamo certi che Casinum, notoriamente
città sannitica
ma colonia romana già dal 312, in quel frangente di rivolgimenti continui degli
equilibri di forze tra Romani e Sanniti fosse ancora saldamente in mano dei
Romani? E poteva esserlo se l’Amiterno dei Sanniti si trovava a circa sette
chilometri da Casinum? E se per caso Casinum fosse stata in mano dei Sanniti,
non doveva, il console, attaccare prima Casinum per non lasciarsi pericolosi
presìdi alle spalle?
Domande, queste, a cui si puó fare a meno di rispondere se non vogliamo
complicarci la vita andando a cercare una Amiternum dove non c’è, anziché
riconoscerla in quella che tutti riconoscono.
Ma a chiudere definitivamente la questione è lo stesso Livio quando dice che il
console Carvilio partì con le sue legioni per il Sannio;
dunque ha scarsa rilevanza sapere se il luogo di partenza fosse Interamna
Lirenas oppure Nahars: è certo che si recò nel Sannio, mentre la valle del
Rapido non si puó considerare territorio sannitico a tutti gli effetti. Si puó
concludere ricordando che si impone la necessità di collocare Amiterno nella
valle del Rapido solo se si accetta per fermo che il console muovesse da
Interamna Lirenas; ma abbiamo già visto quanti dubbi si possono riscontrare al
riguardo.
Per
Duronia l’identificazione è più complessa perché l’attuale Duronia presso
Boiano ha tale nome solo dal 1875; fino a quell’anno si chiamò “Terra
Vecchia”; al momento non ci è dato sapere quale fosse il primitivo nome, né
è particolarmente importante riguardo all'attuale lavoro.
L’ubicazione della Duronia Liviana nei pressi di Roccasecca, proposta dal
Nissen
è confutata dallo stesso Salmon, anche se con motivazioni tratte dai noti
presupposti errati: « H. Nissen […] e altri ritenevano che Duronia si
trovasse appena a ovest di Casinum, a Roccasecca, la cui antichità è provata
dal materiale da costruzione poligonale che vi si trova. Ma la teoria non puó
essere esatta, in quanto se lo fosse ciò significherebbe che l’asse di
avanzamento di Papirio Cursore sarebbe passato attraverso quello di Carvilio ».
Salmon, invece, propone l’ubicazione nel paesino di Cerasuolo, presso Venafro:
« Duronia doveva essere situata in un qualche punto compreso fra le
odierne Venafro e Montaquila […], e la località più probabile è Cerasuolo,
un importante nodo stradale: nell’antichità se ne irraggiavano strade che
portavano a Montaquila, Isernia e Venafro ».
Uno studioso serio come Salmon non dovrebbe fare storia partendo da congetture
senza alcun fondamento obiettivo.
Antonio Giannetti, sulla scorta dell’atlante De Agostini, che elenca
l’odierna Duronia tra le città di origine sannitica, preferisce rifarsi a
questa, che è “posta sull’alto corso del Trigno”.
Neppure Gaetano De Sanctis si sbilancia definendo la città “ignota”.
Al di là della quasi totale assenza di notizie certe, pare non vi debbano
essere dubbi che la nostra località dovesse trovarsi nel Sannio centro
meridionale, dunque molto distante da Cominio e da Casinum. Il che confermerebbe
la nostra iniziale rappresentazione della spedizione sannitica dei consoli
Carvilio e Papirio più sopra proposta: cioè una manovra combinata da nord e da
sud per chiudere la partita con i bellicosi Sanniti.
E questo intento è confortato anche dalle successive scorribande degli
eserciti romani nel Sannio, contro Sepino e Velia, dopo la sconfitta di
Aquilonia.
Ora
si puó cominciare a trattare di Aquilonia, che Livio nomina sempre senza
aggettivi ma che associa a Cominium con l’appellativo di urbes,
come Duronia, mentre Amiternum viene definita oppidum.
Non mi pare il caso di ripercorrere tutti i tentativi di identificazione di
questa località negli ultimi cento anni; basterà ricordare Raffaele Garrucci,
che presuppone l’esistenza di due centri con il nome Aquilonia, rifiuta la
soluzione dell’odierna Lacedonia – che taluni fanno derivare da Aquilonia
tramite il nome Akudunniad letto su
una moneta sannitica – e pone quella ricordata da Livio in località
Civitavecchia, a cinque miglia da Pietrabbondante (che per lui è il
“Bovianum” ricordato ancora da Livio a conclusione della battaglia di
Aquilonia);
con estrema disinvoltura, poi, ricorda che Aquilonia distava da Cominio, nella
Valle di Comino, venti miglia (trenta chilometri),
il che smentisce clamorosamente la sua tesi.
Adotta Lacedonia, invece, G. Devoto, ma senza darne ragione.
