Home page
10 settembre 2010
Storia | II Guerra Mondiale | Cultura | Archeologia | Montecassino | Territorio | Info | 
freccia.gif I tragici fatti del 1799 a Cassino e Montecassino
freccia.gif Quando Cassino fu Ducato
freccia.gif 1873: terremoto nella Valle di Comino
freccia.gif Cassino 5 maggio 1903: visita di Vittorio Emanuale III e di Guglielmo II
freccia.gif Cassino 20 giugno 1929: il principe ereditario a Montecassino e Cassino



I tragici fatti del 1799 a Cassino e Montecassino

La discesa delle truppe franco polacche verso Napoli tra il dicembre 1798 ed il gennaio 1799 aveva causato molti lutti tra la popolazione del Cassinate e inenarrabili devastazioni nei paesi e nell'abbazia di Montecassino (" … la mattina del 30 [dicembre] – riferisce un testimone diretto – si sentirono orribili grida e pianti degli abitanti che fuggivano lasciando deserta la città; e poco dopo comparvero presso il Seminario i dragoni nemici, con le sciabole alla mano intrise di sangue, che correvano a briglia sciolta, dopo aver uccisi quelli che incontravano, lungo la strada maestra conducente a Napoli "). Il 2 gennaio in piazza mercato a S. Germano (l'odierna Cassino) fu piantato l'albero della libertà, simbolo della repubblica; ma appena il 25 febbraio, dopo il fallimento della breve Repubblica Partenopea, terminò anche a Cassino l'esperienza repubblicana. Immediatamente dopo ci fu il ritorno di quelle truppe, frustrate e inferocite, che nel mese di maggio si diedero al saccheggio, alle devastazioni, agli stupri ed agli assassini di quella stessa popolazione inerme. Questi fatti ci sono narrati da mons. Ernesto Jallonghi da Itri nella sua pubblicazione Borbonici e Francesi a Montecassino (1796-1799), del 1909. Egli si serve di documenti presenti nell'archivio della badia lasciati da testimoni diretti dei fatti narrati. Pubblichiamo qui solo uno stralcio relativo ai fatti del 10-12 maggio 1799, esattamente duecento anni fa, perché non si dimentichi che nella "civile" Europa i barbari ci sono sempre stati: ma è la guerra che rende barbari!

