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7 settembre 2010
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Le mura di Aquilonia in S. Vittore del Lazio

5.1. Una scoperta a tavolino

In considerazione delle precedenti indicazioni, una sera della primavera del 1972, studiando la carta topografica al 25.000 del basso Lazio alla ricerca della misteriosa Aquilonia, facendo centro su Vicalvi (o Cominio) con un raggio di circa trenta chilometri – considerando gli antichi percorsi, non le odierne carrozzabili –, attratto dal nome del Monte Aquilone[1] e dal toponimo locale Muraglie, puntai con decisione il dito su S. Vittore del Lazio, territorio che conoscevo molto bene per avervi abitato per diversi anni.
Tentò di dissuadermi il prof. Antonio Giannetti, preziosa guida ai miei primi passi nel mondo dell’archeologia in quel tempo, asserendo che mai in S. Vittore erano stati segnalati ritrovamenti archeologici di un certo interesse.
Non volli dargli ascolto.
L’indomani presi in macchina con me il titubante prof. Giannetti e mi recai in località Muraglie, frazione di S. Vittore del Lazio[2].
Lì, presso la fattoria Pezzella, ai piedi del Colle del Pero[3], trovammo tracce inequivocabili di manufatti di epoca precristiana (ma di ciò si parlerà più avanti). Mentre eravamo intenti ad esaminare un tratto di muro pseudo quadrato formato da due file sovrapposte di enormi massi, sommariamente sgrossati, a sostegno di un terrapieno, un contadino, quasi con aria di burla, ci disse che quello era ben poco in confronto con la muraglia esistente sulle falde delle ultime propaggini del Monte Sambùcaro; essa era composta, a detta del contadino, di grandissime pietre portate lassù « dalle fate » (così gli aveva raccontato la nonna!).
Quella muraglia era visibile anche ad occhio nudo. La vedemmo estendersi per un tratto di circa due chilometri, quasi come una collana, intorno alle due ultime protuberanze del Monte Sambùcaro e incombeva su di noi. La descrizione del contadino (Nicola Vendittelli da S. Vittore), colorita dalle immagini fantastiche, ci interessò vivamente. Si rendeva necessario un sopralluogo. Non persi tempo.
Nei giorni successivi (a partire dal 16 marzo 1972) feci delle escursioni sul luogo indicato e i risultati superarono ogni aspettativa.
Dunque per un caso fortuito il toponimo Muraglia, che non si riferiva a quella che cercavo, richiamando la mia attenzione, mi aveva condotto a scoprire quella autentica.

5.2. Il monte Sambùcaro


Il monte Sambùcaro visto dalla Rocca Janula di Cassino

Il Monte Sambùcaro (m. 1205 l.m.) – sulle carte dell’I.GM. è scritto “Sammucro”: è una evidente trascrizione della pronuncia dialettale del luogo: Sam(b)ùcrö; d'ora in poi qui si userà la forma Sambùcaro – troneggia tra i due comuni di S. Vittore del Lazio e S. Pietro Infine. Si estende da est a ovest e sulla sua cima si incontrano le tre regioni del Lazio, della Campania e del Molise. Si erge quasi come un contrafforte del monte Aquilone, m. 1270, situato più a nord. I due monti sono divisi dal profondo vallone scavato dal Rio S. Vittore[4]. Il versante sud del Sambùcaro scende quasi a precipizio, mentre il versante opposto degrada più dolcemente tra una balza e l’altra, fino ad incontrare la base dell'Aquilone in località Radicosa.
Nel crinale occidentale degrada in due riprese (queste ci interesseranno particolarmente): “Croce di Macchia” (m. 702) e il falsopiano “Marena- Falascosa” (m. 570) che sovrasta S. Vittore. Quindi precipita sui dirupi del Rio S. Vittore. (foto 10.)
Più a ovest si estendono le brevi pianure di “Campopiano” e “S. Giusta”, incastonate fra il Sambùcaro e l'Aquilone a nord, il “Colle del Pero” e il colle “La Chiaia” ad ovest (verso Cervaro) e la collina dove sorge l’abitato di S. Vittore a sud. Contiguo alle pianure precedenti è il falsopiano di “Montenero” sulle pendici meridionali della Chiaia.

