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I tragici fatti del 1799 a Cassino e Montecassino
La discesa delle truppe franco polacche verso
Napoli tra il dicembre 1798 ed il gennaio 1799 aveva causato molti lutti tra la
popolazione del Cassinate e inenarrabili devastazioni nei paesi e nell'abbazia di
Montecassino ("
la mattina del 30 [dicembre] riferisce un
testimone diretto si sentirono orribili grida e pianti degli abitanti che fuggivano
lasciando deserta la città; e poco dopo
comparvero presso il Seminario i dragoni nemici, con le sciabole alla mano intrise di
sangue, che correvano a briglia sciolta, dopo aver uccisi quelli che incontravano, lungo
la strada maestra conducente a Napoli "). Il 2 gennaio in piazza mercato a S. Germano (l'odierna Cassino) fu piantato
l'albero della libertà, simbolo della repubblica; ma appena il 25 febbraio, dopo il
fallimento della breve Repubblica Partenopea, terminò anche a Cassino l'esperienza
repubblicana. Immediatamente dopo ci fu il ritorno di quelle truppe, frustrate e
inferocite, che nel mese di maggio si diedero al saccheggio, alle devastazioni, agli
stupri ed agli assassini di quella stessa popolazione inerme. Questi fatti ci sono narrati
da mons. Ernesto Jallonghi da Itri nella sua pubblicazione Borbonici e Francesi a
Montecassino (1796-1799), del 1909. Egli
si serve di documenti presenti nell'archivio della badia lasciati da testimoni diretti dei
fatti narrati. Pubblichiamo qui solo uno stralcio relativo ai fatti del 10-12 maggio 1799,
esattamente duecento anni fa, perché non si dimentichi che nella "civile"
Europa i barbari ci sono sempre stati: ma è la guerra che rende barbari!
Il 10 di maggio 8 o 9 mila soldati piombarono a
Cassino col generale Olivieri, il quale, per primo complimento, minacciò l'abate quale
autore e fautore d'insorgenza e chiese, pena la decapitazione, 12 mila ducati. Gli venne
esibito l'ordine di Championnet che i monaci non fossero più molestati per l'avvenire,
giacché tutte le risorse loro erano di fatto esaurite; ma ciò valse solamente a
indispettirlo di più, tanto che un dragone fu messo a dormire nella stessa camera del P.
Abate, per custodirne la persona e tenerla a disposizione del generale. La mattina
seguente, ben per tempo, un ufficiale entrò ad annunziare che tanto lui quanto i suoi
monaci dovevano seguire l'armata per destinazioni ignote; e mentre alcuni di quelli si
nascondevano, e i podagrosi fra i quali C. Lamberti non preoccupati di sé piangevano sul
destino dell'abate, questi si preparava a vista sempre della guardia per la partenza. Dopo
qualche ora di attesa egli faceva atto di uscire, con un servo al quale aveva detto di
seguirlo, quando un altro soldato giungeva a comunicargli che restasse. A quanto dopo
venne a sapersi, probabilmente la concessione di tale libertà era dovuta al fatto che il
servo fedele dell'abate, riuscito a infiltrarsi tra i soldati, aveva pregato la druda del
generale a voler lasciar andare quel vecchio e debole uomo. E la intercessione riuscì: la
donna ebbe anche molte parole d'incoraggiamento per il servo, e disse che si trattava di
terrori apparenti che sarebbero svaniti. Ma s'ignoravano ancora le sorti della badia alle
cui finestre non si vedeva comparire più nessuno, e ciò, passata quest'ultima vicenda di
minacce e di saccheggio, destava le più forti apprensioni ed inquietudini. Invece i
monaci fin dal 10, sentendo echeggiare le cannonate sotto l'immenso mare di nebbia che
quel giorno avvolgeva il piano, avevano preso ciascuno la propria posata, i reliquiari
più preziosi, e i pochi oggetti che potevano, ed erano fuggiti, dopo la messa, su per i
monti. Restarono tre conversi invalidi, il P. Federici, accidentato, e i novizi che
avevano nascosto le cose loro sul soffitto del dormitorio, e che furono col P. Maestro,
indotti a rimanere dall'autorevole parola del Federici stesso, il quale aveva fatto loro
riflettere che i francesi venivano certamente per saccheggiare e non per uccidere. Quando
perciò un'ottantina di soldati col loro superiore si videro giungere presso le porte del
