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Le mura di Aquilonia in S. Vittore del Lazio
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In
considerazione delle precedenti indicazioni, una sera della primavera del 1972,
studiando la carta topografica al 25.000 del basso Lazio alla ricerca della
misteriosa Aquilonia, facendo centro su Vicalvi (o Cominio) con un raggio di
circa trenta chilometri – considerando gli antichi percorsi, non le odierne
carrozzabili –, attratto dal nome del Monte Aquilone
e dal toponimo locale Muraglie, puntai
con decisione il dito su S. Vittore del Lazio, territorio che conoscevo molto
bene per avervi abitato per diversi anni.
Tentò di dissuadermi il prof. Antonio Giannetti, preziosa guida ai miei primi
passi nel mondo dell’archeologia in quel tempo, asserendo che mai in S.
Vittore erano stati segnalati ritrovamenti archeologici di un certo interesse.
Non volli dargli ascolto.
L’indomani presi in macchina con me il titubante prof. Giannetti e mi recai in
località Muraglie, frazione di S. Vittore del Lazio.
Lì, presso la fattoria Pezzella, ai piedi del Colle del Pero, trovammo
tracce inequivocabili di manufatti di epoca precristiana (ma di ciò si parlerà
più avanti). Mentre eravamo intenti ad esaminare un tratto di muro pseudo
quadrato formato da due file sovrapposte di enormi massi, sommariamente
sgrossati, a sostegno di un terrapieno, un contadino, quasi con aria di burla,
ci disse che quello era ben poco in confronto con la muraglia esistente sulle
falde delle ultime propaggini del Monte Sambùcaro; essa era composta, a detta
del contadino, di grandissime pietre portate lassù « dalle fate » (così
gli aveva raccontato la nonna!).
Quella muraglia era visibile anche ad occhio nudo. La vedemmo estendersi per un
tratto di circa due chilometri, quasi come una collana, intorno alle due ultime
protuberanze del Monte Sambùcaro e incombeva su di noi. La descrizione del
contadino (Nicola Vendittelli da S. Vittore), colorita dalle immagini
fantastiche, ci interessò vivamente. Si rendeva necessario un sopralluogo. Non
persi tempo.
Nei giorni successivi (a partire dal 16 marzo 1972) feci delle escursioni sul
luogo indicato e i risultati superarono ogni aspettativa.
Dunque per un caso fortuito il toponimo Muraglia, che non si riferiva a quella
che cercavo, richiamando la mia attenzione, mi aveva condotto a scoprire quella
autentica.
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Il monte Sambùcaro visto
dalla Rocca Janula di Cassino
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Il
Monte Sambùcaro (m. 1205 l.m.) – sulle carte dell’I.GM. è scritto “Sammucro”:
è una evidente trascrizione della pronuncia dialettale del luogo: Sam(b)ùcrö;
d'ora in poi qui si userà la forma Sambùcaro
– troneggia tra i due comuni di S. Vittore del Lazio e S. Pietro Infine.
Si estende da est a ovest e sulla sua cima si incontrano le tre regioni del
Lazio, della Campania e del Molise. Si erge quasi come un contrafforte del monte
Aquilone, m. 1270, situato più a nord. I due monti sono divisi dal profondo
vallone scavato dal Rio S. Vittore.
Il versante sud del Sambùcaro scende quasi a precipizio, mentre il versante
opposto degrada più dolcemente tra una balza e l’altra, fino ad incontrare la
base dell'Aquilone in località Radicosa.
Nel crinale occidentale degrada in due riprese (queste ci interesseranno
particolarmente): “Croce di Macchia” (m. 702) e il falsopiano “Marena-
Falascosa” (m. 570) che sovrasta S. Vittore. Quindi precipita sui dirupi
del Rio S. Vittore. (foto
10.)
Più a ovest si estendono le brevi pianure di “Campopiano” e
“S. Giusta”, incastonate fra il Sambùcaro e l'Aquilone a nord, il “Colle
del Pero” e il colle “La Chiaia” ad ovest (verso Cervaro) e la collina
dove sorge l’abitato di S. Vittore a sud. Contiguo alle pianure precedenti è
il falsopiano di “Montenero” sulle pendici meridionali della Chiaia.