5.3. Le mura


Il circuito poligonale del monte Sambùcaro

Mi sono diffuso su tali particolari per ragioni che vedremo più appresso.
La muraglia, dicevo, ben visibile anche da Cassino ad occhio nudo nelle giornate chiare, si estende sul versante settentrionale delle protuberanze “Marena” e “Croce di Macchia” in direzione est-ovest.
Non credo che si possa trovare sul suolo italiano un circuito murario in opera pseudopoligonale, di epoca sannitica, di tale lunghezza ed imponenza.
Esso parte da un costone roccioso a quota m. 387 del colle “Mare­na” dominante la contrada “La Canala” di S. Vittore, compie un lento giro verso nord-est alla stessa quota e poi si impenna bruscamente lungo il ripido versante “Fala­scosa”, a est, fino a giungere a quota 690, dove si perde fra le rocce di un baratro che si affaccia più ad ovest di S. Pietro Infine, sull’altro versante del monte. Nel punto in cui inizia la sua ascesa la muraglia affonda, quasi, nell'avvallamento di confluenza delle due protuberanze.
Quel tratto di muraglia misura m. 1315 ed ha l'altezza media di m. 1,60; è interrotto solo in alcuni brevi tratti a causa delle azioni del vento, della neve e della pioggia. Ha l’aspetto di mura poligonali del tipo più antico (prima maniera, secondo Lugli); non c'è alcuna preoccupazione di allineamento dei massi che la compongono. Questi, estratti certamente dal luogo stesso, hanno le misure medie di cm. 60x80x60, ma taluni hanno la facciata più lunga superiore al metro e 20 cm.
La parte esterna della muraglia è abbastanza curata; la parte interrata è quasi sempre a una sola cortina, mentre quella più alta, data la forte pendenza del terreno, è a doppia cortina. Lo spessore medio è di m. l,65. In nessun punto la cinta muraria conserva la sua altezza originaria; è infatti, quella, una zona sollecitata da fortissimi venti; la neve, la pioggia e le radici infiltranti hanno completato l’opera di distruzione. Già è tanto che la muraglia sia giunta in quello stato fino a noi.
Di tanto in tanto lungo il circuito si aprono delle brecce, forse ricavate in tempi recenti dai pastori per il transito delle greggi; alcune di esse, due in particolare, hanno tutto l’aspetto di antiche porte; la loro ampiezza va da m. l,40 fino ad un massimo di m. 2,50; ma più che di porte si puó parlare di varchi, lasciati aperti certamente al tempo della costruzione della muraglia: lo si deduce dalla sovrapposizione dei massi; dagli stessi varchi partono dei sentieri che scendono a valle. Al termine della lunga teoria di mura, sulla Croce di Macchia, là dove doveva essere la porta principale, si nota un largo lastricato in pietra scalpellata e levigata. Quel luogo viene chiamato comunemente “La Croce” perché, a detta della gente del luogo, su un punto imprecisato della cinta era posta una grande pietra con una croce scolpita[5]: per quante ricerche si siano fatte, però, non è stato possibile reperirla; certamente sarà rotolata a valle[6]. Solo in tempi abbastanza recenti sullo stesso luogo è stata innalzata una grande croce di ferro.
La muraglia fin qui descritta si interrompe più volte in corrispondenza di alcuni dirupi, che presentano tracce di lavorazione, utilizzati come parte integrante della fortificazione; il restante tratto del circuito, sul versante opposto, è tutto una serie di precipizi, ma nei luoghi in cui questi sono più accessibili si notano altri tracciati di mura poligonali, che vanno da m. 50 a m. 100, destinati ad assicurare la continuità dell’intero sistema difensivo; ne ho contati almeno tre. Nel tratto più lungo di questi ultimi, all’altezza della sottostante località “Colle­case”, si apre una porta che chiamerò di S. Vittore. Su quel versante non ci dovevano essere altre porte, benché numerosi metri della muraglia saranno certamente rotolati a valle non consentendo più una “lettura” completa del sito; numerosi massi sono disseminati nell'area sottostante. È importante avvertire che sullo stesso versante si possono notare ampi tratti di rocce affioranti scalpellate e spianate nel verso del pendio: probabilmente per ragioni difensive si rendeva necessario assicurare una visuale completa, eliminando la possibilità di ripari per gli assalitori, ed anche per rendere più scorrevole il rotolamento dei massi lanciati contro gli stessi. Cosa analoga la si ritrova al di sotto delle mura di Casinum sul versante sud, tra la città e l'acropoli.
La cinta, da questo lato, doveva seguire il crinale roccioso della montagna e subirne i dislivelli fino ad incontrare le due estremità della muraglia ancora esistente. In tal modo 1a teoria delle mura doveva circoscrivere un piano avente la vaga forma di una piuma di gallina. L'estremità più stretta coincideva con la Croce di Macchia, mentre si dilatava al massimo sul pianoro del Marena a quota 570. Tutta la cintura muraria, dall’una e dall'altra parte, è contornata, all’interno, quasi a segnarne il perimetro, da una stradella che si interrompe solo per alcuni tratti ed è segnata sulle carte topografiche.

