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Località Agnone
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La località Agnone di
Cassino si rivela sempre più
importante per la conoscenza delle origini dell'antica Casinum. Sono in
corso degli scavi, ad opera della Soprintendenza archeologica, sui resti di
quella che potrebbe essere stata una antica villa suburbana: i ritrovamenti,
di non rilevante interesse archeologico, vista la povertà del materiale
edilizio venuto alla luce, hanno invece notevole importanza dal punto di
vista storico-topografico, perché aggiungono qualche altra tessera al
complesso mosaico del tessuto stradale ed urbanistico dell'ager casinas,
la cui fisionomia si è andata radicalmente alterando nel corso di due
millenni, sia a causa delle frequenti alluvioni, sia per l'intervento
massiccio dell'opera dell'uomo. La località Agnone è situata a monte della
confluenza tra il fiume Rapido ed il Gari, a margine delle Terme Varroniane,
oltre la stazione ferroviaria. Si tratta di un'area agricola interessata, da
vari anni, da grandi opere di servizio: depuratore (mai ultimato), impianti
di captazione dell'acquedotto campano, tracciato della superstrada
Sora-Cassino-Formia (che la taglia letteralmente a metà), svincoli
stradali, condotte fognarie. Fu proprio durante la realizzazione di quest'ultimo tipo di manufatto che, nel 1972, vennero alla luce importanti
resti archeologici che segnalarono all'attenzione degli studiosi
l'importanza di quell'area. Lo scavo del 1972 raggiunse la profondità di m.
2,50 e rivelò una stratificazione abbastanza complessa: a circa 30-50 cm.
affiorarono varie tombe del tipo cosiddetto "a cappuccina",
costituite da una struttura a sezione triangolare ottenuta con la
giustapposizione di grossi tegoloni piatti di terracotta; abbondante il
materiale fittile, con ceramica a vernice nera del tipo etrusco-campano e
ceramica sigillata con pregevoli rilievi decorativi; le monete, d'argento,
di bronzo e di rame, delimitarono un periodo che andava dal IV-III sec. a.C.
al III-IV d.C.: le più antiche, sulle quali si potevano leggere scritte
quali SUESANO, TIANUD, CALENO, denotavano gli stretti rapporti commerciali
del territorio con il mondo osco-campano; su una moneta compariva il
galletto di Aquinum; nella parte più a nord dello scavo (verso la ferrovia)
si rilevò una gran quantità di scorie di ferro, il che fece pensare alla
presenza di fornaci o più semplicemente a scorie di forge di maniscalchi;
nella profondità maggiore (oltre due metri) si ritrovò una discreta
quantità di strumenti litici che andavano dal neolitico al paleolitico, ma
non si puó essere certi che quella giacitura fosse primaria perché il
terreno di quello strato era di natura alluvionale1; a lavori ultimati le
ruspe ricoprirono tutto lo scavo. Nel novembre-dicembre del 1988 un nuovo
scasso nel terreno di Agnone (una seconda condotta fognaria accanto alla
prima) rivelò preesistenze di notevole interesse archeologico: strutture
murarie di ambienti artigiani rurali, forse una mansio per il ristoro dei
viaggiatori ed il cambio dei cavalli, un muro rovesciato con un esteso
mosaico di fattura piuttosto grossolana, un tratto di strada basolata, che,
con molta probabilità, andava a collegarsi con il ponte che attraversava il
fiume Gari poco più a valle2; anche questi ritrovamenti furono subito
interrati, ed ora, insieme ai precedenti, rischiano di essere dimenticati,
mentre i rilievi effettuati dai tecnici della Soprintendenza giacciono in
non si sa quale ufficio di Roma, probabilmente destinati, anch'essi, ad
essere sommersi dalla polvere degli archivi statali. L'odierna fase di
scavo, originata da operazioni di sondaggio per conto delle Ferrovie dello
Stato, conferma l'importanza del sito archeologico di Agnone: pare che i
resti murari affiorati alla profondità di poco più di un metro si debbano
attribuire alle fondamenta di una villa (è quanto pensano gli archeologi
