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10 settembre 2010
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Appendice A

Appunti di ricerca

Desidero affidare a questa pubblicazione alcuni dei numerosi appunti da me frettolosamente annotati durante e al termine delle mie escursioni in territorio di S. Vittore del Lazio in seguito al ritrovamento delle mura di Aquilonia.
Spero si tenga presente che si tratta solo di appunti, non destinati ad essere pubblicati, e riferiti alla situazione del momento: se ora mi decido di inserirli è per non far perdere alcune importanti annotazioni che si riferiscono, spesso, a luoghi ora totalmente modificati.

A.1. “Muraglie”


Muro di sostruzione in località Muraglie

12 marzo 1972
Per giungere a “Le Muraglie” abbiamo dovuto attraversare tutto l’abitato di S. Vittore, imboccare la rotabile per Cervaro e subito dopo piegare a destra, in direzione nord-est. Da tale diramazione ha inizio la via Muraglie, quasi interamente lastricata di ciottoli levigati dal diametro medio di una dozzina di cm.
La via è larga circa m. 2 (a detta del prof. Giannetti, che mi ha accompagnato, è molto antica); dapprima discende verso il torrente Rio S. Vittore, che attraversa per mezzo di un ponte rifatto in epoca fascista – nei dintorni è facile reperire mattoni rettangolari, cotti in modo imperfetto, di apparente epoca precristiana –, poi si inerpica, sempre in direzione nord-est, verso un colle che si erge dalle ultime pendici del monte Aquilone.
A poco più di un chilometro dall’inizio della via, al termine di un breve ma duro strappo, si trovano delle abitazioni agricole (poche unità a destra e a sinistra). Lì abbiamo dovuto lasciare la macchina. Abbiamo rivolto poche domande ai contadini che abitano in quelle case. Abbiamo così appurato che nei campi circostanti, in special modo in quelli più a monte, è facile reperire un’infinità di cocci di fattura antica. Una donna, dopo una certa reticenza, ci ha dichiarato che tempo addietro, vangando nel suo podere su alle Muraglie, ha trovato dei resti di mura antiche abbastanza larghe.
Invogliati da tali notizie abbiamo proseguito a piedi.
La via, dal luogo anzidetto, prosegue ancora nella stessa direzione per circa 800 metri, sempre con il fondo acciottolato, dopo di che giunge ad un bivio. Qui hanno termine i ciottoli; sulla destra ci si affaccia sul vallone del Rio S. Vittore (sull’altra sponda del vallone si vedono le case della contrada “Canala” e la via per la “Radicosa”, entrambe frazioni di S. Vittore del Lazio); proseguendo si percorre una via mulattiera, che, pare, termina su un dirupo. La via Muraglie, invece, piega a sinistra in direzione nord-ovest ed è frequentemente attraversata da rigagnoli di acqua che sorge sul lato destro della via; da quello stesso lato si erge maestoso l’Aquilone e alle spalle il monte Sambùcaro.
Dopo aver percorso quest’ultimo tratto per altri 500 m. (altrettanta strada ci rimaneva da fare per giungere alle abitazioni delle Muraglie, che si intravedevano più su) abbiamo incontrato un contadino che ci ha rivelato di aver trovato, tempo addietro, una tomba interrata sulla sommità del colle di cui abbiamo percorso le pendici (e di cui ho parlato prima). La tomba era formata da un letto di tegoloni di terracotta con i bordi esterni rialzati; sopra di essi poggiavano, a doppio spiovente, due file di tegoloni sì da formare un abitacolo a sezione triangolare; sulla sommità di detto abitacolo, a ulteriore copertura, correva una fila di canali semicilindrici. All’interno il contadino aveva rinvenuto uno scheletro ed un vasetto di ceramica “come un portacenere”. Lo stesso contadino ha poi ricordato di aver già notato delle tracce di mura antiche un po’ più su, in direzione nord (nella stessa direzione della tomba). Altre mura, a detta dello stesso, si trovano sulla via più a monte, nel piccolo centro abitato delle Muraglie; e proprio a questi ultimi muri, molto probabilmente, è da far risalire il nome della località.