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Il circuito poligonale del
monte Sambùcaro
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Mi
sono diffuso su tali particolari per ragioni che vedremo più appresso.
La muraglia, dicevo, ben visibile anche da Cassino ad occhio nudo nelle giornate
chiare, si estende sul versante settentrionale delle protuberanze “Marena” e
“Croce di Macchia” in direzione est-ovest.
Non credo che si possa trovare sul suolo italiano un circuito murario in opera
pseudopoligonale, di epoca sannitica, di tale lunghezza ed imponenza.
Esso parte da un costone roccioso a quota m. 387 del colle “Marena” dominante
la contrada “La Canala” di S. Vittore, compie un lento giro verso
nord-est alla stessa quota e poi si impenna bruscamente lungo il ripido versante
“Falascosa”, a est, fino a giungere a quota 690, dove si perde fra le
rocce di un baratro che si affaccia più ad ovest di S. Pietro Infine,
sull’altro versante del monte. Nel punto in cui inizia la sua ascesa la
muraglia affonda, quasi, nell'avvallamento di confluenza delle due protuberanze.
Quel tratto di muraglia misura m. 1315 ed ha l'altezza media di m. 1,60; è
interrotto solo in alcuni brevi tratti a causa delle azioni del vento, della
neve e della pioggia. Ha l’aspetto di mura poligonali del tipo più antico
(prima maniera, secondo Lugli); non c'è alcuna preoccupazione di allineamento
dei massi che la compongono. Questi, estratti certamente dal luogo stesso, hanno
le misure medie di cm. 60x80x60, ma
taluni hanno la facciata più lunga superiore al metro e 20 cm.
La
parte esterna della muraglia è abbastanza curata; la parte interrata è quasi
sempre a una sola cortina, mentre quella più alta, data la forte pendenza del
terreno, è a doppia cortina. Lo spessore medio è di m. l,65. In nessun punto
la cinta muraria conserva la sua altezza originaria; è infatti, quella, una
zona sollecitata da fortissimi venti; la neve, la pioggia e le radici
infiltranti hanno completato l’opera di distruzione. Già è tanto che la
muraglia sia giunta in quello stato fino a noi.
Di tanto in tanto
lungo il circuito si aprono delle brecce, forse ricavate in tempi recenti dai
pastori per il transito delle greggi; alcune di esse, due in particolare, hanno
tutto l’aspetto di antiche porte; la loro ampiezza va da m. l,40 fino ad un
massimo di m. 2,50; ma più che di porte si puó parlare di varchi, lasciati
aperti certamente al tempo della costruzione della muraglia: lo si deduce dalla
sovrapposizione dei massi; dagli stessi varchi partono dei sentieri che scendono
a valle. Al termine della lunga teoria di mura, sulla Croce di Macchia, là dove
doveva essere la porta principale, si nota un largo lastricato in pietra
scalpellata e levigata. Quel luogo viene chiamato comunemente “La Croce” perché,
a detta della gente del luogo, su un punto imprecisato della cinta era posta una
grande pietra con una croce scolpita:
per quante ricerche si siano fatte, però, non è stato possibile reperirla;
certamente sarà rotolata a valle.
Solo in tempi abbastanza recenti sullo stesso luogo è stata innalzata una
grande croce di ferro.
La muraglia fin qui descritta si interrompe più volte in corrispondenza di
alcuni dirupi, che presentano tracce di lavorazione, utilizzati come parte
integrante della fortificazione; il restante tratto del circuito, sul versante
opposto, è tutto una serie di precipizi, ma nei luoghi in cui questi sono più
accessibili si notano altri tracciati di mura poligonali, che vanno da m. 50 a
m. 100, destinati ad assicurare la
continuità dell’intero sistema difensivo; ne ho contati almeno tre. Nel
tratto più lungo di questi ultimi, all’altezza della sottostante località
“Collecase”, si apre una porta che chiamerò di S. Vittore. Su quel
versante non ci dovevano essere altre porte, benché numerosi metri della
muraglia saranno certamente rotolati a valle non consentendo più una
“lettura” completa del sito; numerosi massi sono disseminati nell'area
sottostante. È importante avvertire che sullo stesso versante si possono notare
ampi tratti di rocce affioranti scalpellate e spianate nel verso del pendio:
probabilmente per ragioni difensive si rendeva necessario assicurare una visuale
completa, eliminando la possibilità di ripari per gli assalitori, ed anche per
rendere più scorrevole il rotolamento dei massi lanciati contro gli stessi.
