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Sorgono a mezza costa su
una delle propaggini del monte che sovrasta Cassino. La terra e` un calcare conchiglifero
del Cretaceo superiore e vi fioriscono ulivi, querce e cipressi. Per accedere al monte, la
strada compie ampie curve cosi` che la rocca si trova nella seconda svolta. Ancora oggi
queste maestose rovine parlano di un passato glorioso del quale e` ampia testimonianza
nelle antiche cronache. Il primo abate a decretarne la costruzione fu Aligerno
(946-986), determinato a tale impresa dalla volonta` di creare un valido sistema
difensivo. Proprio mentre egli era intento all’esecuzione dei lavori, il gastaldo di Aquino
Atenolfo, non volendo restituire i terreni da lui sottratti alla badia,
l’assali` e lo fece prigioniero prima ancora che la rocca potesse svolgere il suo
ruolo difensivo. Il ruolo determinante della rocca fu intuito anche dall’abate Mansone,
succeduto ad Aligerno, che attorno al mastio centrale fece realizzare varie cinte
di mura difensive. La rocca sorse proprio a difesa di Montecassino. Lo stesso nome
Janula,
impostole da Aligerno, significa in latino piccola porta, ad individuare in essa
la prima porta di accesso al monastero. Tale etimologia sembra preferibile a quella che fa
derivare Janula da Giano, divinita` latina che nella zona aveva avuto un tempio. La rocca
risponde a tutti i requisuti allora richiesti dall’arte della guerra, infatti essa
sorge su di una rupe che, a Nord, scende a picci su un torrente a valle. Scosceso e` il
versante Est, mentre l’accesso e` possibile solo da Ovest, dove sale la strada che
prosegue per Montecassino. "La Rocca Janula e` una delle tante
espressioni del feudalismo ecclesiastico" cosi` afferma Leonardo Paterna
Baldizzi nel suo approfondito studio sulla rocca. Non sempre la fortezza, sorta a
difesa dell’abazia, assolse il suo compito. All’epoca dell’abate Gerardo
(1111-1123), uomo forte e abile nell’arte della guerra, Runegonda vedova di Riccardo
dell’Aquila, duca di Gaeta, volle impadronirsi di alcune terre di San Benedetto
e gli abitanti di San Germano, spesso intolleranti del giogo dell’abate, si unirono
alle truppe d’invasione. Occupata la rocca, i Sangermanesi si disposero a resistere.
Ma Gerardo espugno` la rocca e provvide a restaurarla essendone stata compromessa
la solidita` e da un precedente terremoto (1004) e dalle azioni belliche. Gerardo
amplio` la cinta muraria e fece costruire l’alta torre pentagonale, che ancora
sopravvive, e, ai suoi lati, due torri piu` piccole ad uso di abitazione. Queste
costruzioni, completate da una piccola chiesa, costituivano un baluardo difensivo
imponente e abbastanza ampio da offrire asilo a tutti i monaci in caso di caduta
dell’abazia. L’abate volle la costruzione della torre in travertino e sempre in
travertino le modanature delle finestre, delle feritoie e della porta principale. Le
cronache del XII secolo registrano i seguenti avvenimenti: l’incarcerazione
dell’antipapa Burdino (1121); l’occupazione dei Sangermanesi
rivoltatisi contro l’abate Odorisio, che era stato scomunicato da papa Onorio
II; i terremoti del 1140 e del 1169. Nel 1200 il potentissimo abate Roffredo,
che da Innocenzo II aveva ottenuto il governo del regno normanno, fortifico` la rocca
aggiungendo forse le due torri che proteggono il lato Nord-Ovest. Il complesso veniva
cosi` a costituirsi parte integrante del sistema difensivo di San Germano. Nonostante che
la rocca fosse stata ulteriormente munita dall’abate Atenolfo, un ordine di Federico
II ne imponeva la distruzione. L’imperatore temeva che essa, vista la sua
imprendibilita`, una volta nelle mani del nemico, costitusse una seria minaccia per
