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3 settembre 2010
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freccia.gif Percorso dell’Acquedotto
freccia.gif Lunghezza e struttura dell’Acquedotto
freccia.gif Notizie storiche sull’Acquedotto di Cassino
freccia.gif Ruderi sparsi
freccia.gif Acquedotto
freccia.gif Epoca della costruzione dei due Acquedotti
freccia.gif Notizie Topografiche

freccia.gif Rocca Janula
freccia.gif Il restauro

freccia.gif Informazioni Museo
freccia.gif Museo - Sala I
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freccia.gif La statua dell’”EROE”
freccia.gif La 'Domus Romana' di via Montecassino
freccia.gif Scritti inediti di Filippo Ponari



Rocca Janula

Cassino - Stampa dei primi del '900 raffigurante la Rocca Janula
Stampa dei primi del 900 raffigurante la Rocca Janula

Le rovine di Rocca Janula

Sorgono a mezza costa su una delle propaggini del monte che sovrasta Cassino. La terra e` un calcare conchiglifero del Cretaceo superiore e vi fioriscono ulivi, querce e cipressi. Per accedere al monte, la strada compie ampie curve cosi` che la rocca si trova nella seconda svolta. Ancora oggi queste maestose rovine parlano di un passato glorioso del quale e` ampia testimonianza nelle antiche cronache. Il primo abate a decretarne la costruzione fu Aligerno (946-986), determinato a tale impresa dalla volonta` di creare un valido sistema difensivo. Proprio mentre egli era intento all’esecuzione dei lavori, il gastaldo di Aquino Atenolfo, non volendo restituire i terreni da lui sottratti alla badia, l’assali` e lo fece prigioniero prima ancora che la rocca potesse svolgere il suo ruolo difensivo. Il ruolo determinante della rocca fu intuito anche dall’abate Mansone, succeduto ad Aligerno, che attorno al mastio centrale fece realizzare varie cinte di mura difensive. La rocca sorse proprio a difesa di Montecassino. Lo stesso nome Janula, impostole da Aligerno, significa in latino piccola porta, ad individuare in essa la prima porta di accesso al monastero. Tale etimologia sembra preferibile a quella che fa derivare Janula da Giano, divinita` latina che nella zona aveva avuto un tempio. La rocca risponde a tutti i requisuti allora richiesti dall’arte della guerra, infatti essa sorge su di una rupe che, a Nord, scende a picci su un torrente a valle. Scosceso e` il versante Est, mentre l’accesso e` possibile solo da Ovest, dove sale la strada che prosegue per Montecassino. "La Rocca Janula e` una delle tante espressioni del feudalismo ecclesiastico" cosi` afferma Leonardo Paterna Baldizzi nel suo approfondito studio sulla rocca. Non sempre la fortezza, sorta a difesa dell’abazia, assolse il suo compito. All’epoca dell’abate Gerardo (1111-1123), uomo forte e abile nell’arte della guerra, Runegonda vedova di Riccardo dell’Aquila, duca di Gaeta, volle impadronirsi di alcune terre di San Benedetto e gli abitanti di San Germano, spesso intolleranti del giogo dell’abate, si unirono alle truppe d’invasione. Occupata la rocca, i Sangermanesi si disposero a resistere. Ma Gerardo espugno` la rocca e provvide a restaurarla essendone stata compromessa la solidita` e da un precedente terremoto (1004) e dalle azioni belliche. Gerardo amplio` la cinta muraria e fece costruire l’alta torre pentagonale, che ancora sopravvive, e, ai suoi lati, due torri piu` piccole ad uso di abitazione. Queste costruzioni, completate da una piccola chiesa, costituivano un baluardo difensivo imponente e abbastanza ampio da offrire asilo a tutti i monaci in caso di caduta dell’abazia. L’abate volle la costruzione della torre in travertino e sempre in travertino le modanature delle finestre, delle feritoie e della porta principale. Le cronache del XII secolo registrano i seguenti avvenimenti: l’incarcerazione dell’antipapa Burdino (1121); l’occupazione dei Sangermanesi rivoltatisi contro l’abate Odorisio, che era stato scomunicato da papa Onorio II; i terremoti del 1140 e del 1169. Nel 1200 il potentissimo abate Roffredo, che da Innocenzo II aveva ottenuto il governo del regno