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Appendice A
Appunti
di ricerca
Desidero affidare a questa
pubblicazione alcuni dei numerosi appunti da me frettolosamente annotati durante
e al termine delle mie escursioni in territorio di S. Vittore del Lazio in
seguito al ritrovamento delle mura di Aquilonia.
Spero si tenga
presente che si tratta solo di appunti, non destinati ad essere pubblicati, e
riferiti alla situazione del momento: se ora mi decido di inserirli è per non
far perdere alcune importanti annotazioni che si riferiscono, spesso, a luoghi
ora totalmente modificati.
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Muro di sostruzione in
località Muraglie
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12
marzo 1972
Per giungere a “Le
Muraglie” abbiamo dovuto attraversare tutto l’abitato di S. Vittore,
imboccare la rotabile per Cervaro e subito dopo piegare a destra, in direzione
nord-est. Da tale diramazione ha inizio la via Muraglie, quasi interamente
lastricata di ciottoli levigati dal diametro medio di una dozzina di cm.
La via è larga circa m. 2 (a detta del prof. Giannetti, che mi ha accompagnato,
è molto antica); dapprima discende verso il torrente Rio S. Vittore, che
attraversa per mezzo di un ponte rifatto in epoca fascista – nei dintorni è
facile reperire mattoni rettangolari, cotti in modo imperfetto, di apparente
epoca precristiana –, poi si inerpica, sempre in direzione nord-est, verso un
colle che si erge dalle ultime pendici del monte Aquilone.
A poco più di un chilometro dall’inizio della via, al termine di un breve ma
duro strappo, si trovano delle abitazioni agricole (poche unità a destra e a
sinistra). Lì abbiamo dovuto lasciare la macchina. Abbiamo rivolto poche
domande ai contadini che abitano in quelle case. Abbiamo così appurato che nei
campi circostanti, in special modo in quelli più a monte, è facile reperire
un’infinità di cocci di fattura antica. Una donna, dopo una certa reticenza,
ci ha dichiarato che tempo addietro, vangando nel suo podere su alle Muraglie,
ha trovato dei resti di mura antiche abbastanza larghe.
Invogliati da tali notizie abbiamo proseguito a piedi.
La via, dal luogo anzidetto, prosegue ancora nella stessa direzione per circa
800 metri, sempre con il fondo acciottolato, dopo di che giunge ad un bivio. Qui
hanno termine i ciottoli; sulla destra ci si affaccia sul vallone del Rio S.
Vittore (sull’altra sponda del vallone si vedono le case della contrada
“Canala” e la via per la “Radicosa”, entrambe frazioni di S. Vittore del
Lazio); proseguendo si percorre una via mulattiera, che, pare, termina su un
dirupo. La via Muraglie, invece, piega a sinistra in direzione nord-ovest ed è
frequentemente attraversata da rigagnoli di acqua che sorge sul lato destro
della via; da quello stesso lato si erge maestoso l’Aquilone e alle spalle il
monte Sambùcaro.
Dopo aver percorso quest’ultimo tratto per altri 500 m. (altrettanta strada ci
rimaneva da fare per giungere alle abitazioni delle Muraglie, che si
intravedevano più su) abbiamo incontrato un contadino che ci ha rivelato di
aver trovato, tempo addietro, una tomba interrata sulla sommità del colle di
cui abbiamo percorso le pendici (e di cui ho parlato prima). La tomba era
formata da un letto di tegoloni di terracotta con i bordi esterni rialzati;
sopra di essi poggiavano, a doppio spiovente, due file di tegoloni sì da
formare un abitacolo a sezione triangolare; sulla sommità di detto abitacolo, a
ulteriore copertura, correva una fila di canali semicilindrici. All’interno il
contadino aveva rinvenuto uno scheletro ed un vasetto di ceramica “come un
portacenere”. Lo stesso contadino ha poi ricordato di aver già notato delle
tracce di mura antiche un po’ più su, in direzione nord (nella stessa
direzione della tomba). Altre mura, a detta dello stesso, si trovano sulla via
più a monte, nel piccolo centro abitato delle Muraglie; e proprio a questi
ultimi muri, molto probabilmente, è da far risalire il nome della località.
