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Antonio Labriola
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Una rara immagine
di Antonio Labriola
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LABRIOLA ANTONIO. Nacque a Cassino il 2 luglio 1843 da Francesco
Saverio, modesto insegnante di "lettere umane" nelle scuole
secondarie classiche, e da Francesca Ponari. Il padre, dotato di interessi
culturali e legato agli ambienti "liberali", gli dette una
prima educazione, continuata in seguito alle scuole dell’abbazia di
Montecassino. Dal 1861 in poi completò i suoi studi alla facoltà di
lettere e filosofia dell’università di Napoli, dove la famiglia si
trasferì, pur rimanendo il padre insegnante al ginnasio di Maddaloni. Si
legò a Bertrando Spaventa, e con l’appoggio degli Spaventa, dopo aver
invano tentato di ottenere un impiego nelle biblioteche, costretto dalle
difficili condizioni economiche della famiglia, riuscì a farsi nominare
(con regio decreto 13 dicembre 1863) applicato di pubblica sicurezza di
seconda classe all’ufficio di questura di Napoli, prendendo servizio
(nel gennaio del 1864) presso la segreteria del prefetto Rodolfo
D’Affitto. "Quando si ha fame – commentò Silvio Spaventa –
ogni mestiere onesto è buono". Nel 1862 (3 maggio) finì di
stendere Una risposta alla
prolusione di Zeller (era la prolusione di Heidelberg del 1862) in
cui, mentre si opponeva al "ritorno a Kant" propugnato
contro Hegel, rivendicava il significato di Hegel. Il testo, pubblicato
solo nel 1906 da Benedetto Croce (Scritti
vari, pp. 3-33), interessa soprattutto come documento dell’influenza
esercitata su di lui dall’insegnamento di Bertrando Spaventa.
L’immagine di una giovinezza hegeliana, anticipatrice del marxismo della
maturità, fu da L. medesimo costruita più tardi, di proposito. Va
infatti sottolineato che fu un L. ormai conquistato dal socialismo
scientifico che più volte fece voluto riferimento a quelle sue pagine così
giovanili, allo scopo, appunto, di raffigurare il proprio sviluppo teorico
come esattamente corrispondente alla evoluzione di Marx e di Engels. Non a
caso, in una lettera al "carissimo compagno" G.V. Plechanov
del 21 aprile 1899, collegherà le radici della propria veduta
antipositivistica del marxismo alla giovanile formazione hegeliana ("mi
ricollego agli studi di gioventù e alla situazione dell’hegelismo in
Italia, per prendermi poi gioco dei nostri famosi positivisti… Allora
avevo 18 anni e mezzo"). In realtà non esattamente, in base a
dichiarazioni e "ricordi" autobiografici del genere, si è
spesso parlato di un preciso momento hegeliano di L., da collocarsi sotto
l’influenza degli hegeliani di Napoli, e in particolare degli Spaventa:
un hegelismo in certo senso già orientato "a sinistra", in
antitesi con l’hegelismo teologizzante "ortodosso" che,
sempre a Napoli, faceva capo all’insegnamento di Augusto Vera. Secondo
questa ricostruzione, attraverso un herbartismo sostanziato di interessi
per la psicologia empirica e la filosofia del linguaggio, L. sarebbe
approdato finalmente al marxismo. Nella ben nota lettera a Engel del 14
marzo 1894, L. scandisce così le tappe del proprio itinerario: prima
Bertrando Spaventa, che nel 1864 aveva trovato "da se la
connessione fra Hegel e Darwin", e che contribuì a rendergli "famigliare… tutta la letteratura hegeliana e
post-hegelliana"; poi "Feuerbach nel 1866-68"; quindi
"la psicologia di Herbart e la Volkerpsychologie (psicologia dei popoli) di Steinthal"; infine il comunismo.
Concludeva: "forse – anzi senza forse – io sono diventato
comunista per effetto della mia educazione (rigorosamente) hegelliana"
(a Liebknecht, il 23 marzo 1890, aveva dichiarato: "Sono arrivato
solo attraverso gli studi scientifici, e purtroppo molto lentamente e
tardi alle convinzioni socialiste"). In realtà ciò che premeva a
L. maturo era di mostrare a Engels come una vicenda intellettuale
simmetrica l’avesse quasi predisposto all’appuntamento con i maestri
del "socialismo scientifico". "Nel leggere l’heilige
Familie [Sacra famiglia] –
confessava a Engels – mi son trovato assai facilmente nella situazione
psicologica di voi che la scrivevate". E tuttavia l’analisi degli
scritti di L., e delle sue posizioni reali, più che di un’evoluzione in
momenti così nettamente scanditi, induce a profilare un processo assai
diverso, più sinuoso e sfumato, così sul piano teorico che sul terreno
pratico, degli schieramenti politici. Piuttosto che di un hegelismo
giovanile converrà parlare di letture di testi hegeliani e di familiarità
con la particolare tematica dello Spaventa, con il quale, finchè visse,
conservò legami di amicizia devota, attestati da una corrispondenza di
grande interesse (pubblicata nel 1953-54 da Giuseppe Berti su Rinascita).
"Quando lo stato etico – scriverà Croce nei “ricordi” del
1904 – gli si svelò un’utopia, e dura ma sola realtà gli apparvero
gli interessi antagonistici delle varie classi, si trovò nelle braccia
del marxismo". Allo studio medesimo di Herbart e degli herbartiani
non furono probabilmente estranei l’esempio e i corsi universitari di
Spaventa, anche se tutto questo, in L., significò soprattutto attenzione
ai problemi della psicologia e della filosofia della storia, in una forte
tensione morale e pedagogica. Quella che fu la vocazione profonda di L.,
di "maestro perpetuo", andrà originariamente collocata
proprio in questa prospettiva molto herbartiana di "valori"
morali. Non a caso è del 1866 il saggio, premiato nel ’67 in un
concorso bandito dall’università napoletana, su Origine
e natura delle passioni secondo Spinoza, nato da un significativo
entusiasmo per l’autore dell’Ethica
ordine geometrico demonstrata (Etica dimostrata secondo l’ordine
geometrico), entusiasmo contemporaneo allo studio di Feuerbach (di
Spinoza – scriverà più tardi – sapevo a memoria gli scritti, e ne
esposi, con intendimento di innamorato, la teoria degli affetti e delle
passioni). Nell’autunno
del ’69 L. portava a termine la memoria su La
dottrina di Socrate secondo Senofonte Platone ed Aristotele, composta
per un concorso della R. Accademia di scienza morali e politiche di Napoli
(premiata e pubblicata nel ’71), che è lavoro caratteristico per metodo
e conclusioni, e resta fra le cose più notevoli del pensatore di Cassino.