normanno, fortifico` la rocca aggiungendo forse le due torri che proteggono il lato Nord-Ovest. Il complesso veniva cosi` a costituirsi parte integrante del sistema difensivo di San Germano. Nonostante che la rocca fosse stata ulteriormente munita dall’abate Atenolfo, un ordine di Federico II ne imponeva la distruzione. L’imperatore temeva che essa, vista la sua imprendibilita`, una volta nelle mani del nemico, costitusse una seria minaccia per l’integrita` dell’impero. Fortunatamente l’abbattimento fu solo parziale, come dimostrano le sopravvivenze attuali. Non furono abbattute neanche le altre difese murarie, nonostante un nuovo editto del 1224, grazie ai buoni uffici di due cittadini sangermanesi, Pietro e Roffredo, entrambi giudici. La rocca, solo due anni dopo, veniva ricostruita sempre per volere di Federico che, nella lotta contro papa Gregorio IX, ebbe al suo fianco l’abate Landolfo unitamente a molti feudatari campani. Per ordine di Federico la rocca fu governata, in tempi successivi, da un certo Calabrese, dai signori di Aquino, dal Gran Maestro Ermanno Salz della casa degli Alemanni; da Fra Leonardo Cavaliere Teutonico, da Filippo di Citro` Contestabile di Capua e, infine, fu restituita all’abate Landolfo. Dopo la pace di San Germano tra Federico e il Papa, il comando fu affidato a Riccardo di Guerra, su incarico di Fra Leonardo confermato governatore della rocca. Federico ebbe sempre in gran considerazione la fortezza, tanto che furono chiamati quattro "esperti" perche` provvedessero alle migliori difese: il milite Jaccono di Pontecorvo, Rainaldo Pellegrino da Sant’Elia, Ruggiero di Lantenolfo e Raimondo di Paterno di San Germano. Responsabile dei lavori era gia` ricordato Filippo di Citro`. Tuttavia i cinque furono rimossi dall’incarico con l’accusa di appropriazione indebita e dovettero rifondere 100 once d’oro il Citro` e 300 gli altri (1235). Furono eletti castellani: Jacopo di Molino; taruffo di Capua, sotto il quale furono realizzati e posizionati vari congegni guerreschi che furono costruiti dagli stessi Sangermanesi che, allo scopo, sacrificarono il loro legname e i loro metalli; Guglielmo di Spinosa; Giovanni di Trentenara; Filippo di San Magno. Questi e` l’ultimo castellano di Rocca Janula citato da Riccardo di San Germano nella sua cronaca che si arresta al 1243. Nella guerra tra i discendenti di Federico II, che era morto nel 1260, e Carlo d’Angio`, chiamato il Italia da papa Clemente IV, la rocca svolse un ruolo determinante. Manfredi, fidando nella fedelta` di Riccardo conte di Caserta, aveva ammassato numerose truppe e 2000 Saraceni e 1000 cavalli furono asserragliati dentro la Rocca Janula. Ma il conte di Caserta, giunto a ceprano al cospetto di Carlo d’Angio`, si consegno` a lui senza combattere. L’episodio e` citato da Dante, amareggiato per l’ennesimo smacco subito dal potere civile, nel canto XXVII dell’Inferno: " A Cepran, la dove fu bugiardo / ciascun Pugliese…" (vv. 16-17). All’epoca di re Ladislao le difese furono affidate a Jacopo Stendardo maresciallo di Sicilia. La rocca fu al centro delle dispute tra la regina Giovanna II e l’abate Pyrro. La regina, pur avendo restituito al monastero tutte le sue terre, voleva conservare il dominio della rocca, ma l’abate era determinato ad averne il possesso, tanto da essere pronto a sborsare 4000 ducati d’oro pur di ottenerlo. Ma l’accordo forse non fu eseguito perche` Giovanna affido` la Rocca ad Antonio Carafa. L’abate, tuttavia, ne venne in seguito in possesso e la fece fortificare con altre cinte murarie e torri in direzione di San Germano. Su una grande torre, fatta innalzare a ridosso della vecchia cerchia, Pyrro fece collocare lo stemma della sua famiglia, Tomacelli, coll’iscrizione: " Pyrrus abbas fieri fecit a.D. MCCCCXVIII". Queste difese givarono a Pyrro solo parzialmente perche`, pur rifugiatosi nella rocca per scampare alle truppe di Francesco Blanco inviate dal Papa, fu costretto a fuggire e fu fatto prigioniero. Al tempo delle guerre tra Alfonso d’Aragona e Renato d’Angio` per la conquista del