Dopo il colloquio con il contadino abbiamo abbandonato la via e, attraversando
alcuni campi in direzione della sommità della collina, ci siamo ritrovati ai
piedi di un terrapieno di forma quadrata e alto, sul lato sud, circa m. 2,50. Su
questo lato abbiamo trovato un muro in pietra e calcestruzzo del tipo “opus
incertum”, di fattura, però, molto accurata; il muro, ribaltato verso
l’esterno ed in posizione quasi orizzontale, è lungo m. 3,50 circa, spesso
oltre un metro; non è possibile accertarne l’altezza effettiva perché la
base affonda nel terrapieno.
Seguendo il muro sullo stesso lato, ma ad alcuni metri verso est, abbiamo
rinvenuto un tratto di muro megalitico dell’altezza massima di m. 1,50 circa e
lungo m. 6 circa, formato da due file sovrapposte di grossi macigni squadrati;
ne abbiamo misurato uno: alt. m. 1, lungh. m. 1,10, profondità m. 1,10
Il muro era quasi del tutto ricoperto di arbusti, terra e letame, lì riversato
dalla vicina casa colonica sita nel bel mezzo del terrapieno. È stato
necessario sterrarlo; e ciò è stato possibile grazie all’intervento del sig.
Antonio Vendittelli, contadino del luogo. La zona del terrapieno viene
denominata “Pezzelle”.
Lo stesso Vendittelli ha poi affermato che mura megalitiche, dello stesso tipo
di quelle appena rinvenute, ma formate da massi molto più grandi, si trovano
alle spalle del monte Sambùcaro, in località “Falascosa” e “Marena”,
due balze contigue separate da un avvallamento. La muraglia era possibile
osservarla dal punto in cui ci trovavamo. Infatti in direzione sud-est, a
qualche centinaio di metri più giù della cima Marena (è strano come questo
termine ritorni spesso nelle montagne del basso Lazio), a partire da un piccolo
dirupo e procedendo verso est, è possibile distinguere nettamente una muraglia
che scende leggermente verso il detto avvallamento per poi risalire lungo la
zona Falascosa e scomparire verso la sommità dopo aver aggirato il cocuzzolo
(che è un po' più elevato del Marena). A detta del Vendittelli quei macigni
sarebbero stati portati lassù dalle fate; tale credenza abbiamo riscontrato poi
in altre due donne del luogo.
Alla sommità delle due balze ci sarebbero due notevoli pianori, mentre un po’
più su del dirupo del Marena, donde ha inizio la muraglia, ci sarebbero i resti
(sempre a detta del Vendittelli) di una bellissima “casa” fatta con pietre
enormi e lavorate.
Dopo tali interessanti dichiarazioni ci siamo aggirati nella zona del terrapieno
ed abbiamo rintracciato altri resti di mura in “opus incertum”; taluni
ribaltati come il precedente, altri costeggianti la via principale che in quel
tratto, tra due brevi file di case, riassume la struttura a ciottolato.
Sullo spiazzo superiore del terrapieno, davanti alla casa anzidetta, si trova
una grossa pietra squadrata, attualmente usata come sedile, ritrovata per caso
quasi nel centro di quella che oggi è l’aia della casa colonica.
Da quel luogo si gode di un panorama bellissimo: le falde dell’Aquilone, il
monte Sambùcaro, la valle del Volturno, Mignano Montelungo, la parte
meridionale della valle del Liri, e, più da presso, S. Vittore; a occidente
troneggia minaccioso il corno del colle “Chiaia”.
Sembra che la via Muraglia prosegua, ma in pessimo stato, fino a Cervaro
aggirando a nord il colle Chiaia.