E non solamente perché la dottrina di Socrate è connessa con "le
reali condizioni in cui… si è svolta", ma per la energica
sottolineatura del valore primario della coscienza morale e della "dichiarata tendenza pedagogica". Il 23 aprile 1866 sposava
Rosalia Carolina de Sprenger, nata a Palermo nel ’40, di famiglia
tedesca, direttrice a Napoli della scuola Garibaldi, con la quale era
fidanzato dalla fine del ’63. Dal matrimonio nacquero tre figli:
Michelangelo Francesco, morto di difterite nell'’ttobre del ’72;
Francesco Felice Alberto e Teresa Carolina. Le esigenze pratiche
incalzavano. Entrato nell’insegnamento ginnasiale inferiore, dal ’66
al ’71 fa scuola al ginnasio Principe Umberto di Napoli senza entusiasmo
e senza successo. Nel ’71 si fa collocare in aspettativa e si adopera,
invano fra il ’71 e il ’72, per ottenere un insegnamento stabile di
filosofia ai licei, concorrendo al Principe Umberto di Napoli. Deciso ad
abbandonare l’insegnamento ginnasiale, cerca di superare le difficoltà
economiche attraverso l’attività di giornalista, mentre si impegna a
fondo per raggiungere una cattedra universitaria. Come poi sempre nella
sua vita, l’opera del giornalista militante si intreccia alla produzione
scientifica. Nel luglio del ’71 aveva sostenuto le prove per ottenere il
titolo di insegnante pareggiato di filosofia della storia all’università
di Napoli, presentando una dissertazione scritta sul tema "se la
filosofia della storia possa fondarsi sull’idealismo e in questo caso su
quale idealismo, ma se non può fondarsi sull’idealismo, su quale altra
dottrina può fondarsi".
La lezione ebbe per argomento un’Esposizione
critica della dottrina di G.B. Vico.
Nel
’73, sotto l’influenza delle dottrine herbartiane ("io mi
attengo – dichiarava – alla psicologia e all’etica
dell’Herbart"), pubblica a Napoli due saggi: Della libertà morale (dedicato al "carissimo amico dott.re
Arturo Graf") e Morale e
religione, e vince il concorso alla cattedra di filosofia e pedagogia
all’università di Roma (è nominato straordinario nel ’74, e
ordinario nel ’77; dal 1977 al ’91 dirigerà il museo di istruzione e
di educazione del ministero della pubblica istruzione; dall’87 terrà
l’incarico di filosofia della storia; con r.d. del 7 luglio 1902 verrà
trasferito alla cattedra di filosofia teoretica). Sono anni travagliati
per L. Si trasferisce da Napoli a Roma; perde il figlio ("Il
diavolo ha messo la coda in tutte le mie cose – scrive a Francesco
Fiorentino. – Mentre ho già trasportato una buona parte della mia roba,
e il rimanente l’ho venduto, s’è ammalato il mio bambino, che ha i
sintomi della difterite. In questo ottimo
di tutti i mondi così vanno le cose"). Sono, insieme, anni di
approfondimento teorico e di maturazione politica. Recenti indagini, che
sono venute recuperando i documenti della prima attività giornalistica di
L., consentono di individuare la collaborazione nel ’72 al Piccolo
di Napoli diretto da Rocco de Zerbi, a L’Unità
nazionale di Ruggero Bonghi, a La
Nazione di Firenze diretta da Celestino Bianchi (ove, dal 25 giugno al
2 agosto, escono le dieci Lettere
napoletane, in occasione delle elezioni amministrative di Napoli). L.
era certamente, allora, un moderato che collaborava strettamente col
Bonghi (da lui definito, nel celebre discorso del ’96 sull’università,
"il dottrinario per eccellenza della parte moderata"); è
tuttavia interessante notare come vada già prendendo posizione su alcuni
nodi su cui si affaticherà a lungo: la Chiesa e lo Stato, la questione
universitaria
e le facoltà teologiche, i problemi della scuola in genere.
Significativamente, in un articolo della Tribuna
del 31 gennaio 1903 sul divorzio, ricorderà di essere stato uno dei
"pochi pochissimi" che "vider chiaro fra il ’70 e
l’80", ancora una volta insistendo di proposito su una profonda
coerenza del proprio svolgimento politico in qualche modo parallelo a
quello teorico. Né a caso, sempre nel 1903, parlerà dei moderati
fra ’60 e ’70 come di rivoluzionari
temperati, anche se, come già a proposito del vantato itinerario da
Hegel a Marx, converrà usare molta cautela nell’accettare
l’interpretazione che L. dava di se stesso. Comunque è interessante
osservare il nesso fra le pagine del ’73 su Morale
e religione e la discussione in sede politica delle ragioni del
clericalismo e dei limiti del liberalismo italiano "buono a
negare", ma "incapace a gettare i germi di una nuova vita
religiosa nel paese". Sicchè era "accaduto quello che nei
primi anni della rivoluzione pareva, non che difficile, impossibile":
la riconquistata influenza del clero, e il rinvigorimento della Chiesa,
alla quale potrà opporsi validamente solo una robusta coscienza laica del
paese. Ov’è già presente in L. la preoccupazione di quella "riforma intellettuale e morale", intorno alla cui sostanza
si affaticheranno, quasi mezzo secolo dopo, e per vie diverse, A. Gramsci
e P. Gobetti. Nel saggio su Socrate L. aveva sottolineato l’importanza
di un metodo per cui la vita è ricerca, le azioni e i concetti convergono
(la virtù è conoscenza), la pedagogia si fonde con la politica. Di
fatto, dal ’74 in poi, e via via in modo sempre più chiaro e deciso, in
L. svolgimento politico e attività d’insegnante vennero a coincidere.
Maturò così il lento trapasso dal moderatissimo al radicalismo e,
finalmente, al socialismo. Nell’ottobre del ’74 accoglierà ancora le
sollecitazioni dei moderati emiliani e sarà a Bologna per qualche
settimana collaborando alla campagna elettorale (alla redazione del Monitore).
Lo farà senza entusiasmo ("piglio questa gita come un tossico",
scrive a Bertrando Spaventa); e nell’89, nella conferenza "Del
socialismo" arriverà a dichiarare: "Fin dal 1873 scrissi
contro i principi direttivi dell’ordinamento liberale". Si
trattava, in verità, soprattutto di una discussione e di una impazienza
interne, ma crescenti ("i clericali se la godono, gl’intriganti
rubano, e tutto va in rovina", confessava a Bertrando Spaventa
nell’estate
del ’75). Il 10 febbraio del ’76, annuncia, sempre a Spaventa:
"Avrete letto sui giornali che io sto per diventare socialista.