addetti allo scavo); lo strato più profondo conserva tracce vistose di un
vasto incendio, il che farebbe supporre che su una precedente villa
distrutta dall'incendio sia stata edificata una seconda e forse una terza;
le monete rinvenute nel sito sono databili al terzo sec. d.C.; i resti del
vasellame sono quasi sempre di uso domestico, con poche tracce di ceramica a
vernice nera e rarissime di aretina; l'area è attraversata in varie
direzioni da un inconsueto numero di canaletti di raccolta delle acque, il
che potrebbe far pensare ad edifici destinati ad officine più che a ville;
ma gli addetti ai lavori ritengono si trattasse di un complesso gioco di
acque di cui si ornava la villa; sul margine occidentale dello scavo si
vedono allineamenti di quattro file di tegoloni: probabilmente tombe a
cappuccina affiancate sulle quali sono stati sovrapposti altri manufatti
edilizi; poco più a nord si legge chiaramente il tracciato di un vano
absidato (larghezza m. 6 circa) rivolto ad occidente: una fontana
monumentale, secondo gli archeologi, ma, visto il livello nettamente
superiore a quello dei ritrovamenti di epoca romana e leggermente inferiore
al piano di campagna, non si puó escludere che si trattasse dei resti
medioevali di una delle tante chiesette rurali di cui è rimasto solo il
nome attraverso l'archivio di Montecassino: è un'ipotesi da esaminare e
verificare. La muratura delle fondamenta è effettuata con riempimento a
sacco, nel quale mi è parso di riconoscere frammenti di laterizi
medioevali; dalla zona dello scavo non è venuto fuori materiale di qualche
valore architettonico, il che conferma i dubbi sull'effettiva esistenza di
una villa. L'area degli scavi è irrimediabilmente interrotta, sul lato
occidentale, da una enorme tubazione dell'acquedotto campano, che ha
provocato un danno irreversibile di grande portata al patrimonio
archeologico cassinate. A circa cento metri di distanza, in direzione delle
Terme, si intravede ancora, tra gli sterpi, la struttura di una tomba a tholos,
con un breve corridoio di accesso, seminterrata, detta volgarmente "la
tomba di Varrone": la sua posizione puó rivelare la prossimità di una
strada antica che seguiva l'andamento dell'attuale stradina che conduce agli
impianti di captazione dell'acquedotto campano: ciò è dimostrato anche dal
ritrovamento di alcuni basoli che avevano proprio quell'andamento nello
scavo del 1972. Le tre fasi degli scavi di Agnone si sono svolte in un
raggio di 50 metri, ma altri resti si segnalano più ad est: dunque si è
autorizzati a ritenere che l'intera area fosse sede di un pagus, abitato per
diversi secoli, e posto su un nodo stradale di rilevante importanza per le
comunicazioni tra il Lazio e la Campania; il compianto Antonio Giannetti
ipotizzò che si trattasse del forum
vetus di cui ci riferiscono le fonti di epoca romana. È certo,
comunque, che la zona andava preservata nel suo insieme con l'imposizione di
vincoli da parte della Soprintendenza: ciò non è stato fatto, ed ora,
oltre alle mastodontiche opere già ricordate, tutta la zona è sovrastata
dall'esteso terrapieno della superstrada, mentre sono previsti ulteriori
sconvolgimenti per la realizzazione degli svincoli stradali, la soppressione
del passaggio a livello ferroviario, la costruzione del nuovo depuratore. Ma
questa città ha ancora qualcuno che ne tuteli gli interessi? È evidente
che la tutela del patrimonio archeologico di Cassino sta a cuore solo a
pochi sprovveduti come il sottoscritto; ma è altrettanto certo che in un
futuro, forse non lontano, i nostri figli, rileggendo queste note e tante
altre precedenti – che sicuramente non andranno perse, a differenza delle
preziose testimonianze che stanno per essere cancellate –, si chiederanno:
ma quale generazione di zotici e inetti amministratori ci ha preceduto?
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di Emilio PISTILLI
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