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L'altra battaglia di Cassino
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L'altra
battaglia di Cassino
La malaria in provincia di Frosinone e l'epidemia del 1945 nella bassa Valle del
Liri
Nell'autunno del 1945 un gruppo di
soldati inglesi, proveniente dal nord dell'Italia e diretto a Napoli per il rientro in
patria via mare, sostò per alcune ore presso la stazione ferroviaria di Cassino; la breve
sosta, avvenuta nelle prime ore della sera, provocò numerosi casi di malaria tra questi
militari.
La zona di Cassino venne dichiarata "proibita" per rischio di malaria, con
l'affissione di appositi cartelli come quello fotografato.
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La malaria in provincia di Frosinone La
recrudescenza della trasmissione malarica negli anni 1943-45 interessò gran parte
dellItalia centro meridionale e alcune zone dellItalia settentrionale (in
particolare il Veneto). In provincia di Frosinone unepidemia di eccezionale gravità
colpì soprattutto la bassa valle del Liri, quella zona che va da Ceprano ai confini
meridionali della provincia ed è caratterizzata da quote inferiori a 250 m.
s.l.m.. Il
territorio era da tempo noto per essere soggetto a rischio di trasmissione malarica con
epidemie ed endemie da P. vivax (terzana benigna) a cui si aggiungevano introduzioni più
o meno frequenti di P. falciparum (terzana maligna). Questa forma più grave di malaria
determinava in genere manifestazioni epidemiche focali, ma esistono evidenze storiche di
episodi che si sono protratti nel tempo fino ad assumere carattere di endemia. La presenza
della terzana benigna ha verosimilmente accompagnato la storia della zona sin dagli
antichi insediamenti di Cassino, Interamna e Fregellae. Le condizioni climatiche della
valle del Liri in epoca romana erano certamente favorevoli alla diffusione del parassita
soprattutto negli ultimi secoli a.C. E invece probabile che la penetrazione nello
stesso territorio della malaria terzana maligna sia avvenuta successivamente (III-V secolo
d.C.) a partire da focolai che inizialmente interessarono località costiere e attraverso
un processo di diffusione rallentato da condizioni meno favorevoli alla trasmissione del
parassita nelle zone interne della penisola. Documenti storici riferibili con alta
probabilità ad epidemie da P. falciparum nelle valli del Liri e del Sacco sono
disponibili per i secoli XIV e XV ma è soprattutto la letteratura medica del Settecento e
dellOttocento che fornisce le indicazioni più precise dellimportanza del
problema malarico in queste zone. Numerosi sono i riferimenti a "febbri
terzane", "intermittenti" o "palustri", o a "infezioni
miasmatiche" e "perniciose periodiche" nelle descrizioni delle epidemie che
colpirono con elevata mortalità la regione. Le località che ricorrono più
frequentemente sono Cassino, Cervaro, S. Vittore, Aquino, Pontecorvo e Ceprano,
straordinariamente coincidenti con le zone che si sarebbero rilevate tra le più malariche
durante lepidemia del 1944-1946. Un periodo di gravi epidemie interessò, ad
esempio, la zona di Cassino negli anni 1782-1787. A questo proposito Alfonso Corradi nella
sua opera "Annali delle epidemie occorse in Italia" (1876) scrive a pag. 1677
che "la mortalità da parecchi anni andava crescendo e se ne dava colpa ai ristagni
di acqua non curati" e in una nota precisa : "Nel 1782 morirono in San Germano
121 persone, nel 1783-84-85-86 i morti furono progressivamente 133, 195, 248, 428 e 221
fino alla metà di settembre 1787". Dati ancora più precisi sono disponibili per la
seconda metà dellOttocento quando vennero eseguite inchieste epidemiologiche in
tutta Italia. Nella carta della malaria pubblicata nel 1882 da Senatore Luigi Torelli le
valli del Liri e del Sacco sono indicate come territori a malaria grave e gravissima. Le
scoperte di fine Ottocento sui parassiti malarici e sulla trasmissione della malaria
attraverso le zanzare Anopheles consentirono di porre le basi scientifiche della moderna
lotta antimalarica e progressi notevoli nel controllo della malattia vennero ottenuti
anche in provincia di Frosinone. Tuttavia, ancora agli inizi degli anni Trenta veniva
registrato un aumento della malaria nella zona di Ceprano dovuto alla creazione di due
bacini idroelettrici e alla conseguente estensione di acque stagnanti adatte allo sviluppo
delle larve di Anopheles. Nel 1933 lendemia da P. vivax era grave in tutte le zone
limitrofe ai laghi artificiali con numerosi casi a Isoletta, S. Giovanni Incarico,
Falvaterra e Ceprano. Diversi casi di malaria perniciosa documentavano la presenza di P.