Faccio lezione agli operai di diritti e doveri. Spero di riuscire meglio
che all’università, perché il senso della moltitudine è ormai
preferibile a tutto questo nostro mondo fittizio di scienza
burocratica". L’approdo al socialismo, tuttavia, era ancora
lontano. Si trattava di una iniziativa della Lega romana per
l’istruzione del popolo, e all’inaugurazione del corso il 29 gennaio
del ’76, intervennero sindaco e prefetto. Nello stesso anno L. pubblica
dal Loescher il saggio herbartiano Dell’insegnamento
della storia, come primo di una serie di "Studi pedagogici"
che si proponeva di dedicare a quella "pedagogia scientifica"
di cui tutti parlavano e che nessuno, o quasi, faceva. Senonchè neppur L.
scriverà più di pedagogia pura. Per un verso si darà all’attività
politica, e per un altro allo studio delle istituzioni e degli ordinamenti
scolastici dei vari paesi, non meno che al tentativo costante di
migliorare la situazione delle scuole e la preparazione degli insegnanti,
specialmente elementari. "Io ho molta più fiducia nei 17 milioni
di analfabeti – aveva scritto a Bertrando Spaventa nel luglio del ’75
– che in tutte le nostre scuole, perché le puoi accomodare e rifare
centomila volte che non andranno che come vanno". Ciononostante si
impegna a fondo. Nel 1877 prende la direzione del museo di istruzione e di
educazione (fondato a Roma nel ’74 per iniziativa di Ruggero Bonghi)
cercando di farne uno strumento efficace per risolvere uno dei problemi più
angosciosi dell’Unità: quello della preparazione dei maestri. Scrivendo
(il 6 dicembre 1877) a Angelo Camillo De Meis dichiarava: "I fini
del museo son questi: offrire al ministero criteri comparati sulla
legislazione, dare ai municipi disegni di banchi e di locali scolastici,
mettere sotto gli occhi degli insegnanti argomenti efficaci su
l’andamento delle scuole, prestare libri ed apparati ai professori etc.
etc. Direte che è troppo e non lo nego: massime se si guardi alla
pigrizia del nostro paese". Alla scuola popolare L. guarderà con
interesse crescente come al punto cruciale per una trasformazione
democratica della società. Nel discorso di Terni del 16 dicembre 1888 Per
una democrazia militante dirà: "La scuola popolare è il mio
vero ideale, senza di essa non avremo democrazia, cioè amministrazione
frenata e consapevole, giudice popolare, eguaglianza morale. Bisogna
togliere il governo della cosa pubblica ai borghesuccoli e
dottoruccoli". In effetti nella scuola, con i suo problemi e il
contatto vivo con i momenti che offre nella divisione e nello scontro
delle classi, L., il "professore" (anzi il "professorissimo" come diceva A.
Kuliscioff), maturò sempre
più consapevolmente la propria evoluzione politica. Sul piano teorico,
nel ’78, pubblicava nella seconda annata dell’Archivio
di statistica di Roma (del cui consiglio direttivo faceva parte Cesare
Correnti) uno "studio psicologico" Del
concetto di libertà, in cui, sviluppando temi del saggio herbartiano
del ’73 (Della libertà morale),
se mostrava una grande attenzione alla psicologia empirica, ricercava
"la perpetua trasformazione del meccanismo in riflessione
pienamente conscia di se", mentre proclamava l’unione di "rettitudine di pensiero scientifico e vivo interesse per i
problemi della vita morale". Fra il 1879 e il 1881 studia gli
ordinamenti scolastici di altri paesi europei. Dopo un viaggio in Germania
nel ’79 per incarico ministeriale, pubblica nel 1880 (sull’Annuario
delle scienze giuridiche, sociali e politiche di
Milano) gli Appunti
sull’insegnamento secondario privato in altri Stati. Nel 1881 stampa
(presso il Botta di Roma) l’Ordinamento
della scuola popolare in diversi paesi (Germania, Austria,
Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Olanda). Più tardi, nella lettera a
Engels del 3 aprile 1890 (ma anche nella conferenza dell’89 Del
socialismo) collocherà in questo periodo, sia l’insorgenza di nuove
esigenze di studio ("studiai poi diritto pubblico, diritto
amminstrativo ed economia politica"), sia la "conversione" teorica al socialismo ("fra il 1879 e
il 1880, mi ero già quasi convinto alla concezione socialista, ma più
per la concezione generale della storia che per impulso interno di una
fattiva convinzione personale"). In realtà la "conversione" fu un ben faticoso e graduale processo,
attraverso tappe intermedie ed esperienze storiche reali ("un
avvicinamento lento e continuo ai problemi reali della vita, il disgusto
per la corruzione politica, il contatto con gli operai hanno poi a poco a
poco trasformato il socialista scientifico in
abstracto in vero socialdemocratico"). Studi e riflessioni si
univano a esperienze e osservazioni dirette. Nella citata conferenza del
20 giugno dell’89, tenuta a un circolo operaio di Roma, ribadirà:
"Dal 1879 cominciai a muovermi in questa via di nuova fede
intellettuale, nella quale mi son fermato e confermato con gli studi e con
le osservazioni negli ultimi tre anni". Di fatto L. era venuto
spostandosi su posizioni sempre più radicali: restrizioni della proprietà
privata, intervento dello Stato in economia. Per le elezioni generali
dell’86, nella primavera, una sua candidatura fu proposta nel secondo
collegio di Perugia (Spoleto, Foligno, Terni, Rieti), nella prospettiva di
una "opposizione ben definita, conscia del suo ufficio",
formata da radicali e progressisti, e "veramente capace di
succedere al governo" (così in una lettera a Luigi Pianciani del
16 aprile 1886). E in uno "schema di programma elettorale"
(Rieti, 20 aprile 1886) affermava: "Il moto delle classi si
accentua, le questioni sociali ingrossano. Non c’è mezzi di repressione
che tengano… Bisogna che la voce degli operai abbia eco sicura in
parlamento e che il capitalismo artificialmente favorito… non tenda a
mettere lo Stato in servizio contro i molti". Vuole l’estensione
del suffragio, l’assistenza "dei poveri e degli invalidi al
lavoro". La scuola popolare lo preoccupa: bisogna "studiare
tutti i mezzi per la diffusione della cultura". Il 28 febbraio
1887, assunto l’incarico dell’insegnamento di filosofia della storia,
pronuncia l’importante prolusione su I
problemi della filosofia della storia e avvia una serie di lezioni
sulla storia del socialismo. Nello stesso tempo si fanno più rilevanti i
suoi interventi politici. Il 12 giugno, in seguito alle voci di un
concordato con la Santa Sede, confortate da un opuscolo del padre Tosti e
da un articolo di Ruggero Bonghi, L. parla all’università Della
Chiesa e dello Stato a proposito della conciliazione, giustificando il
suo intervento contrario proprio col diritto dell’università di
difendere la libertà di pensiero ("l’università non può
rimanere indifferente davanti a ogni minaccia della libertà di questo
pensiero"). Né L. ha alcun dubbio sul pericolo dell’ingerenza
della Chiesa nella cultura ("se l’ortodossia cattolica scende a
patti con noi, è per sovrapporsi a noi e avvelenare lo Stato
costituzionale"). Le conseguenze di una conciliazione sarebbero
esiziali: "si rinculerebbe di parecchi secoli nella conquista del
progresso". Il 18 novembre, in una lettera (pubblicata sulla
Tribuna) al deputato romagnolo Alfredo Baccarini (1826-1890), democratico
radicale, afferma: "Io sono teoricamente socialista,
ed avversario esplicito delle dottrine cattoliche". Il 22 gennaio
1888, in una conferenza Della scuola popolare, ricca di spunti (riforme
promosse dal basso, abolizione dell’insegnamento religioso), anche se
non priva di retorica, delinea con chiarezza il duplice compito del "filosofo":
"critico della conoscenza, critico del
pensiero, critico della società, critico dei pregiudizi", ma anche
"augure e profeta", e promotore "della vita della
futura Italia… penetrata tutta della cultura, costituita in forma di
verace democrazia". Le
sue prese di posizione sempre più fitte hanno pubblica risonanza. Il 2
marzo 1888, di fronte alla crisi edilizia a Roma, e alle repressioni dei
tumulti dei disoccupati, scrive sul Messaggero (a cui allora collaborava Andrea Costa, col quale in
quell’anno L. entrerà in rapporti personali): "giù le
baionette, e non si facciano arresti. Il governo impieghi come meglio può"
gli operai edili. Presidente della associazione irredentista Giovanni
Prati, combatte da Triplice Alleanza. Il 16 dicembre, al politeama
Alterocca di Terni, tenne agli operai delle acciaierie un discorso su Le
idee della democrazia e le presenti condizioni dell’Italia (di cui
non restano che resoconti giornalistici e alcuni appunti), nel corso del
quale ebbe a proclamare il suo ingresso deciso nella milizia politica
("il professore in me oggi sparisce… Entro addirittura e
dichiaratamente nella politica militante"). In verità L.
