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24 maggio 2013
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L'altra battaglia di Cassino

L'altra battaglia di Cassino
La malaria in provincia di Frosinone e l'epidemia del 1945 nella bassa Valle del Liri

Nell'autunno del 1945 un gruppo di soldati inglesi, proveniente dal nord dell'Italia e diretto a Napoli per il rientro in patria via mare, sostò per alcune ore presso la stazione ferroviaria di Cassino; la breve sosta, avvenuta nelle prime ore della sera, provocò numerosi casi di malaria tra questi militari.
La zona di Cassino venne dichiarata "proibita" per rischio di malaria, con l'affissione di appositi cartelli come quello fotografato.

 

La malaria in provincia di Frosinone La recrudescenza della trasmissione malarica negli anni 1943-45 interessò gran parte dell’Italia centro meridionale e alcune zone dell’Italia settentrionale (in particolare il Veneto). In provincia di Frosinone un’epidemia di eccezionale gravità colpì soprattutto la bassa valle del Liri, quella zona che va da Ceprano ai confini meridionali della provincia ed è caratterizzata da quote inferiori a 250 m. s.l.m.. Il territorio era da tempo noto per essere soggetto a rischio di trasmissione malarica con epidemie ed endemie da P. vivax (terzana benigna) a cui si aggiungevano introduzioni più o meno frequenti di P. falciparum (terzana maligna). Questa forma più grave di malaria determinava in genere manifestazioni epidemiche focali, ma esistono evidenze storiche di episodi che si sono protratti nel tempo fino ad assumere carattere di endemia. La presenza della terzana benigna ha verosimilmente accompagnato la storia della zona sin dagli antichi insediamenti di Cassino, Interamna e Fregellae. Le condizioni climatiche della valle del Liri in epoca romana erano certamente favorevoli alla diffusione del parassita soprattutto negli ultimi secoli a.C. E’ invece probabile che la penetrazione nello stesso territorio della malaria terzana maligna sia avvenuta successivamente (III-V secolo d.C.) a partire da focolai che inizialmente interessarono località costiere e attraverso un processo di diffusione rallentato da condizioni meno favorevoli alla trasmissione del parassita nelle zone interne della penisola. Documenti storici riferibili con alta probabilità ad epidemie da P. falciparum nelle valli del Liri e del Sacco sono disponibili per i secoli XIV e XV ma è soprattutto la letteratura medica del Settecento e dell’Ottocento che fornisce le indicazioni più precise dell’importanza del problema malarico in queste zone. Numerosi sono i riferimenti a "febbri terzane", "intermittenti" o "palustri", o a "infezioni miasmatiche" e "perniciose periodiche" nelle descrizioni delle epidemie che colpirono con elevata mortalità la regione. Le località che ricorrono più frequentemente sono Cassino, Cervaro, S. Vittore, Aquino, Pontecorvo e Ceprano, straordinariamente coincidenti con le zone che si sarebbero rilevate tra le più malariche durante l’epidemia del 1944-1946. Un periodo di gravi epidemie interessò, ad esempio, la zona di Cassino negli anni 1782-1787. A questo proposito Alfonso Corradi nella sua opera "Annali delle epidemie occorse in Italia" (1876) scrive a pag. 1677 che "la mortalità da parecchi anni andava crescendo e se ne dava colpa ai ristagni di acqua non curati" e in una nota precisa : "Nel 1782 morirono in San Germano 121 persone, nel 1783-84-85-86 i morti furono progressivamente 133, 195, 248, 428 e 221 fino alla metà di settembre 1787". Dati ancora più precisi sono disponibili per la seconda metà dell’Ottocento quando vennero eseguite inchieste epidemiologiche in tutta Italia. Nella carta della malaria pubblicata nel 1882 da Senatore Luigi Torelli le valli del Liri e del Sacco sono indicate come territori a malaria grave e gravissima. Le scoperte di fine Ottocento sui parassiti malarici e sulla trasmissione della malaria attraverso le zanzare Anopheles consentirono di porre le basi scientifiche della moderna lotta antimalarica e progressi notevoli nel controllo della malattia vennero ottenuti anche in provincia di Frosinone. Tuttavia, ancora agli inizi degli anni Trenta veniva registrato un aumento della malaria nella zona di Ceprano dovuto alla creazione di due bacini idroelettrici e alla conseguente estensione di acque stagnanti adatte allo sviluppo delle larve di Anopheles. Nel 1933 l’endemia da P. vivax era grave in tutte le zone limitrofe ai laghi artificiali con numerosi casi a Isoletta, S. Giovanni Incarico, Falvaterra e Ceprano. Diversi casi di malaria perniciosa documentavano la presenza di P. falciparum. L’attività del Comitato Provinciale Antimalarico, che si avvaleva dell’opera del Dott. Roberto Jacovacci, veniva rafforzata notevolmente alla fine degli anni Trenta attraverso la diagnosi e la cura dei malarici e grazie ad una campagna di lotta antianofelica contro le larve per mezzo del larvicida noto come "Verde di Parigi".La campagna, svolta con la diretta consulenza del Prof. Alberto Missiroli, ebbe successo e all’inizio de- gli anni Quaranta la malaria si poteva considerare praticamente eliminata. L’analisi storica dell’andamento della malaria nella valle del Liri consente di mettere in relazione 1’origine degli episodi epidemici e 1’instaurarsi di gravi endemie con due cause principali: introduzione di soggetti infetti provenienti da zone a elevata endemia (paludi Pontine e diverse zone dell’Italia meridionale) a seguito di eventi bellici, migrazioni stagionali per lavori agricoli, ecc.; aumento del numero di zanzare Anopheles dovuto a inondazioni, distruzioni di opere di bonifica, colture risicole, formazione di bacini idroelettrici, con conseguente estensione delle zone di acqua adatte allo sviluppo delle larve.