Sembra inoltre che tra il lato sinistro del Rio S. Vittore, ai piedi del monte
Sambùcaro, e il poggio in cui è abbarbicata la contrada Muraglie, in prossimità
della “Sorgentina” (a est della zona ispezionata), si trovi un ponte che gli
abitanti definiscono molto antico.
N.
B.
– La strada per la frazione Muraglie è stata rifatta dall’amministrazione
comunale in tempi recenti con notevole ampliamento della carreggiata: ciò ha
comportato anche l’abbattimento del lungo muro di epoca romana che fungeva da
sostruzione nel lato a monte.
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Appunti per una
rappresentazione grafica della
cintura muraria di colle Marena - Falascosa
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16
marzo 1972
Dopo aver percorso circa due
chilometri dalla via Canala in direzione nord-est, costeggiando il Rio S.
Vittore, abbiamo seguito un tratturo che si inerpica alla sinistra di un
valloncello verso la sommitaà Marena. Il tratturo è impervio e molto spesso
scompare per poi ricomparire più innanzi; ma notevoli sono le ramificazioni.
La montagna è molto ripida, rocciosa e, per una larga fascia, ricoperta da una
bassa boscaglia di carpini.
Dopo una faticosa ascesa, accompagnato da mio fratello Romano, esperto
fotografo, sono arrivato a circa m. 100 dalla cresta. Lì mi si è finalmente
presentata una lunga e poderosa muraglia, che, partendo da un dirupo roccioso
che incombe su La Canala, piega verso oriente in un avvallamento che divide il
Marena in due costoni e risale volgendosi a sud-est fino ad interrompersi nella
sella tra il Sambùcaro e la cima Marena: quel punto, mi ha poi detto un
pastore, viene denominato “La Croce”; ma vale la pena confermarne
l’esattezza.
Anche in tale luogo la muraglia si perde fra le rocce di un baratro che si
affaccia un po’ più a nord di S. Pietro Infine.
Il percorso della muraglia si puó calcolare attorno ai tre chilometri di
lunghezza.
La muraglia ha l’altezza media di m. 1,50; è interrotta solo in alcuni
brevissimi tratti, a causa del vento, della pioggia e della neve; in tali
interruzioni i pastori hanno ricavato dei passaggi per i loro sentieri.
La struttura ha tutto l’aspetto di un gigantesco recinto ed è formata da
un’infinità di pietre e macigni sovrapposti in maniera molto irregolare; la
loro facciata esterna, per lo più spianata (ma sempre grezza), misura in media
cm. 60 di altezza e 80 di lunghezza, mentre lo spessore è proporzionalmente
molto più ridotto. Si tratta di pietre poste spesso di taglio, ma è molto
facile trovare, nella composizione del muro, massi molto grandi, di forma tozza
(quasi parallelepipedi) posti in senso trasversale, dall’esterno
all’interno, destinati, evidentemente, ad ancorare la struttura alla montagna.
Taluni massi hanno la facciata superiore al metro e 20 cm.
Il lato esterno della muraglia è assai piatto, cioè privo di sporgenze ed ha
tutto l’aspetto di muro poligonale. Non è stato possibile accertarne lo
spessore perché l’interno è tutto un riempimento di pietre e massi che vanno
a congiungersi col terreno che sale rapidamente: lo spessore del riempimento va
dai due ai tre metri e talvolta anche di più.
Il terreno esterno ai piedi della cinta muraria non presenta residui di pietre
cadute dall’alto. Va tenuto presente al riguardo che un fortissimo vento spira
da oriente ad occidente (cioè dall’esterno all’interno); sulle parti alte
del colle il vento è addirittura irresistibile.
Vale la pena riferire che in prossimità del termine sud-est ho trovato un vento
tanto forte che minacciava di strapparmi via gli occhiali se non li avessi
trattenuti costantemente con le mani.
Una relativa quiete regnava invece nei rari avvallamenti, in special modo nel
valloncello n. 1 (vedi fig. 45), dove ho trovato residui di mattoni e di vasetti
(che ho consegnato al prof. Giannetti affinché li custodisse).