5.4. All’interno

Insomma tutta la zona ha l'aspetto di un'antichissima area fortificata, di cui restano pochi, ma inequivocabili segni, dei quali i più importanti sono le mura poligonali e, forse più di tutti, i numerosi frammenti di ceramica che è facile rinvenire in alcune ben delimitate zone all'interno.
Tali ceramiche sono per lo più frammenti di tegoloni, di vasi, ciotole, orci; la loro fattura è certamente precristiana. L'impasto è molto spesso poroso, talvolta compatto; contiene molta sabbia o granuli di carbone, di quarzo o sostanza cinerina; sia all'esterno che in frattura i cocci sono a volte di colore bruno, a volte rosso oppure grigio o giallino; in gran numero quelli senza rivestimento, pochi con rivestimento.
Tali frammenti si possono reperire su terreno erboso ma anche a pochi centimetri di profondità; i numerosi sgretolamenti della china lo dimostrano.
Giannetti ne fa una elencazione articolata che preferisco riportare integralmente, con l’avvertenza che tali indicazioni si riferiscono solo ad una prima fase delle ricerche sul nostro sito.
« l) frammenti di mattoni (spess. cm 2,8/4), di coppi (spess. cm 2) di tegole (spess. cm 3) ad impasto carbonioso o misto a molta sabbia, color nero o giallo in frattura, rosso nella faccia esterna oppure giallino in tutto lo spessore;
2) frammenti di dolî di impasto molto eterogeneo, impuro per presenza di grani di quarzo, di carbone e di sabbia con pareti grezze, malcotti, esternamente appena lisciati a stecca (labbri piatti appena elevati dal corpo del recipiente e distinti da esso con un solco appena accennato);
3) pesi di forma piramidale, a base quadrata d'impasto grezzo con pareti lisciate a stecca;
4) due frammenti di basi di lucerne ad impasto grezzo, malcotto con ansa a lingua molto accentuata applicata sul piano di base; di labbri di impasto grezzo privi di risvolto ad orlo rotondo; di pareti di ciotola con decorazione a forma di Croce di S. Andrea incisa a stecca;
5) gola di vasetto a forma di calice, con labbro piatto d'impasto grezzo come pomice; labbri con risvolto esterno (ciotole scodelle) con solco all'attaccatura della spalla, d'impasto poco omogeneo, spesso ben cotti;
6) frammenti di basi o di pareti di ciotole di impasto omogeneo ben cotto, internamente coperti da una pellicola vetrosa di colore bianco o giallo oppure da vernice nera; esternamente sempre in colore naturale;
7) frammento di fondo di piatto, d'impasto omogeneo, ben cotto internamente, ornato al centro con grosso disco a vernice rossa incluso in tre cerchi di color nero, concentrici; altri dischetti rossi dovevano trovarsi intorno alla superficie interna della parete;
8) frammento di selce lavorata; capocchia di un chiodo in ferro battuto.
« Circa la zona di reperimento (a parte i frammenti di laterizi – moltissimi – che si trovano dispersi in tutta l'area chiusa dalle mura e anche fuori di essa) indichiamo i settori in cui sono stati rinvenuti gli oggetti più significativi.
Quelli riportati ai numeri 2 e 3 sono stati raccolti nel settore orientale detto Falascosa subito all'inizio dell'erto pendio pietroso; quelli del numero 4 verso il settore occidentale detto Marena; quelli dei numeri 5 e 6 nel settore centrale detto Chiaiale[7]; invece il frammento di cui al numero 7 fu raccolto lungo la via d’accesso alla fortificazione, precisamente nei pressi di una cava di gesso. Non si è rinvenuto alcun frammento di ceramica buccheroide o etrusco campana, né di origine greco cumana; sembra infatti che tutti i vasi, a cui i frammenti suddetti appartenevano, facciano riferimento, sia per l'impasto, sia per le forme, a un tipo di ceramica subappenninica, ad eccezione forse dei frammenti riportati nei numeri 6 e 7 internamente coperti di pellicola uso smalto o dipinti a vernice »[8].
Come sono giunti fin lassù quei resti? Non certo portati dal vento. Ma, cosa singolare, si rinvengono negli avvallamenti o nei brevi pianori riparati dal vento, e solo sul colle Marena.
Sul pianoro che forma la sommità del Marena ho notato dei segni appena percettibili di muri congiunti trasversalmente e, all'interno, di altri muri paralleli: tutto ciò è interrato e difficilmente visibile sul posto, mentre dall’alto, discendendo lungo il crinale della Croce di Macchia, appare più chiaramente.
Negli altri luoghi in cui si rinvengono materiali fittili si notano (a fatica, in verità) allineamenti appena affioranti di mura poligonali a sostegno di alcuni terrazzamenti.
Nulla del genere, invece, si riscontra su Croce di Macchia: quest’ultima zona è di difficile lettura perché assolutamente impervia: rocce e pietrame dappertutto.
Questo, per sommi capi, é quanto trovai lassù[9].