Acquitrini causati dai bombardamenti
Acquitrini causati
dai bombardamenti
(foto 1)
Abitazioni distrutte
Abitazioni distrutte
(foto 2)
Assistenza domiciliare
Assistenza domiciliare
(foto 3)
Primi trattamenti con "Verde di Parigi"
Primi trattamenti con
"Verde di Parigi"
(foto 4)
Successivamente venne usato il DDT
Successivamente
venne usato il DDT
(foto 5)
Piccolo ospedale di S. Antonino
Piccolo ospedale
di S. Antonino
(foto 6)
Presidio di Monticelli - Esperia -
Presidio di Monticelli
- Esperia -
(foto 8)
Squadre disinfestatrici
Squadre disinfestatrici
(foto 9)
Squadre disinfestatrici
Squadre disinfestatrici
(foto 10)

L’epidemia del 1945 Le condizioni che in passato avevano determinato gli aumenti più rilevanti della trasmissione malarica si verificarono nella valle del Liri alla fine della Seconda Guerra Mondiale ed una serie di drammatiche circostanze che verranno elencate più avanti concorse a fare esplodere una delle piu deva- stanti epidemie di malaria tra quelle osservate in Europa in questo secolo. L’epidemia, nota col nome di Cassino, è datata 1945 in quanto durante quell’anno raggiunse l’intensità massima e fu documentata con dati sufficientemente precisi, ma non v’è dubbio che la situazione era già molto grave nel 1944 e che un significativo aumento dei casi si verific6 fin dal 1943, anche se sottostimato dalle statistiche ufficiali. I drammatici avvenimenti militari e politici di quei due anni non consentirono infatti una valutazione precisa del problema ne tanto meno efficaci provvedimenti. Fu solo dopo il passaggio del fronte che la sanità pubblica si mobilito, prima attraverso 1’opera di alcuni pionieri poi in modo progressivamente più organizzato. Il numero totale dei soggetti colpiti dall’epidemia tra il 1943 e il 1946 e stato s6mato in circa 40.000, oltre il 20%o dei quali con infezioni da P. falciparum. Il nu- mero di morti per malaria non si conosce con precisione ma e da ritenersi non inferiore a 300. I fattori all’origine dell’epidemia e quelli che ne favorirono l’estensione e la gravità furono i seguenti.

1) Abbandono dei lavori agricoli e di manutenzione delle opere di regolazione delle acque superficiali.

2) Allagamenti provocati dalle forze armate tedesche principalmente con azioni specifiche lungo il corso dei fiumi Rapido e Gari.

3) Aumento delle zone idonee allo sviluppo delle larve di Anopheles in seguito ai bombardamenti alleati: in pratica ogni cratere di bomba su terreni con falda freatica superficiale formava una pozza di acqua stagnante ottimale come focolaio larva- le per i vettori di malaria. (foto 1)

4) Introduzione nella zona di numerosi soggetti infetti presenti tra le truppe tedesche, tra i reduci italiani e tra le truppe alleate (in particolare tra i reparti comprendenti soldati nordafricani).

5) Evacuazione o distruzione degli animali domestici (bovini e suini) che rappresentavano gli ospiti preferiti per la suzione del sangue da parte delle specie di Anopheles zoofile e una alternativa frequente anche per le specie più antropofile come An. labranchiae.

6) Distruzione della grande maggioranza delle abitazioni per cui la popolazione sfollata al suo rientro dormiva spesso in ricoveri di fortuna o in case prive di infissi e di qualsiasi protezione verso la puntura della zanzara.(foto 2)

7) Rientro della popolazione sfollata subito dopo il passaggio del fronte e prima che fossero stati riorganizzati i servizi sanitari e attuati interventi profilattici.