falciparum. Lattività del Comitato Provinciale Antimalarico, che si avvaleva
dellopera del Dott. Roberto Jacovacci, veniva rafforzata notevolmente alla fine
degli anni Trenta attraverso la diagnosi e la cura dei malarici e grazie ad una campagna
di lotta antianofelica contro le larve per mezzo del larvicida noto come "Verde di
Parigi".La campagna, svolta con la diretta consulenza del Prof. Alberto
Missiroli,
ebbe successo e allinizio de- gli anni Quaranta la malaria si poteva considerare
praticamente eliminata. Lanalisi storica dellandamento della malaria nella
valle del Liri consente di mettere in relazione 1origine degli episodi epidemici e
1instaurarsi di gravi endemie con due cause principali: introduzione di soggetti
infetti provenienti da zone a elevata endemia (paludi Pontine e diverse zone
dellItalia meridionale) a seguito di eventi bellici, migrazioni stagionali per
lavori agricoli, ecc.; aumento del numero di zanzare Anopheles dovuto a inondazioni,
distruzioni di opere di bonifica, colture risicole, formazione di bacini idroelettrici,
con conseguente estensione delle zone di acqua adatte allo sviluppo delle larve.
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Acquitrini causati
dai bombardamenti
(foto 1)

Abitazioni distrutte
(foto 2)

Assistenza domiciliare
(foto 3)

Primi trattamenti con
"Verde di Parigi"
(foto 4)

Successivamente
venne usato il DDT
(foto 5)

Piccolo ospedale
di S. Antonino
(foto 6)

Presidio di Monticelli
- Esperia -
(foto 8)

Squadre disinfestatrici
(foto 9)

Squadre disinfestatrici
(foto 10)
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Lepidemia del 1945 Le condizioni che in
passato avevano determinato gli aumenti più rilevanti della trasmissione malarica si
verificarono nella valle del Liri alla fine della Seconda Guerra Mondiale ed una serie di
drammatiche circostanze che verranno elencate più avanti concorse a fare esplodere una
delle piu deva- stanti epidemie di malaria tra quelle osservate in Europa in questo
secolo. Lepidemia, nota col nome di Cassino, è datata 1945 in quanto durante
quellanno raggiunse lintensità massima e fu documentata con dati
sufficientemente precisi, ma non vè dubbio che la situazione era già molto grave
nel 1944 e che un significativo aumento dei casi si verific6 fin dal 1943, anche se
sottostimato dalle statistiche ufficiali. I drammatici avvenimenti militari e politici di
quei due anni non consentirono infatti una valutazione precisa del problema ne tanto meno
efficaci provvedimenti. Fu solo dopo il passaggio del fronte che la sanità pubblica si
mobilito, prima attraverso 1opera di alcuni pionieri poi in modo progressivamente
più organizzato. Il numero totale dei soggetti colpiti dallepidemia tra il 1943 e
il 1946 e stato s6mato in circa 40.000, oltre il 20%o dei quali con infezioni da P.
falciparum. Il nu- mero di morti per malaria non si conosce con precisione ma e da
ritenersi non inferiore a 300. I fattori allorigine dellepidemia e quelli che
ne favorirono lestensione e la gravità furono i seguenti.
1) Abbandono dei lavori agricoli e di
manutenzione delle opere di regolazione delle acque superficiali.
2) Allagamenti provocati dalle forze armate
tedesche principalmente con azioni specifiche lungo il corso dei fiumi Rapido e
Gari.
3) Aumento delle zone idonee allo sviluppo
delle larve di Anopheles in seguito ai bombardamenti alleati: in pratica ogni cratere di
bomba su terreni con falda freatica superficiale formava una pozza di acqua stagnante
ottimale come focolaio larva- le per i vettori di malaria. (foto 1)
4) Introduzione nella zona di numerosi soggetti
infetti presenti tra le truppe tedesche, tra i reduci italiani e tra le truppe alleate (in
particolare tra i reparti comprendenti soldati nordafricani).