riaffermava la fede nella democrazia ("è come il nocciolo
e l’idea della civiltà
nuova" e "mira al governo del popolo mediante il popolo
stesso"), ribadiva l’avversione alla Triplice, batteva sulla
esigenza di una "nuova e popolare coltura", insisteva sulla
centralità del problema scolastico, ma soprattutto invocava un "grande partito popolare" che fosse capace di riunire tutte
le forze veramente democratiche ("bisogna farla finita col
particolarismo delle piccole associazioni"). La vivacità dei suoi
attacchi al governo, e la forza della sua parola, lo fecero soprannominare
dal pubblico Rabbiola. Documento
importante del processo di avvicinamento di L. al socialismo è il
discorso Del socialismo tenuto a
Roma il 20 giugno 1889 al Circolo operaio romano di studi sociali, dove
gli era stato chiesto di commemorare la Comune. Proprio quell’anno le
reazioni di studenti di destra lo avevano costretto a interrompere (dal 9
febbraio al 16 marzo) un corso sulla rivoluzione francese, preparato
"con minutissima cura" per "intendere a fondo e
precisamente le cause vere, intime e profonde della presente vita civile
d’Europa". Eppure anche il discorso in questione non attesta una
maturazione compiuta. L. si sente socialista, parla del "socialismo
scientifico" ma è agli inizi dello studio del marxismo, benchè il
distacco dal radicalismo sia ormai maturato. Dirà di G. Mazzini nel
’90: "sta di mezzo tra il liberalismo che passa e il socialismo
che sorge", ma sull’orientamento e sul significato della
situazione non ha più dubbi. Scrive nel febbraio del ’90: "Il
segnale della nuova storia viene dalla Germania… I socialisti di lassù
si costituiscono innanzi al mondo civile come il battaglione sacro della
nascente civiltà… Persuadiamoci che col glorioso centenario del 1889 è
ormai chiuso il periodo della rivoluzione liberale, cominciato il 20
aprile 1789. L’individualismo cede il posto alla socialità! Questo fu
il modesto assunto di un corso di lezioni, che levò l’anno scorso tanto
immeritato rumore, perché ai male accorti piacque di chiudere come in una
parentesi, fra i fischi e gli applausi, una tesi alta di filosofia della
storia attuale. Ma gli auspici del 1890 sono chiari e dicono: alla testa
della nuova rivoluzione pacifica e sociale non c’è posto per liberali,
per girondini e per giacobini ritardatari". Che il socialismo sia
il segno di una nuova epoca, L. sottolinea con sempre maggiore veemenza.
Nella lettera aperta a Ettore Socci del 2 maggio 1890 (alla vigilia del
congresso radicale dell’11-14 maggio) ribadisce che "fra politica
borghese e socialismo (due periodi distinti della storia!) c’è tale
deciso distacco, che nessuna arte d’uomini d’ingegno verrà a trarre
l’una cosa dall’altra", anche se l’opportunità, non
l’opportunismo, impongono di servirsi delle strutture borghese. "I parlamenti, come forma transitoria della vita democratica
d’origine borghese, spariranno col trionfo del proletario. Ma finchè
durano, sono quali sono". Di tutte le imprese della borghesia
bisogna servirsi, anche delle conquiste coloniali. Discutendo con F.
Turati tra il febbraio e il marzo del ’90 i problemi dell’Eritrea,
indica il modo, secondo lui, di trarne vantaggio: "Bisogna mettere
sotto gli occhi dei proletari, non la questione astratta della proprietà
e del capitale, ma dei casi concreti come questo dell’Eritrea, in cui si
veda come nasce la proprietà borghese e come il capitale s’impossessa
della terra ed è flagrante la contraddizione fra lo Stato presuntivamente
democratico e l’abuso della finanza pubblica a vantaggio dei pochi".
È di allora il punto di maggiore avvicinamento a Turati, d’accordo col
quale L. invia l’indirizzo al congresso di Halle della socialdemocrazia
tedesca (12-18 ottobre 1890), a nome dei socialisti italiani, dopo averlo
steso lui stesso nel settembre del ’90. Dopo avere indicato la funzione
di guida della socialdemocrazia tedesca ("iniziatrice ed educatrice
della nuova storia… avanguardia del proletariato militante"),
continua: "Il prletariato militante procederà sicuro sulla via che
mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed
l’abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi
propri mezzi e nelle sue proprie forze, e fermo in questa convinzione, che
non gli è data speranza di progresso intellettuale e morale, né di
garanzie di libertà e di costituzione democratica, se
non è prima cambiato nei
fondamenti l’assetto economico della convivenza sociale".