5.5. Strade e pozzi

Va ancora detto che stradelle molto antiche consentono l’accesso dalla Canala – caseggiato a ridosso del Rio S. Vittore – e soprattutto dalla Radicosa. Quest’ultima prosegue sempre in linea retta, a quota 600 circa, fino alla Croce di Macchia – sulle carte catastali è denominata via S. Leonardo – e poi giù a S. Pietro Infine vecchia. Questo tracciato esistente ancora oggi, collegava il basso Lazio con Conca Casale e il Molise, ma anche con Viticuso[10].
Una sola stradella, invece, é sul versante sud e sbocca proprio presso l'unica porta di quel lato (porta di S. Vittore).
L'approvvigionamento idrico era assicurato dalla presenza di alcuni pozzi; uno esiste ancora oggi lungo il sentiero che sale dalla Canala ed é molto antico, anche se si notano dei rifacimenti di epoca posteriore.
Altri pozzi sono segnalati dai pastori in zona La Macchia, in prossimità della “Croce”.
Va infine tenuto presente che accanto all’opera di distruzione effettuata dal tempo c'è stato sempre il continuo lavorìo di smantellamento operato dai pastori. Infatti le costruzioni in pietra che certamente costituivano le abitazioni dei primitivi abitanti sono state sistematicamente smantellate per erigere rozzi ripari per le bestie; ripari che si incontrano in gran numero all'interno della cinta muraria.