5) Evacuazione o distruzione degli animali
domestici (bovini e suini) che rappresentavano gli ospiti preferiti per la suzione del
sangue da parte delle specie di Anopheles zoofile e una alternativa frequente anche per le
specie più antropofile come An. labranchiae.
6) Distruzione della grande maggioranza delle
abitazioni per cui la popolazione sfollata al suo rientro dormiva spesso in ricoveri di
fortuna o in case prive di infissi e di qualsiasi protezione verso la puntura della
zanzara.(foto 2)
7) Rientro della popolazione sfollata subito
dopo il passaggio del fronte e prima che fossero stati riorganizzati i servizi sanitari e
attuati interventi profilattici.
8) Assenza di immunità nella popolazione che
in maggioranza non era esposta da diversi anni al- 1infezione ed era in gran parte
sfollata in zone non malariche.
9) Difficoltà degli interventi in zona rurale,
in particolare per la presenza di terreni minati, per la mancanza di mezzi di trasporto e
per la necessità di aggiornare continuamente la localizzazione di nuclei familiari che
rientravano anche in località isolate senza segnalare la loro presenza.
Di fronte a questa drammatica situazione la Direzione Generale
di Sanità Pubblica chiese nel marzo 1945 la collaborazione dellIstituto di
Malariologia "Ettore Marchiafava" diretto dal Prof. Giuseppe
Bastianelli, per i
primi accertamenti e per la programmazione degli interventi antimalarici. Venne nominato
un Commissario Straordinario del Comitato Provinciale Antimalarico nella persona del Prof.
Giulio Raffaele, condirettore dellIstituto, e il compito di condurre
uninchiesta preliminare fu affidato al Dott. Alberto Coluzzi il quale inizio la sua
attività nel maggio 1945 impegnandosi subito nella istituzione di centri di diagnosi e
cura a Pontecorvo e a Cassino. Successivamente diresse la campagna antimalarica che porto,
già nel 1948, allinterruzione della trasmissione malarica in tutta la provincia.
Alberto Coluzzi ha lasciato alcuni appunti che ci permettono di rivivere attraverso il
racconto di uno dei protagonisti i momenti salienti di quella che possiamo definire
"1altra battaglia di Cassino", una battaglia per la vita che segno la
sconfitta, speriamo definitiva, del parassita malarico. Il racconto parte dalla richiesta
della Direzione dellIstituto di riprendere servizio per "istituire un Centro
Studio e di lotta antimalarica in località dellItalia centromeridionale".
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Trasporti difficili e terreni minati «Tra
1’altro mi veniva comunicato: "E indispensabile operare con auto- mezzo
di sua proprietà poichè l’Istituto, almeno per il momento, non dispone di
mezzi di locomozione". Fu cosi che raggiunsi la valle del Liri con la mia
motocicletta e iniziai 1’inchiesta epidemiologica senza alcuna garanzia circa
il salario e il rimborso delle spese che avrei affrontato. A molti sembrerà
impossibile quanto sto dicendo ma per dare un’idea della drammatica condizione
economica in cui versava 1’Istituto in quel periodo, posso aggiungere quanto
riferitomi nel corso di una mia visita a Roma per presentare un primo rapporto
alla Direzione e per chiedere un aiuto finanziario: un minimo di liquidità era
stato ottenuto vendendo ad un macellaio la cella frigorifera utilizzata per
conservare i cadaveri.» «In provincia di Frosinone ebbi la possibilità
di essere ospitato temporaneamente presso 1’Ospedale di Pontecorvo dove
conobbi 1’Ufficiale Sanitario Dott. Michele Notaro ed altri medici. Ebbi cosi
le prime informazioni sull’inizio dell’epidemia di malaria nel giugno 1944.
Secondo le disposizioni ricevute, Notaro aveva iniziato la lotta antilarvale con
Verde di Parigi nel comune di Pontecorvo e nei comuni limitrofi. Tuttavia, dopo
i primi sopralluoghi tra Ceprano ed il confine sud est della Provincia, mi
convinsi dell’assoluta impossibilità di una lotta antilarvale efficace. Il
trattamento doveva essere eseguito non solo nei settori compresi tra le due
linee di difesa che erano state create dai tedeschi, ma anche per circa 10 km in
profondità a sudest della I linea Gustav e per la stessa distanza a nord della
II linea HitLer-Senger. In tutto questo territorio erano ovunque presenti acque
stagnanti che formavano vasti impaludamenti alla confluenza dei fiumi e lungo il
corso di questi. Nei punti pianeggianti, buche di bombe con acqua e reticolati
di filo spinato, qua e la o in lunghe linee, sbarravano il passaggio; dove
questo era possibile, mine di tutti i generi sotto le acque e lungo i sentieri
transitabili. In tali condizioni i trattamenti con larvicida potevano essere
effettuati solo su una minima parte dei focolai larvali.»