  • Il 10 di maggio 8 o 9 mila soldati piombarono a Cassino col generale Olivieri, il quale, per primo complimento, minacciò l'abate quale autore e fautore d'insorgenza e chiese, pena la decapitazione, 12 mila ducati. Gli venne esibito l'ordine di Championnet che i monaci non fossero più molestati per l'avvenire, giacché tutte le risorse loro erano di fatto esaurite; ma ciò valse solamente a indispettirlo di più, tanto che un dragone fu messo a dormire nella stessa camera del P. Abate, per custodirne la persona e tenerla a disposizione del generale. La mattina seguente, ben per tempo, un ufficiale entrò ad annunziare che tanto lui quanto i suoi monaci dovevano seguire l'armata per destinazioni ignote; e mentre alcuni di quelli si nascondevano, e i podagrosi fra i quali C. Lamberti non preoccupati di sé piangevano sul destino dell'abate, questi si preparava a vista sempre della guardia per la partenza. Dopo qualche ora di attesa egli faceva atto di uscire, con un servo al quale aveva detto di seguirlo, quando un altro soldato giungeva a comunicargli che restasse. A quanto dopo venne a sapersi, probabilmente la concessione di tale libertà era dovuta al fatto che il servo fedele dell'abate, riuscito a infiltrarsi tra i soldati, aveva pregato la druda del generale a voler lasciar andare quel vecchio e debole uomo. E la intercessione riuscì: la donna ebbe anche molte parole d'incoraggiamento per il servo, e disse che si trattava di terrori apparenti che sarebbero svaniti. Ma s'ignoravano ancora le sorti della badia alle cui finestre non si vedeva comparire più nessuno, e ciò, passata quest'ultima vicenda di minacce e di saccheggio, destava le più forti apprensioni ed inquietudini. Invece i monaci fin dal 10, sentendo echeggiare le cannonate sotto l'immenso mare di nebbia che quel giorno avvolgeva il piano, avevano preso ciascuno la propria posata, i reliquiari più preziosi, e i pochi oggetti che potevano, ed erano fuggiti, dopo la messa, su per i monti. Restarono tre conversi invalidi, il P. Federici, accidentato, e i novizi che avevano nascosto le cose loro sul soffitto del dormitorio, e che furono col P. Maestro, indotti a rimanere dall'autorevole parola del Federici stesso, il quale aveva fatto loro riflettere che i francesi venivano certamente per saccheggiare e non per uccidere. Quando perciò un'ottantina di soldati col loro superiore si videro giungere presso le porte del luogo, essi con ogni sicurezza e tranquillità uscirono tutti a incontrarli. L'ufficiale rispose con la spada al saluto dei Padri e gli altri in buon ordine, a sei a sei, con le sciabole sulla spalla, diretti verso i religiosi li frugarono nelle tasche, appropriandosi di ciò che trovavano, anche delle fibbie d'argento. E si gettarono poi al saccheggio e alla devastazione nelle camere, nella chiesa, nel refettorio, scassinando porte e armadi e cassetti con i calci dei fucili, rovistando dappertutto, rubando con avidità danaro, orologi, calamai, abiti, biancherie, posate, delle quali ultime 50 ne furono prese in una cassa. "Ed entrarono anche nella mia stanza, dice il diarista che seguo. Io fui pronto ad aprire, ma i soldati scassarono scrivania, armadio e tavolino, e l'ufficiale vi prese tutto quello che v'era, mentre gli altri saccheggiavano abiti, camicie, scatole, colletti. Dopo corsero all'Archivio, ma furono tali e tanti i colpi dati alla porta, che la chiave data dal Federici non poteé più aprire, e uno di quelli sfogò la rabbia contro un altro giovane monaco, ferendolo alla testa con la spada." Gli ufficiali vedendo il sangue gliene domandarono la ragione, ma egli, per evitare la compromissione del soldato, rispose che trattavasi d'una disgrazia. Scassinata la porta, l'archivio rimase a discrezione dei saccheggiatori. Essi frantumarono tutti i piccoli cassetti per trovare danaro, sparsero per terra le pergamene, le bruttarono di vino, di lardo, di olio, di sugna, di sangue di polli e galline uccise da loro quando non servirono ad accendere fuochi o ad incartucciare salame e baccalà; sicché ne furono cosparsi i pavimenti di tre o quattro stanze nelle quali si fece la cucina, si mangiò e si prese riposo, e dopo si trovò un lago di vino. Quante pergamene si smarrissero o andassero ridotte in pezzi non puó dirsi; ma certo è che molti cassetti rimasero vuoti, nonostante la grandissima diligenza con la quale i monaci si affrettarono passata la furia devastatrice ad andarle raccogliendo dall'orto, dalla cucina, dal chiostro, dalla chiesa, dalle stanze. Giacché dappertutto se ne trovavano disperse, rotte, lorde, sgualcite, fetide. Altre furono bruciate. Di sicuro vennero a mancare tre o quattro codici preziosi e molti libri e restarono incomplete delle opere - l'Oudin, per esempio e la Storia dei Duchi di Gaeta quest'ultima per essere dedicata a Ferdinando IV. Che avrebbero fatto dell'autore Federici, là presente, se lo avessero conosciuto? E oltre alle spoliazioni e alle dilapidazioni di ogni genere in chiesa si mangiò sulle mense degli altari, e poi si profanarono le ostie consacrate, fu fracassata la preziosa custodia del SS.mo, e calici, pissidi, ostensori furono derubati; un soldato impose a un novizio di salire sull'organo e intonò