l’integrita` dell’impero. Fortunatamente l’abbattimento fu solo parziale,
come dimostrano le sopravvivenze attuali. Non furono abbattute neanche le altre difese
murarie, nonostante un nuovo editto del 1224, grazie ai buoni uffici di due cittadini
sangermanesi, Pietro e Roffredo, entrambi giudici. La rocca, solo due
anni dopo, veniva ricostruita sempre per volere di Federico che, nella lotta
contro papa Gregorio IX, ebbe al suo fianco l’abate Landolfo
unitamente a molti feudatari campani. Per ordine di Federico la rocca fu
governata, in tempi successivi, da un certo Calabrese, dai signori di
Aquino, dal
Gran Maestro Ermanno Salz della casa degli Alemanni; da Fra Leonardo
Cavaliere Teutonico, da Filippo di Citro` Contestabile di Capua e, infine,
fu restituita all’abate Landolfo. Dopo la pace di San Germano tra Federico
e il Papa, il comando fu affidato a Riccardo di Guerra, su incarico di Fra
Leonardo confermato governatore della rocca. Federico ebbe sempre in gran
considerazione la fortezza, tanto che furono chiamati quattro "esperti" perche`
provvedessero alle migliori difese: il milite Jaccono di Pontecorvo, Rainaldo
Pellegrino da Sant’Elia, Ruggiero di Lantenolfo e Raimondo di
Paterno di San Germano. Responsabile dei lavori era gia` ricordato Filippo di
Citro`. Tuttavia i cinque furono rimossi dall’incarico con l’accusa di
appropriazione indebita e dovettero rifondere 100 once d’oro il Citro` e 300
gli altri (1235). Furono eletti castellani: Jacopo di Molino; taruffo di
Capua,
sotto il quale furono realizzati e posizionati vari congegni guerreschi che furono
costruiti dagli stessi Sangermanesi che, allo scopo, sacrificarono il loro legname e i
loro metalli; Guglielmo di Spinosa; Giovanni di Trentenara; Filippo di San Magno.
Questi e` l’ultimo castellano di Rocca Janula citato da Riccardo di San Germano
nella sua cronaca che si arresta al 1243. Nella guerra tra i discendenti di Federico
II,
che era morto nel 1260, e Carlo d’Angio`, chiamato il Italia da papa Clemente
IV, la rocca svolse un ruolo determinante. Manfredi, fidando nella fedelta`
di Riccardo conte di Caserta, aveva ammassato numerose truppe e 2000 Saraceni e 1000
cavalli furono asserragliati dentro la Rocca Janula. Ma il conte di Caserta, giunto a
ceprano al cospetto di Carlo d’Angio`, si consegno` a lui senza combattere.
L’episodio e` citato da Dante, amareggiato per l’ennesimo smacco subito
dal potere civile, nel canto XXVII dell’Inferno: " A Cepran, la dove fu bugiardo
/ ciascun Pugliese…" (vv. 16-17). All’epoca di re Ladislao le
difese furono affidate a Jacopo Stendardo maresciallo di Sicilia. La rocca fu al
centro delle dispute tra la regina Giovanna II e l’abate Pyrro. La
regina, pur avendo restituito al monastero tutte le sue terre, voleva conservare il
dominio della rocca, ma l’abate era determinato ad averne il possesso, tanto da
essere pronto a sborsare 4000 ducati d’oro pur di ottenerlo. Ma l’accordo forse
non fu eseguito perche` Giovanna affido` la Rocca ad Antonio Carafa.
L’abate, tuttavia, ne venne in seguito in possesso e la fece fortificare con altre
cinte murarie e torri in direzione di San Germano. Su una grande torre, fatta innalzare a
ridosso della vecchia cerchia, Pyrro fece collocare lo stemma della sua famiglia,
Tomacelli, coll’iscrizione: " Pyrrus abbas fieri fecit a.D.
MCCCCXVIII". Queste difese givarono a Pyrro solo parzialmente
perche`, pur
rifugiatosi nella rocca per scampare alle truppe di Francesco Blanco inviate dal
Papa, fu costretto a fuggire e fu fatto prigioniero. Al tempo delle guerre tra Alfonso
d’Aragona e Renato d’Angio` per la conquista del Napoletano, la
rocca fu al centro di un episodio di eroismo. San Germano e Rocca Janula erano occupate
