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Dobbiamo allo storico dell’arte Robert Hedicke,
autore di una sostanziale monografia consacrata all’architetto, ingegnere e scultore
Jaques Du Broeucq (ca 1505-1584), una raccolta delle fonti riguardanti l’attività di
questa eminente personalità del Rinascimento nei Paesi Bassi, che fu, fra l’altro,
il maestro del famoso Giambologna. I documenti, per lo più dei contratti e dei conti, ci
permettono di seguire le principali tappe della carriera del Du Broeucq, e ci fanno pure
conoscere parecchi artisti, artigiani, operai coinvolti nei vari lavori di cui fu
incaricato. La mostra dedicata, pochi anni fa, al Du Broeucq, diede lo spunto ad una
rilettura dei predetti testi. A più riprese viene menzionato un tale Luc Lange, ogni
volta, o quasi, che si trattava di statue ispirate all’antico o di copie di opere
antiche in luogo dello stesso du Broeucq, tutto sommato poco sensibile all’arte
romana. Luc Lange, che chiameremo oramai col suo nome italiano, Luca Lancia, arrivò a
Binche (Belgio, provincia di Hainaut) (fig. 2) nel 1550 e vi si trattenne sino alla morte, nel 1553. Il suo monumento
funerario, un obelisco alquanto tarchiato poggiante su un dado (foto 3), fornisce, oltre alla data del
decesso, alcuni indizi che permettono di precisare la sua terra di origine. Una faccia
reca, in caratteri monumentali (con la data in numeri arabi), una breve formula latina dal
sapore anticheggiante (foto 4):
"LVCAS QVIESCIT / LACIA HIC NEA / POLITES – PACEM / PRECARE LECTOR / EIVS
MANIBVS – 1553", cioè "Qui giace Luca Lancia, Napoletano. Lettore, invoca
la pace per i suoi Mani. 1553". Sulla faccia opposta, si vede un testo alquanto più
particolareggiato, in francese, con scrittura gotica (e la data in numeri romani)
(foto 5): "Cy gist Luc Lance comme
humain / qui fut natif de St Germain / du reaulme de Naple venu / par gentz notables chier
tenu / lequel passa le grand destrois / l’an XV LIII (en…le) XIIII jour / Priez
pour (son ame) sans secour", cioè " Qui giace Luc Lance umano nato in San
Germano, dal reame di Napoli venuto, amato da gente perbene, che passò lo stretto grande
nell’anno 1553 (nel mese di… il) giorno quattordicesimo. Pregate per
l’anima sua senza conforto". San Germano nel reame di Napoli, è l’attuale
Cassino appiè di Montecassino: fondata nell’856, San Germano sostituisce
l’antica Casinum, allora abbandonata. Nel 1863, fu ribattezzata e ritrovò un nome
derivato dall’antico: Cassino. Conosciamo adesso il paese e il patronimico del nostro
Luca. Il suo nome, Lancia, è stato tradotto letteralmente in Lance: lo stemma parlante
che si vede sulla terza faccia del dado del monumento, uno scudo con tre ferri di lancia
rovesciati in pallo e allineati in fascia (foto 1), ne dà una conferma indiscutibile. Cercando allora se, per caso, siano
attestati altri Lancia nell’Italia della fine del Quattrocento e del principio del
Cinquecento, ci incontriamo con una famiglia di scultori operosa a Carrara, in diversi
centri del reame di Napoli ed a Venezia. Un certo Luca, oriundo sia da Carrara, sia da
Napoli, lavorava a Napoli nel 1474, a Carrara nel 1490. Suo figlio, Bernardino, nato a
"S. Elia nell’abbazia di San Germano", stava, pure lui, in Carrara nel
1490. Un altro Luca poi, forse un figlio di Bernardino, è segnalato fra gli allievi del
Sansovino dal Vasari e un documento menzionava nel 1537 un "Luca scultor" nello
studio del maestro. A dir il vero, sarei disposto a riconnettere il nostro Luca a questa
casata, e le coincidenze geografiche e cronologiche sembrano convalidare tale ipotesi.
Sarebbe per giunta lo stesso discepolo del Sansovino? Nessun argomento ostacola, ma le
prove fanno difetto. Bisognerebbe cercare nei depositi di archivi (ma cosa sopravvive a
Cassino?) se esiste qualche conferma a questa congettura. Sarebbe azzardato inferire dagli
innegabili raffronti fra la Resurrezione del Du Broeucq (Mons, Belgio, chiesa collegiale
Sainte-Waudru, ambone) e quella, contemporanea del Sansovino (Venezia, basilica di san
Marco, porta della sacrestia), che, durante il suo viaggio in Italia (ca 1530-1535), il Du
Broeucq soggiornasse in Venezia, visitasse lo studio del Sansovino e vi distinguesse il
giovane Luca Lancia. Checchè ne sia, sappiamo dunque che Luca Lancia arrivò a
Binche,
precisamente il 23 luglio 1550, su richiesta di Maria di Ungheria, reggente dei Paesi
Bassi in nome del fratello Carlo Quinto; lavorò al suo servizio sino alla morte nel 1553,
- salvo che consacrò il secondo semestre del 1552 a riprodurre, a domanda di Jean de
Hennin-Ljétard, signore di Boussu presso Mons (fig.