5.6. Senza tempo

Dopo quanto ho sommariamente descritto ritengo non esistano più ragionevoli dubbi che si trattasse di una antica fortificazione.
Quale popolo poteva abitare una simile inaccessibile fortezza? Certamente un popolo di pastori: data la possibilità di facile transumanza, in poche ore si puó passare dai 40 metri s.l.m. a oltre 1000 metri del Sambùcaro e dell’Aquilone; e non è ciò che fanno ancora oggi i pastori del luogo? Lì si era in piena zona di influenza sannitica, e i Sanniti, è noto, erano dei fieri montanari. Dunque niente di più facile che quello fosse un avamposto sannitico a guardia dei pascoli delle valli sottostanti, anche se la fortificazione sembra guardare più verso il Sannio che altrove.
Quel circuito, infine, è del tutto simile a tanti altri del centro sud d’Italia classificati sannitici o dell’età del ferro. Somiglianze molto strette si hanno con quelli esaminati da Domenico Caiazza[11].
Ritengo tuttavia azzardato proporre una datazione certa: c’è chi pone quel genere di costruzioni attorno all’VIII-VII secolo e c’è chi si ferma al IV-III sec. a. C. Questi ultimi ritengono che siano state edificate in occasione delle guerre sannitiche. Queste tutto al più costituiscono un termine di riferimento per una datazione minima; ma il fatto che mura del genere si ritrovano in tutto il centro sud d’Italia, nella Grecia micenea e nelle città della costa anatolica, cioè erette da culture diverse e in tempi diversi, ci puó far ritenere che sfuggano ad ogni datazione certa: le definirei senza tempo. Solo il ritrovamento di manufatti organici, sicuramente connessi con la costruzione di tali fortificazioni, potrà consentire datazioni attendibili tramite le moderne tecnologie di laboratorio.
Fra i vari tentativi di dare una paternità ai grandiosi complessi di mura poligonali in Italia va segnalato Mario Pincherle[12], il quale cerca di ricollegare le tecniche e le tipologie nostrane con quelle minoiche dell’Asia minore: forse, pur con argomentazioni spesso discutibili, apre un panorama di speculazione che potrebbe darci interessanti lumi.

5.7. Si tratta di Aquilonia?


I luoghi della battaglia: a destra il pianoro di Campopiano;
a sinistra il colle La Chiaia, che, visto da qui, appare come
un tumulo, e che domina la spianata di S.Giusta/Montenero;
al centro della foto, in alto, il colle del pero

Siamo in presenza della mitica Aquilonia?
Per poterlo affermare, secondo gli scettici, bisognerebbe trovare in loco un cippo con la scritta aquilonia; ma a noi è sufficiente riscontrare sul posto tutti i punti fermi elencati più su[13]. Ed ecco i riscontri.
Primo: il colle Marena dista da Vicalvi/Cominio quasi esattamente trenta chilometri se si percorre l’antico tracciato stradale che da S. Vittore costeggia il Colle del Pero, passa per Cervaro, di qui va a S. Michele (frazione di Cassino), a Portella (frazione di S. Elia), alla piana dell’Olivella, a Capo di China, seguendo la vecchia “strada romana”, a Cancello di Atina e, sempre in linea retta, a Vicalvi. Questo tracciato, anche se in disuso (perché sostituito dalla recente strada a scorrimento veloce Cassino-Atina-Sora), è ancora in gran parte percorribile.
Secondo: la strada appena descritta consente ad un uomo a cavallo di andare e tornare in meno di una giornata.
Terzo: un percorso alternativo e più lungo puó essere costituito dall’antico tracciato che segue il corso del fiume Melfa (la strada “Tracciolino”) fino a Roccasecca, s’innesta sulla pedemontana che conduce a Casinum, segue il fondovalle dell’attuale Casilina fino alla Taverna di S. Vittore. Questa strada consente di andare e tornare da Cominio senza essere avvistati da chi percorre quella precedente; e probabilmente fu scelta dalle coorti dei Sanniti per andare in soccorso di Cominio[14].
Quarto: il toponimo Aquilonia lo si ritrova nel vicino e incombente Monte Aquilone; è noto come i nomi delle località montane si conservano pressoché invariati per millenni.
Quinto: gli spazi per una battaglia campale si possono ritrovare ai piedi dei due monti del luogo: il Sambùcaro e l’Aquilone. Sono due ampie aree in pendenza entrambe verso il Rio S. Vittore: la spianata di “Campopiano”, più a monte, e quella di “S. Giusta-Montenero”, più a valle sulle pendici del colle “La Chiaia”. L’una, tenuta dai Romani, poteva dominare dall’alto l’accampamento dei Sanniti, l’altra, invece, poteva controllare l’unica possibilità di accesso alle vie per Aquilonia, cioè il guado del Rio S. Vittore.
Sesto: la fortificazione sannitica di colle Marena era alla destra dell’accampamento dei Sanniti ed alla sinistra di quello romano.
Settimo: da Campopiano il colle del Pero, ma più ancora il colle La Chiaia, visto di lato, appare come un perfetto tumulo, anche se la sua forma è piuttosto allungata. Alle spalle del colle poteva nascondersi un contingente di soldati per comparire all’improvviso dando l’impressione di provenire dalla strada per Cominio (quella breve percorsa dai messi romani).
Ottavo: la fortificazione del colle Marena, nonostante l’asperità del luogo, non si presenta come un complesso particolarmente adatto a sostenere a lungo assedi ed attacchi nemici; niente di più facile, dunque, che alle porte vi fossero solo delle protezioni di fortuna e non porte come quelle di Cominio. Ed infatti nelle porte della nostra presunta Aquilonia non si sono trovate tracce di cardini o altro, né sui piedritti né sulle soglie.