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Il primo Centro Antimalarico a Pontecorvo
«Durante i primi giorni conobbi anche 1’economa della Maternità e Infanzia
di Pontecorvo, Adriana Borghetti. Sola, senza 1’aiuto di personale sanitario
ausiliario, faceva del tutto per assistere i neonati di madri indigenti. Con la
collaborazione di Notaro e della Borghetti fu possibile organizzare il primo
regolare Ambulatorio Antimalarico con Centro Diagnostico. Notaro, Ufficiale
Sanitario e medico ben conosciuto, fece in modo di propagandare il piu
largamente possibile, anche ai cittadini dei comuni limitrofi, questa nuova
istituzione assistenziale ed il giorno 26 maggio 1945 fu esaminato e curato il
primo caso di malaria: "S. R. ragazza di anni 17: terzana benigna
recidiva". Questo Centro Diagnostico servi per esaminare anche i ricoverati
in Ospedale, provenienti da tutta la regione del basso Liri. Pur continuando ad
eseguire le mie ispezioni nei vari settori della provincia, al mio rientro, nel
pomeriggio o la sera, trovavo pronti per 1’esame i preparati che la Borghetti
aveva subito imparato a colorare. In una quindicina di giorni fu anche in grado
di riconoscere un plasmodio in goccia spessa. In seguito mi limitai a fare un
controllo dei positivi e le insegnai a distinguere le varie forme. In pochissimo
tempo Adriana Borghetti fu autonoma.»
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Il Centro Antimalarico delle "Baracche" a
Cassino «A Cassino avevo preso
contatto con 1’Ingegnere Nicola Ferri, del Genio Civile, per la collaborazione
riguardante i lavori possibili tendenti ad eliminare i focolai larvali di
anofeline. Il Genio Civile in quell’epoca faceva anche costruire delle piccole
abitazioni per le famiglie che rientravano a Cassino. Un gruppo di queste
costruzioni era sorto in vicinanza del Colosseo, sotto e lungo la via Casilina,
e nei primi giorni di luglio a me e al Dott. Filippo Matronola, anziano medico
condotto, fu consegnato un piccolo fabbricato di quattro locali a piano terra.
Una camera da letto per Matronola, una per me, una stanza da adibire ad
ambulatorio ed una per la Signora Anna Ratta, anziana infermiera, inviata dall’Istituto
per coadiuvarmi nel lavoro di ambulatorio, prelievi di sangue e terapia
antimalarica. Nella mia camera riuscii a sistemare una brandina da campo, un
piccolo armadio, una sedia, un sostegno di ferro a tre piedi con incassi per un
bacile, una brocca e un piattino portasapone e, vicino alla finestra, un tavolo
con il microscopio, 1’apparecchiatura per le ricerche indispensabili ed un
lume ad olio.» «Il giorno 6 luglio potemmo dare inizio al lavoro in
questo secondo Centro di diagnosi e cura. Con il sospetto di malaria erano
arrivati 10 pazienti a cui fu prelevato il sangue. All’esame risultarono 5
positivi per terzana benigna. Il giorno seguente se ne presentarono 20, di
questi 13 risultarono positivi e tre con terzana maligna. La piccola
organizzazione funzionava. Io rientravo nel primo pomeriggio per gli esami e per
dare un aiuto a Matronola quando accertavamo casi gravi. Ospedalizzare a
Pontecorvo comportava molte difficoltà per il trasporto: preferivamo seguirli
personalmente a domicilio.» (foto 3)
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Trasmissione malarica a Cassino nell’estate
del 1945
ERA SUFFICIENTE QUALCHE PUNTURA DI ANOPHELES «La mattina del 14 agosto uscendo
dalla mia camera alle "Baracche" vidi sul soffitto del corridoio due
anofeline. Chiesi alla Signora Ratta se avesse lasciato aperta la porta o la sua
finestra: la sera precedente era rimasta senza sale per cuocere la pasta, lo
aveva chiesto ad una vicina della baracca accanto e, per prenderlo, aveva
sollevato la zanzariera della finestra dimenticando di richiuderla bene. In
nottata si era accorta di essere stata punta da zanzare. Appena alzata ne aveva
uccise due piene di sangue. Era stata contraria a profilassarsi e, nella
speranza di essere sfuggita all’infezione, preferì aspettare anziché
prendere medicamenti. Dal quinto giorno esaminai il suo sangue al mattino e alla
sera. Il 22 agosto sopravvenne febbre e 1’esame di sangue ri- ,sult6 positivo
per P. vivax.» L’INFEZIONE NON R1SPARMIAVA I MEDICI «Il giorno 2
settembre 1’Ufficiale Sanitario di Piedimonte S. Germano, Dott. Ernesto
Vigliotta, mi mandò a chiamare perchè da qualche giorno si sentiva molto male
e da circa 24 ore si era rapidamente aggravato. Lo trovai con febbre, ittero,
emoglobinuria. Il sangue risulto positivo per forma mista vivax- falciparum.