Residui del genere ho trovato anche in prossimità del costone roccioso donde ha
inizio la muraglia, sul versante della Canala (n. 2 fig. 45), e più su in un
avvallamento (n. 3 fig. 45). Altrove non ne ho trovati.
L’interno della cinta presenta una infinità di rocce affioranti dal terreno;
tra esse i pastori hanno costruito, disseminati di qua e di là, una serie di
ricoveri in pietra, ora scoperti, per riparare se stessi e le bestie dal vento.
Tutta la zona è impervia e non presenta possibilità di agevole accesso se non
sulla sella della muraglia (n. 4 fig. 45). Di là, infatti, sarebbe possibile
far scendere una stradella con un largo giro verso le falde del Sambùcaro e
alle spalle di un colle di fronte al Marena [collina “Stoppacciara”], zona,
questa che non abbiamo esplorato (n. 5 fig. 45).
Presso la sella, all’esterno del muro, abbiamo trovato una specie di rozzo
lastricato, che potrebbe anche essere naturale; in quel punto il muro è per
brevi tratti interrotto: talvolta ne restano solo singoli macigni poggiati sul
terreno. Ma quella è la zona più sollecitata dal vento.
Pochi metri più oltre la muraglia si perde fra le rocce dello strapiombo su S.
Pietro Infine.
Al ritorno siamo scesi dal monte di fronte al Marena [Stoppacciara] (ad est),
lungo il versante che guarda proprio quest’ultimo. Neanche qui abbiamo trovato
tracce di stradelle; cosa del resto impossibile, data la natura del terreno.
Cosa fosse alle spalle del colle dal quale siamo scesi non so.
A.3.
“Mura
abbandonate”
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Ritrovamenti in località
Mura Abbandonate
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21
maggio 1972
In località “Mura
Abbandonate” (nel dialetto locale pare si dica “Abbondanza”) ho
ispezionato un campo sito ad ovest della vecchia via intercomunale che collega
S. Vittore del Lazio con S. Pietro Infine, ai piedi del monte Sambùcaro (in
basso alla protuberanza Croce di Macchia).
Il terreno, con una casa colonica, è di proprietà di Luigi Decina di S.
Vittore.
Davanti alla casa sono posti due blocchi di pietra, identici, che, sovrapposti,
formano un cubo di un metro con all’interno una cavità sferica del diametro
di circa cm. 60 e perfettamente levigata. In una delle cavità semisferiche
figura un foro comunicante con l’esterno del blocco.
A detta di Giannetti sarebbe un “tesaurus”. I blocchi sarebbero stati
rinvenuti in loco, sovrapposti come già detto e pare che all’interno vi fosse
della cenere e, forse, dei cocci.
Sul terreno appartenente alla casa (poco più di un tomolo) si nota un
terrapieno malamente lastricato con pietre irregolari non molto grandi. Tutto
all’interno ho raccolto, con il dott. Franco Galasso, una infinità di
frammenti di ceramiche e laterizi (ne abbiamo riempito due sacchetti, ma ve ne
sono ancora tanti, tanti): per lo più vasi di ogni sorta e di ogni fattura;
molti sono anneriti all’interno, altri (pochi) sono verniciati all’esterno
con una patina nera e qualche accenno di disegno; nel fondo di uno di questi
vasetti si nota un’incisione a forma di margheritina [la solita “rosetta”
di molta ceramica etrusco campana a vernice nera; vd. dis. 1 fig. 47.
Ho raccolto anche due tronchi di piramide di terracotta a base rettangolare e
alti circa cm 8; verso la sommità vi è un foro orizzontale [questi manufatti
in terracotta oggi vengono identificati come pesi per telaio]; su uno di questi
appare una incisione sul lato largo alta cm. 3,5 [qualcosa tra una S ed un 8; vd.
dis. 2 fig. 47]; altri frammenti
notevoli sono stati catalogati.
A m. 60 a sud della casa colonica esiste un arco in pietra in opus incertum,
lungo circa m. 2 e affiorante dal terreno circa m. 1,50; sembrerebbe una porta.