Croce di Macchia: la spianata che dà accesso all'interno della fortificazione; in primo piano un riparo in pietra, innalzato, forse, dai pastori su una trincea della seconda guerra mondiale


Falascosa: tratto di muro poligonale sul versante nord


Versante Falascosa


Versante Falascosa


Parte bassa del versante Falascosa: la vegetazione inizia a non rendere più visibili le mura


Al termine del versante Falascosa: da questo punto si può intravedere la spianata di Campopiano) a destra e parte dell'abitato di Cervaro (al centro in alto); a destra si scorgono alcuni dei numerosissimi massi rotolati in basso


Un tratto emergente dalla folta vegetazione del Chiaiale


Ogni tanto l'imponenza delle mura ha la meglio su carpini e quarciole  infestanti


Uno dei varchi (forse una porta) con tracce di fortificazione sul Chiaiale; lato nord


Versante di S. Vittore: la sella tra il colle Falascosa ed il colle Marena; dal paese si distingue un tratto delle mura (al centro nella foto) dove si apre la porta detta di S. Vittore


Colle Marena: versante sud; tratto di muro che riprende dopo un costone roccioso


Roccia a strapiombo iscritta nel circuito murario dominante il paese di S. Vittore


Lato S. Vittore: la muraglia ricuce i vuoti tra fortificazioni naturali dei costoni rocciosi


Lo sperone di colle Moena domina l'intera valle del Rapido-Peccia; a sinistra l'abitato di S. Vittore; in alto a destra è appena visibile l'abbazia di Montecassino, antica acropoli fortificata di Casinum; al centro della foto si possono distinguere alcuni tratti delle mura e la sottostante scarpata nella quale le rocce sono state spianate artificialmente


Colle Marena: veduta sulla piana del Rapido con Montecassino e Cassino da dove le mura sono visibili ad occhio nudo


Versante sud: a sinistra si apre la porta di S. Vittore; su questo versante le mura sono molto danneggiate