8) Assenza di immunità nella popolazione che in maggioranza non era esposta da diversi anni al- 1’infezione ed era in gran parte sfollata in zone non malariche.

9) Difficoltà degli interventi in zona rurale, in particolare per la presenza di terreni minati, per la mancanza di mezzi di trasporto e per la necessità di aggiornare continuamente la localizzazione di nuclei familiari che rientravano anche in località isolate senza segnalare la loro presenza.

Di fronte a questa drammatica situazione la Direzione Generale di Sanità Pubblica chiese nel marzo 1945 la collaborazione dell’Istituto di Malariologia "Ettore Marchiafava" diretto dal Prof. Giuseppe Bastianelli, per i primi accertamenti e per la programmazione degli interventi antimalarici. Venne nominato un Commissario Straordinario del Comitato Provinciale Antimalarico nella persona del Prof. Giulio Raffaele, condirettore dell’Istituto, e il compito di condurre un’inchiesta preliminare fu affidato al Dott. Alberto Coluzzi il quale inizio la sua attività nel maggio 1945 impegnandosi subito nella istituzione di centri di diagnosi e cura a Pontecorvo e a Cassino. Successivamente diresse la campagna antimalarica che porto, già nel 1948, all’interruzione della trasmissione malarica in tutta la provincia. Alberto Coluzzi ha lasciato alcuni appunti che ci permettono di rivivere attraverso il racconto di uno dei protagonisti i momenti salienti di quella che possiamo definire "1’altra battaglia di Cassino", una battaglia per la vita che segno la sconfitta, speriamo definitiva, del parassita malarico. Il racconto parte dalla richiesta della Direzione dell’Istituto di riprendere servizio per "istituire un Centro Studio e di lotta antimalarica in località dell’Italia centromeridionale".

Trasporti difficili e terreni minati «Tra 1’altro mi veniva comunicato: "E indispensabile operare con auto- mezzo di sua proprietà poichè l’Istituto, almeno per il momento, non dispone di mezzi di locomozione". Fu cosi che raggiunsi la valle del Liri con la mia motocicletta e iniziai 1’inchiesta epidemiologica senza alcuna garanzia circa il salario e il rimborso delle spese che avrei affrontato. A molti sembrerà impossibile quanto sto dicendo ma per dare un’idea della drammatica condizione economica in cui versava 1’Istituto in quel periodo, posso aggiungere quanto riferitomi nel corso di una mia visita a Roma per presentare un primo rapporto alla Direzione e per chiedere un aiuto finanziario: un minimo di liquidità era stato ottenuto vendendo ad un macellaio la cella frigorifera utilizzata per conservare i cadaveri.»  «In provincia di Frosinone ebbi la possibilità di essere ospitato temporaneamente presso 1’Ospedale di Pontecorvo dove conobbi 1’Ufficiale Sanitario Dott. Michele Notaro ed altri medici. Ebbi cosi le prime informazioni sull’inizio dell’epidemia di malaria nel giugno 1944. Secondo le disposizioni ricevute, Notaro aveva iniziato la lotta antilarvale con Verde di Parigi nel comune di Pontecorvo e nei comuni limitrofi. Tuttavia, dopo i primi sopralluoghi tra Ceprano ed il confine sud est della Provincia, mi convinsi dell’assoluta impossibilità di una lotta antilarvale efficace. Il trattamento doveva essere eseguito non solo nei settori compresi tra le due linee di difesa che erano state create dai tedeschi, ma anche per circa 10 km in profondità a sudest della I linea Gustav e per la stessa distanza a nord della II linea HitLer-Senger. In tutto questo territorio erano ovunque presenti acque stagnanti che formavano vasti impaludamenti alla confluenza dei fiumi e lungo il corso di questi. Nei punti pianeggianti, buche di bombe con acqua e reticolati di filo spinato, qua e la o in lunghe linee, sbarravano il passaggio; dove questo era possibile, mine di tutti i generi sotto le acque e lungo i sentieri transitabili. In tali condizioni i trattamenti con larvicida potevano essere effettuati solo su una minima parte dei focolai larvali.»