Cosa analoga la si ritrova al di sotto delle mura di Casinum sul versante sud,
tra la città e l'acropoli.
La cinta, da questo lato, doveva seguire il crinale roccioso della montagna e
subirne i dislivelli fino ad incontrare le due estremità della muraglia ancora
esistente. In tal modo 1a teoria delle mura doveva circoscrivere un piano avente
la vaga forma di una piuma di gallina. L'estremità più stretta coincideva con
la Croce di Macchia, mentre si dilatava al massimo sul pianoro del Marena a
quota 570. Tutta la cintura muraria, dall’una e dall'altra parte, è
contornata, all’interno, quasi a segnarne il perimetro, da una stradella che
si interrompe solo per alcuni tratti ed è segnata sulle carte topografiche.
Insomma
tutta la zona ha l'aspetto di un'antichissima area fortificata, di cui restano
pochi, ma inequivocabili segni, dei quali i più importanti sono le mura
poligonali e, forse più di tutti, i numerosi frammenti di ceramica che è
facile rinvenire in alcune ben delimitate zone all'interno.
Tali ceramiche sono per lo più frammenti di tegoloni, di vasi, ciotole, orci;
la loro fattura è certamente precristiana. L'impasto è molto spesso poroso,
talvolta compatto; contiene molta sabbia o granuli di carbone, di quarzo o
sostanza cinerina; sia all'esterno che in frattura i cocci sono a volte di
colore bruno, a volte rosso oppure grigio o giallino; in gran numero quelli
senza rivestimento, pochi con rivestimento.
Tali frammenti si possono reperire su terreno erboso ma anche a pochi centimetri
di profondità; i numerosi sgretolamenti della china lo dimostrano.
Giannetti ne fa una elencazione articolata che preferisco riportare
integralmente, con l’avvertenza che tali indicazioni si riferiscono solo ad
una prima fase delle ricerche sul nostro sito.
« l) frammenti di mattoni (spess. cm 2,8/4), di coppi (spess. cm 2) di
tegole (spess. cm 3) ad impasto carbonioso o misto a molta sabbia, color nero o
giallo in frattura, rosso nella faccia esterna oppure giallino in tutto lo
spessore;
2)
frammenti di dolî di impasto molto eterogeneo, impuro per presenza di grani di
quarzo, di carbone e di sabbia con pareti grezze, malcotti, esternamente appena
lisciati a stecca (labbri piatti appena elevati dal corpo del recipiente e
distinti da esso con un solco appena accennato);
3)
pesi di forma piramidale, a base quadrata d'impasto grezzo con pareti lisciate a
stecca;
4)
due frammenti di basi di lucerne ad impasto grezzo, malcotto con ansa a lingua
molto accentuata applicata sul piano di base; di labbri di impasto grezzo privi
di risvolto ad orlo rotondo; di pareti di ciotola con decorazione a forma di
Croce di S. Andrea incisa a stecca;
5) gola di vasetto a forma di calice, con labbro piatto d'impasto grezzo come
pomice; labbri con risvolto esterno (ciotole scodelle) con solco all'attaccatura
della spalla, d'impasto poco omogeneo, spesso ben cotti;
6)
frammenti di basi o di pareti di ciotole di impasto omogeneo ben cotto,
internamente coperti da una pellicola vetrosa di colore bianco o giallo oppure
da vernice nera; esternamente sempre in colore naturale;
7)
frammento di fondo di piatto, d'impasto omogeneo, ben cotto internamente, ornato
al centro con grosso disco a vernice rossa incluso in tre cerchi di color nero,
concentrici; altri dischetti rossi dovevano trovarsi intorno alla superficie
interna della parete;
8)
frammento di selce lavorata; capocchia di un chiodo in ferro battuto.