L’ultimo decennio del secolo, così drammatico in Italia, è il più
fecondo per L. sia sul piano teorico che sul quello della milizia
politica, né senza questa può intendersi il suo maturare dottrinale
("i saggi sulla concezione materialistica della storia – è stato
osservato da E. Ragionieri – risultano assolutamente incomprensibili se
non sono considerati come il punto d’approdo delle sue esperienze
politiche"). Nel ’90 comincia quel carteggio con Engel,
continuato fino alla morte di Engels nel ’95, che è di tanto rilievo
per lo svolgimento del marxsismo italiano. Oltre
che con Turati, entra in relazione con tutti i dirigenti del socialismo
internazionale (Kautsky, Liebknecht, Adler, Bebel, Ellenbogen, Lafargue);
collabora con le principali riviste socialiste tedesche. Il suo spirito
mordente ma acutissimo, le critiche spietate unite a una ironia distaccata
e quasi disumana, gli scatti, se hanno poi alimentato critiche a non
finire e giudizi non illuminati, resero particolarmente efficaci le sue
lettere, facendone spesso, oltrechè dei contributi teorici fondamentali,
degli interventi politici importanti. I dissensi da Turati si
manifestarono molto presto, e si fecero acuti quando, trasformatasi la
rivista Cuore e critica in Critica
sociale, Turati ne assunse la direzione, per farla "diventare
più vivamente un organo nostro – scrive a L. l’8 dicembre 1890 –
vo’ dire del socialismo scientifico italiano, e aiutare a quella
affermazione e specificazione del partito che è nei nostri voti
comuni", ma tutto questo "senza fargli perdere quel
carattere largo eclettico, che è ora una delle sue forze". Proprio
quello che L. non voleva, quando (18 gennaio ’91) rispondeva a Turati:
"voi volete rendere simpatico il socialismo; Dio vi aiuti in tale
filantropica imprese. In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a
farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio
nemmeno contribuire a dilazionarne l’impiccagione". Proprio
allora, nel confronto con Turati, L. esaspera la sua posizione: "la
linea assoluta del socialismo la intendo quanto voi, e direi quasi più di
voi, perché ho il temperamento degli uomini estremi, e non sono né
positivista né evoluzionista". Né è a caso che il 31 dicebre del
’90 aveva fatto a Turati una dura professione di fede: "M’è
costata non poca fatica di diventare socialista – ho dovuto vincere non
poche difficoltà, e son disposto a molti sacrifizii. Ma non al sacrifizio
di diventare istrumento di politicanti di nessun valore, e di ragazzi
inconcludenti. I socialisti devono essere innanzi tutto democratici,
parlar chiaro, apertamente, e in pubblico, cessando d’esser giacobinelli
e politicanti". Con questo stato d’animo cllabora "indirettamente" alla preparazione del congresso di Genova
del ’92 per la formazione del Partito dei lavoratori italiani:
soprattutto critica, a volte anche aspramente, le posizioni di Turati, o
che attribuisce a Turati. Teme "la vecchia canzone bakuniniana"
che si risolve el mettere assieme "una combriccola di spostati
della borghesia"; sostiene che"il
partito operaio si deve
venire costituendo per l’azione spontanea dei lavoratori messi in
opposizione col capitalismo dalle stesse condizioni di fatto, e dalla
propaganda condotta con oculatezza"; rifiuta ogni dottrinarismo
positivistico ("la nuova generazione non conosce che i positivisti,
che sono per me i rappresentanti della degenerazione cretina del tipo
borghese"). Comunque, se collabora in qualche modo alla
elaborazione del progetto di programma per il nuovo partito, rifiuta di
andare a Genova. Ben consapevole della necessità della "fusione
fra coscienza socialista e movimento operaio", è anche
profondamente convinto che mancavano ancora i presupposti per la nascita
del partito politico, com’egli lo voleva. E scriveva a Turati: "Andare a un congresso per aver l’aria del conferenziere o del
dottrinario non mi va. Il concetto che il partito socialista è un partito
politico non si fa entrare nella mente degli operai con un ordine del
giorno. È faccenda di esperienza, di tattica, di educazione e
d’istruzione, e perciò di tempo". Era fatale che Turati
attribuisse il <> di L. all’atteggiamento
dell’"intellettuale" distaccato, come era fatale che L. si
sentisse più lontano dalla tattica politica di Turati e dalla sua
sostanziale svalutazione della teoria ("manca il filo conduttore
– gli scriveva – e manca il processo dell’esperienza continuata").
Così dopo il congresso di Genova (14-15 agosto 1892) la divergenza fra il
"professore" e Turati viene accentuandosi sempre di più. L.
medesimo contribuiva, con le sue affermazioni, a dar credito
all’immagine del "filosofo del socialismo", magari del "marxsismo rigoroso" (strikter
Marxist) di cui Engels parlava, ma staccato dall’azione politica.
Proprio a Engels scriveva, a proposito del congresso di Genova: "L’azione pratica in Italia non è possibile. Bisogna scrivere
libri per istruire quelli che vogliono farla da maestri. Manca
all’Italia un secolo di scienza e di esperienza degli altri paesi.
Bisogna colmare questa lacuna". Senonchè Engels stesso doveva
convincersi ben presto che L. non era solo un eccellente conoscitore delle
teorie marxiste, "ma anche un uomo dei giudizi politici del quale
occorreva tener di conto, perché il suo pessimismo aveva qualche
fondamento nelle cose, ed anche perché sapeva riconoscere il momento
giusto dell’azione, e nei limiti delle sue possibilità operare"
(E. Ragionieri, Socialdemocrazia
tedesca e socialisti italiani, Milano, 1976, p. 330). A indurre Engels
a una più esatta valutazione dell’attività di L. fu in particolare il
suo intervento nello scandalo della Banca romana, allorchè N. Colajanni
potè arrivare alla denuncia in parlamento in base ai documenti fornitigli
da Maffeo Pantaleoni, auspice, appunto, L. ("il Pantaleoni… si è
lasciato guidare da un socialista
e si è lasciato servire da Colajanni"). Nel ’93, delegato al
congresso di Zurigo, può incontrare Engels. Nel movimento dei Fasci
siciliani saluta "il più grande fatto del socialismo italiano".
"E’ un gran fermento, - scrive. – Si rifà lo spirito
rivoluzionario, l’iniziativa popolare, la coscienza democratica".
In una serie di corrispondenze alla Leipziger Volkszeitung dà notizia fino al ’95 delle agitazioni
politiche italiane, mentre accentua la polemica contro il socialismo
positivistico in nome del marxismo, e contro quei "curiosi marxisti
italiani" (A.Loria e compagni) che su Critica sociale attaccavano addirittura la teoria del valore di Marx
senza averla capita. Scriveva a Victor Adler: "Il marxismo non
prende piede in Italia: e quello che pare marxismo è frase nuova
applicata a idee, bisogni e sentimenti vecchi". Da anni con i suoi
corsi universitari andava inseguendo il "dolce sogno" (mein
susser Traum) di "gaudagnare la gioventù universitaria alla
causa del proletariato". Nel ‘90-91 aveva commentato il Manifesto,
aveva illustrato la teoria materialistica della storia. Nel gennaio del
’93 scriveva a Engels che stava facendo un corso "nuovo, su la genesi del socialismo moderno".