Dopo il colloquio con il contadino abbiamo abbandonato la via e, attraversando alcuni campi in direzione della sommità della collina, ci siamo ritrovati ai piedi di un terrapieno di forma quadrata e alto, sul lato sud, circa m. 2,50. Su questo lato abbiamo trovato un muro in pietra e calcestruzzo del tipo “opus incertum”, di fattura, però, molto accurata; il muro, ribaltato verso l’esterno ed in posizione quasi orizzontale, è lungo m. 3,50 circa, spesso oltre un metro; non è possibile accertarne l’altezza effettiva perché la base affonda nel terrapieno.
Seguendo il muro sullo stesso lato, ma ad alcuni metri verso est, abbiamo rinvenuto un tratto di muro megalitico dell’altezza massima di m. 1,50 circa e lungo m. 6 circa, formato da due file sovrapposte di grossi macigni squadrati; ne abbiamo misurato uno: alt. m. 1, lungh. m. 1,10, profondità m. 1,10
Il muro era quasi del tutto ricoperto di arbusti, terra e letame, lì riversato dalla vicina casa colonica sita nel bel mezzo del terrapieno. È stato necessario sterrarlo; e ciò è stato possibile grazie all’intervento del sig. Antonio Vendittelli, contadino del luogo. La zona del terrapieno viene denominata “Pezzelle”.
Lo stesso Vendittelli ha poi affermato che mura megalitiche, dello stesso tipo di quelle appena rinvenute, ma formate da massi molto più grandi, si trovano alle spalle del monte Sambùcaro, in località “Falascosa” e “Marena”, due balze contigue separate da un avvallamento. La muraglia era possibile osservarla dal punto in cui ci trovavamo. Infatti in direzione sud-est, a qualche centinaio di metri più giù della cima Marena (è strano come questo termine ritorni spesso nelle montagne del basso Lazio), a partire da un piccolo dirupo e procedendo verso est, è possibile distinguere nettamente una muraglia che scende leggermente verso il detto avvallamento per poi risalire lungo la zona Falascosa e scomparire verso la sommità dopo aver aggirato il cocuzzolo (che è un po' più elevato del Marena). A detta del Vendittelli quei macigni sarebbero stati portati lassù dalle fate; tale credenza abbiamo riscontrato poi in altre due donne del luogo.
Alla sommità delle due balze ci sarebbero due notevoli pianori, mentre un po’ più su del dirupo del Marena, donde ha inizio la muraglia, ci sarebbero i resti (sempre a detta del Vendittelli) di una bellissima “casa” fatta con pietre enormi e lavorate.
Dopo tali interessanti dichiarazioni ci siamo aggirati nella zona del terrapieno ed abbiamo rintracciato altri resti di mura in “opus incertum”; taluni ribaltati come il precedente, altri costeggianti la via principale che in quel tratto, tra due brevi file di case, riassume la struttura a ciottolato.
Sullo spiazzo superiore del terrapieno, davanti alla casa anzidetta, si trova una grossa pietra squadrata, attualmente usata come sedile, ritrovata per caso quasi nel centro di quella che oggi è l’aia della casa colonica.
Da quel luogo si gode di un panorama bellissimo: le falde dell’Aquilone, il monte Sambùcaro, la valle del Volturno, Mignano Montelungo, la parte meridionale della valle del Liri, e, più da presso, S. Vittore; a occidente troneggia minaccioso il corno del colle “Chiaia”.
Sembra che la via Muraglia prosegua, ma in pessimo stato, fino a Cervaro aggirando a nord il colle Chiaia.
Sembra inoltre che tra il lato sinistro del Rio S. Vittore, ai piedi del monte Sambùcaro, e il poggio in cui è abbarbicata la contrada Muraglie, in prossimità della “Sorgentina” (a est della zona ispezionata), si trovi un ponte che gli abitanti definiscono molto antico.