« Circa la zona di reperimento (a parte i frammenti di
laterizi – moltissimi – che si trovano dispersi in tutta l'area chiusa dalle
mura e anche fuori di essa) indichiamo i settori in cui sono stati rinvenuti gli
oggetti più significativi.
Quelli riportati ai numeri 2 e 3 sono stati raccolti nel settore orientale detto
Falascosa subito all'inizio dell'erto pendio pietroso; quelli del numero 4 verso
il settore occidentale detto Marena; quelli dei numeri 5 e 6 nel settore
centrale detto Chiaiale;
invece il frammento di cui al numero 7 fu raccolto lungo la via d’accesso alla
fortificazione, precisamente nei pressi di una cava di gesso. Non si è
rinvenuto alcun frammento di ceramica buccheroide o etrusco campana, né di
origine greco cumana; sembra infatti che tutti i vasi, a cui i frammenti
suddetti appartenevano, facciano riferimento, sia per l'impasto, sia per le
forme, a un tipo di ceramica subappenninica, ad eccezione forse dei frammenti
riportati nei numeri 6 e 7 internamente coperti di pellicola uso smalto o
dipinti a vernice ».
Come sono giunti fin lassù quei resti? Non certo portati dal vento. Ma, cosa
singolare, si rinvengono negli avvallamenti o nei brevi pianori riparati dal
vento, e solo sul colle Marena.
Sul pianoro che forma la sommità del Marena ho notato dei segni appena
percettibili di muri congiunti trasversalmente e, all'interno, di altri muri
paralleli: tutto ciò è interrato e difficilmente visibile sul posto, mentre
dall’alto, discendendo lungo il crinale della Croce di Macchia, appare più
chiaramente.
Negli altri luoghi in cui si rinvengono materiali fittili si notano (a fatica,
in verità) allineamenti appena affioranti di mura poligonali a sostegno di
alcuni terrazzamenti.
Nulla del genere, invece, si riscontra su Croce di Macchia: quest’ultima zona
è di difficile lettura perché assolutamente impervia: rocce e pietrame
dappertutto.
Questo, per sommi capi, é quanto trovai lassù.
Va
ancora detto che stradelle molto antiche consentono l’accesso dalla Canala –
caseggiato a ridosso del Rio S. Vittore – e soprattutto dalla Radicosa.
Quest’ultima prosegue sempre in linea retta, a quota 600 circa, fino alla
Croce di Macchia – sulle carte catastali è denominata via S. Leonardo – e
poi giù a S. Pietro Infine vecchia. Questo tracciato esistente ancora oggi,
collegava il basso Lazio con Conca Casale e il Molise, ma anche con Viticuso.
Una sola stradella, invece, é sul versante sud e sbocca proprio presso l'unica
porta di quel lato (porta di S. Vittore).
L'approvvigionamento idrico era assicurato dalla presenza di alcuni pozzi; uno
esiste ancora oggi lungo il sentiero che sale dalla Canala ed é molto
antico, anche se si notano dei rifacimenti di epoca posteriore.
Altri pozzi sono segnalati dai pastori in zona La Macchia, in prossimità
della “Croce”.
Va infine tenuto presente che accanto all’opera di distruzione effettuata dal
tempo c'è stato sempre il continuo lavorìo di smantellamento operato dai
pastori. Infatti le costruzioni in pietra che certamente costituivano le
abitazioni dei primitivi abitanti sono state sistematicamente smantellate per
erigere rozzi ripari per le bestie; ripari che si incontrano in gran numero
all'interno della cinta muraria.
Dopo
quanto ho sommariamente descritto ritengo non esistano più ragionevoli dubbi
che si trattasse di una antica fortificazione.
Quale popolo poteva abitare una simile inaccessibile fortezza? Certamente un
popolo di pastori: data la possibilità di facile transumanza, in poche ore si
puó passare dai 40 metri s.l.m. a oltre 1000 metri del Sambùcaro e
dell’Aquilone; e non è ciò che fanno ancora oggi i pastori del luogo? Lì si
era in piena zona di influenza sannitica, e i Sanniti, è noto, erano dei fieri
montanari. Dunque niente di più facile che quello fosse un avamposto sannitico
a guardia dei pascoli delle valli sottostanti, anche se la fortificazione sembra
guardare più verso il Sannio che altrove.
