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7 settembre 2010
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Luca Lancia

Dobbiamo allo storico dell’arte Robert Hedicke, autore di una sostanziale monografia consacrata all’architetto, ingegnere e scultore Jaques Du Broeucq (ca 1505-1584), una raccolta delle fonti riguardanti l’attività di questa eminente personalità del Rinascimento nei Paesi Bassi, che fu, fra l’altro, il maestro del famoso Giambologna. I documenti, per lo più dei contratti e dei conti, ci permettono di seguire le principali tappe della carriera del Du Broeucq, e ci fanno pure conoscere parecchi artisti, artigiani, operai coinvolti nei vari lavori di cui fu incaricato. La mostra dedicata, pochi anni fa, al Du Broeucq, diede lo spunto ad una rilettura dei predetti testi. A più riprese viene menzionato un tale Luc Lange, ogni volta, o quasi, che si trattava di statue ispirate all’antico o di copie di opere antiche in luogo dello stesso du Broeucq, tutto sommato poco sensibile all’arte romana. Luc Lange, che chiameremo oramai col suo nome italiano, Luca Lancia, arrivò a Binche (Belgio, provincia di Hainaut) (fig. 2) nel 1550 e vi si trattenne sino alla morte, nel 1553. Il suo monumento funerario, un obelisco alquanto tarchiato poggiante su un dado (foto 3), fornisce, oltre alla data del decesso, alcuni indizi che permettono di precisare la sua terra di origine. Una faccia reca, in caratteri monumentali (con la data in numeri arabi), una breve formula latina dal sapore anticheggiante (foto 4): "LVCAS QVIESCIT / LACIA HIC NEA / POLITES – PACEM / PRECARE LECTOR / EIVS MANIBVS – 1553", cioè "Qui giace Luca Lancia, Napoletano. Lettore, invoca la pace per i suoi Mani. 1553". Sulla faccia opposta, si vede un testo alquanto più particolareggiato, in francese, con scrittura gotica (e la data in numeri romani) (foto 5): "Cy gist Luc Lance comme humain / qui fut natif de St Germain / du reaulme de Naple venu / par gentz notables chier tenu / lequel passa le grand destrois / l’an XV LIII (en…le) XIIII jour / Priez pour (son ame) sans secour", cioè " Qui giace Luc Lance umano nato in San Germano, dal reame di Napoli venuto, amato da gente perbene, che passò lo stretto grande nell’anno 1553 (nel mese di… il) giorno quattordicesimo. Pregate per l’anima sua senza conforto". San Germano nel reame di Napoli, è l’attuale Cassino appiè di Montecassino: fondata nell’856, San Germano sostituisce l’antica Casinum, allora abbandonata. Nel 1863, fu ribattezzata e ritrovò un nome derivato dall’antico: Cassino. Conosciamo adesso il paese e il patronimico del nostro Luca. Il suo nome, Lancia, è stato tradotto letteralmente in Lance: lo stemma parlante che si vede sulla terza faccia del dado del monumento, uno scudo con tre ferri di lancia rovesciati in pallo e allineati in fascia (foto 1), ne dà una conferma indiscutibile. Cercando allora se, per caso, siano attestati altri Lancia nell’Italia della fine del Quattrocento e del principio del Cinquecento, ci incontriamo con una famiglia di scultori operosa a Carrara, in diversi centri del reame di Napoli ed a Venezia. Un certo Luca, oriundo sia da Carrara, sia da Napoli, lavorava a Napoli nel 1474, a Carrara nel 1490. Suo figlio, Bernardino, nato a "S. Elia nell’abbazia di San Germano", stava, pure lui, in Carrara nel 1490. Un altro Luca poi, forse un figlio di Bernardino, è segnalato fra gli allievi del Sansovino dal Vasari e un documento menzionava nel 1537 un "Luca scultor" nello studio del maestro. A dir il vero, sarei disposto a riconnettere il nostro Luca a questa casata, e le coincidenze geografiche e cronologiche sembrano convalidare tale ipotesi. Sarebbe per giunta lo stesso discepolo del Sansovino? Nessun argomento ostacola, ma le prove fanno difetto. Bisognerebbe cercare nei depositi di archivi (ma cosa sopravvive a Cassino?) se esiste qualche conferma a questa congettura. Sarebbe azzardato inferire dagli innegabili raffronti fra la Resurrezione del Du Broeucq (Mons, Belgio, chiesa collegiale Sainte-Waudru, ambone) e quella, contemporanea del Sansovino (Venezia, basilica di san Marco, porta della sacrestia), che, durante il suo viaggio in Italia (ca 1530-1535), il Du Broeucq soggiornasse in Venezia, visitasse lo studio del Sansovino e vi distinguesse il giovane Luca Lancia. Checchè ne sia, sappiamo dunque che Luca Lancia arrivò a Binche, precisamente il 23 luglio 1550, su richiesta di Maria di Ungheria, reggente dei Paesi Bassi