Il primo Centro Antimalarico a Pontecorvo «Durante i primi giorni conobbi anche 1’economa della Maternità e Infanzia di Pontecorvo, Adriana Borghetti. Sola, senza 1’aiuto di personale sanitario ausiliario, faceva del tutto per assistere i neonati di madri indigenti. Con la collaborazione di Notaro e della Borghetti fu possibile organizzare il primo regolare Ambulatorio Antimalarico con Centro Diagnostico. Notaro, Ufficiale Sanitario e medico ben conosciuto, fece in modo di propagandare il piu largamente possibile, anche ai cittadini dei comuni limitrofi, questa nuova istituzione assistenziale ed il giorno 26 maggio 1945 fu esaminato e curato il primo caso di malaria: "S. R. ragazza di anni 17: terzana benigna recidiva". Questo Centro Diagnostico servi per esaminare anche i ricoverati in Ospedale, provenienti da tutta la regione del basso Liri. Pur continuando ad eseguire le mie ispezioni nei vari settori della provincia, al mio rientro, nel pomeriggio o la sera, trovavo pronti per 1’esame i preparati che la Borghetti aveva subito imparato a colorare. In una quindicina di giorni fu anche in grado di riconoscere un plasmodio in goccia spessa. In seguito mi limitai a fare un controllo dei positivi e le insegnai a distinguere le varie forme. In pochissimo tempo Adriana Borghetti fu autonoma.»

Il Centro Antimalarico delle "Baracche" a Cassino «A Cassino avevo preso contatto con 1’Ingegnere Nicola Ferri, del Genio Civile, per la collaborazione riguardante i lavori possibili tendenti ad eliminare i focolai larvali di anofeline. Il Genio Civile in quell’epoca faceva anche costruire delle piccole abitazioni per le famiglie che rientravano a Cassino. Un gruppo di queste costruzioni era sorto in vicinanza del Colosseo, sotto e lungo la via Casilina, e nei primi giorni di luglio a me e al Dott. Filippo Matronola, anziano medico condotto, fu consegnato un piccolo fabbricato di quattro locali a piano terra. Una camera da letto per Matronola, una per me, una stanza da adibire ad ambulatorio ed una per la Signora Anna Ratta, anziana infermiera, inviata dall’Istituto per coadiuvarmi nel lavoro di ambulatorio, prelievi di sangue e terapia antimalarica. Nella mia camera riuscii a sistemare una brandina da campo, un piccolo armadio, una sedia, un sostegno di ferro a tre piedi con incassi per un bacile, una brocca e un piattino portasapone e, vicino alla finestra, un tavolo con il microscopio, 1’apparecchiatura per le ricerche indispensabili ed un lume ad olio.»  «Il giorno 6 luglio potemmo dare inizio al lavoro in questo secondo Centro di diagnosi e cura. Con il sospetto di malaria erano arrivati 10 pazienti a cui fu prelevato il sangue. All’esame risultarono 5 positivi per terzana benigna. Il giorno seguente se ne presentarono 20, di questi 13 risultarono positivi e tre con terzana maligna. La piccola organizzazione funzionava. Io rientravo nel primo pomeriggio per gli esami e per dare un aiuto a Matronola quando accertavamo casi gravi. Ospedalizzare a Pontecorvo comportava molte difficoltà per il trasporto: preferivamo seguirli personalmente a domicilio.» (foto 3)

Trasmissione malarica a Cassino nell’estate del 1945
ERA SUFFICIENTE QUALCHE PUNTURA DI ANOPHELES «La mattina del 14 agosto uscendo dalla mia camera alle "Baracche" vidi sul soffitto del corridoio due anofeline. Chiesi alla Signora Ratta se avesse lasciato aperta la porta o la sua finestra: la sera precedente era rimasta senza sale per cuocere la pasta, lo aveva chiesto ad una vicina della baracca accanto e, per prenderlo, aveva sollevato la zanzariera della finestra dimenticando di richiuderla bene. In nottata si era accorta di essere stata punta da zanzare. Appena alzata ne aveva uccise due piene di sangue. Era stata contraria a profilassarsi e, nella speranza di essere sfuggita all’infezione, preferì aspettare anziché prendere medicamenti. Dal quinto giorno esaminai il suo sangue al mattino e alla sera. Il 22 agosto sopravvenne febbre e 1’esame di sangue ri- ,sult6 positivo per P. vivax.» L’INFEZIONE NON R1SPARMIAVA I MEDICI  «Il giorno 2 settembre 1’Ufficiale Sanitario di Piedimonte S. Germano, Dott. Ernesto Vigliotta, mi mandò a chiamare perchè da qualche giorno si sentiva molto male e da circa 24 ore si era rapidamente aggravato. Lo trovai con febbre, ittero, emoglobinuria. Il sangue risulto positivo per forma mista vivax- falciparum. Prendeva da circa 2-3 mesi chinino in modo saltuario e incompleto. Tentai la cura con acridinici. Il caso si risolse positivamente ed io pensai che era andata proprio bene a lui e a me.» GUAI PER CHI SI FERMAVA QUALCHE ORA A CASSINO «Un episodio interessante accadde verso la fine del1’estate o all’inizio dell’autunno, non ricordo la data. Una mattina si presentò un ufficiale medico inglese e chiese cosa potevamo dirgli della malaria del posto. Presi il registro degli esami del sangue e glielo porsi. Dopo averlo esaminato mi disse: "Questi dati spiegano dei fatti di cui non ci rendevamo ragione". Circa 2000 uomini delle truppe inglesi erano partiti da una località non malarica dell’Italia del nord con un treno diretto a Napoli per essere imbarcati e fare ritorno in patria. Si erano trattenuti qualche giorno a Napoli prima di partire. Durante il viaggio molti di questi uomini ebbero attacchi febbrili che non poterono essere subito diagnosticati. Raggiunta 1’Inghilterra, risulto evidente trattarsi di malaria con numerosi casi di perniciosa. L’ufficiale stava ripercorrendo a ritroso la strada che avevano fatto quegli uomini ed esaminava i posti dove avevano sostato. Alla stazione ferroviaria di Cassino, situata poco più in basso delle nostre baracche, erano rimasti fermi per alcune ore, dopo le ore 20. Nello stesso giorno 1’ufficiale fece mettere lungo la via Casilina ed alla stazione ferroviaria vistosi cartelli con la scritta in inglese:
"MALIGNANT MALARIA – KEEP OUT" ("MALARIA MALIGNA - STARE LONTANI ").»