luogo, essi con ogni sicurezza e tranquillità uscirono tutti a incontrarli. L'ufficiale
rispose con la spada al saluto dei Padri e gli altri in buon ordine, a sei a sei, con le
sciabole sulla spalla, diretti verso i religiosi li frugarono nelle tasche, appropriandosi
di ciò che trovavano, anche delle fibbie d'argento. E si gettarono poi al saccheggio e
alla devastazione nelle camere, nella chiesa, nel refettorio, scassinando porte e armadi e
cassetti con i calci dei fucili, rovistando dappertutto, rubando con avidità danaro,
orologi, calamai, abiti, biancherie, posate, delle quali ultime 50 ne furono prese in una
cassa. "Ed entrarono anche nella mia stanza, dice il diarista che seguo. Io fui
pronto ad aprire, ma i soldati scassarono scrivania, armadio e tavolino, e l'ufficiale vi
prese tutto quello che v'era, mentre gli altri saccheggiavano abiti, camicie, scatole,
colletti. Dopo corsero all'Archivio, ma furono tali e tanti i colpi dati alla porta, che
la chiave data dal Federici non poteé più aprire, e uno di quelli sfogò la rabbia
contro un altro giovane monaco, ferendolo alla testa con la spada." Gli ufficiali
vedendo il sangue gliene domandarono la ragione, ma egli, per evitare la compromissione
del soldato, rispose che trattavasi d'una disgrazia. Scassinata la porta, l'archivio
rimase a discrezione dei saccheggiatori. Essi frantumarono tutti i piccoli cassetti per
trovare danaro, sparsero per terra le pergamene, le bruttarono di vino, di lardo, di olio,
di sugna, di sangue di polli e galline uccise da loro quando non servirono ad accendere
fuochi o ad incartucciare salame e baccalà; sicché ne furono cosparsi i pavimenti di tre
o quattro stanze nelle quali si fece la cucina, si mangiò e si prese riposo, e dopo si
trovò un lago di vino. Quante pergamene si smarrissero o andassero ridotte in pezzi non
puó dirsi; ma certo è che molti cassetti rimasero vuoti, nonostante la grandissima
diligenza con la quale i monaci si affrettarono passata la furia devastatrice ad andarle
raccogliendo dall'orto, dalla cucina, dal chiostro, dalla chiesa, dalle stanze. Giacché
dappertutto se ne trovavano disperse, rotte, lorde, sgualcite, fetide. Altre furono
bruciate. Di sicuro vennero a mancare tre o quattro codici preziosi e molti libri e
restarono incomplete delle opere - l'Oudin, per esempio e la Storia dei Duchi di
Gaeta quest'ultima per essere dedicata a Ferdinando IV. Che avrebbero fatto
dell'autore Federici, là presente, se lo avessero conosciuto? E oltre alle spoliazioni e
alle dilapidazioni di ogni genere in chiesa si mangiò sulle mense degli altari, e poi si
profanarono le ostie consacrate, fu fracassata la preziosa custodia del
SS.mo, e calici,
pissidi, ostensori furono derubati; un soldato impose a un novizio di salire sull'organo e
intonò con voce sonora e sacrilega invece d'un salmo la Marsigliese; gli altri vestiti
dei paramenti sacri - chi con una pianeta, chi con una tonacella - fecero un'oscena
processione con torce e libri in mano, e pare che vi portassero anche degli asini. Ma
questi è certo che la notte furono in numero di 20 e più tenuti in chiesa e poi
l'indomani andarono via caricati del bottino, per lo più vasi e fregi d'oro tolti dalle
pianete che si gettavano al fuoco. Il danno sofferto dalla sagrestia assommò
probabilmente a l00 mila ducati. Anche un orologio che segnava la luna, i giorni e le ore,
andò rotto per mano dei soldati che non lasciarono intatte neppure le condutture di
acqua. Un'altra perdita irreparabile fu la pianeta fatta col manto di Consalvo
Cordova. E
più del saccheggio fu disastroso l'incendio. Si levarono cucine in ogni angolo del
monastero, anche nell'archivio e nella libreria che furono salvi solo perché un novizio,
vedendo il fuoco, poté subito correre ad avvertirne il P. Maestro. Il quale, conoscendo
bene il francese, andò a pregare e supplicare un generale che comandasse ai suoi di
spegnere le fiamme, come poco prima aveva loro imposto di non togliere altre canne