2), busti di alcune delle statue realizzate dapprima per Maria, - in
veste di "molleur en plattre de figures d’anticqaiges", cioè
"gettatore in gesso di statue all’antica": doveva realizzare, in gesso o in
stucco, ad imitazione di armo, creazioni di cui era forse l’ideatore e, anzitutto,
copie antiche dai cui originali, conservati a Roma, la forma era stata cavata in gesso.
Nessuna delle sue opere, purtroppo, si è conservata. I documenti a disposizione rimangono
muti per quanto riguarda il loro numero e i soggetti, ad eccezione, capitale è vero, del
Nilo e della Cleopatra, di cui tratteremo a momenti. Non sappiamo niente dei "gessi
all’antica" né delle "statue antiche" destinati alle sue residenze di
Maria di Ungheria, a Binche ed a Mariemont, pochi chilometri a est (fig. 2), delle quali Jean de
Hannin-Ljétard ottenne copie delle teste. Ho avanzato l’ipotesi, che – ne
riconosco senz’altro la fragilità, - che dodici delle tredici statue all’antica
per "la saletta alta della regina di Francia" nel palazzo di Maremont, una delle
quali avrebbe rappresentato Venere, avessero dovuto richiamare alla mente di Eleonora,
sorella di Maria e vedova di Francesco I, re di Francia, quei dodici dèi, richiesti dal
re a Benvenuto Cellini per illuminare i festini di Fontainebleau. Dovesse l’ipotesi
cogliere nel segno non sarebbe tuttavia precisare in quale misura fossero creazioni di
Lancia o copie di diversi modelli, fra cui i cinque eseguiti dal Cellini. Ma se può
concordare con Hedicke quando pensa a riproduzioni uscenti dalle forme ricavate a Roma dal
Primaticcio: si oppongono le dimensioni stesse della saletta. Col Nilo e la Cleopatra
destinati ad ornamento del giardino nuovo del palazzo di Binche, ci ritroviamo con
conoscenti. Sebbene siano andate distrutte ambedue le statue, siamo in grado di ritrovarne
gli originali e di seguire in modo assai preciso la loro storia. Il nome della Cleopatra
fa da chiave. Così fu chiamata, sino alla fine del Settecento, una statua di Arianna
addormentata conservata nei Musei Vaticani: dal braccialetto in forma di serpente che
stringe il braccio sinistro è nata l’identificazione con la regina d’Egitto. La
scultura, copia d’epoca romana (secondo quarto del II sec. d.C., alla cerniera dei
regni di Adriano e di Antonino Pio) da un originale pergamento del II sec, a.C., era stata
scoperta a Roma, non si sa precisamente dove, all’inizio del Cinquecento. Passò
dalla collezione Maffei al Vaticano; Giulio II l’integrò ad una fontana decorativa
addossata, nel famoso Cortile del Belvedere dove era pure conservato il grende Nilo con 16
putti ritrovato nel 1513 non lontano dalla chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva:
quest’opera, copia da un originale alessandrino del II sec. a.C. realizzata in epoca
flavia, verosimilmente sotto il regno di Domiziano, ornava l’Iseum et Serapeum in
Campo Marzio. I capolavori esposti nel cortile del Belvedere suscitavano la massima
ammirazione dei visitatori ed eccitavano il loro desiderio di possederne l’immagine.
Non si contano i disegni e le repliche in pieno tondo che ne furono fatti: le prime
riproduzioni in gesso risalgono al pontificato di Paolo III (1534-1549). Fu il caso della
Cleopatra/Arianna e del Nilo, ed il Primaticcio ritenne l’una e l’altro quando
venne a Roma per scegliere sculture da gettare in bronzo a Fontainebleau: l’Arianna
fu formata dal giovane Vignola durante il primo viaggio del Primaticcio, nel 1540, il Nilo
dallo stesso e da Domenico Rincontro al tempo della sua seconda missione nel 1545.
L’Arianna fu effettivamente gettata in bronzo, il Nilo no. Fontainebleau, la
"Nuova Roma", attraeva gli sguardi di tutti e destava invidia nel cuore di molti
potenti. Maria di Ungheria non era insensibile al sogno artistico del suo cognato: volle
che la decorazione del proprio palazzo di Binche non fosse per nulla inferiore a quella
del castello di Francesco I. I getti del Primaticcio non le riuscivano indifferenti.