L. teorico del marxismo viene ormai disegnando i suoi saggi, che vedranno
la luce fra il ’95 e il ’97. Comincia col delineare la genesi del manifesto comunista. Nelle lettere a Engels del
giugno-agosto ’94 spiega perché preferisca parlare di genesi
che di dialettica: metodo
genetico, il suo, piuttosto che dialettico. Il termine "dialettico" accentua, ai suoi occhi, l’aspetto
logico-formale dell’eredità hegeliana, laddove la genesi
meglio indica come il pensiero "concepisce le cose non in quanto
sono (factum, specie fissa, categoria ecc.) ma in quanto divengono".
Il metodo genetico coglie la realtà come divenire, processo,storia; è il
migliore strumento per individuare il mutare, senza alcuna fissità "metafisica". Invitato da Sorel a scrivere qualcosa per il Devenir
social, riempie "molti fogli In
memoria del Manifesto dei comunisti", di getto, senza attingere
ai suoi "voluminosi estratti di storia del socialismo". È
il primo dei famosi Saggi intorno alla concezione materialistica della
storia. Reca la data del 7 aprile 1895 (la prefazione è datata del 10
giugno) e comincia a uscire in francese nella rivista del Sorel. Riesce a
spedirne per intero la versione francese a Engels nel luglio, ed Engels
giudica alles sehr gut ("tutto
molto buono"). Il 5 agosto Engels moriva a Londra. Del testo
italiano promosse l’edizione presso il Loescher Benedetto Croce
(l’edizione è di Roma, ma fu stampata a Napoli), insieme a una versione
del Manifesto, non sempre
corretta (si è detto che fosse dovuta alla moglie di L.). Come è noto,
Croce aveva stretto amicizia (di allievo a maestro) con L. da circa un
decennio e tra i due era corsa una fitta corrispondenza ricca di preziose
indicazioni, di discussioni, di giudizi su persone e dottrine (anche se le
lettere di Croce sono pressochè completamente perdute, il dialogo può
ricostruirsi attraverso quelle di L.). Dalle pagine del primo saggio del
L. il Croce fu riempito "di visioni e di concetti nuovi", ed
indotto a studiare, e a discutere, Marx e il marxismo in una serie di
interventi che non rimasero senza profonde influenze nello sviluppo del
marxismo teorico in Italia. Al primo, seguirono a breve distanza, nel
’96 e nel ’97, altri due saggi (in Francia a cura del Devenir
social di Sorel, e in Italia a cura di Croce): Del
materialismo storico, dilucidazione
preliminare; Discorrendo di socialismo e di filosofia (in forma di
lettere al Sorel). Sono testi assai complessi, la cui risonanza fu vasta
anche fuori d’Italia, e la cui analisi implicherebbe un’attenta
disamina di problemi d’ogni sorta. L., come risulta da un articolo sulla
Leipziger Volkszeitung del 7
maggio 1895, partiva dall’idea ben ferma che "non si possono
saltare i periodi di sviluppo" anche se "le circostanze
possono comunque accelerarli"; che "le circostanze
favorevoli non dipendono dalla buona volontà dei socialisti, siano essi
maturi o arcimaturi, ma dallo sviluppo del proletariato"; che
stuzzicarli e volerli istruire moralisticamente con delle idee";
che "la storia è molto paziente". Alieno da ogni
dogmatismo, dalle definizioni astratte, da ogni scolasticizzazione del
marxismo, ma fedele a una costante meditazione dei testi di Marx e di
Engels; convinto insieme che "il nocciolo primo di ogni filosofare
è sempre il Socratismo, ossia
la virtuosità generativa dei concetti", e che il marxismo è un
"filo conduttore", e "non una chiesa, … una setta
in cui occorra il dogma e la formula fissa", L. insiste
costantemente nello sforzo di presentare il marxismo, ossia la filosofia
della praxis, come una concezione filosofica autonoma. Riconosceva
Gramsci che "L., affermando che la filosofia della prassi è
indipendente da ogni altra corrente filosofica, … è il solo che abbia
cercato di costruire scientificamente la filosofia della prassi".
Ed era, per L. "materialistica" ("come filosofia
della vita e non delle parvenze ideologiche di questa") e
storicistica: "Il materialismo storico, ossia la filosofia della
praxis, in quanto investe tutto l’uomo storico e sociale, come mette
termine ad ogni forma di idealismo, che considera le cose empiricamente
esistenti qual riflesso, riproduzione, imitazione, esempio, conseguenza o
come altro dicasi, d’un pensiero, come che siasi, presupposto, così è
la fine del materialismo naturalistico… La rivoluzione intellettuale,
che ha condotto a considerare come assolutamente obiettivi i processi
della storia umana, è coeva a rispondente a quell’altra rivoluzione
intellettuale, che è riuscita a storicizzare la natura fisica. Questa non
è più, per alcun uomo pensante, un fatto che non fu mai in fieri, un avvenuto che non
è mai divenuto, un eterno
stante che non procede, e molto meno il creato
d’una volta sola, che non sia la creazione
di continuo in atto". La filosofia
della prassi che L. elaborava, era sforzo di "addentrarsi
direttamente nelle cose", comprensione della "lezione delle
cose", "obiettiva considerazione delle cose",
consapevolezza che "le idee non cascano dal cielo", e che il
pensiero non è se non "il cosciente e sistematico completamento
dell’esperienza", ossia "il riflesso e la elaborazione
mentale delle cose e dei processi che nascono e si svolgono, o fuori della
volontà nostra, o per opera della nostra attività". La sua
filosofia della storia consisteva nel raggiungere "la struttura
sottostante", ma anche nel capire che "la sottostante
struttura economica, che determina tutto il resto, non è un semplice
meccanismo, dal quale saltino fuori a guisa di immediati effetti
automatici e macchinali, istituzioni e leggi e costumi, e pensieri, e
sentimenti, e ideologie", perché, "da quel sostrato a tutto
il resto, il processo di derivazione e di mediazione è assai complicato,
spesso sottile e tortuoso, non sempre decifrabile". Dura logica
delle cose, che non mutano a capriccio, secondo i nostri ideali fantasmi:
ecco quello che ci fa trovare una veduta scientifica della storia: "La storia è il processo, non arbitrario, ma necessario e morale,
degli uomini in quanto si sviluppano, e si sviluppano in quanto
socialmente esperimentano, ed esperimentano in quanto perfezionano e
raffinano il lavoro". Ma non per questo storia a disegno: "La nostra dottrina non pretende di essere la visione intellettuale
di un gran piano a disegno". Tre aspetti de marxismo, L.