N. B. – La strada per la frazione Muraglie è stata rifatta dall’amministrazione comunale in tempi recenti con notevole ampliamento della carreggiata: ciò ha comportato anche l’abbattimento del lungo muro di epoca romana che fungeva da sostruzione nel lato a monte.

A.2. Sambùcaro – Marena


Appunti per una rappresentazione grafica della
cintura muraria di colle Marena - Falascosa

16 marzo 1972
Dopo aver percorso circa due chilometri dalla via Canala in direzione nord-est, costeggiando il Rio S. Vittore, abbiamo seguito un tratturo che si inerpica alla sinistra di un valloncello verso la sommitaà Marena. Il tratturo è impervio e molto spesso scompare per poi ricomparire più innanzi; ma notevoli sono le ramificazioni.
La montagna è molto ripida, rocciosa e, per una larga fascia, ricoperta da una bassa boscaglia di carpini.
Dopo una faticosa ascesa, accompagnato da mio fratello Romano, esperto fotografo, sono arrivato a circa m. 100 dalla cresta. Lì mi si è finalmente presentata una lunga e poderosa muraglia, che, partendo da un dirupo roccioso che incombe su La Canala, piega verso oriente in un avvallamento che divide il Marena in due costoni e risale volgendosi a sud-est fino ad interrompersi nella sella tra il Sambùcaro e la cima Marena: quel punto, mi ha poi detto un pastore, viene denominato “La Croce”; ma vale la pena confermarne l’esattezza.
Anche in tale luogo la muraglia si perde fra le rocce di un baratro che si affaccia un po’ più a nord di S. Pietro Infine.
Il percorso della muraglia si puó calcolare attorno ai tre chilometri di lunghezza.
La muraglia ha l’altezza media di m. 1,50; è interrotta solo in alcuni brevissimi tratti, a causa del vento, della pioggia e della neve; in tali interruzioni i pastori hanno ricavato dei passaggi per i loro sentieri.
La struttura ha tutto l’aspetto di un gigantesco recinto ed è formata da un’infinità di pietre e macigni sovrapposti in maniera molto irregolare; la loro facciata esterna, per lo più spianata (ma sempre grezza), misura in media cm. 60 di altezza e 80 di lunghezza, mentre lo spessore è proporzionalmente molto più ridotto. Si tratta di pietre poste spesso di taglio, ma è molto facile trovare, nella composizione del muro, massi molto grandi, di forma tozza (quasi parallelepipedi) posti in senso trasversale, dall’esterno all’interno, destinati, evidentemente, ad ancorare la struttura alla montagna. Taluni massi hanno la facciata superiore al metro e 20 cm.
Il lato esterno della muraglia è assai piatto, cioè privo di sporgenze ed ha tutto l’aspetto di muro poligonale. Non è stato possibile accertarne lo spessore perché l’interno è tutto un riempimento di pietre e massi che vanno a congiungersi col terreno che sale rapidamente: lo spessore del riempimento va dai due ai tre metri e talvolta anche di più.
Il terreno esterno ai piedi della cinta muraria non presenta residui di pietre cadute dall’alto. Va tenuto presente al riguardo che un fortissimo vento spira da oriente ad occidente (cioè dall’esterno all’interno); sulle parti alte del colle il vento è addirittura irresistibile.
Vale la pena riferire che in prossimità del termine sud-est ho trovato un vento tanto forte che minacciava di strapparmi via gli occhiali se non li avessi trattenuti costantemente con le mani.
Una relativa quiete regnava invece nei rari avvallamenti, in special modo nel valloncello n. 1 (vedi fig. 45), dove ho trovato residui di mattoni e di vasetti (che ho consegnato al prof. Giannetti affinché li custodisse).
Residui del genere ho trovato anche in prossimità del costone roccioso donde ha inizio la muraglia, sul versante della Canala (n. 2 fig. 45), e più su in un avvallamento (n. 3 fig. 45). Altrove non ne ho trovati.
L’interno della cinta presenta una infinità di rocce affioranti dal terreno; tra esse i pastori hanno costruito, disseminati di qua e di là, una serie di ricoveri in pietra, ora scoperti, per riparare se stessi e le bestie dal vento.
Tutta la zona è impervia e non presenta possibilità di agevole accesso se non sulla sella della muraglia (n. 4 fig. 45). Di là, infatti, sarebbe possibile far scendere una stradella con un largo giro verso le falde del Sambùcaro e alle spalle di un colle di fronte al Marena [collina “Stoppacciara”], zona, questa che non abbiamo esplorato (n. 5 fig. 45).
Presso la sella, all’esterno del muro, abbiamo trovato una specie di rozzo lastricato, che potrebbe anche essere naturale; in quel punto il muro è per brevi tratti interrotto: talvolta ne restano solo singoli macigni poggiati sul terreno. Ma quella è la zona più sollecitata dal vento.
Pochi metri più oltre la muraglia si perde fra le rocce dello strapiombo su S. Pietro Infine.
Al ritorno siamo scesi dal monte di fronte al Marena [Stoppacciara] (ad est), lungo il versante che guarda proprio quest’ultimo. Neanche qui abbiamo trovato tracce di stradelle; cosa del resto impossibile, data la natura del terreno. Cosa fosse alle spalle del colle dal quale siamo scesi non so.