Versante sud: particolare delle mura


Colle Marrna: tratto delle mura che guardano verso Cervaro e Cassino

[1] Così come aveva fatto Salmon con Montaquila, vd. supra par. 4.9.
[2] Devo precisare, per amore della verità, che da quel momento tutte le ricerche sul sito e sull’identificazione di Aquilonia furono condotte dal sottoscritto, che aveva cura, però, di informare il compianto Giannetti; questi, solo dopo aver preso visione delle foto da me riprese sul colle Marena/Falascosa, fu indotto a superare il suo scetticismo e a darmi ragione sull’ipotesi di Aquilonia. L’ela­borazione dei dati da me raccolti fu fatta insieme a lui fino al momento della relazione finale, sulla quale, però, sorsero delle discordanze fra noi; per questo motivo ognuno preparò la propria relazione impegnandosi a cercare per proprio conto il canale di divulgazione del ritrovamento. Nella mia relazione, che diedi alle stampe attraverso il periodico “Il Gazzettino del Lazio”, per rispetto e sensibilità nei confronti dell’anziano professore e della sua autorità culturale, parlai sempre a nome mio e del Giannetti, anche quando le cose da me scritte riguardavano solo me stesso. Non fece altrettanto l’autorevole professore, che, lungi dal riconoscere al sottoscritto il merito della scoperta, nella sua relazione all’Accademia dei Lincei, parlò sempre a nome proprio, trascurando con cura di citare il mio lavoro e definendomi solo per inciso suo “solerte collaboratore”. Purtroppo per me quella relazione ha fatto il giro degli studiosi della materia escludendomi da ogni personale riconoscimento (dopo tanto lavoro un pizzico di rincrescimento me lo si dovrà pur consentire). Questo dovevo precisare, non per mania di autocelebrazione – non ne avrei bisogno in quanto nel mio ambiente ognuno conosce il reale andamento dei fatti –, ma per la verità storica, pur serbando ancora un grato e rispettoso ricordo del prof. Antonio Giannetti, scomparso ormai da diversi anni.
[3] Pare che il toponimo “Pezzella” debba corrispondere, sia linguisticamente che topograficamente, a quello di “Colle del Pero” attraverso le varianti dialettali Còllë PërìgliöPëzzìglio e Përréllä.
[4] Questo ruscello, dalle acque freddissime e trasparenti, oggi è indicato con il nome del comune che attraversa, insomma non ha un proprio nome. Nel passato non era così: pare che fosse chiamato “Rio Chiaro”. Ciò è intuibile da un reperto toponomastico del paese: Pescoronchiaro è un vicolo che dall’abitato medioevale conduce all’esterno, verso il precipizio che domina il nostro corso d’acqua; il nome, dal significato misterioso, è chiaramente formato da Pesco - rio - Chiaro, dove “pesco” è un termine dell’entroterra molisano abruzzese e significa “dirupo”.
[5] La croce era il segnale di riferimento della triangolazione per il punto trigonometrico: si veda “Monografie dei punti trigonometrici”, Direzione compartimentale del catasto di Napoli, “zona Alvito e Cervaro”, Registro 1, pag. 122, ricognizione eseguita nell’anno 1898; lo stesso registro segnala l’incisione di un triangolo su roccia nel medesimo luogo.
[6] Per la descrizione delle mura si veda anche l’appendice A.1.
[7] Chiaiale è un avvallamento tra il versante Falascosa ed il poggio Marena. Il termine secondo Giannetti deriva da plateale con trasformazione del prefisso pla in chia. Io aggiungerei: attraverso la forma chianale, che nel dialetto locale sta per luogo o oggetto piano.
[8] A. Giannetti, cit. pag. 107-108.
[9] Si puó ricordare anche la descrizione abbastanza dettagliata che fa del nostro complesso Attilio Coletta in Centri fortificati del Lazio meridionale, “Centro Studi Storici Saturnia, Atina, 1998, pag. 32 e sgg.; però alcune sue soluzioni sono da prendere con cautela.
[10] Vd. appendice A.6.
[11] Vd. supra par. 2.2.
[12] M. Pincherle, La civiltà minoica in Italia. Le città Saturnie, Pacini Editore, 1990.
[13] Vd. supra par. 4.7.
[14] Si potrà obiettare che quelle coorti dovettero passare al di sotto di Casinum che, secondo le notizie in nostro possesso, era già colonia romana. Ma l’episodio ricordato del saccheggio di Interamna Lirenas ci fa intuire che l’oppidum di Casinum non costituiva un pericolo per migliaia di soldati che transitassero nei suoi pressi. Del resto i Romani avevano fatto leva per affrontare i Sanniti e con tutta probabilità avevano sguarnito quella ed altre colonie. Resta, tuttavia, il dubbio se Casinum fosse ancora in possesso dei Romani.

AQUILONIA in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli


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