in nome del fratello Carlo Quinto; lavorò al suo servizio sino alla morte nel 1553, - salvo che consacrò il secondo semestre del 1552 a riprodurre, a domanda di Jean de Hennin-Ljétard, signore di Boussu presso Mons (fig. 2), busti di alcune delle statue realizzate dapprima per Maria, - in veste di "molleur en plattre de figures d’anticqaiges", cioè "gettatore in gesso di statue all’antica": doveva realizzare, in gesso o in stucco, ad imitazione di armo, creazioni di cui era forse l’ideatore e, anzitutto, copie antiche dai cui originali, conservati a Roma, la forma era stata cavata in gesso. Nessuna delle sue opere, purtroppo, si è conservata. I documenti a disposizione rimangono muti per quanto riguarda il loro numero e i soggetti, ad eccezione, capitale è vero, del Nilo e della Cleopatra, di cui tratteremo a momenti. Non sappiamo niente dei "gessi all’antica" né delle "statue antiche" destinati alle sue residenze di Maria di Ungheria, a Binche ed a Mariemont, pochi chilometri a est (fig. 2), delle quali Jean de Hannin-Ljétard ottenne copie delle teste. Ho avanzato l’ipotesi, che – ne riconosco senz’altro la fragilità, - che dodici delle tredici statue all’antica per "la saletta alta della regina di Francia" nel palazzo di Maremont, una delle quali avrebbe rappresentato Venere, avessero dovuto richiamare alla mente di Eleonora, sorella di Maria e vedova di Francesco I, re di Francia, quei dodici dèi, richiesti dal re a Benvenuto Cellini per illuminare i festini di Fontainebleau. Dovesse l’ipotesi cogliere nel segno non sarebbe tuttavia precisare in quale misura fossero creazioni di Lancia o copie di diversi modelli, fra cui i cinque eseguiti dal Cellini. Ma se può concordare con Hedicke quando pensa a riproduzioni uscenti dalle forme ricavate a Roma dal Primaticcio: si oppongono le dimensioni stesse della saletta. Col Nilo e la Cleopatra destinati ad ornamento del giardino nuovo del palazzo di Binche, ci ritroviamo con conoscenti. Sebbene siano andate distrutte ambedue le statue, siamo in grado di ritrovarne gli originali e di seguire in modo assai preciso la loro storia. Il nome della Cleopatra fa da chiave. Così fu chiamata, sino alla fine del Settecento, una statua di Arianna addormentata conservata nei Musei Vaticani: dal braccialetto in forma di serpente che stringe il braccio sinistro è nata l’identificazione con la regina d’Egitto. La scultura, copia d’epoca romana (secondo quarto del II sec. d.C., alla cerniera dei regni di Adriano e di Antonino Pio) da un originale pergamento del II sec, a.C., era stata scoperta a Roma, non si sa precisamente dove, all’inizio del Cinquecento. Passò dalla collezione Maffei al Vaticano; Giulio II l’integrò ad una fontana decorativa addossata, nel famoso Cortile del Belvedere dove era pure conservato il grende Nilo con 16 putti ritrovato nel 1513 non lontano dalla chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva: quest’opera, copia da un originale alessandrino del II sec. a.C. realizzata in epoca flavia, verosimilmente sotto il regno di Domiziano, ornava l’Iseum et Serapeum in Campo Marzio. I capolavori esposti nel cortile del Belvedere suscitavano la massima ammirazione dei visitatori ed eccitavano il loro desiderio di possederne l’immagine. Non si contano i disegni e le repliche in pieno tondo che ne furono fatti: le prime riproduzioni in gesso risalgono al pontificato di Paolo III (1534-1549). Fu il caso della Cleopatra/Arianna e del Nilo, ed il Primaticcio ritenne l’una e l’altro quando venne a Roma per scegliere sculture da gettare in bronzo a Fontainebleau: l’Arianna fu formata dal giovane Vignola durante il primo viaggio del Primaticcio, nel 1540, il Nilo dallo stesso e da Domenico Rincontro al tempo della sua seconda missione nel 1545. L’Arianna fu effettivamente gettata in bronzo, il Nilo no. Fontainebleau, la "Nuova Roma", attraeva gli sguardi di tutti e destava invidia nel cuore di molti potenti. Maria di Ungheria non era insensibile al sogno artistico del suo cognato: volle che la decorazione del proprio palazzo di Binche non fosse per nulla inferiore a quella del castello di Francesco I. I getti del Primaticcio non le riuscivano indifferenti. Diversi studiosi hanno sostenuto che fu invano che cercasse di ottenerne le forme per mezzo dello scultore Leone Leoni. La corrispondenza fra Leoni ed il suo protettore don Ferrante Gonzaga, governatore di Milano e quella del Primaticcio con Simon Renard de Bermond, ambasciatore di Carlo