Al di sopra dell’arco è un forno di epoca più recente.
Il proprietario del terreno afferma che esistono delle fondazioni di muri
interrati (dis. 3 fig. 47).
Numerosi cocci sarebbero stati presi da collezionisti di Cassino e di Roma
(testoline, piedi, vasi, ecc., tutti in ceramica).
Pare che nel terreno al di là della via, a nord dell’abitazione, esista una
fontana molto antica, ma non l’ho visitata.
A sud del terreno ispezionato c’è una cava di argilla abbandonata.
Si puó pensare che tutto il complesso in questione fosse un tempio.
Nei giorni successivi altre escursioni sul luogo predetto. Uno del luogo (non mi
si è voluto dire il nome) mi ha mostrato una punta di lancia, di fattura non
comune, in ferro martellato (vd. dis. 4): è stata trovata all’interno del
fondo Decina.
10
giugno 1972
Dalla intercomunale S. Vittore
- S. Pietro Infine, subito dopo il convento (venendo da S. Vittore), in
prossimità di una chiesa abbandonata [“Madonna del Soccorso”], si diparte
una via che sale verso Sambùcaro, in direzione di una cava di stucco. Dopo
circa m. 400 dall’inizio della via, si trova un casolare semidiroccato con una
stalla. Adiacente al casolare, verso est, si notano delle arcate interrate, con
pilastri quadrati che terminano a croce. I pilastri, su tre file (ognuna di tre)
sono posti alla distanza tra loro di circa tre metri: potrebbe trattarsi di una
chiesa molto antica, ma anche di una cisterna di epoca romana [sul luogo oggi
sorge il ristorante L’Oliveto].
Davanti a tali resti
è stata rinvenuta una colonnina da balaustra in cemento, sezione quadrata, alta
circa un metro, ornata con riquadri molto precisi sui lati.
Questo farebbe propendere per un chiesa.
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Via S. Leonardo: appunti in
escursione
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27
agosto 1972
Via mulattiera che, dalla
Radicosa, conduce a S. Pietro Infine vecchia attraverso il passo di Croce di
Macchia – Via S. Leonardo.
La via, segnata sulle
carte topografiche, proviene da Conca Casale, passa poco distante dalla Radicosa,
a quota 550 m., e, senza mai perdere quota, sale a Croce di Macchia, a m. 702,
distante circa m. 150 dalla porta principale di Aquilonia; di qui precipita
trasversalmente sul versante sud del Sambùcaro e sbocca nella parte alta del
vecchio e disabitato caseggiato di S. Pietro Infine dopo essere passato ai piedi
della protuberanza su cui sorgono le rovine di S. Eustachio.
Il tratto da me percorso è lungo dai sei ai sette chilometri e procede quasi
sempre in linea retta, senza tornanti, fatta eccezione per l’angolazione di
Croce di Macchia.
A partire dalle poche abitazioni della zona, in prossimità della Radicosa,
segnate a quota 575 sulla carta topografica militare al 25.000 del 1942, la via
presenta notevoli resti di un ciottolato di media grandezza. Al centro della via
corre una fila di pietre più grandi, come una spina dorsale. Il lastricato si
conserva ancora a volte sul lato sinistro della fila centrale, a volte sul lato
destro, raramente per l’intera carreggiata, che varia da m. 1,50 a m. 2,50.
Alla sinistra, procedendo verso sud, corre un terrapieno alto in media m. 1, da
cui si dipartono alcuni sentieri che salgono verso la base del Sambùcaro (che
domina sulla sinistra); alcuni di questi sono segnati sulla carta. Il ciottolato
è visibile fino a quota 624 (vedi la cartina allegata). A questo punto si ha
l’impressione che la via abbandoni il primitivo tracciato (che dovrebbe
procedere diritto, sia pure in salita) per volgere verso destra alla ricerca di
un più agevole passaggio, con minore pendenza.
