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10 settembre 2010
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Lo storico Livio1

7.1. L’affidabilità di Livio

Questa sommaria ricostruzione evidenzia la stupefacente concordanza tra la descrizione di Livio ed i luoghi di S. Vittore, concordanza che puó addirittura apparire sospetta perché pone una questione che vale la pena affrontare: come faceva Livio a descrivere con tanta precisione la battaglia e i luoghi, a distanza di oltre 260 anni[1], come se fosse stato presente a quegli avvenimenti?
Alcuni storici hanno definito Livio più poeta che storico, volendo con questo affermare che egli non è da prendere alla lettera.
Si potrebbe rispondere semplicisticamente che non si comprende come Livio possa essere affidabile in taluni casi e non degno di attenzione in tal’altri; non si comprende come si possa essere storiografo affidabile e nello stesso tempo visionario.
Guido Vitali nella sua prefazione alla Storia di Roma dice del Nostro: « Assai più che uno storico nel significato vero e proprio del termine, egli è dunque un narratore di storia[2] ». E forse questa è la definizione più giusta dal momento che nell’opera liviana ritroviamo fatti realmente accaduti accanto a leggende ampiamente diffuse nel mondo romano; lo stesso Livio, con molta correttezza intellettuale dice di sé: « Quei fatti accaduti prima o durante la fondazione di Roma, adorni di poetiche favole piuttosto che di sicura documentazione storica, io non penso né a confermarli né a confutarli »[3].
Di certo non si puó affermare che Livio abbia fatto tesoro delle intuizioni di Polibio, storico di razza, il quale sosteneva che compito dello storico non è quello di stupire il lettore con artifici retorici o con fatti prodigiosi, ma limitarsi ad esporre i fatti, anche i più insignificanti, secondo verità. Tuttavia va dato atto a Livio che non si è inventato nulla, anzi per certi versi dobbiamo essergli grati per averci tramandato tante leggende che fanno parte ormai del bagaglio culturale del nostro popolo. Un appunto gli si puó muovere: fu storico di parte, perché storico di Roma; caricò di enfasi le gesta delle legioni romane; quando evidenziò l’eroismo dei nemici fu solo per attribuire maggior valore ai soldati di Roma. Ma per fare ciò non aveva bisogno di inventarsi personaggi e circostanze: gli era sufficiente far pronunciare un certo discorso ad un console o ad un tribuno oppure decantarne le doti umane e militari, oppure celebrare i trionfi ingigantendo i bottini di guerra.
A parte questi aspetti, che possono considerarsi marginali, va evidenziato che quelle che sono esagerazioni attribuite a Livio sono in realtà esagerazioni delle sue fonti, specialmente quelle coeve ai fatti narrati: quelle sì avevano interesse a manipolare la descrizione degli avvenimenti a scopi propagandistici.
Le fonti del Nostro, oltre il più volte citato Fabio Pittore – che a sua volta si rifaceva a Geronimo di Cardia, a Callia di Siracusa, a Timeo di Tauromenio e ad altri storici greci – si sa, furono quelle ancora reperibili negli archivi romani dei suoi tempi, e cioè gli acta pubblici e privati, i Libri e i Commentarii magistratuum, gli Annales maximi, i Fasti calendarii, i Libri e i Commentarii pontificum, le opere degli annalisti, le iscrizioni incise su colonne, su templi, su tombe, le laudationes funebres. Accanto a queste bisogna porre le relazioni scritte in tempo reale dai segretari o scribi prezzolati che i condottieri si portavano appresso perché decantassero le loro gesta e magnificassero le loro virtù, insomma qualcosa come gli odierni inviati speciali al fronte; lo scopo era di tutta evidenza: solo in parte una forma di vanità e di vanagloria, molto, invece, un’operazione di propaganda elettorale per le imminenti elezioni a Roma, dove con le cariche pubbliche spesso si costruivano ingenti fortune.
Tali relazioni non sono giunte fino a noi ma, conoscendo l’eccezionale modernità dei Romani in questo genere di cose, non possiamo dubitarne l’esistenza e tanto meno che ve ne fossero ancora al tempo di Livio, il quale non si lasciò sfuggire l’occasione di utilizzarle, talvolta integralmente.
Così si puó spiegare l’eccezionale corrispondenza tra i fatti e i luoghi, cosa che si verifica molto spesso nel racconto liviano. Se così non fosse non potremmo comprendere, per esempio, come mai Livio, nell’accennare alla collina dietro la quale si doveva nascondere Spurio Nauzio con le coorti e i muli, la definisce tumulus anziché semplicemente collis o colliculus, ma soprattutto perché gli avvenimenti sono visti sempre e soltanto dalla parte dei Romani, mentre le cose accadute tra le file dei nemici sono quasi sempre narrate da disertori o spie.

[1] Livio iniziò la sua opera tra il 29 e 27 a. C.
[2] G. Vitali, op. cit., Lib. I, pag. XV.
[3] « Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est », Praefatio, pag. 4/5.

AQUILONIA in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli


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