Vastità dell’epidemia: Ceprano come Cassino «Altro settore della provincia duramente colpito fu quello alla confluenza del Sacco con il Liri. L’Ufficiale Sanitario di Ceprano, Dott. Roberto Jacovacci, gih nel 1944 aveva denunziato 5087 casi e 6470 nel 1945. E’ necessario tenere presente che Ceprano era stato in parte distrutto dai bombardamenti per cui la popolazione, che in passato si aggirava fra i 7500 ed 8000 abitanti, era ridotta. La valutazione dei casi in questi due anni fu solamente clinica. Nel 1946 1’ambulatorio antimalarico diretto da Jacovacci fu dotato anche di centro diagnostico e furono eseguiti 1606 esami di sangue. dei quali 702 furono positivi: per P. vivax 527 (75,1%), per P. falciparum 136 (19,4%) e 39 per forme miste vivax-falciparum (5,6%). Jacovacci mi disse di avere la certezza che dall’anno 1944 all’anno 1946 più del 90% della popolazione dei settori limitrofi al bacino di Ponte Fiume aveva contratto la malaria.»

Il piano di lotta antimalarica del 1946 e qualche polemica «Riassumo a grandi linee cio che ritenni dover richiedere per la lotta antimalarica nell’anno 1946 secondo il piano di lavoro da me consegnato nell’ultima quindicina di novembre dell’anno 1945.

  1. Interruzione della lotta antilarvale.

  2. Lotta con DDT con una previsione di superfici in- terne da trattare pari a mq 7.000.000.

  3. Personale sufficiente per organizzare 10 centri diagnostici e 20 ambulatori antimalarici.

  4. Ottanta profilassatori addetti anche alla ricerca attiva di soggetti a rischio che non si presentava- no ai nostri ambulatori.

  5. Mezzi idonei e suKcienti per organizzare, realizzare e propagandare questi servizi gratuiti.»

  6. «Nel gennaio del 1946 il Medico Provinciale, Dott. Carmine Calvanese, mi convoco nel suo ufficio, a Frosinone, per comunicarmi il piano tecnico-finanziario approvato dall’Alto Commissariato per 1’Igiene e la Sanità (ACIS).

  7. Veniva potenziata la lotta antilarvale con Verde di Parigi (foto 4) ignorando la mia richiesta.

  8. Per 1’assistenza sanitaria veniva concesso un finanziamento corrispondente ad un numero di assunzioni inferiore ad 1/5 di quanto da me richiesto.

  9. Per quanto riguardava la possibilità di avere DDT venivo informato che la provincia di Frosinone non era stata ancora inclusa nel piano di lotta con questo prodotto.

Dissi subito a Calvanese che avrei preso parte al lavoro di assistenza ma mi rifiutavo di partecipare ad uno spreco di risorse per una lotta antilarvale che ritenevo dovesse essere sostituita dagli spruzzamenti con DDT rivelatisi già molto più efficaci negli esperimenti eseguiti dagli americani.» (foto 5)