Prendeva da circa 2-3 mesi chinino in modo saltuario e incompleto. Tentai la
cura con acridinici. Il caso si risolse positivamente ed io pensai che era
andata proprio bene a lui e a me.» GUAI PER CHI SI FERMAVA QUALCHE ORA A
CASSINO «Un episodio interessante accadde verso la fine del1’estate o all’inizio
dell’autunno, non ricordo la data. Una mattina si presentò un ufficiale
medico inglese e chiese cosa potevamo dirgli della malaria del posto. Presi il
registro degli esami del sangue e glielo porsi. Dopo averlo esaminato mi disse:
"Questi dati spiegano dei fatti di cui non ci rendevamo ragione".
Circa 2000 uomini delle truppe inglesi erano partiti da una località non
malarica dell’Italia del nord con un treno diretto a Napoli per essere
imbarcati e fare ritorno in patria. Si erano trattenuti qualche giorno a Napoli
prima di partire. Durante il viaggio molti di questi uomini ebbero attacchi
febbrili che non poterono essere subito diagnosticati. Raggiunta 1’Inghilterra,
risulto evidente trattarsi di malaria con numerosi casi di perniciosa. L’ufficiale
stava ripercorrendo a ritroso la strada che avevano fatto quegli uomini ed
esaminava i posti dove avevano sostato. Alla stazione ferroviaria di Cassino,
situata poco più in basso delle nostre baracche, erano rimasti fermi per alcune
ore, dopo le ore 20. Nello stesso giorno 1’ufficiale fece mettere lungo la via
Casilina ed alla stazione ferroviaria vistosi cartelli con la scritta in
inglese:
"MALIGNANT MALARIA – KEEP OUT" ("MALARIA MALIGNA - STARE
LONTANI ").»
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Vastità dell’epidemia: Ceprano come
Cassino
«Altro settore della provincia duramente colpito fu quello alla confluenza del
Sacco con il Liri. L’Ufficiale Sanitario di Ceprano, Dott. Roberto Jacovacci,
gih nel 1944 aveva denunziato 5087 casi e 6470 nel 1945. E’ necessario tenere
presente che Ceprano era stato in parte distrutto dai bombardamenti per cui la
popolazione, che in passato si aggirava fra i 7500 ed 8000 abitanti, era
ridotta. La valutazione dei casi in questi due anni fu solamente clinica. Nel
1946 1’ambulatorio antimalarico diretto da Jacovacci fu dotato anche di centro
diagnostico e furono eseguiti 1606 esami di sangue. dei quali 702 furono
positivi: per P. vivax 527 (75,1%), per P. falciparum 136 (19,4%) e 39 per forme
miste vivax-falciparum (5,6%). Jacovacci mi disse di avere la certezza che dall’anno
1944 all’anno 1946 più del 90% della popolazione dei settori limitrofi al
bacino di Ponte Fiume aveva contratto la malaria.»
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Il piano di lotta antimalarica del 1946 e qualche
polemica «Riassumo a grandi
linee cio che ritenni dover richiedere per la lotta antimalarica nell’anno
1946 secondo il piano di lavoro da me consegnato nell’ultima quindicina di
novembre dell’anno 1945.
Interruzione della lotta antilarvale.
Lotta con DDT con una previsione di superfici in- terne da
trattare pari a mq 7.000.000.