Più oltre, appena valicato il colle prospiciente la Falascosa (il colle “Stoppacciara”),
la stradella va quasi a perdersi nella folta macchia che si estende verso
l’alto, sulle pendici del Sambùcaro. In corrispondenza del declivio della
Croce di Macchia scompare del tutto. Riappare poi all’imbocco del versante sud
del Sambùcaro, ma è soltanto un’impervia mulattiera pietrosa che ha subito
chissà quanti ritocchi nel suo tracciato a causa delle innumerevoli frane che
sconvolgono l’intero versante, assolutamente privo di vegetazione; di lì è
indescrivibile il paesaggio che si puó ammirare.
L’intero percorso, dalla Radicosa a S. Pietro Infine, si puó dividere in due
tratti: il primo quasi pianeggiante fino a Croce di Macchia e abbastanza
agevole, il secondo fin troppo ripido.
Nel primo tratto si possono notare numerose tracce di un antico passato, a parte
il fondo stradale che mostra inequivocabilmente quanto debba essere stato
frequentato, nonostante l’assoluta mancanza di abitazioni nel raggio di
diversi chilometri. Nel punto segnato dal numero 1 sulla carta è posta, sul
lato sinistro della via, una vaschetta in pietra locale lunga cm. 108, larga cm
53, alta da 40 a 30 cm., profonda all’interno cm. 22, con le pareti spesse cm
10, con due spigoli vivi su un lato lungo e due arrotondati sul lato opposto
(come se fosse stata addossata ad una costruzione); nel fondo della vaschetta
appare incisa la scritta: 8 S V
M ben centrata, con lettere molto grandi. Addossato alla vaschetta,
ma più in là, è un pozzo con l’interno in muratura (la parte superiore è
stata rifatta) di fattura molto antica. L’interno è a forma di botte; al
livello dell’acqua (a circa tre metri in basso) è largo circa m. 3,
all’imboccatura appena un metro; la parte esterna affiorante è tutto un
ammasso di pietrame, protezione precaria alla fonte d’acqua. A pochi metri di
distanza da questo pozzo, a destra della via, in un breve pianoro, si notano
altri tre pozzi, uno dei quali ha una copertura in cemento; di questi ultimi non
ho potuto esplorare l’interno a causa dell’intenso buio che impedisce di
vedere.
Al numero 4 della carta si scorgono altri due pozzi identici al primo qui
descritto (n. 1).
Tutti i pozzi sono ricchi d’acqua e abitualmente usati dai pastori.
Al numero 5, in prossimità del colle prospiciente la Falascosa (colle “Stoppacciara”),
a quota m. 680, ho notato alcune costruzioni in pietra a secco, di fattura molto
strana; un paio di queste hanno la vaga forma di nuraghi: una specie di tronchi
di coni; l’interno (lastricato) è a bottiglia, cioè molto largo alla base,
con una stretta apertura alla sommità; c’è una notevole sproporzione tra lo
spessore del muro alla base e quello in alto. La porta d’ingresso è molto
bassa: occorre chinarsi per entrare. Alcune di queste costruzioni sono invece
squadrate e addossate alla parete rocciosa. Uno dei “nuraghi” si conserva in
ottime condizioni, un altro è semidiroccato; da quest’ultimo si puó notare
che le pietre, non molto grandi e irregolari, sono sovrapposte quasi in cerchi
concentrici; dall’esterno, però, non si nota alcun allineamento. (fig. 43).
Che servano da riparo per i pastori ed il bestiame è evidente, ma chi le ha
fatte? A che epoca risalgono? Quale tradizione le ha tramandate a noi in quel
luogo? Non è certo da tutti realizzare tali costruzioni, ardite nel loro
genere. In tutto il mio girovagare nel basso Lazio e nel vicino Molise non ne ho
mai viste di simili; mentre qualcosa che vi si accosti in maniera interessante
si trova un po' dappertutto in Puglia, specialmente nella penisola salentina: lì
vengono chiamati furniéddi ed
appartenevano al mondo agro pastorale; ora sono utilizzati soprattutto per
essiccarvi fichi o altri frutti della campagna. L'accostamento non appare
azzardato se ricordiamo che i pastori abruzzesi e molisani da tempi immemorabili
hanno fatto transumanza in terra di Puglia: dunque quella tecnica edilizia puó
essere stata acquisita in quelle occasioni e riprodotta talvolta anche sui
nostri monti, anche se va sottolineato che quelli di S. Vittore strutturalmente
hanno qualcosa di diverso.