Il potenziamento dei servizi di diagnosi e cura nel 1946 «Dopo questi accordi di massima, oltre a rafforzare i Centri Antimalarici e gli ambulatori di Pontecorvo e Cassino, mi fu possibile organizzarne altri a S. Pasquale, S. Apollinare, Monticelli (Casa delle Palme) e Ceprano. Quest’ultimo Centro veniva in particolare a potenziare 1’attivita antimalarica gestita anche negli anni precedenti dall’Ufficiale Sanitario Dott. Jacovacci. A ciascuno di questi centri facevano capo due o più addetti alla profilassi, a seconda della difficoltà che presentava il territorio da tenere sotto controllo. Questo personale era dotato di biciclette, di medicamenti per la profilassi o terapia d’urgenza e del necessario per i prelievi. Nella zona loro assegnata dovevano ricercare persone a rischio anche nei ricoveri di fortuna e tra i ruderi, profilassare con acridinici, sorvegliare la terapia prescritta dei casi accertati, intervenire con chinino nelle forme più gravi e segnalarle d’urgenza al medico del posto e a me. Nel tardo pomeriggio i preparati di sangue arrivavano ai centri diagnostici; dovevano essere esaminati in serata o in nottata in maniera che i profilassatori e le assistenti sanitarie avessero la risposta prima di riprendere servizio iI giorno seguente. Per organizzare questi servizi, tra microscopiste, assistenti sanitarie e profilassatori, potei disporre solamente di 18 persone. La Borghetti, che non faceva parte di questo personale, continuò a prestare volontariamente a Ponte- corvo la sua opera. La somma totale dei casi accertati microscopicamente risultò di 9045 individui: 7522 positivi per P. vivax (83,16%), 1258 per P. falciparum ,(13,91%) e 265 forme miste vivax-falciparum (2,93%). Non furono notati casi di quartana.»

Il primo DDT e i problemi per la sua utilizzazione «Intanto venivano fatte ulteriori pressioni da me e dal Medico Provinciale Calvanese per ottenere DDT. Verso la fine di maggio Calvanese mi disse che avevano concesso un piccolo quantitativo di DDT purtroppo insufficiente. Era urgente preparare le soluzioni e provvedere per farle irrorare. Corsi a Frosinone per avere il petrolio; mi furono consegnati i buoni, allora necessari per poterlo ritirare, ma al deposito AGIP seppi che insieme ai buoni dovevano essere versati anche i denari. Nel bilancio del Comitato Antimalarico non c’erano stanziamenti di fondi né per acquisto di petrolio né per fare fronte alle molte altre spese che si sarebbero dovute affrontare. Si telefona al Commissario Straordinario, all’ACIS, all’UNRRA. Da tutti risposte evasive. Dopo qualche giorno di attesa, perdetti la pazienza. Mi avevano dato una vecchia 1100 per il servizio di assistenza: potevo quindi vendere la mia moto; con il ricavato mi riuscì di racimolare la somma necessaria per pagare il petrolio. Feci fare una ricevuta intestata al Comitato Antimalarico e ritirai il petrolio per le soluzioni. Con Calvanese, senza altrui aiuti, cercammo di organizzare i trattamenti. Tuttavia non eravamo preparati e ci mancava la struttura logistica per affrontare il lavoro con questo insetticida. Inoltre la stagione epidemica era già iniziata e, come medico provinciale, Calvanese riceveva continue, pressanti richieste dai numerosi comuni della provincia per avere disinfestazioni. Per aderire a queste richieste e per mancanza di mezzi di trasporto idonei il disinfestante fu irrorato prevalentemente nei centri abitati, anzichè nelle zone rurali in cui sarebbe stato più necessario, e ad una dose insufficiente per mq: g 0,28.»

L’ospedale prefabbricato di S. Antonino «Fortunatamente nel campo assistenziale ricevemmo un aiuto veramente importante che servi a salvare molte vite. Un piccolo ospedale prefabbricato, dono dell’American Relief for Italy, (foto 6) che venne collocato a S. Antonino. Questa località, frazione di Cassino, e in collina, lontana dai vasti focolai larvali presenti allora nella sottostante pianura e facilmente raggiungibile dagli abitanti dei comuni limitrofi molto lontani dal1’Ospedale di Pontecorvo. Nel piccolo ospedale, costituito da due corpi rettangolari, fu possibile attivare due corsie con un totale di 24 posti letto e un certo numero di camerette per ambulatorio, laboratorio e personale addetto all’assistenza. Vicino ad uno dei due corpi suddetti era stato posto un altro piccolo prefabbricato con un ambiente per la cucina, uno per la dispensa ed uno per il personale addetto ai servizi generali. L’Istituto di Malariologia inviò giovane medico, il Dott. Jappelli, con obbligo di residenza sul posto. Il Comitato Antimalarico assunse anche una persona per la cucina e due per le pulizie. A fornire gli alimenti per i malati e per il personale fisso provvide 1’U.N.R.R.A. Le consegne di questo ospedale mi vennero date da Calvanese il 1° luglio l946. Da luglio a dicembre fu possibile ricoverare 275 pazienti. In 228 fu riscontrata malaria: 125 casi di terzana benigna, 93 di terzana maligna e 10 forme miste. Ricoverati per altre malattie: 47 in tutto, soprattutto per febbri tifoidee. Ambulatoriamente furono visitate e curate 1303 persone: 412 per malaria, 855 per altre malattie e 36 per pronto soccorso.»