con voce sonora e sacrilega invece d'un salmo la Marsigliese; gli altri vestiti dei paramenti sacri - chi con una pianeta, chi con una tonacella - fecero un'oscena processione con torce e libri in mano, e pare che vi portassero anche degli asini. Ma questi è certo che la notte furono in numero di 20 e più tenuti in chiesa e poi l'indomani andarono via caricati del bottino, per lo più vasi e fregi d'oro tolti dalle pianete che si gettavano al fuoco. Il danno sofferto dalla sagrestia assommò probabilmente a l00 mila ducati. Anche un orologio che segnava la luna, i giorni e le ore, andò rotto per mano dei soldati che non lasciarono intatte neppure le condutture di acqua. Un'altra perdita irreparabile fu la pianeta fatta col manto di Consalvo Cordova. E più del saccheggio fu disastroso l'incendio. Si levarono cucine in ogni angolo del monastero, anche nell'archivio e nella libreria che furono salvi solo perché un novizio, vedendo il fuoco, poté subito correre ad avvertirne il P. Maestro. Il quale, conoscendo bene il francese, andò a pregare e supplicare un generale che comandasse ai suoi di spegnere le fiamme, come poco prima aveva loro imposto di non togliere altre canne dall'organo - il grandioso lavoro del Catarinozzi. I novizi sentirono la fame per quasi due giorni, e quando il P. Federici scese nel forno lo trovò già tutto occupato da una cinquantina di soldati che avevano fin'allora mangiato e bevuto altrove, senza interruzione. Avendo preso un pane bruno, uno di loro fece atto di strapparglielo dalle mani, ed egli indicò il posto dove se ne conservavano degli altri ed uscì. Ma dopo pochi passi quel francese gli corse appresso gridando di lasciargli quel pane ed aggiungendo: vengono a far pure da padroni. Il 12 maggio, segnale di partenza, alla fine. Mangiarono, bevvero, si ubbriacarono di nuovo e di nuovo gozzovigliarono, ruppero dispettosamente ciò che trovavasi ad essere uscito incolume dal vandalismo da loro esercitato, e non lasciarono neppure un vetro alle finestre. Per rimetterli a nuovo ne occorsero 15 mila! In città, altri orrori e fuoco e saccheggi e profanazione. Rinnovando e superando la barbarie saracena, nelle case bastonavano, ferivano e ammazzavano senza compassione vecchi, inabili ed infermi. E la loro sfrenata libidine non solo non perdonò a età puerili o decrepite che fossero, ma li spinse a commettere su di tutti le più turpi violenze e scelleratezze. Anche le chiese vennero saccheggiate e contaminate, le statue prese o mutilate, i quadri sdruciti o trapassati a colpi di fucili e di baionette, le pissidi e i vasi sacri rubati e disperse le particole. Furono più di 100 o 150 i vecchi che si trovarono massacrati, tra i quali due sacerdoti. Uno di loro, di santissima vita, aveva terminata la messa quando vedendo i soldati sfregiare le immagini della Vergine benignamente pregò di smettere, ma per tutta risposta fu steso morto a terra. Cassino fu dato alle fiamme e bruciò per tre giorni senza che fosse risparmiato neppure lo stesso palazzo badiale - anch'esso incendiato - appena gli uffiziali lo lasciavano per partire; e si dové all'attività meravigliosa di un monaco ottantenne che si diede a gridare al soccorso, se il fuoco potette isolarsi a tempo (per lo più attaccavano l'incendio lanciando pezzi di tela grossa impiastrata di materie bituminose, che tenevano in cannelli di latta. Il ritiro delle Cappuccinelle fu tutto ridotto in cenere, e la chiesa del Riparo, per metà. e il convento di S. Francesco anche subì gravi danni). La stessa sorte del saccheggio subirono Cervaro, Piedimonte, e Villa S. Lucia. Nel fuoco appiccato andarono arsi molti libri dell'università, atti pubblici, protocolli notarili, e un'infinità di opere e carte d'importanza, che con le case bruciate, incenerite o crollanti e con i cadaveri qua e là gettati, fucilati o trucidati dalla brutale ferocia nemica, facevano uno spettacolo di desolazione. L'ultima compagnia che aveva superato in empietà e crudeltà le altre di prima, era al comando del generale piemontese Rusca. Il quale impietosito forse lui stesso del massacro e delle atrocità commesse dai suoi soldati mandò gli ufficiali a posta a minacciare che gli avrebbe puniti quando, al rullo dei tamburi, per la partenza, quelli si mostravano più accaniti nelle violenze. Egli, ciò nonostante, richiese all'abate 6 muli per metterli alla bella carrozza che aveva, accompagnando l'ordine con la solita minaccia di mandare, diversamente, 2 mila uomini a radere al suolo Montecassino. Ma si riuscì a convincerlo che mancavano, giacché due giorni prima gli altri francesi avevano preso dalle stalle 25 tra muli e mule, e si poté accontentarlo con 10 vacche. Così finirono altri 2 giorni di assassinii, mentre l'incendio non erasi estinto ancora del tutto. Non minori danni si ebbero, ostante da un'orda di ladri e di tristi - dei dintorni - che si avventarono come cani famelici a rubare i residui sparsi per le stanze del palazzo come del monastero. Né mancarono tra loro anche i servi stessi del luogo, ai quali era riuscito più facile ogni furto, conoscendone tutti i ripostigli e tutti i segreti.

di Emilio PISTILLI 


Pdf    Versione adatta alla stampa    Invia ad un amico

Inizio Pagina