Nel primo tratto della via ho raccolto alcuni frammenti di ceramica, forse
medioevale. Nel secondo tratto poco da rilevare.
A metà della discesa verso S. Pietro Infine, ai piedi di S. Eustachio, si
attraversa una muraglia (forse una porta) del tipo poligonale molto simile a
quella di Aquilonia, con massi abbastanza grandi, ma è molto frammentaria.
Discende da S. Eustachio e volge verso ovest. Dall’alto di Aquilonia è anche
visibile.
Da questo punto in poi la via deve aver subito numerose modifiche; talvolta è
anche difficile riconoscerne il tracciato.
Appena valicato il vallone “Strette”, in zona Castellone, il tracciato
riprende ampio e ben conservato, fino alla sommità del paese abbandonato di S.
Pietro Infine.
A detta di alcuni anziani pastori l’intera via veniva percorsa, forse fino a
prima della 2ª guerra mondiale, molto di frequente; specialmente in occasione
di fiere a Conca Casale i mercanti, i contadini e i pastori salivano lungo
quella via, che era l’unica praticabile per chi proveniva dalla valle del
fiume Peccia
N.
B.
– La via S. Leonardo a nord di Croce di Macchia è stata rifatta e resa
carrozzabile: molte delle cose qui segnalate non sono più visibili.
A.6.
“Muraglie”
8
ottobre 1972
Il contadino Vendittelli, fratello di Giuseppe, abitante a S. Vittore, mi
riferisce che quando era piccolo, andando a “Marena”, sul pianoro vedeva una
costruzione circolare in pietre a secco a forma di torre restringentesi verso
l’alto.
Dalla descrizione mi viene in mente il “nuraghe” ritrovato lungo la via S.
Leonardo. Giuseppe Vendittelli, poi, ritiene che potrebbe essere stato costruito
con delle forme interne in legno, forme che, a costruzione ultimata, venivano
tolte; ma precisa che si tratta solo di una sua supposizione.
A.7.
S.
Pietro Infine
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Il Casalino della Radicosa
ed altri
ritrovamenti in S. Pietro in Fine
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1
dicembre 1972
Il signor Orlando Compagnone
mi segnala tombe non ben precisate su monte Sambùcaro e pitture in località
“Santuiti” (S. Vito) presso “le grotte”. Inoltre molti laterizi alle
spalle del cimitero di S. Pietro Infine in direzione dei “Niri” (Iannelli),
dove dice di aver trovato anche delle “monete di terracotta”!
A.8.
Vallone
Radicosa
30
gennaio 1973
In località Colle Murato,
alla Radicosa, ho ispezionato una costruzione, che lì chiamano “casarino”,
a pianta rettangolare, lunga m. 3,60 e larga m. 2,20. Le pareti sono alquanto
arcuate verso l’interno fino ad un’altezza di m. 1,60, al di sopra di queste
poggia una copertura a volta la cui freccia misura m. 1,30. La porta
d’ingresso è larga un metro ed alta m. 1,80. Lo spessore dei muri è di cm.
46.
Sulla parete di
sinistra, presso la porta, si apre un canale di scolo circolare lungo m. 1.70;
il suo diametro misura cm 10.
L’intonaco interno è di colore rossiccio, forse di cocciopesto.
L’ambiente ha tutto l’aspetto di una cisterna. (Fig. 50.)
S.
Pietro Infine
25 gennaio 1973
Campo antistante il cancello
del cimitero, a sinistra della via comunale, di proprietà di Olindo Rossi (?).