dalle truppe di Alfonso mentre Montecassino e i Sangermanesi parteggiavano per Renato
che aveva anche il sostegno del Papa. Una feroce zuffa si accese sotto la rocca tra i
soldati d’Alfonso e i Sangermanesi guidati dal capitano di ventura Riccio.
La rocca fu estrenuamente difesa da un certo Palermo, uomo di corporatura colossale, che
quasi da solo, lanciando pietre, riusci` a far retrocedere gli assalitori. All’epoca
degli abati commendatari le vicende della fortezza si confondono con quelle di
Montecassino (1454-1513). Nel 1522, una sommossa dei Sangermanesi pose nelle loro mani,
sia pure per breve tempo, Rocca Janula. E` questo l’ultimo episodio che vede i
Sangermanesi porsi in modo cruento contro i monaci. Mutando i tempi, mentre le guerre da
locali divenivano sovranazionali, le dispute locali furono affidate alle carte giudiziarie
e non piu` alle armi. Nel 1600 una nuova strada fu costruita per collegare San Germano a
Montecassino e fu realizzata una diramazione per raggiungere piu` comodamente la rocca.
All’epoca di Carlo III di Borbone (1734-53), nel "Catasto
Onciario" Rocca Janula risulta demaniale e la rendita del terreno seminativo ad essa
pertinente e` valutato sei carlini annui. L’essere inclusa in tale elenco indica
chiaramente che essa non era piu` di proprieta` del monastero. Del resto la
"crisi" della rocca era gia` precedente e non solo per la nuova realta` storica
ma per il mutamento dell’arte della guerra che aveva reso tali strutture obsolete.
Infatti, se il mastio e le torri angolari poterono a lungo far fronte
all’artiglieria, la restante parte delle fortificazioni era decisamente vulnerabile.
All’unita` d’Italia la rocca giungeva gravemente compromessa. Solo la zona della
chiesa era ancora abitata da una congregazione laica. Nel 1870, sulla torre eretta
dall’abate Pyrro, fu posta la scritta: "Haes turris munita loco muroque
tenaci / aetatis memorat facta nefanda suae / at nunc versa Dei Sanctae Genitricis in
aedem / ipsius ad cultum tot pia corda movet". Questa torre, protetta dalla natura
del luogo e dal muro gagliardo, ricorda le gesta nefande della sua eta`; ma ora
trasformata in casa della Santa Madre di Dio al culto di essa rivolge tutti i cuori
religiosi. L’epigrafe, col suo messaggio di pace, indicava chiaramente che, mutati i
tempi, il potere religioso sarebbe stato ormai definitivamente solo spirituale. Ai primi
del Novecento, Leonardo Paterna Baldizzi, gia` ricordato come autore di una
esauriente storia della rocca, stendeva un progetto di consolidamento accompagnandolo con
eleganti e puntuali disegni. L’ultimo conflitto segno` ulteriormente la rocca ma i
ruderi superstiti testimoniano ancora dell’antica possanza. Svetta ancora
l’antica torre di Aligerno e parte delle costruzioni attorno ad essa per cui
risultano ben individuabili le antiche tecniche murarie quali i conci irregolari di pietra
calcare originari del monte e i piccoli conci in travertino romano legati con pochissima
malta. Lo spessore delle muraglie richiama eroiche resistenze mentre la vegetazione, che
si insinua tra le crepe e sale su per i muri, fa meditare sull’eterna vanita` delle
opere umane.
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La Rocca Janula:
Planimetria
(da Carettoni 1952)

La Rocca Janula
in una stampa
di Mabillon (1705)

Stampa del primo '900
rappresentante
la Rocca Janula

Stampa del primo '900
rappresentante
la Rocca Janula

La Rocca Janula
prima della
II guerra mondiale

Planimetria della
Rocca Janula
(primo '900)

Rocca Janula oggi

Torre principale

Veduta interna

Porta

Porta

Palle di catapulta

Marchi degli scalpellini
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