sottolinea: 1. Che il marxismo è una "tendenza filosofica"
che si esprime in una "veduta generale della vita e del mondo";
2. Che è una "critica dell’economia" politica, in qanto
questa rappresenta non un eterno ordine naturale ma "una
determinata fase storica", che la borghesia assolutizzò, e che il
"comunismo critico" ha relativizzato storicizzandola; 3. Che
è una "interpretazione della politica, e soprattutto di quella che
occorre e giova alla direzione del movimento operaio verso il
socialismo". Tra il ’97 e il ’99, pubblicando il terzo saggio,
polemizza con vigore contro la revisione del marxismo, contro la
cosiddetta "crisi del marxismo" di cui discutono Croce e Sorel, Bernstein ("quel cretino di Bernstein") e
Masaryk. Il
quarto saggio, connesso all’ultimo suo corso del 1900-1901, fosse in
origine disegnato come una serie di Appunti
polemici, o fosse quell’applicazione storica concreta di cui ci è
rimasto un avvio nei capitoli Da un
secolo all’altro, fu troncato dalla morte (ne pubblicò, dopo la
morte, cinque capitoli interi, e l’inizio di un sesto, Benedetto Croce
nel 1906, fra gli Scritti vari;
tentò di ricostruirlo ["combinando variamente"] nel 1925
Luigi Dal Pane, integrando il testo del Croce con appunti di allievi e
altro materiale). Nel corso di filosofia della storia del 1899-1900 aveva
trattato del "destino storico" di Bruno, un argomento a lui
caro. Già più volte aveva parlato del filosofo, e nell’88 aveva preso
posizione pubblica ("eleveremo…. Il monumento a Giordano Bruno in
Campo dei fiori, in atto di espiazione delle colpe dei nostri avi, la cui
morale ignavia fu cagione del nostro ritardato progresso politico"),
pur rifiutando ogni falsificazione storiografica ("ora molti fanno
gran torto alla memoria veramente storica del Bruno, col distrarlo dai
tempi suoi, e col ridurlo in figura d’uomo che presagisca e precorra
tutto il pensiero moderno"). Il 16 febbraio 1900, all’università,
nel cortile dalla Sapienza, commemora solennemente il terzo centenario del
rogo di colui "che non fu ma eretico perché non fu mai
credente". E soggiunse: "Né io ho aspettato il 1889 per
onorare il filosofo nolano, perché vengo, quantunque non ne segua le
idee, da quella scuola in cui brillava Bertrando Spaventa, il quale
pensava che lo studio della filosofia tedesca sarebbe stato da riprovarsi
se non avesse continuata la tradizione bruniana". Il suo canto del
cigno, tuttavia, fu probabilmente il discorso letto il 14 novembre 1896
all’università di Roma su L’università
e la libertà della scienza
(pubblicato a cura del Croce nel 1897), per il quale fu censurato dal
ministro della pubblica istruzione Emanuele Gianturco. Fra le tante
questioni che L. vi toccava con singolare lucidità, c’era anche il
richiamo alla discussione sulle lauree in filosofia, che aveva affrontato
con originalità di impostazione al tempo del primo congresso dei
professori universitari (settembre 1887), dando l’avvio a una
discussione che aveva impegnato per anni tutti i filosofi italiani. Ora,
accanto all’appassionata rivendicazione della "libertà"
dell’insegnamento superiore e della ricerca, L. riaffermava, contro ogni
nostalgia metafisica e teologizzante, magari in chiave positivistica, la
filosofia come indagine e conoscenza "scientifica" del
concreto e del positivo ("a cotesti sopravvissuti del passato –
esclamava – deve esser parso cosa singolare, che, per esempio, le mie
lezioni di etica, di pedagogia, e di filosofia
della storia s’aggirassero sempre in particolari ricerche entro
l’ambito di determinate questioni, e non spaziassero più in quella
filosofia, che avrebbe da abbracciare, come in bella prospettiva, e per
via di definizioni e di categorie, la totalità del reale e tutte le forme
del sapere"). Ai suoi occhi il corso del pensiero era approdato da
Hegel a Marx ("già la filosofia di Hegel aveva messo capo nel
materialismo storico di Carlo Marx"), da Herbart alla psicologia
empirica, ma non per fermarvisi; teoria atomica e darwinismo venivano
ormai "rivoluzionando tutta la concezione della natura", in
mezzo ai "fermenti impliciti nelle nuove e nelle rinnovate
scienze", anche se non ancora capaci di sviluppare "una
novella sistematica filosofia, che tutto il campo della esperienza
contenga e domini". Non gli sfuggivano per altro le tentazioni e le
insidie di quelle che nel ’96 chiamava "le filosofie di privato
uso e invenzione, come è il caso di Nietzsche e di von Hartamann",
il cui irrazionalismo individuava in pieno con tutte le sue implicazioni
politiche. In una lettera a Croce del 7 settembre 1903, a proposito della
cosiddetta rinascita dell’idealismo, scriveva con amarezza: "Vedo… che in tutta Europa corre una reazione
contro lo storicismo, il positivismo, il darvinismo,
l’evoluzione etc. etc. e a ciò si mescola lo spirito borghese
decadente, il cattolicesimo rinato, e una feroce neoscolastica e
neosofistica. Per tale contesto storico il cosiddetto Idealismo
(la qual parola è in genere applicabile a ogni filosofia) vuol dire
l’antistorico, l’antidivenire etc.". E proprio a Croce, con cui
aveva avuto tanti rapporti, rimproverava di essere "l’antidivenire, l’antistoria, l’antievoluzione, l’antiempirico,
l’antigenesi, l’antisecolonono… per eccellenza". Le ultime
sue lettere, quando ormai agonizzava per un cancro alla gola che gli aveva
impedito dal 1901 quell’insegnare e quel discorrere che erano la sua
vita stessa, sono lucidamente consapevoli della grande crisi europea, e
duramente avverse proprio a quell’idealismo che vedeva guadagnare il
Croce, e soprattutto il Gentile, che pur si era rifatto ai suoi saggi per
quegli studi sulla filosofia di Marx che non piccola importanza ebbero poi
in Italia. In realtà L. finiva isolato e sconfitto. Lontano,
profondamente, per temperamento e per cultura, da Turati; critico acerbo
di Sorel, Croce, Bernstein, Masaryk, e di tutto il revisionismo, nel
settembre del ’99, commentando la partecipazione del socialista
Millerand a un governo democratico-borghese, riconosceva che "i
socialisti possono, e, secondo i casi, debbono
essere i naturali e risoluti alleati di quelle frazioni della borghesia,
le quali si trovino, nei diversi paesi, impegnate a combattere, o gli
avanzi della feudalità, o la reazione cattolica, o il dominio della
sciabola, o ogni altra forma di regresso". Ma, continuava, devono
allearsi "come organizzazione politica del proletariato, che per la
sua indipendenza disponga, ad ogni istante, della propria iniziativa e
della libertà dei suoi propri movimenti". Non devono, soprattutto,
accettare mai compromessi o connivenze che getterebbero "nelle file
del proletariato i sentimenti della incertezza e della diffidenza".