Personale sufficiente per organizzare 10 centri diagnostici e
20 ambulatori antimalarici.
Ottanta profilassatori addetti anche alla ricerca attiva di
soggetti a rischio che non si presentava- no ai nostri ambulatori.
Mezzi idonei e suKcienti per organizzare, realizzare e
propagandare questi servizi gratuiti.»
«Nel gennaio del 1946 il
Medico Provinciale, Dott. Carmine Calvanese, mi convoco nel suo ufficio, a
Frosinone, per comunicarmi il piano tecnico-finanziario approvato dall’Alto
Commissariato per 1’Igiene e la Sanità (ACIS).
Veniva potenziata la lotta antilarvale con Verde di Parigi
(foto 4) ignorando la mia richiesta.
Per 1’assistenza
sanitaria veniva concesso un finanziamento corrispondente ad un numero di
assunzioni inferiore ad 1/5 di quanto da me richiesto.
Per quanto riguardava la possibilità di avere DDT venivo
informato che la provincia di Frosinone non era stata ancora inclusa nel piano di lotta
con questo prodotto.
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Dissi subito a Calvanese che avrei preso parte al lavoro di
assistenza ma mi rifiutavo di partecipare ad uno spreco di risorse per una lotta
antilarvale che ritenevo dovesse essere sostituita dagli spruzzamenti con DDT rivelatisi
già molto più efficaci negli esperimenti eseguiti dagli americani.» (foto 5)
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Il potenziamento dei servizi di diagnosi e cura nel 1946
«Dopo questi accordi di massima, oltre a rafforzare i Centri Antimalarici e gli
ambulatori di Pontecorvo e Cassino, mi fu possibile organizzarne altri a S.
Pasquale, S. Apollinare, Monticelli (Casa delle Palme) e Ceprano. Quest’ultimo
Centro veniva in particolare a potenziare 1’attivita antimalarica gestita
anche negli anni precedenti dall’Ufficiale Sanitario Dott. Jacovacci. A
ciascuno di questi centri facevano capo due o più addetti alla profilassi, a
seconda della difficoltà che presentava il territorio da tenere sotto
controllo. Questo personale era dotato di biciclette, di medicamenti per la
profilassi o terapia d’urgenza e del necessario per i prelievi. Nella zona
loro assegnata dovevano ricercare persone a rischio anche nei ricoveri di
fortuna e tra i ruderi, profilassare con acridinici, sorvegliare la terapia
prescritta dei casi accertati, intervenire con chinino nelle forme più gravi e
segnalarle d’urgenza al medico del posto e a me. Nel tardo pomeriggio i
preparati di sangue arrivavano ai centri diagnostici; dovevano essere esaminati
in serata o in nottata in maniera che i profilassatori e le assistenti sanitarie
avessero la risposta prima di riprendere servizio iI giorno seguente. Per
organizzare questi servizi, tra microscopiste, assistenti sanitarie e
profilassatori, potei disporre solamente di 18 persone. La Borghetti, che non
faceva parte di questo personale, continuò a prestare volontariamente a Ponte-
corvo la sua opera. La somma totale dei casi accertati microscopicamente
risultò di 9045 individui: 7522 positivi per P. vivax (83,16%), 1258 per P.
falciparum ,(13,91%) e 265 forme miste vivax-falciparum (2,93%). Non furono
notati casi di quartana.»
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Il primo DDT e i problemi per la sua utilizzazione
«Intanto venivano fatte ulteriori pressioni da me e dal Medico Provinciale
Calvanese per ottenere DDT. Verso la fine di maggio Calvanese mi disse che
avevano concesso un piccolo quantitativo di DDT purtroppo insufficiente. Era
urgente preparare le soluzioni e provvedere per farle irrorare. Corsi a
Frosinone per avere il petrolio; mi furono consegnati i buoni, allora necessari
per poterlo ritirare, ma al deposito AGIP seppi che insieme ai buoni dovevano
essere versati anche i denari. Nel bilancio del Comitato Antimalarico non c’erano
stanziamenti di fondi né per acquisto di petrolio né per fare fronte alle
molte altre spese che si sarebbero dovute affrontare. Si telefona al Commissario
Straordinario, all’ACIS, all’UNRRA. Da tutti risposte evasive. Dopo qualche
giorno di attesa, perdetti la pazienza. Mi avevano dato una vecchia 1100 per il
servizio di assistenza: potevo quindi vendere la mia moto; con il ricavato mi
riuscì di racimolare la somma necessaria per pagare il petrolio. Feci fare una
ricevuta intestata al Comitato Antimalarico e ritirai il petrolio per le
soluzioni. Con Calvanese, senza altrui aiuti, cercammo di organizzare i
trattamenti. Tuttavia non eravamo preparati e ci mancava la struttura logistica
per affrontare il lavoro con questo insetticida. Inoltre la stagione epidemica
era già iniziata e, come medico provinciale, Calvanese riceveva continue,
pressanti richieste dai numerosi comuni della provincia per avere
disinfestazioni. Per aderire a queste richieste e per mancanza di mezzi di
trasporto idonei il disinfestante fu irrorato prevalentemente nei centri
abitati, anzichè nelle zone rurali in cui sarebbe stato più necessario, e ad
una dose insufficiente per mq: g 0,28.»
