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Lo storico Livio1
Questa
sommaria ricostruzione evidenzia la stupefacente concordanza tra la descrizione
di Livio ed i luoghi di S. Vittore, concordanza che puó addirittura apparire
sospetta perché pone una questione che vale la pena affrontare: come faceva
Livio a descrivere con tanta precisione la battaglia e i luoghi, a distanza di
oltre 260 anni,
come se fosse stato presente a quegli avvenimenti?
Alcuni storici hanno definito Livio più poeta che storico, volendo con questo
affermare che egli non è da prendere alla lettera.
Si potrebbe rispondere semplicisticamente che non si comprende come Livio possa
essere affidabile in taluni casi e non degno di attenzione in tal’altri; non
si comprende come si possa essere storiografo affidabile e nello stesso tempo
visionario.
Guido Vitali nella sua prefazione alla Storia di Roma dice del Nostro: « Assai
più che uno storico nel significato vero e proprio del termine, egli è dunque
un narratore di storia ».
E forse questa è la definizione più giusta dal momento che nell’opera
liviana ritroviamo fatti realmente accaduti accanto a leggende ampiamente
diffuse nel mondo romano; lo stesso Livio, con molta correttezza intellettuale
dice di sé: « Quei fatti accaduti prima o durante la fondazione di Roma,
adorni di poetiche favole piuttosto che di sicura documentazione storica, io non
penso né a confermarli né a confutarli ».
Di certo non si puó affermare che Livio abbia fatto tesoro delle intuizioni di
Polibio, storico di razza, il quale sosteneva che compito dello storico non è
quello di stupire il lettore con artifici retorici o con fatti prodigiosi, ma
limitarsi ad esporre i fatti, anche i più insignificanti, secondo verità.
Tuttavia va dato atto a Livio che non si è inventato nulla, anzi per certi
versi dobbiamo essergli grati per averci tramandato tante leggende che fanno
parte ormai del bagaglio culturale del nostro popolo. Un appunto gli si puó
muovere: fu storico di parte, perché storico di Roma; caricò di enfasi le
gesta delle legioni romane; quando evidenziò l’eroismo dei nemici fu solo per
attribuire maggior valore ai soldati di Roma. Ma per fare ciò non aveva bisogno
di inventarsi personaggi e circostanze: gli era sufficiente far pronunciare un
certo discorso ad un console o ad un tribuno oppure decantarne le doti umane e
militari, oppure celebrare i trionfi ingigantendo i bottini di guerra.
A parte questi aspetti, che possono considerarsi marginali, va evidenziato che
quelle che sono esagerazioni attribuite a Livio sono in realtà esagerazioni
delle sue fonti, specialmente quelle coeve ai fatti narrati: quelle sì avevano
interesse a manipolare la descrizione degli avvenimenti a scopi propagandistici.
Le fonti del Nostro, oltre il più volte citato Fabio Pittore – che a sua
volta si rifaceva a Geronimo di Cardia, a Callia di Siracusa, a Timeo di
Tauromenio e ad altri storici greci – si sa, furono quelle ancora reperibili
negli archivi romani dei suoi tempi, e cioè gli acta
pubblici e privati, i Libri e i Commentarii magistratuum, gli Annales
maximi, i Fasti calendarii, i Libri
e i Commentarii pontificum, le opere degli annalisti, le iscrizioni
incise su colonne, su templi, su tombe, le laudationes
funebres. Accanto a queste bisogna porre le relazioni scritte in tempo reale
dai segretari o scribi prezzolati che i condottieri si portavano appresso perché
decantassero le loro gesta e magnificassero le loro virtù, insomma qualcosa
come gli odierni inviati speciali al fronte; lo scopo era di tutta evidenza:
solo in parte una forma di vanità e di vanagloria, molto, invece,
un’operazione di propaganda elettorale per le imminenti elezioni a Roma, dove
con le cariche pubbliche spesso si costruivano ingenti fortune.
Tali relazioni non sono giunte fino a noi ma, conoscendo l’eccezionale
modernità dei Romani in questo genere di cose, non possiamo dubitarne
l’esistenza e tanto meno che ve ne fossero ancora al tempo di Livio, il quale
non si lasciò sfuggire l’occasione di utilizzarle, talvolta integralmente.
Così si puó spiegare l’eccezionale corrispondenza tra i fatti e i luoghi,
cosa che si verifica molto spesso nel racconto liviano. Se così non fosse non
potremmo comprendere, per esempio, come mai Livio, nell’accennare alla collina
dietro la quale si doveva nascondere Spurio Nauzio con le coorti e i muli, la
definisce tumulus anziché semplicemente collis
o colliculus, ma soprattutto perché
gli avvenimenti sono visti sempre e soltanto dalla parte dei Romani, mentre le
cose accadute tra le file dei nemici sono quasi sempre narrate da disertori o
spie.
Livio iniziò la sua opera tra il 29 e 27 a. C.
G. Vitali, op. cit., Lib.
I, pag. XV.
« Quae ante conditam
condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum
gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est »,
Praefatio, pag. 4/5.
AQUILONIA in S. Vittore del
Lazio - di Emilio Pistilli
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