In questa prospettiva vanno visti i suoi interventi, le sue riserve, e le
sue accuse di opportunismo, a proposito della situazione italiana fra 1901
e 1902, e dell’atteggiamento dei deputati socialisti ("seguono
il ministero fino al segno che sembra abbiano rinunziato effettivamente ad
ogni iniziativa specifica alle loro idee"). Sul Giornale d’Italia del 13 aprile 1902 uscì l’intervista sulla
questione di Tripoli (col titolo Tripoli,
il socialismo e l’espansione coloniale. Giudizi di un socialista, a
cura di Andrea Torre) di cui si è molto parlato, e non sempre a
proposito. Come ebbe esplicitamente a sottolineare, L. non faceva che
riprendere temi già svolti. A Roma, il 21 febbraio 1897, nel corsodi
unamanifestazione per l’indipendenza della Grecia, L. aveva detto con
grande chiarezza (nel discorso per Candia):
"Non brontolino i socialisti:
anzi mettano sicuro il piede sulla terra ferma della politica. Noi abbiamo
bisogno di terreno coloniale, e la Tripolitania è a ciò indicatissima.
Pensino che duecentomila proletari all’anno emigrano dall’Italia,
senza indirizzo e senza difese, e ricordino che non ci può essere
progresso nel proletariato, là dove la borghesia è incapace di
progredire". Nel 1902 non fece che ribadire e precisare questo
punto di vista: "Gli interessi dei socialisti non possono essere
opposti agli interessi nazionali, anzi li debbono promuovere sotto tutte
le forme. Gli Stati d’Europa… assoggettano e sfruttano in tutto il
resto del mondo. L’Italia non può sottrarsi a questo svolgimento degli
Stati che porta con sé uno svolgimento dei popoli. Se lo facesse…,
rimarrebbe arretrato in Europa.
Il movimento espansionista delle nazioni ha le sue ragioni profonde nella
concorrenza economica". E sottolineava ancora una volta che "economia e politica non sono due cose separabili a volontà e
artificialmente". Alle 10,30 del 2 febbraio 1904 L. moriva in una
clinica romana, dopo un secondo intervento chirurgico alla gola. Aveva
scritto, circa un anno prima, a Kautsky, a proposito della sua
impossibilità di far lezione: "Così anche il marxismo,
all’università di Roma, è acqua passata!". E poco prima, a
Louise Kautsky: "Ho dato torto a tutti, transigenti e intransigenti".
Era rimasto solo. Critico scomodo anche della sua parte, lo si volle
seppellire sotto le facili accuse "di soverchia astrazione, di
tedeschismo, di marxismo esagerato, di mancanza di senso pratico"
(gliele rivolgeva, nella corrispondenza, Turati). Gli si rimproverò
sempre la "maldicenza" ("la cattiva lingua –
scriveva Engels a Turati – ha forse diritto d’esistere in un paese
come l’Italia"); si parlò di "movimento sussultorio"
a proposito del suo itinerario. Rispose alle critiche, fra l’89 e il
’90, quando cominciò a professarsi socialista, e rispose disegnando un
efficace ritratto di sé: "Son socialista a modo mio, e risoluto a
non discostarmi d’una linea dalle convinzioni scientifiche, a vincere le
mie passioni, e non secondare, quelle degli altri. Non feci mai e non
facciola vita delle conventicole, delle associazioni e delle leghe. Non
credo a nulla di artificiale, e mi ripugna tutto ciò che è violento…
Non ho appreso il socialismo dalla bocca d’un gran maestro, e quel che
ne so lo devo ai libri. Mi ci ha condotto il disgusto del presente ordine
sociale, e lo studio diretto delle cose…Ciascuno ha le sue vie e il suo
temperamento di spirito!". E ancora: "Ho chiuso sempre gli
orecchi alla critica poco seria, poco garbata, poco ragionevole di quelli
i quali credono di cogliere in fallo un uomo, se affermano che le idee
alle quali è giunto non sian quelle dalle quali è partito. A codeste
accuse ho opposto sempre la secura coscienza, che, se mai, il pensare
diversamente a lungo scadere di anni, non è contraddirsi ma svolgersi;
per non dire, che di codesti critici sciatti e scortesi io non so quanti
sappiano, senza aver letto e udito quello che ho scritto, insegnato e
detto da venti anni in qua, da che punto davvero io sia partito e a che
punto arrivato". A Turati, che vuole vederlo solo "filosofo", ribatte che s’inganna molto quando crede che
non viva con gli operai ("dal 1888 al 1° maggio ’91 – avrò
fatto un 200 discorsi, ed ho preso parte ad altrettante riunioni – ho
ideato circoli, federazioni e cooperative – ho regalato migliaia di lire
e di opuscoli"); e a Croce, nel gennaio del 1904, ormai vicino a
morire: "Ho visto passare tante filosofie neokantiane, neocritiche,
neopositivistiche, empiriocritiche, immanenti, contingenziali,
neotomistiche, bddhistiche, realidealistiche, fessistiche, ciarlatane –
da averne piene le tasche e tutte le altre borse… Le discussioni
filosofiche mi sono diventate addirittura antipatiche". Senza
dubbio fra i primi grandi interpreti europei del pensiero di Marx e
Engels; legato ai maggiori interlocutori a lui contemporanei nelle
questioni del socialismo; presente nella cultura e nella vita italiana,
anche se spesso per canali tortuosi e sotterranei; maestro di alcune delle
grandi guide del movimento operaio in Italia, le sue opere restano vive e
ricche di stimoli fecondi, nonostante ogni squilibrio fra il teorico e il
politico. Come è stato osservato (da V. Gerratana), "isolato nella
sua attività politica, emarginato da un movimento politico che lo sentiva
estraneo alla sua fluttuante empiricità, L. rimaneva esposto nella
pratica politica… a scadimenti d’improvvisazione, da cui il filosofo
marxista, nella continuità di una prassi teorica educata da oltre un
trentennio di esperienza filosofica, poteva restare immune".
Comunque, se "il L. politico, principale interprete dei suoi
scritti teorici, restò per il momento inascoltato, più tardi qualcuno
preferirà ricordare solo i suoi errori, anche se non hanno lasciato
conseguenze, per giustificare la ripetizione non innocua degli errori dei
suoi contemporanei" (Annali dell’Istituto G. Feltrinelli, a. XV,
1973, pp. 580, 607). (E. Garin)
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Testo tratto da "Il
movimento operaio italiano" Dizionario biografico 1853-1943 di Franco Andreucci e Tommaso Detti - Editori Riuniti -
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