A.3. “Mura abbandonate”


Ritrovamenti in località Mura Abbandonate

21 maggio 1972
In località “Mura Abbandonate” (nel dialetto locale pare si dica “Abbondanza”) ho ispezionato un campo sito ad ovest della vecchia via intercomunale che collega S. Vittore del Lazio con S. Pietro Infine, ai piedi del monte Sambùcaro (in basso alla protuberanza Croce di Macchia).
Il terreno, con una casa colonica, è di proprietà di Luigi Decina di S. Vittore.
Davanti alla casa sono posti due blocchi di pietra, identici, che, sovrapposti, formano un cubo di un metro con all’interno una cavità sferica del diametro di circa cm. 60 e perfettamente levigata. In una delle cavità semisferiche figura un foro comunicante con l’esterno del blocco.
A detta di Giannetti sarebbe un “tesaurus”. I blocchi sarebbero stati rinvenuti in loco, sovrapposti come già detto e pare che all’interno vi fosse della cenere e, forse, dei cocci.
Sul terreno appartenente alla casa (poco più di un tomolo) si nota un terrapieno malamente lastricato con pietre irregolari non molto grandi. Tutto all’interno ho raccolto, con il dott. Franco Galasso, una infinità di frammenti di ceramiche e laterizi (ne abbiamo riempito due sacchetti, ma ve ne sono ancora tanti, tanti): per lo più vasi di ogni sorta e di ogni fattura; molti sono anneriti all’interno, altri (pochi) sono verniciati all’esterno con una patina nera e qualche accenno di disegno; nel fondo di uno di questi vasetti si nota un’incisione a forma di margheritina [la solita “rosetta” di molta ceramica etrusco campana a vernice nera; vd. dis. 1 fig. 47.
Ho raccolto anche due tronchi di piramide di terracotta a base rettangolare e alti circa cm 8; verso la sommità vi è un foro orizzontale [questi manufatti in terracotta oggi vengono identificati come pesi per telaio]; su uno di questi appare una incisione sul lato largo alta cm. 3,5 [qualcosa tra una S ed un 8; vd. dis. 2 fig. 47]; altri frammenti notevoli sono stati catalogati.
A m. 60 a sud della casa colonica esiste un arco in pietra in opus incertum, lungo circa m. 2 e affiorante dal terreno circa m. 1,50; sembrerebbe una porta. Al di sopra dell’arco è un forno di epoca più recente.
Il proprietario del terreno afferma che esistono delle fondazioni di muri interrati (dis. 3 fig. 47).
Numerosi cocci sarebbero stati presi da collezionisti di Cassino e di Roma (testoline, piedi, vasi, ecc., tutti in ceramica).
Pare che nel terreno al di là della via, a nord dell’abitazione, esista una fontana molto antica, ma non l’ho visitata.
A sud del terreno ispezionato c’è una cava di argilla abbandonata.
Si puó pensare che tutto il complesso in questione fosse un tempio.
Nei giorni successivi altre escursioni sul luogo predetto. Uno del luogo (non mi si è voluto dire il nome) mi ha mostrato una punta di lancia, di fattura non comune, in ferro martellato (vd. dis. 4): è stata trovata all’interno del fondo Decina.