Napoletano, la rocca fu al centro di un episodio di eroismo. San Germano e Rocca Janula erano occupate dalle truppe di Alfonso mentre Montecassino e i Sangermanesi parteggiavano per Renato che aveva anche il sostegno del Papa. Una feroce zuffa si accese sotto la rocca tra i soldati d’Alfonso e i Sangermanesi guidati dal capitano di ventura Riccio. La rocca fu estrenuamente difesa da un certo Palermo, uomo di corporatura colossale, che quasi da solo, lanciando pietre, riusci` a far retrocedere gli assalitori. All’epoca degli abati commendatari le vicende della fortezza si confondono con quelle di Montecassino (1454-1513). Nel 1522, una sommossa dei Sangermanesi pose nelle loro mani, sia pure per breve tempo, Rocca Janula. E` questo l’ultimo episodio che vede i Sangermanesi porsi in modo cruento contro i monaci. Mutando i tempi, mentre le guerre da locali divenivano sovranazionali, le dispute locali furono affidate alle carte giudiziarie e non piu` alle armi. Nel 1600 una nuova strada fu costruita per collegare San Germano a Montecassino e fu realizzata una diramazione per raggiungere piu` comodamente la rocca. All’epoca di Carlo III di Borbone (1734-53), nel "Catasto Onciario" Rocca Janula risulta demaniale e la rendita del terreno seminativo ad essa pertinente e` valutato sei carlini annui. L’essere inclusa in tale elenco indica chiaramente che essa non era piu` di proprieta` del monastero. Del resto la "crisi" della rocca era gia` precedente e non solo per la nuova realta` storica ma per il mutamento dell’arte della guerra che aveva reso tali strutture obsolete. Infatti, se il mastio e le torri angolari poterono a lungo far fronte all’artiglieria, la restante parte delle fortificazioni era decisamente vulnerabile. All’unita` d’Italia la rocca giungeva gravemente compromessa. Solo la zona della chiesa era ancora abitata da una congregazione laica. Nel 1870, sulla torre eretta dall’abate Pyrro, fu posta la scritta: "Haes turris munita loco muroque tenaci / aetatis memorat facta nefanda suae / at nunc versa Dei Sanctae Genitricis in aedem / ipsius ad cultum tot pia corda movet". Questa torre, protetta dalla natura del luogo e dal muro gagliardo, ricorda le gesta nefande della sua eta`; ma ora trasformata in casa della Santa Madre di Dio al culto di essa rivolge tutti i cuori religiosi. L’epigrafe, col suo messaggio di pace, indicava chiaramente che, mutati i tempi, il potere religioso sarebbe stato ormai definitivamente solo spirituale. Ai primi del Novecento, Leonardo Paterna Baldizzi, gia` ricordato come autore di una esauriente storia della rocca, stendeva un progetto di consolidamento accompagnandolo con eleganti e puntuali disegni. L’ultimo conflitto segno` ulteriormente la rocca ma i ruderi superstiti testimoniano ancora dell’antica possanza. Svetta ancora l’antica torre di Aligerno e parte delle costruzioni attorno ad essa per cui risultano ben individuabili le antiche tecniche murarie quali i conci irregolari di pietra calcare originari del monte e i piccoli conci in travertino romano legati con pochissima malta. Lo spessore delle muraglie richiama eroiche resistenze mentre la vegetazione, che si insinua tra le crepe e sale su per i muri, fa meditare sull’eterna vanita` delle opere umane.

Planimetria (da Carettoni 1952)
La Rocca Janula:
Planimetria
(da Carettoni 1952)

La Rocca Janula in una stampa di Mabillon (1705)
La Rocca Janula
in una stampa
di Mabillon (1705)

Stampa del primo '900 rappresentante la Rocca Janula
Stampa del primo '900
rappresentante
la Rocca Janula

Stampa del primo '900 rappresentante la Rocca Janula
Stampa del primo '900
rappresentante
la Rocca Janula

La Rocca Janula prima della II guerra mondiale
La Rocca Janula
prima della
II guerra mondiale


Planimetria della
Rocca Janula
(primo '900)

Rocca Janula oggi
Rocca Janula oggi

Torre principale
Torre principale

Veduta interna
Veduta interna

Porta
Porta

Porta
Porta

Palle di catapulta
Palle di catapulta

Marchi degli scalpellini
Marchi degli scalpellini


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