dall'organo - il grandioso lavoro del Catarinozzi. I novizi sentirono la fame per quasi
due giorni, e quando il P. Federici scese nel forno lo trovò già tutto occupato da una
cinquantina di soldati che avevano fin'allora mangiato e bevuto altrove, senza
interruzione. Avendo preso un pane bruno, uno di loro fece atto di strapparglielo dalle
mani, ed egli indicò il posto dove se ne conservavano degli altri ed uscì. Ma dopo pochi
passi quel francese gli corse appresso gridando di lasciargli quel pane ed aggiungendo:
vengono a far pure da padroni. Il 12 maggio, segnale di partenza, alla fine. Mangiarono,
bevvero, si ubbriacarono di nuovo e di nuovo gozzovigliarono, ruppero dispettosamente ciò
che trovavasi ad essere uscito incolume dal vandalismo da loro esercitato, e non
lasciarono neppure un vetro alle finestre. Per rimetterli a nuovo ne occorsero 15 mila! In
città, altri orrori e fuoco e saccheggi e profanazione. Rinnovando e superando la
barbarie saracena, nelle case bastonavano, ferivano e ammazzavano senza compassione
vecchi, inabili ed infermi. E la loro sfrenata libidine non solo non perdonò a età
puerili o decrepite che fossero, ma li spinse a commettere su di tutti le più turpi
violenze e scelleratezze. Anche le chiese vennero saccheggiate e contaminate, le statue
prese o mutilate, i quadri sdruciti o trapassati a colpi di fucili e di baionette, le
pissidi e i vasi sacri rubati e disperse le particole. Furono più di 100 o 150 i vecchi
che si trovarono massacrati, tra i quali due sacerdoti. Uno di loro, di santissima vita,
aveva terminata la messa quando vedendo i soldati sfregiare le immagini della Vergine
benignamente pregò di smettere, ma per tutta risposta fu steso morto a terra. Cassino fu
dato alle fiamme e bruciò per tre giorni senza che fosse risparmiato neppure lo stesso
palazzo badiale - anch'esso incendiato - appena gli uffiziali lo lasciavano per partire; e
si dové all'attività meravigliosa di un monaco ottantenne che si diede a gridare al
soccorso, se il fuoco potette isolarsi a tempo (per lo più attaccavano
l'incendio lanciando pezzi di tela grossa impiastrata di materie bituminose, che tenevano
in cannelli di latta. Il ritiro delle Cappuccinelle fu tutto ridotto in cenere, e la
chiesa del Riparo, per metà. e il convento di S. Francesco anche subì gravi danni).
La stessa sorte del saccheggio subirono Cervaro, Piedimonte, e Villa S. Lucia. Nel fuoco appiccato andarono arsi molti libri
dell'università, atti pubblici, protocolli notarili, e un'infinità di opere e carte
d'importanza, che con le case bruciate, incenerite o crollanti e con i cadaveri qua e là
gettati, fucilati o trucidati dalla brutale ferocia nemica, facevano uno spettacolo di
desolazione. L'ultima compagnia che aveva superato in empietà e crudeltà le altre di
prima, era al comando del generale piemontese Rusca. Il quale impietosito forse lui stesso
del massacro e delle atrocità commesse dai suoi soldati mandò gli ufficiali a posta a
minacciare che gli avrebbe puniti quando, al rullo dei tamburi, per la partenza, quelli si
mostravano più accaniti nelle violenze. Egli, ciò nonostante, richiese all'abate 6 muli
per metterli alla bella carrozza che aveva, accompagnando l'ordine con la solita minaccia
di mandare, diversamente, 2 mila uomini a radere al suolo Montecassino. Ma si riuscì a
convincerlo che mancavano, giacché due giorni prima gli altri francesi avevano preso
dalle stalle 25 tra muli e mule, e si poté accontentarlo con 10 vacche. Così finirono
altri 2 giorni di assassinii, mentre l'incendio non erasi estinto ancora del tutto. Non
minori danni si ebbero, ostante da un'orda di ladri e di tristi - dei dintorni - che si
avventarono come cani famelici a rubare i residui sparsi per le stanze del palazzo come
del monastero. Né mancarono tra loro anche i servi stessi del luogo, ai quali era
riuscito più facile ogni furto, conoscendone tutti i ripostigli e tutti i segreti.
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di Emilio PISTILLI
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