Quel circuito, infine, è del tutto simile a tanti altri del centro sud
d’Italia classificati sannitici o dell’età del ferro. Somiglianze molto
strette si hanno con quelli esaminati da Domenico Caiazza.
Ritengo tuttavia azzardato proporre una datazione certa: c’è chi pone quel
genere di costruzioni attorno all’VIII-VII secolo e c’è chi si ferma al
IV-III sec. a. C. Questi ultimi ritengono che siano state edificate in occasione
delle guerre sannitiche. Queste tutto al più costituiscono un termine di
riferimento per una datazione minima; ma il fatto che mura del genere si
ritrovano in tutto il centro sud d’Italia, nella Grecia micenea e nelle città
della costa anatolica, cioè erette da culture diverse e in tempi diversi, ci puó
far ritenere che sfuggano ad ogni datazione certa: le definirei senza tempo.
Solo il ritrovamento di manufatti organici, sicuramente connessi con la
costruzione di tali fortificazioni, potrà consentire datazioni attendibili
tramite le moderne tecnologie di laboratorio.
Fra i vari tentativi di dare una paternità ai grandiosi complessi di mura
poligonali in Italia va segnalato Mario Pincherle, il quale cerca di
ricollegare le tecniche e le tipologie nostrane con quelle minoiche dell’Asia
minore: forse, pur con argomentazioni spesso discutibili, apre un panorama di
speculazione che potrebbe darci interessanti lumi.
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I luoghi della battaglia: a
destra il pianoro di Campopiano;
a sinistra il colle La Chiaia, che, visto da qui, appare come
un tumulo, e che domina la spianata di S.Giusta/Montenero;
al centro della foto, in alto, il colle del pero
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Siamo
in presenza della mitica Aquilonia?
Per poterlo affermare, secondo gli scettici, bisognerebbe trovare in loco un
cippo con la scritta aquilonia; ma
a noi è sufficiente riscontrare sul posto tutti i punti fermi elencati più su.
Ed ecco i riscontri.
Primo: il colle Marena dista da
Vicalvi/Cominio quasi esattamente trenta chilometri se si percorre l’antico
tracciato stradale che da S. Vittore costeggia il Colle del Pero, passa per
Cervaro, di qui va a S. Michele (frazione di Cassino), a Portella (frazione di
S. Elia), alla piana dell’Olivella, a Capo di China, seguendo la vecchia
“strada romana”, a Cancello di Atina e, sempre in linea retta, a Vicalvi.
Questo tracciato, anche se in disuso (perché sostituito dalla recente strada a
scorrimento veloce Cassino-Atina-Sora), è ancora in gran parte percorribile.
Secondo: la strada appena descritta
consente ad un uomo a cavallo di andare e tornare in meno di una giornata.
Terzo: un percorso alternativo e più
lungo puó essere costituito dall’antico tracciato che segue il corso del
fiume Melfa (la strada “Tracciolino”) fino a Roccasecca, s’innesta sulla
pedemontana che conduce a Casinum, segue il fondovalle dell’attuale Casilina
fino alla Taverna di S. Vittore. Questa strada consente di andare e tornare da
Cominio senza essere avvistati da chi percorre quella precedente; e
probabilmente fu scelta dalle coorti dei Sanniti per andare in soccorso di
Cominio.
Quarto: il toponimo Aquilonia lo si
ritrova nel vicino e incombente Monte Aquilone; è noto come i nomi delle
località montane si conservano pressoché invariati per millenni.
Quinto: gli spazi per una battaglia
campale si possono ritrovare ai piedi dei due monti del luogo: il Sambùcaro e
l’Aquilone. Sono due ampie aree in pendenza entrambe verso il Rio S. Vittore:
la spianata di “Campopiano”, più a monte, e quella di “S.
Giusta-Montenero”, più a valle sulle pendici del colle “La Chiaia”.