A.4. “I Passeggeri”

10 giugno 1972
Dalla intercomunale S. Vittore - S. Pietro Infine, subito dopo il convento (venendo da S. Vittore), in prossimità di una chiesa abbandonata [“Madonna del Soccorso”], si diparte una via che sale verso Sambùcaro, in direzione di una cava di stucco. Dopo circa m. 400 dall’inizio della via, si trova un casolare semidiroccato con una stalla. Adiacente al casolare, verso est, si notano delle arcate interrate, con pilastri quadrati che terminano a croce. I pilastri, su tre file (ognuna di tre) sono posti alla distanza tra loro di circa tre metri: potrebbe trattarsi di una chiesa molto antica, ma anche di una cisterna di epoca romana [sul luogo oggi sorge il ristorante L’Oliveto].
Davanti a tali resti è stata rinvenuta una colonnina da balaustra in cemento, sezione quadrata, alta circa un metro, ornata con riquadri molto precisi sui lati.
Questo farebbe propendere per un chiesa.

A.5. Via S. Leonardo – Croce di Macchia


Via S. Leonardo: appunti in escursione

27 agosto 1972
Via mulattiera che, dalla Radicosa, conduce a S. Pietro Infine vecchia attraverso il passo di Croce di Macchia – Via S. Leonardo.
La via, segnata sulle carte topografiche, proviene da Conca Casale, passa poco distante dalla Radicosa, a quota 550 m., e, senza mai perdere quota, sale a Croce di Macchia, a m. 702, distante circa m. 150 dalla porta principale di Aquilonia; di qui precipita trasversalmente sul versante sud del Sambùcaro e sbocca nella parte alta del vecchio e disabitato caseggiato di S. Pietro Infine dopo essere passato ai piedi della protuberanza su cui sorgono le rovine di S. Eustachio.
Il tratto da me percorso è lungo dai sei ai sette chilometri e procede quasi sempre in linea retta, senza tornanti, fatta eccezione per l’angolazione di Croce di Macchia.
A partire dalle poche abitazioni della zona, in prossimità della Radicosa, segnate a quota 575 sulla carta topografica militare al 25.000 del 1942, la via presenta notevoli resti di un ciottolato di media grandezza. Al centro della via corre una fila di pietre più grandi, come una spina dorsale. Il lastricato si conserva ancora a volte sul lato sinistro della fila centrale, a volte sul lato destro, raramente per l’intera carreggiata, che varia da m. 1,50 a m. 2,50.
Alla sinistra, procedendo verso sud, corre un terrapieno alto in media m. 1, da cui si dipartono alcuni sentieri che salgono verso la base del Sambùcaro (che domina sulla sinistra); alcuni di questi sono segnati sulla carta. Il ciottolato è visibile fino a quota 624 (vedi la cartina allegata). A questo punto si ha l’impressione che la via abbandoni il primitivo tracciato (che dovrebbe procedere diritto, sia pure in salita) per volgere verso destra alla ricerca di un più agevole passaggio, con minore pendenza.
Più oltre, appena valicato il colle prospiciente la Falascosa (il colle “Stoppacciara”), la stradella va quasi a perdersi nella folta macchia che si estende verso l’alto, sulle pendici del Sambùcaro. In corrispondenza del declivio della Croce di Macchia scompare del tutto. Riappare poi all’imbocco del versante sud del Sambùcaro, ma è soltanto un’impervia mulattiera pietrosa che ha subito chissà quanti ritocchi nel suo tracciato a causa delle innumerevoli frane che sconvolgono l’intero versante, assolutamente privo di vegetazione; di lì è indescrivibile il paesaggio che si puó ammirare.
L’intero percorso, dalla Radicosa a S. Pietro Infine, si puó dividere in due tratti: il primo quasi pianeggiante fino a Croce di Macchia e abbastanza agevole, il secondo fin troppo ripido.