Non si puó tacere, infine, la proposta del Salmon, che mostra di intuire che la
nostra località dovesse essere dalle parti di Venafro, ma che, facendosi
guidare dalla chiara derivazione del toponimo da “aquila”, non puó fare a
meno di puntare il dito su Montaquila: « Aquilonia doveva essere situata
nella zona in cui Livio riteneva che essa si trovasse, a circa 20 miglia romane
da Cominium (vicino all’odierna Alvito). Montaquila, dal significativo nome,
corrisponde esattamente a questa descrizione. E il nome non le è stato posto in
tempi recenti, bensì si è conservato per tutto il Medioevo … ».
Purtroppo per lui con la distanza delle venti miglia non ci siamo proprio.
Peccato che al momento in cui Salmon scriveva (1967) ancora non era nota la
poderosa cinta muraria di S. Vittore del Lazio, sul versante del Monte Aquilone.
Va sottolineata, infine, la passione con cui varie aree del centro sud
d’Italia si contendono la “titolarità” di Aquilonia: soprattutto in Valle
di Comino ed in Irpinis, dove, guarda caso, è possibile ritrovare località con
nomi quali Atina o Comino o Aquilonia. Vittima illustre di queste omonimie fu
Gaetano De Sanctis.
Avendo
ormai ampiamente discusso delle varie località ricordate da Livio a proposito
della battaglia di Aquilonia, non ci resta che porre alcuni punti fermi circa il
testo di Livio e lasciarsi guidare dallo stesso storico.
Primo punto fermo: Aquilonia era
distante da Cominio venti miglia romane, cioè trenta chilometri: « Altera
Romana castra [quae] viginti milium spatio aberant).
Secondo: un messo poteva andare
dall’uno all’altro accampamento romano in una giornata: « diem
ad proficiscendum nuntius habuit ».
Terzo: due diversi percorsi stradali
dovevano collegare le due città, uno breve e diretto – quello praticato dai
messi romani – ed un altro più lungo e non visibile dal primo – quello
percorso dagli 8000 uomini inviati dai Sanniti da Aquilonia in soccorso di
Cominio: « viginti cohortes
Samnitium – quadringenariae ferme erant – Cominium profectas ».
Quarto: il nome Aquilonia; c’è da
osservare che tale toponimo ha una conformazione “dotta”, cioè romanizzata,
mentre non conosciamo la versione sannitica o volgare, che comunque doveva avere
attinenza etimologica con la forma romanizzata. In ogni caso, proprio a partire
dai tempi che stiamo trattando, Roma cominciò ad estendere la propria cultura o
romanizzazione a tutta l’Italia; dunque è facile che il toponimo liviano di
Aquilonia abbia finito per restare legato a quei luoghi giungendo fino a noi.
Quinto: Cominio era protetta da mura,
per questo motivo i Romani la dovettero assediare, assaltare ed incendiare; ad
Aquilonia si combatté una battaglia campale, il che presuppone ampi spazi per
le manovre dei due eserciti.
Sesto: l’accampamento dei Sanniti
ad Aquilonia, visto dalla parte dei Romani, aveva la città alla sinistra:
« diversa cornua dextrum ad castra
Samnitium, laevum ad urbem tendit ».
Settimo: di fronte all’accampamento
romano sorgeva un colle a forma di tumulo: « Sp.
Nautium mulos detractis clitellis cum tribus cohortibus alariis in tumulum
conspectum propere circumducere iubet ».
Ottavo: Mentre a Comino si dovettero
abbattere le porte (refrigebantur portae),
ad Aquilonia non è certo che lo si dovesse fare, anzi fu sufficiente fare la
testuggine per irrompere nella città: « testudine facta in urbem perrumpunt deturbatisque Samnitibus quae circa
portam erant muri occupavere ».
Livio, X, 39.
Ibid.
Ibid.
Ibid.
A. Bandini, Storia
e arte militare; vd. anche Encicl. Ital., XX, pag. 775, s. v. Legione.
Michele Jacobelli, Ritrovate
le città di “Aquilonia” e “Cominium”, Ediz. Consiglio della
Valle di Comino, 1965.
Nel diploma di Ildebrando,
duca di Spoleto, anno 778, si legge: “ecclesiam Sancti Donati in territorio Cumino”.
G. Devoto, Gli
antichi Italici, Vallecchi, 5ª ediz., 1977, pag. 245.
Livio, X, 27 e sgg..
Loc. cit..
Encicl. Ital., II, pag.
981, s. v. Amiterno.
Livio,
Storia di Roma, X, nota al cap, XXXIX.
G. F. Carettoni, Casinum,
Istituto di Studi Romani, 1940, pag. 48.
G. De Sanctis, Storia
dei Romani, vol. II, La Nuova Italia, 1970, pag. 342, nota 45.
L’anno precedente il
console Atilio, dopo aver sconfitto i Sanniti a Lucera, dovette disperdere
un altro esercito di Sanniti che avevano attaccato e depredato la colonia di
Interamna Lirenas, presso Casinum: qui il console, prima di partire per
Roma, lasciò l’esercito: Livio, X, 36.