L’eradicazione della malaria Fin qui il racconto di menti. Tuttavia non eravamo preparati e ci mancava Alberto Coluzzi a cui dobbiamo aggiungere alcune notizie soprattutto relative agli anni 1947 e1948 in cui fu possibile eliminare completamente la malaria dalla provincia di Frosinone. La campagna antimalarica del 1946 venne ancora eseguita in una situazione di emergenza e, in mancanza di DDT, fu giustamente impostata attraverso servizi gratuiti di diagnosi e cura dell’infezione nel tentativo prioritario di evitare l’elevata mortalità verificatasi nel 1944 e in parte nel 1945. Questo lavoro fu organizzato e svolto in modo eccellente e con grande abnegazione da parte del personale sanitario addetto, oltre ogni limite di orario anche notturno e, nonostante i fondi limitati, i risultati furono globalmente molto soddisfacenti. La registrazione di molti casi consentì anche di bloccare tempestivamente un gran numero di recidive all’inizio della stagione di trasmissione successiva. Nel 1947 la strategia antimalarica cambiò notevolmente. Il maggiore sforzo fu infatti rivolto ad un intervento profilattico reso possibile dalla disponibilità di un quantitativo di DDT sufficiente a trattare le zone rurali a più alta trasmissione (quelle in cui si era registrata la grande maggioranza delle infezioni durante il 1946). Di fatto la provincia di Frosinone venne inserita nel piano nazionale quinquennale di lotta antimalarica con DDT attuato a partire dal 1947 dall’ACIS su proposta del Prof. Alberto Missiroli. La campagna antimalarica nel basso Liri conservò tuttavia caratteristiche peculiari derivanti dal precedente impegno nell’organizzazione assistenziale. I servizi di lotta antianofelica vennero centralizzati a Monticelli (Esperia) (foto 8) nella Stazione Sperimentale istituita a Casa delle Palme che aveva operato dal 1946 come centro diagnostico. Vennero creati ampi piazzali per i depositi di insetticida, magazzini e una officina per la riparazione delle pompe utilizzate per gli spruzzamenti. Gli operai addetti seguivano un breve corso di istruzione e ogni mattina partivano con l’attrezzatura, organizzati in squadre di 5-6 uomini (foto 9-10) con un caposquadra responsabile di dirigerli nelle località (in gran parte rurali) le cui abitazioni dovevano essere trattate. Il viaggio fino alla zona veniva compiuto su camion ma i successivi tragitti tra una abitazione e 1’altra si facevano a piedi con pompa in spalla. L’impegno logistico dell’operazione era notevole in quanto occorreva prevedere i rifornimenti di insetticida e il recupero delle squadre alla fine di una giornata lavorativa che superava di regola le otto ore. In media prestarono la loro opera in questa campagna di disinfestazione 40 operai organizzati in 7 squadre. In circa tre mesi (marzo, aprile, maggio) prima de11’inizio della stagione epidemica furono trattati 101.736 vani , per un totale di 4.764.916 mq di superfici interne con una spesa complessiva di lire 7.857.671 al valore del 1947. L’operazione fu ripetuta nel 1948 con piccoli miglioramenti ottenendo la definitiva interruzione della trasmissione. Il primo a scomparire fu il parassita della terzana maligna P. falciparurn mentre qualche caso di terzana benigna {P. vivar) si ebbe fino all’anno 1949, ma si trattava unicamente di recidive. L’ultimo caso da P. vivax venne diagnosticato il 27 maggio 1949 in un neonato di S. Oliva frazione di Pontecorvo (A.P. nato il 23 maggio) infettato per via traasplacentare (malaria congenita) dalla madre che aveva avuto una recidiva durante la gravidanza. La campagna antimalarica organizzata e diretta da Alberto Coluzzi si concluse quindi con un successo assoluto. Il DDT spruzzato sulle pareti interne delle abitazioni e delle stalle privava l’Anopheles di un ambiente ottimale e le zanzare che sopravvivevano all’esterno erano esposte ad ampie escursioni termiche e ad una temperatura media che non ne favoriva la longevità mentre prolungava o arrestava il ciclo del parassita al loro interno. Di fatto venivano destabilizzate le condizioni che assicuravano al parassita la possibilità di trasmissione. A questo si aggiungeva la forte riduzione delle sorgenti di infezione eliminate con il censimento, la cura e la profilassi dei casi di malaria. La campagna antimalarica della bassa valle del Liri, per l’efficacia con cui fu condotta, attirò l’attenzione degli ambienti scientifici internazionali e fu oggetto da parte di numerosi esperti. La rapida soluzione del problema malarico in provincia di Frosinone insieme ai successi ottenuti in altre zone d’Italia ispirò le strategie di eradicazione della malaria che l’Organizzazione Mondiale della Sanità tentò di attuare in tutto il mondo a partire dagli anni ’50. Purtroppo il bilancio di questi interventi non risultò altrettanto positivo in molte zone tropicali (soprattutto in Africa) dove la malaria rappresenta ancora la prima causa di mortalità infantile.