Durante gli scavi delle vigne sono venuti alla luce numerosissimi frammenti di
ceramiche e laterizi vari; a circa un metro di profondità si rinvengono grosse
pietre squadrate solo su una faccia della larghezza di cm. 42 e lunghezza
indefinibile perché interrate: appaiono di traverso (est-ovest circa) nei fossi
per le viti; una di quelle pietre è stata estratta e misura circa m. 1,30. Un
altro blocco di pietra è squadrata su tutte le facce e misura cm. 60x60x60; su un lato si notano dei piccoli incavi rettangolari (n.
1 fig. 50): forse servivano per gli incastri con altre pietre.
In prossimità di un forno seminterrato, alla profondità di un metro, si vede
un tratto di muro in opus reticulatum in pietra tufacea; numerosi tasselli di
reticolato sono sparsi su tutto il campo.
Sul terreno si trovano due basamenti di colonnine in pietra tufacea (n. 2 fig.
50), settori di cerchio in laterizio (n. 3 fig. 50), grossi mattoni di
terracotta.
Su un campo confinante è visibile un frammento di colonna in pietra nera (ma
forse è cemento).
Un profondo fossato mostra tracce, nell’interno, di muro in pietra e calce e
gradini che scendono verso un arco in pietra interrato.
I frammenti di ceramiche sono resti di vasellame domestico, ma taluni sono molto
fini. Presenza di frammenti di intonaco con superficie esterna rossastra.
Tutto lascerebbe pensare ai resti di una ricca villa di epoca romana o forse
anche di un tempio (?).
Sul posto c’è stato l’intervento dei carabinieri di S. Pietro Infine e
della Soprintendenza di Napoli, che pare abbia intenzione di effettuare degli
scavi.
Lungo la via del cimitero, sul muro a secco che la separa dal terreno di
Apollonia Morgillo, ho raccolto una pietra spianata solo su un lato (alto cm.
35) con la scritta:
… 03
… GELO
Lo studioso Benedettino D. Angelo Pantoni definisce la scritta settecentesca:
potrebbe leggersi:
1703
S. ANGELO
e riferirsi alla scomparsa chiesa di S. Angelo di cui parlano le cronache
cassinesi medioevali.
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Frammento di epigrafe in S.
Pietro in Fine
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N,
B,
- Sul luogo ha effettuato degli scavi la Soprintendenza di Napoli.
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Tombe a cappuccina in
Campopiano
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Moneta di Gordiano III in
una
tomba a Campopiano
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9
novembre 1987
Accanto ad una tomba a
cappuccina, m. 1,80x0,40, orientata
nord-sud, profondità cm. 50-60, ritrovata dai giovani dell’Archeoclub già
manomessa, in posizione parallela a questa e a distanza di circa cm. 20 sul lato
ovest, è stata individuata un’altra tomba di uguale fattura ma con doppio
letto di mattoni: numerosi frammenti ossei, apparentemente di due diversi
inumati (essendovi parti di cranio sia da una estremità che dall’altra); i
mattoni apparivano di due diverse specie: una rossiccia ma molto friabile, e
l’altra giallina, ben cotta e resistente; il tutto era crollato in seguito a
schiacciamento. Foto
52.)
Al di fuori della seconda tomba, presso l’estremità sud, si è
trovata una moneta di bronzo ben conservata, forse un sesterzio di Gordiano Pio
(Gordianus Pius …), forse Gordiano
III, 238-244 d. C., e frammenti di un vasetto a ceramica rossa molto fine e
sottile; sembra che vi fosse anche una lucerna a ceramica grigio-marrone, ma
poteva anche trattarsi di altro vasetto.
I rilievi dei
ritrovamenti sono stati fatti dai giovani dell’Archeoclub.
E. Pistilli, “Un ‘nuraghe’ a S.
Vittore del Lazio?”, in “Il Gazzettino del Lazio”, 20.12.1972,
pag. 2.
AQUILONIA
in S. Vittore del Lazio - di Emilio Pistilli
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