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L’ospedale prefabbricato di S. Antonino
«Fortunatamente nel campo assistenziale ricevemmo un aiuto veramente importante
che servi a salvare molte vite. Un piccolo ospedale prefabbricato, dono dell’American
Relief for Italy, (foto 6) che venne collocato a S. Antonino. Questa località,
frazione di Cassino, e in collina, lontana dai vasti focolai larvali presenti
allora nella sottostante pianura e facilmente raggiungibile dagli abitanti dei
comuni limitrofi molto lontani dal1’Ospedale di Pontecorvo. Nel piccolo
ospedale, costituito da due corpi rettangolari, fu possibile attivare due corsie
con un totale di 24 posti letto e un certo numero di camerette per ambulatorio,
laboratorio e personale addetto all’assistenza. Vicino ad uno dei due corpi
suddetti era stato posto un altro piccolo prefabbricato con un ambiente per la
cucina, uno per la dispensa ed uno per il personale addetto ai servizi generali.
L’Istituto di Malariologia inviò giovane medico, il Dott. Jappelli, con
obbligo di residenza sul posto. Il Comitato Antimalarico assunse anche una
persona per la cucina e due per le pulizie. A fornire gli alimenti per i malati
e per il personale fisso provvide 1’U.N.R.R.A. Le consegne di questo ospedale
mi vennero date da Calvanese il 1° luglio l946. Da luglio a dicembre fu
possibile ricoverare 275 pazienti. In 228 fu riscontrata malaria: 125 casi di
terzana benigna, 93 di terzana maligna e 10 forme miste. Ricoverati per altre
malattie: 47 in tutto, soprattutto per febbri tifoidee. Ambulatoriamente furono
visitate e curate 1303 persone: 412 per malaria, 855 per altre malattie e 36 per
pronto soccorso.»
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L’eradicazione della malaria Fin
qui il racconto di menti. Tuttavia non eravamo preparati e ci mancava Alberto
Coluzzi a cui dobbiamo aggiungere alcune notizie soprattutto relative agli anni
1947 e1948 in cui fu possibile eliminare completamente la malaria dalla
provincia di Frosinone. La campagna antimalarica del 1946 venne ancora eseguita
in una situazione di emergenza e, in mancanza di DDT, fu giustamente impostata
attraverso servizi gratuiti di diagnosi e cura dell’infezione nel tentativo
prioritario di evitare l’elevata mortalità verificatasi nel 1944 e in parte
nel 1945. Questo lavoro fu organizzato e svolto in modo eccellente e con grande
abnegazione da parte del personale sanitario addetto, oltre ogni limite di
orario anche notturno e, nonostante i fondi limitati, i risultati furono
globalmente molto soddisfacenti. La registrazione di molti casi consentì anche
di bloccare tempestivamente un gran numero di recidive all’inizio della
stagione di trasmissione successiva. Nel 1947 la strategia antimalarica cambiò
notevolmente. Il maggiore sforzo fu infatti rivolto ad un intervento
profilattico reso possibile dalla disponibilità di un quantitativo di DDT
sufficiente a trattare le zone rurali a più alta trasmissione (quelle in cui si
era registrata la grande maggioranza delle infezioni durante il 1946). Di fatto
la provincia di Frosinone venne inserita nel piano nazionale quinquennale di
lotta antimalarica con DDT attuato a partire dal 1947 dall’ACIS su proposta
del Prof. Alberto Missiroli. La campagna antimalarica nel basso Liri conservò
tuttavia caratteristiche peculiari derivanti dal precedente impegno nell’organizzazione
assistenziale. I servizi di lotta antianofelica vennero centralizzati a
Monticelli (Esperia) (foto 8) nella Stazione Sperimentale istituita a Casa delle
Palme che aveva operato dal 1946 come centro diagnostico. Vennero creati ampi
piazzali per i depositi di insetticida, magazzini e una officina per la