L’una, tenuta dai Romani, poteva dominare dall’alto l’accampamento dei
Sanniti, l’altra, invece, poteva controllare l’unica possibilità di accesso
alle vie per Aquilonia, cioè il guado del Rio S. Vittore.
Sesto: la fortificazione sannitica di
colle Marena era alla destra dell’accampamento dei Sanniti ed alla sinistra di
quello romano.
Settimo: da Campopiano il colle del
Pero, ma più ancora il colle La Chiaia, visto di lato, appare come un perfetto
tumulo, anche se la sua forma è piuttosto allungata. Alle spalle del colle
poteva nascondersi un contingente di soldati per comparire all’improvviso
dando l’impressione di provenire dalla strada per Cominio (quella breve
percorsa dai messi romani).
Ottavo: la fortificazione del colle
Marena, nonostante l’asperità del luogo, non si presenta come un complesso
particolarmente adatto a sostenere a lungo assedi ed attacchi nemici; niente di
più facile, dunque, che alle porte vi fossero solo delle protezioni di fortuna
e non porte come quelle di Cominio. Ed infatti nelle porte della nostra presunta
Aquilonia non si sono trovate tracce di cardini o altro, né sui piedritti né
sulle soglie.
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Croce di Macchia: la
spianata che dà accesso all'interno
della fortificazione; in primo piano un riparo in pietra,
innalzato, forse, dai pastori su una trincea
della seconda guerra mondiale
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Falascosa: tratto di
muro poligonale sul versante nord
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Versante Falascosa
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Versante Falascosa
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Parte bassa del
versante Falascosa: la vegetazione inizia a non rendere più
visibili le mura
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Al termine del
versante Falascosa: da questo punto si può intravedere la spianata
di Campopiano) a destra e parte dell'abitato di Cervaro (al centro
in alto); a destra si scorgono alcuni dei numerosissimi massi
rotolati in basso
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Un tratto emergente
dalla folta vegetazione del Chiaiale
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Ogni tanto l'imponenza
delle mura ha la meglio su carpini e quarciole infestanti
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Uno dei varchi (forse
una porta) con tracce di fortificazione sul Chiaiale; lato nord
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Versante di S.
Vittore: la sella tra il colle Falascosa ed il colle Marena; dal
paese si distingue un tratto delle mura (al centro nella foto) dove
si apre la porta detta di S. Vittore
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Colle Marena: versante
sud; tratto di muro che riprende dopo un costone roccioso
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Roccia a strapiombo
iscritta nel circuito murario dominante il paese di S. Vittore
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Lato S. Vittore: la
muraglia ricuce i vuoti tra fortificazioni naturali dei costoni
rocciosi
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Lo sperone di colle
Moena domina l'intera valle del Rapido-Peccia; a sinistra l'abitato
di S. Vittore; in alto a destra è appena visibile l'abbazia di
Montecassino, antica acropoli fortificata di Casinum; al centro
della foto si possono distinguere alcuni tratti delle mura e la
sottostante scarpata nella quale le rocce sono state spianate
artificialmente
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Colle Marena: veduta
sulla piana del Rapido con Montecassino e Cassino da dove le mura
sono visibili ad occhio nudo
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Versante sud: a
sinistra si apre la porta di S. Vittore; su questo versante le mura
sono molto danneggiate
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Versante sud:
particolare delle mura
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Colle Marrna: tratto
delle mura che guardano verso Cervaro e Cassino
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Così come aveva fatto Salmon con Montaquila, vd. supra par. 4.9.
Devo precisare, per amore
della verità, che da quel momento tutte le ricerche sul sito e sull’identificazione
di Aquilonia furono condotte dal sottoscritto, che aveva cura, però, di
informare il compianto Giannetti; questi, solo dopo aver preso visione delle
foto da me riprese sul colle Marena/Falascosa, fu indotto a superare il suo
scetticismo e a darmi ragione sull’ipotesi di Aquilonia. L’elaborazione
dei dati da me raccolti fu fatta insieme a lui fino al momento della
relazione finale, sulla quale, però, sorsero delle discordanze fra noi; per
questo motivo ognuno preparò la propria relazione impegnandosi a cercare
per proprio conto il canale di divulgazione del ritrovamento. Nella mia
relazione, che diedi alle stampe attraverso il periodico “Il Gazzettino
del Lazio”, per rispetto e sensibilità nei confronti dell’anziano
professore e della sua autorità culturale, parlai sempre a nome mio e del
Giannetti, anche quando le cose da me scritte riguardavano solo me stesso.