Nel primo tratto si possono notare numerose tracce di un antico passato, a parte il fondo stradale che mostra inequivocabilmente quanto debba essere stato frequentato, nonostante l’assoluta mancanza di abitazioni nel raggio di diversi chilometri. Nel punto segnato dal numero 1 sulla carta è posta, sul lato sinistro della via, una vaschetta in pietra locale lunga cm. 108, larga cm 53, alta da 40 a 30 cm., profonda all’interno cm. 22, con le pareti spesse cm 10, con due spigoli vivi su un lato lungo e due arrotondati sul lato opposto (come se fosse stata addossata ad una costruzione); nel fondo della vaschetta appare incisa la scritta: 8 S V M ben centrata, con lettere molto grandi. Addossato alla vaschetta, ma più in là, è un pozzo con l’interno in muratura (la parte superiore è stata rifatta) di fattura molto antica. L’interno è a forma di botte; al livello dell’acqua (a circa tre metri in basso) è largo circa m. 3, all’imboccatura appena un metro; la parte esterna affiorante è tutto un ammasso di pietrame, protezione precaria alla fonte d’acqua. A pochi metri di distanza da questo pozzo, a destra della via, in un breve pianoro, si notano altri tre pozzi, uno dei quali ha una copertura in cemento; di questi ultimi non ho potuto esplorare l’interno a causa dell’intenso buio che impedisce di vedere.
Al numero 4 della carta si scorgono altri due pozzi identici al primo qui descritto (n. 1).
Tutti i pozzi sono ricchi d’acqua e abitualmente usati dai pastori.
Al numero 5, in prossimità del colle prospiciente la Falascosa (colle “Stoppacciara”), a quota m. 680, ho notato alcune costruzioni in pietra a secco, di fattura molto strana; un paio di queste hanno la vaga forma di nuraghi: una specie di tronchi di coni; l’interno (lastricato) è a bottiglia, cioè molto largo alla base, con una stretta apertura alla sommità; c’è una notevole sproporzione tra lo spessore del muro alla base e quello in alto. La porta d’ingresso è molto bassa: occorre chinarsi per entrare. Alcune di queste costruzioni sono invece squadrate e addossate alla parete rocciosa. Uno dei “nuraghi” si conserva in ottime condizioni, un altro è semidiroccato; da quest’ultimo si puó notare che le pietre, non molto grandi e irregolari, sono sovrapposte quasi in cerchi concentrici; dall’esterno, però, non si nota alcun allineamento. (fig. 43)[1].
Che servano da riparo per i pastori ed il bestiame è evidente, ma chi le ha fatte? A che epoca risalgono? Quale tradizione le ha tramandate a noi in quel luogo? Non è certo da tutti realizzare tali costruzioni, ardite nel loro genere. In tutto il mio girovagare nel basso Lazio e nel vicino Molise non ne ho mai viste di simili; mentre qualcosa che vi si accosti in maniera interessante si trova un po' dappertutto in Puglia, specialmente nella penisola salentina: lì vengono chiamati furniéddi ed appartenevano al mondo agro pastorale; ora sono utilizzati soprattutto per essiccarvi fichi o altri frutti della campagna. L'accostamento non appare azzardato se ricordiamo che i pastori abruzzesi e molisani da tempi immemorabili hanno fatto transumanza in terra di Puglia: dunque quella tecnica edilizia puó essere stata acquisita in quelle occasioni e riprodotta talvolta anche sui nostri monti, anche se va sottolineato che quelli di S. Vittore strutturalmente hanno qualcosa di diverso.
Nel primo tratto della via ho raccolto alcuni frammenti di ceramica, forse medioevale. Nel secondo tratto poco da rilevare.
A metà della discesa verso S. Pietro Infine, ai piedi di S. Eustachio, si attraversa una muraglia (forse una porta) del tipo poligonale molto simile a quella di Aquilonia, con massi abbastanza grandi, ma è molto frammentaria. Discende da S. Eustachio e volge verso ovest. Dall’alto di Aquilonia è anche visibile.
Da questo punto in poi la via deve aver subito numerose modifiche; talvolta è anche difficile riconoscerne il tracciato.
Appena valicato il vallone “Strette”, in zona Castellone, il tracciato riprende ampio e ben conservato, fino alla sommità del paese abbandonato di S. Pietro Infine.
A detta di alcuni anziani pastori l’intera via veniva percorsa, forse fino a prima della 2ª guerra mondiale, molto di frequente; specialmente in occasione di fiere a Conca Casale i mercanti, i contadini e i pastori salivano lungo quella via, che era l’unica praticabile per chi proveniva dalla valle del fiume Peccia