Quinto presso la Corte di Francia, e con Antoine de Granvelle, vescovo di Arras, dimostra il contrario. Leoni era arrivato a Bruxelles il 21 marzo 1549 ma il clima e la gente gli dispiacquero rapidamente, sicchè suo più caro desiderio fu di tornare a Milano alla svelta. E mi chiedo se perciò non ricorresse ad un sotterfugio. Cioè scambiare per così dire il congedo dai Paesi Bassi con la promessa di alcune opere sospirate dal reggente? Antoine Perrenot de Granvelle (Monsignore d’Arras) ed egli stesso persuasero Maria d’Ungheria a richiedere le forme riportate dal Primaticcio e lasciate in abbandono dalla morte di Francesco I, nel 1547. A mezzo agosto 1549, Leoni faceva presente il buon esito dell’incarico. Però Maria annunziò allora la sua risoluzione di vedere le sculture gettate in bronzo. Questo quesito diede un appiglio a Leone Leoni che ne profittò subito, accertando che un tale lavoro non poteva essere felicemente ultimato altrove che…a Milano. E Leoni pregò contemporaneamente Ferrante Gonzaga di scrivere a Maria nello stesso senso, promettendole un’altra serie di bronzi, affinché la sua residenza della Gualtiera divenisse anch’essa una "Nuova Roma". Nonostante le reticenze di Maria e di Granvelle, Leoni riuscì ad imporre la sua volontà e lasciò Bruxelles all’inizio di ottobre. Il proseguimento della corrispondenza dell’artista rimane muto a proposito dei bronzi destinati a Binche come quelli promessi a Ferrante Gonzaga: malgrado le proteste di fedeltà e di probità che riempiono le sue lettere, una volta ottenuto il suo congedo dai Paesi Bassi, Leone Leoni venne meno alla sua parola…Quale fu il destino delle forme ottenute in Francia? Avrebbero dovuto essere inviate a Milano; abbiamo tuttavia solidi motivi per credere che non lasciarono Binche, almeno quelle che costituivano il Nilo e la Cleopatra. Quando Maria ebbe capito che Leone Leoni non stava per mantenere la promessa, almeno in un prossimo avvenire, fece ricorso, chissà, secondo un consiglio del Broeucq, a Luca Lancia che gettò in gesso le due sculture fra l’autunno 1550 e l’estate 1552: ecco almeno l’interpretazione che vorrei proporre degli avvenimenti. Le fonti citate da Hedicke ci danno, infine, il modo di farci un’opinione sull’organizzazione del lavoro. Quando arriva a Binche, Luca Lancia è accompagnato da un aiuto, il cui nome non ci è dato. Dopo di che sono menzionati Elias Godeffroyt, tagliapietre, incaricato di marcare e di ordinare le forme, compito umile, ma nondimeno utilissimo, e Toussains Pout(t)rain, scultore in pietra, che doveva riparare, pulire, lisciare ed integrare i gessi. Luca Lancia riscosse successivamente 798 lire tornesi e 410 lire e 8 soldi tornesi, 14 e 9 mesi di stipendio e paga, dal 23 luglio 1550 al 22 settembre e 1551 e dal 23 settembre 1551 al 23 giugno 1552; non conosciamo la somma riscossa nel 1553. Da parte sua, Toussains Poutrain ottenne 36 lire tornesi per più giorni passati a pulire e lisciare diverse statue all’antica, e 4 lire per 8 giorni consacrati ad aiutare Lancia per la levigazione del grande Nilo. Du Broeucq pure dové metter le mani in pasta. Ultimò le tredici statue della "saletta della regina di Francia" a Mariemont, verosimilmente mentre Lancia stava a Boussu, per 200 lire tornesi; i suoi due operai e lui ottennero ancora 40 lire per averle trasportate (da Binche?) a Mariemont, poi messe a posto nella detta sala alta; fu anche pagato per aver sistemato le nicchie per il Nilo e la Cleopatra (somma non precisata), e ricevette 10 lire in pagamento di due giorni passati con due operai a collocare dette sculture. Notiamo pure la menzione dell’uso di rulli per agevolare il trasporto. D’altra parte, un certo Collart du Moelin, figulinaio, consegnò, per un prezzo non precisato da Hedicke, articoli destinati, sembra, a migliorare le qualità di resistenza e l’apparenza dei gessi. Ecco le informazioni che si possono spigolare attorno a Luca Lancia. Forse la rilettura, o la lettura, dei documenti d’archivio conservati nel Belgio ed in Italia consentirebbe di mandar avanti la ricerca. L’antiquista che sono augura ardentemente che uno storico del Rinascimento vi consacrasse un po’ del suo tempo.

Pianta
Pianta
(fig 2)
Particolare
Particolare
(foto 1)
Monumento Funerario
Monumento
Funerario
(foto 3)
Iscrizione latina
Iscrizione latina
(foto 4)
Iscrizione rancese
Iscrizione rancese
(foto 5)

JACQUES DEBERGH - a cura di   Emilio PISTILLI


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