Livio, X, 37: « Et huius anni parum constans memoria est ».
Ibid: « Sed ab utro
consule non adiecit ».
A. Giannetti, Mura
ciclopiche in S. Vittore del Lazio, in Atti dell’Accademia Nazionale
dei Lincei, anno CCCLXX (1973), Serie Ottava, Rendiconti, estr. dal vol. XXVIII, fasc. 1-2., pag. 112.
Il fiume Rapido nasce al
di sopra di S. Elia Fiumerapido e bagna Cassino - N.d.a.
E. T. Salmon, op. cit., pag. 283.
Ivi, pag. 292, nota 66.
Nei pressi di S. Elia Fiumerapido è stata di recente individuata una
fortificazione in opera poligonale, di limitata estensione, sulla cima del
monte Cierro/Costalunga, al di sopra del santuario di Casalucense, ma puó
solo trattarsi di una postazione strategica o di avvistamento simile a tante
altre sparse nel territorio sannitico, o, meglio ancora un'area sacrale
protetta, il lucus o bosco sacro
dei Sanniti, un cui esempio è quello che sorgeva sul luogo dell'attuale
abbazia di Montecassino o sul vicino Monte Puntiglio; alla presenza di un lucus, inoltre, farebbero pensare i toponimi Casalucense, Valleluce, Salaùca;
l'allineamento in opera incerta che da tale circuito si diparte
ortogonalmente verso il fondovalle ha poco a che vedere con esso essendo di
epoca di gran lunga posteriore; nulla, comunque, fa pensare ad un antico
centro abitato d’importanza tale da essere attacccato dall’esercito
consolare.
Cfr. Carmelo Mancini in Giorn.
Scav. Pompei, IV, pagg. 40 e sgg., in località S. Maria Maggiore:
« Ma la indubbia dimostrazione della remotissima origine di questo
Paese S. Elia Fiume Rapido sta certamente nei ruderi delle mura poligone da
me veduti circa un chilometro di distanza presso la vetusta chiesa
parrocchiale detta S. Maria Maggiore […] Colà probabilmente dovea sorgere
la obliata Amiternum ».
A. Mancini, La
Magona di Atina, Forni, 1987, pag. 19.
G. F. Carettoni, op. cit.,
pag. 106.
G. Petrucci, Santa
Maria Maggiore a Sant’Elia F.R., in “Il Golfo”, a. IX, n. 1/80,
pag. 11, e S. Maria Maggiore di S.
Elia Fiumerapido, in “Spazio Aperto”, a. III, n. 3, pag. 20.
E. Pais, Storia
di Roma, V, pag. 83, nota 5.
G. F. Carettoni, loc.
cit., pag. 48. Sulla localizzazione di Amiternum si possono consultare
ancora G. De Sanctis, Storia dei
Romani, II., pag. 360; H. Nissen, Italische
Landeskunde, II, pag. 679.
M. Terenzio Varrone,"De
lingua latina", VII, 27.28.29: “Samnites
tenuerunt”; dunque un possesso solo temporaneo.
Livio, X, 39: « Cum
eis in Samnium profectus ».
Nissen, loc.
cit.; altri studiosi hanno accettato la tesi del Nissen. Va precisato
che i resti archeologici cui si fa cenno non sono tali da far pensare ad una
città.
Salmon, op. cit. pag.
292-293, nota 68.
Ibid.
A. Giannetti, loc. cit.
pag. 112; lo studio del Giannetti si basa essenzialmente sulle segnalazioni
del sottoscritto, per questa ragione esso concorda quasi del tutto con le
mie argomentazioni, salvo qualche difformità di scarso rilievo.
G. De Sanctis, op. cit., pag. 342, nota 45.
Vd. supra, par. 4.1
Livio, X, 44: “Papirius
ad Saepinum, Carvilius ad Veliam oppugnandam legiones ducunt”.
Livio, X, 39.
P. R. Garrucci, Le
monete dell’Italia antica, 1985, pagg. 99-100. Lo stesso Garrucci
ricorda alcuni autori che indicano Pietrabbondante come luogo della nostra
Aquilonia.
Ibid.
G. Devoto, cit., pag. 175
e 246; fa, tuttavia, cenno alla moneta con la scritta Akudunniad,
e la attribuisce senz’altro a Lacedonia.
E. T. Salmon, op. cit.,
pag. 293, nota 68.
G. De Sanctis, op. cit.,
pag. 342, nota 46: egli identifica con decisione Aquilonia con l’odierna
Lacedonia attribuendo a Livio (che viene tacciato in continuazione di
imprecisioni e duplicazioni di più fatti) anche una Cominio Ocritum presso
Benevento.
Livio, X, 39.
Ibid.
Ivi, X, 40.
Ivi, X, 41.
Ivi, X, 40.
Ivi, X, 43.
Ivi, X, 41
AQUILONIA
in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistolli
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