N. B. – La via S. Leonardo a nord di Croce di Macchia è stata rifatta e resa carrozzabile: molte delle cose qui segnalate non sono più visibili.

A.6. “Muraglie”

8 ottobre 1972
Il contadino Vendittelli, fratello di Giuseppe, abitante a S. Vittore, mi riferisce che quando era piccolo, andando a “Marena”, sul pianoro vedeva una costruzione circolare in pietre a secco a forma di torre restringentesi verso l’alto.
Dalla descrizione mi viene in mente il “nuraghe” ritrovato lungo la via S. Leonardo. Giuseppe Vendittelli, poi, ritiene che potrebbe essere stato costruito con delle forme interne in legno, forme che, a costruzione ultimata, venivano tolte; ma precisa che si tratta solo di una sua supposizione.

A.7. S. Pietro Infine


Il Casalino della Radicosa ed altri
ritrovamenti in S. Pietro in Fine

1 dicembre 1972
Il signor Orlando Compagnone mi segnala tombe non ben precisate su monte Sambùcaro e pitture in località “Santuiti” (S. Vito) presso “le grotte”. Inoltre molti laterizi alle spalle del cimitero di S. Pietro Infine in direzione dei “Niri” (Iannelli), dove dice di aver trovato anche delle “monete di terracotta”!

A.8. Vallone Radicosa

30 gennaio 1973
In località Colle Murato, alla Radicosa, ho ispezionato una costruzione, che lì chiamano “casarino”, a pianta rettangolare, lunga m. 3,60 e larga m. 2,20. Le pareti sono alquanto arcuate verso l’interno fino ad un’altezza di m. 1,60, al di sopra di queste poggia una copertura a volta la cui freccia misura m. 1,30. La porta d’ingresso è larga un metro ed alta m. 1,80. Lo spessore dei muri è di cm. 46.
Sulla parete di sinistra, presso la porta, si apre un canale di scolo circolare lungo m. 1.70; il suo diametro misura cm 10.
L’intonaco interno è di colore rossiccio, forse di cocciopesto.
L’ambiente ha tutto l’aspetto di una cisterna. (Fig. 50.)