Alberto ColuzziAlberto Coluzzi e la Stazione Sperimentale di Monticelli

La campagna antimalarica del 1945-48 in provincia di Frosinone e indissolubilmente legata al nome di Alberto Coluzzi (1908-1989). Prima di essere chiamato ad organizzare la lotta antimalarica nella bassa valle del Liri, Alberto Coluzzi era stato, dal marzo del 1936, assistente presso gli Ospedali Riuniti di Roma, dove aveva conosciuto Giuseppe Bastianelli, che lo indirizzava verso lo studio della malariologia. A partire dal marzo del 1937, Coluzzi entrava alle dipendenze del Comitato Provinciale Antimalarico di Latina con 1’incarico di tenere la Condotta sussidiaria della zona di Fondi e di dirigere i tre ambulatori antimalarici di Fondi Scalo, Salto di Fondi e Portella in comune di Monte S. Biagio. Dal 28 luglio 1939 passava alle dipendenze dell’Istituto di Malariologia "Ettore Marchiafava" e veniva inviato in Albania dove svolge attività di ricerca, formazione e lotta antimalarica fino al 14 ottobre 1943. Al suo rientro in Italia, Alberto Coluzzi era costretto dalla crisi finanziaria dell’Istituto ad interrompere il lavoro di malariologo, per cui si dedicava, fino ai primi mesi del 1945, alla condotta medica che era stata del padre nel comune di Perugia. Li riceveva 1’invito a riprendere servizio e, nel maggio 1945, iniziava ad organizzare la lotta antimalarica nella bassa valle del Liri. Quando nel 1945 Alberto Coluzzi diede avvio alle prime iniziative antimalariche dell’Istituto di Malariologia in provincia di Frosinone, l’urgenza era eccezionale e la disponibilità di strutture praticamente nulla. Per risolvere rapidamente il problema della mancanza di locali, egli mise a disposizione dei servizi antimalarici, a titolo gratuito, parte della sua abitazione, una grande casa di campagna (Casa delle Palme) a Monticelh (Esperia) acquistata alla fine del 1945 per trasferirvi la famiglia da Perugia. Cosi nasceva la Stazione Sperimentale di Monticelli dell’Istituto di Malariologia "Ettore Marchiafava", che opero nei 3 anni della campagna antimalarica, e negli anni successivi costitui la base operativa per le indagini malariologiche nelle zone del meridione d’Italia e poi in tutta 1’Italia continentale (esclusi il Veneto e la provincia di Latina). L’attività di sorveglianza epidemiologica doveva fornire all’Alto Commissariato per 1’Igiene e la Sanità, negli anni della campagna di eradicazione nazionale della malaria, i dati aggiornati sul rischio di trasmissione, al fine di indirizzare la sospensione o il proseguimento dei trattamenti. Venivano inoltre eseguite inchieste epidemiologiche sull’origine di ciascuno dei pochi casi di malaria residui. Parallelamente a studi epidemiologici, Alberto Coluzzi svolgeva un’attività di ricerca in malariologia ed entomologia medica, organizzando presso la Stazione Sperimentale di Monticelli un laboratorio la cui produttivita scientifica e documentata da numerose pubblicazioni. Nel 1962 veniva nominato Vicedirettore dell’Istituto di Malariologia "Ettore Marchiafava". Nella fase della soppressione dell’Istituto (1965-67) trasferiva 1’attivita e le competenze malariologiche del Laboratorio di Monticelli presso 1’Istituto di Parassitologia dell’Università di Roma "La Sapienza", diretto dal Prof. Ettore Biocca. In questo Istituto otteneva la nomina a Libero Docente in Parassitologia Medica e continuava a svolgere attività scientifica e didattica fino al pensionamento, realizzando diversi studi sulla schistosomiasi e sui flebotomi vettori di leishmaniosi. Alberto Coluzzi e morto il 5 aprile 1989. ed ha avuto sepoltura, secondo la sua volontà, nel cimitero di Monticelli.

Da "L'ALTRA BATTAGLIA DI CASSINO" di Lorenza Marzacora, Gilberto Corbellini e Mario Coluzzi


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