Diversi studiosi hanno sostenuto che fu invano che cercasse di ottenerne le forme per
mezzo dello scultore Leone Leoni. La corrispondenza fra Leoni ed il suo protettore don
Ferrante Gonzaga, governatore di Milano e quella del Primaticcio con Simon Renard de
Bermond, ambasciatore di Carlo Quinto presso la Corte di Francia, e con Antoine de
Granvelle, vescovo di Arras, dimostra il contrario. Leoni era arrivato a Bruxelles il 21
marzo 1549 ma il clima e la gente gli dispiacquero rapidamente, sicchè suo più caro
desiderio fu di tornare a Milano alla svelta. E mi chiedo se perciò non ricorresse ad un
sotterfugio. Cioè scambiare per così dire il congedo dai Paesi Bassi con la promessa di
alcune opere sospirate dal reggente? Antoine Perrenot de Granvelle (Monsignore
d’Arras) ed egli stesso persuasero Maria d’Ungheria a richiedere le forme
riportate dal Primaticcio e lasciate in abbandono dalla morte di Francesco I, nel 1547. A
mezzo agosto 1549, Leoni faceva presente il buon esito dell’incarico. Però Maria
annunziò allora la sua risoluzione di vedere le sculture gettate in bronzo. Questo
quesito diede un appiglio a Leone Leoni che ne profittò subito, accertando che un tale
lavoro non poteva essere felicemente ultimato altrove che…a Milano. E Leoni pregò
contemporaneamente Ferrante Gonzaga di scrivere a Maria nello stesso senso, promettendole
un’altra serie di bronzi, affinché la sua residenza della Gualtiera divenisse
anch’essa una "Nuova Roma". Nonostante le reticenze di Maria e di
Granvelle, Leoni riuscì ad imporre la sua volontà e lasciò Bruxelles all’inizio di
ottobre. Il proseguimento della corrispondenza dell’artista rimane muto a proposito
dei bronzi destinati a Binche come quelli promessi a Ferrante Gonzaga: malgrado le
proteste di fedeltà e di probità che riempiono le sue lettere, una volta ottenuto il suo
congedo dai Paesi Bassi, Leone Leoni venne meno alla sua parola…Quale fu il destino
delle forme ottenute in Francia? Avrebbero dovuto essere inviate a Milano; abbiamo
tuttavia solidi motivi per credere che non lasciarono Binche, almeno quelle che
costituivano il Nilo e la Cleopatra. Quando Maria ebbe capito che Leone Leoni non stava
per mantenere la promessa, almeno in un prossimo avvenire, fece ricorso, chissà, secondo
un consiglio del Broeucq, a Luca Lancia che gettò in gesso le due sculture fra
l’autunno 1550 e l’estate 1552: ecco almeno l’interpretazione che vorrei
proporre degli avvenimenti. Le fonti citate da Hedicke ci danno, infine, il modo di farci
un’opinione sull’organizzazione del lavoro. Quando arriva a Binche, Luca Lancia
è accompagnato da un aiuto, il cui nome non ci è dato. Dopo di che sono menzionati Elias
Godeffroyt, tagliapietre, incaricato di marcare e di ordinare le forme, compito umile, ma
nondimeno utilissimo, e Toussains Pout(t)rain, scultore in pietra, che doveva riparare,
pulire, lisciare ed integrare i gessi. Luca Lancia riscosse successivamente 798 lire
tornesi e 410 lire e 8 soldi tornesi, 14 e 9 mesi di stipendio e paga, dal 23 luglio 1550
al 22 settembre e 1551 e dal 23 settembre 1551 al 23 giugno 1552; non conosciamo la somma
riscossa nel 1553. Da parte sua, Toussains Poutrain ottenne 36 lire tornesi per più
giorni passati a pulire e lisciare diverse statue all’antica, e 4 lire per 8 giorni
consacrati ad aiutare Lancia per la levigazione del grande Nilo. Du Broeucq pure dové
metter le mani in pasta. Ultimò le tredici statue della "saletta della regina di
Francia" a Mariemont, verosimilmente mentre Lancia stava a Boussu, per 200 lire
tornesi; i suoi due operai e lui ottennero ancora 40 lire per averle trasportate (da
Binche?) a Mariemont, poi messe a posto nella detta sala alta; fu anche pagato per aver
sistemato le nicchie per il Nilo e la Cleopatra (somma non precisata), e ricevette 10 lire
in pagamento di due giorni passati con due operai a collocare dette sculture. Notiamo pure
la menzione dell’uso di rulli per agevolare il trasporto. D’altra parte, un
certo Collart du Moelin, figulinaio, consegnò, per un prezzo non precisato da
Hedicke,
articoli destinati, sembra, a migliorare le qualità di resistenza e l’apparenza dei
gessi. Ecco le informazioni che si possono spigolare attorno a Luca Lancia. Forse la
rilettura, o la lettura, dei documenti d’archivio conservati nel Belgio ed in Italia
consentirebbe di mandar avanti la ricerca. L’antiquista che sono augura ardentemente
che uno storico del Rinascimento vi consacrasse un po’ del suo tempo.
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Pianta
(fig 2)

Particolare
(foto 1)

Monumento
Funerario
(foto 3)

Iscrizione latina
(foto 4)

Iscrizione rancese
(foto 5)
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