A.9. “Fauciara”

S. Pietro Infine
25 gennaio 1973
Campo antistante il cancello del cimitero, a sinistra della via comunale, di proprietà di Olindo Rossi (?).
Durante gli scavi delle vigne sono venuti alla luce numerosissimi frammenti di ceramiche e laterizi vari; a circa un metro di profondità si rinvengono grosse pietre squadrate solo su una faccia della larghezza di cm. 42 e lunghezza indefinibile perché interrate: appaiono di traverso (est-ovest circa) nei fossi per le viti; una di quelle pietre è stata estratta e misura circa m. 1,30. Un altro blocco di pietra è squadrata su tutte le facce e misura cm. 60x60x60; su un lato si notano dei piccoli incavi rettangolari (n. 1 fig. 50): forse servivano per gli incastri con altre pietre.
In prossimità di un forno seminterrato, alla profondità di un metro, si vede un tratto di muro in opus reticulatum in pietra tufacea; numerosi tasselli di reticolato sono sparsi su tutto il campo.
Sul terreno si trovano due basamenti di colonnine in pietra tufacea (n. 2 fig. 50), settori di cerchio in laterizio (n. 3 fig. 50), grossi mattoni di terracotta.
Su un campo confinante è visibile un frammento di colonna in pietra nera (ma forse è cemento).
Un profondo fossato mostra tracce, nell’interno, di muro in pietra e calce e gradini che scendono verso un arco in pietra interrato.
I frammenti di ceramiche sono resti di vasellame domestico, ma taluni sono molto fini. Presenza di frammenti di intonaco con superficie esterna rossastra.
Tutto lascerebbe pensare ai resti di una ricca villa di epoca romana o forse anche di un tempio (?).
Sul posto c’è stato l’intervento dei carabinieri di S. Pietro Infine e della Soprintendenza di Napoli, che pare abbia intenzione di effettuare degli scavi.
Lungo la via del cimitero, sul muro a secco che la separa dal terreno di Apollonia Morgillo, ho raccolto una pietra spianata solo su un lato (alto cm. 35) con la scritta:

… 03
… GELO
Lo studioso Benedettino D. Angelo Pantoni definisce la scritta settecentesca: potrebbe leggersi:
1703
S. ANGELO
e riferirsi alla scomparsa chiesa di S. Angelo di cui parlano le cronache cassinesi medioevali.


Frammento di epigrafe in S. Pietro in Fine

N, B, - Sul luogo ha effettuato degli scavi la Soprintendenza di Napoli.

A.10. “Campopiano”


Tombe a cappuccina in Campopiano


Moneta di Gordiano III in una
tomba a Campopiano

9 novembre 1987
Accanto ad una tomba a cappuccina, m. 1,80x0,40, orientata nord-sud, profondità cm. 50-60, ritrovata dai giovani dell’Archeoclub già manomessa, in posizione parallela a questa e a distanza di circa cm. 20 sul lato ovest, è stata individuata un’altra tomba di uguale fattura ma con doppio letto di mattoni: numerosi frammenti ossei, apparentemente di due diversi inumati (essendovi parti di cranio sia da una estremità che dall’altra); i mattoni apparivano di due diverse specie: una rossiccia ma molto friabile, e l’altra giallina, ben cotta e resistente; il tutto era crollato in seguito a schiacciamento. Foto 52.)
Al di fuori della seconda tomba, presso l’estremità sud, si è trovata una moneta di bronzo ben conservata, forse un sesterzio di Gordiano Pio (Gordianus Pius …), forse Gordiano III, 238-244 d. C., e frammenti di un vasetto a ceramica rossa molto fine e sottile; sembra che vi fosse anche una lucerna a ceramica grigio-marrone, ma poteva anche trattarsi di altro vasetto.

I rilievi dei ritrovamenti sono stati fatti dai giovani dell’Archeoclub.

[1] E. Pistilli, “Un ‘nuraghe’ a S. Vittore del Lazio?”, in “Il Gazzettino del Lazio”, 20.12.1972, pag. 2.

AQUILONIA in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli


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