Non fece altrettanto l’autorevole professore, che, lungi dal riconoscere
al sottoscritto il merito della scoperta, nella sua relazione all’Accademia
dei Lincei, parlò sempre a nome proprio, trascurando con cura di citare il
mio lavoro e definendomi solo per inciso suo “solerte collaboratore”.
Purtroppo per me quella relazione ha fatto il giro degli studiosi della
materia escludendomi da ogni personale riconoscimento (dopo tanto lavoro un
pizzico di rincrescimento me lo si dovrà pur consentire). Questo dovevo
precisare, non per mania di autocelebrazione – non ne avrei bisogno in
quanto nel mio ambiente ognuno conosce il reale andamento dei fatti –, ma
per la verità storica, pur serbando ancora un grato e rispettoso ricordo
del prof. Antonio Giannetti, scomparso ormai da diversi anni.
Pare che il toponimo “Pezzella”
debba corrispondere, sia linguisticamente che topograficamente, a quello di
“Colle del Pero” attraverso le varianti dialettali Còllë Përìgliö
–
Pëzzìglio e Përréllä.
Questo ruscello, dalle
acque freddissime e trasparenti, oggi è indicato con il nome del comune che
attraversa, insomma non ha un proprio nome. Nel passato non era così: pare
che fosse chiamato “Rio Chiaro”. Ciò è intuibile da un reperto
toponomastico del paese: Pescoronchiaro
è un vicolo che dall’abitato medioevale conduce all’esterno, verso il
precipizio che domina il nostro corso d’acqua; il nome, dal significato
misterioso, è chiaramente formato da Pesco
- rio - Chiaro, dove “pesco” è un termine dell’entroterra
molisano abruzzese e significa “dirupo”.
La croce era il segnale
di riferimento della triangolazione per il punto trigonometrico: si veda “Monografie
dei punti trigonometrici”, Direzione compartimentale del catasto di
Napoli, “zona Alvito e Cervaro”, Registro 1, pag. 122, ricognizione
eseguita nell’anno 1898; lo stesso registro segnala l’incisione di un
triangolo su roccia nel medesimo luogo.
Per la descrizione delle
mura si veda anche l’appendice A.1.
Chiaiale è un
avvallamento tra il versante Falascosa ed il poggio Marena. Il termine
secondo Giannetti deriva da plateale
con trasformazione del prefisso pla
in chia. Io aggiungerei:
attraverso la forma chianale, che
nel dialetto locale sta per luogo o oggetto piano.
A. Giannetti, cit. pag.
107-108.
Si puó ricordare anche
la descrizione abbastanza dettagliata che fa del nostro complesso Attilio
Coletta in Centri fortificati del
Lazio meridionale, “Centro Studi Storici Saturnia, Atina, 1998, pag.
32 e sgg.; però alcune sue soluzioni sono da prendere con cautela.
Vd. appendice A.6.
Vd. supra par. 2.2.
M. Pincherle, La
civiltà minoica in Italia. Le città Saturnie, Pacini Editore, 1990.
Vd. supra par. 4.7.
Si potrà obiettare che
quelle coorti dovettero passare al di sotto di Casinum che, secondo le
notizie in nostro possesso, era già colonia romana. Ma l’episodio
ricordato del saccheggio di Interamna Lirenas ci fa intuire che l’oppidum
di Casinum non costituiva un pericolo per migliaia di soldati che
transitassero nei suoi pressi. Del resto i Romani avevano fatto leva per
affrontare i Sanniti e con tutta probabilità avevano sguarnito quella ed
altre colonie. Resta, tuttavia, il dubbio se Casinum fosse ancora in
possesso dei Romani.
AQUILONIA
in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli
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