riparazione delle pompe utilizzate per gli spruzzamenti. Gli operai addetti
seguivano un breve corso di istruzione e ogni mattina partivano con l’attrezzatura,
organizzati in squadre di 5-6 uomini (foto 9-10) con un caposquadra responsabile
di dirigerli nelle località (in gran parte rurali) le cui abitazioni dovevano
essere trattate. Il viaggio fino alla zona veniva compiuto su camion ma i
successivi tragitti tra una abitazione e 1’altra si facevano a piedi con pompa
in spalla. L’impegno logistico dell’operazione era notevole in quanto
occorreva prevedere i rifornimenti di insetticida e il recupero delle squadre
alla fine di una giornata lavorativa che superava di regola le otto ore. In
media prestarono la loro opera in questa campagna di disinfestazione 40 operai
organizzati in 7 squadre. In circa tre mesi (marzo, aprile, maggio) prima de11’inizio
della stagione epidemica furono trattati 101.736 vani , per un totale di
4.764.916 mq di superfici interne con una spesa complessiva di lire 7.857.671 al
valore del 1947. L’operazione fu ripetuta nel 1948 con piccoli miglioramenti
ottenendo la definitiva interruzione della trasmissione. Il primo a scomparire
fu il parassita della terzana maligna P. falciparurn mentre qualche caso di
terzana benigna {P. vivar) si ebbe fino all’anno 1949, ma si trattava
unicamente di recidive. L’ultimo caso da P. vivax venne diagnosticato il 27
maggio 1949 in un neonato di S. Oliva frazione di Pontecorvo (A.P. nato il 23
maggio) infettato per via traasplacentare (malaria congenita) dalla madre che
aveva avuto una recidiva durante la gravidanza. La campagna antimalarica
organizzata e diretta da Alberto Coluzzi si concluse quindi con un successo
assoluto. Il DDT spruzzato sulle pareti interne delle abitazioni e delle stalle
privava l’Anopheles di un ambiente ottimale e le zanzare che sopravvivevano
all’esterno erano esposte ad ampie escursioni termiche e ad una temperatura
media che non ne favoriva la longevità mentre prolungava o arrestava il ciclo
del parassita al loro interno. Di fatto venivano destabilizzate le condizioni
che assicuravano al parassita la possibilità di trasmissione. A questo si
aggiungeva la forte riduzione delle sorgenti di infezione eliminate con il
censimento, la cura e la profilassi dei casi di malaria. La campagna
antimalarica della bassa valle del Liri, per l’efficacia con cui fu condotta,
attirò l’attenzione degli ambienti scientifici internazionali e fu oggetto da
parte di numerosi esperti. La rapida soluzione del problema malarico in
provincia di Frosinone insieme ai successi ottenuti in altre zone d’Italia
ispirò le strategie di eradicazione della malaria che l’Organizzazione
Mondiale della Sanità tentò di attuare in tutto il mondo a partire dagli anni
’50. Purtroppo il bilancio di questi interventi non risultò altrettanto
positivo in molte zone tropicali (soprattutto in Africa) dove la malaria
rappresenta ancora la prima causa di mortalità infantile.
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Alberto Coluzzi
e la Stazione Sperimentale di Monticelli
La campagna antimalarica del
1945-48 in provincia di Frosinone e indissolubilmente legata al nome di Alberto
Coluzzi (1908-1989). Prima di essere chiamato ad organizzare la lotta
antimalarica nella bassa valle del Liri, Alberto Coluzzi era stato, dal marzo
del 1936, assistente presso gli Ospedali Riuniti di Roma, dove aveva conosciuto
Giuseppe Bastianelli, che lo indirizzava verso lo studio della malariologia. A
partire dal marzo del 1937, Coluzzi entrava alle dipendenze del Comitato
Provinciale Antimalarico di Latina con 1’incarico di tenere la Condotta
sussidiaria della zona di Fondi e di dirigere i tre ambulatori antimalarici di
Fondi Scalo, Salto di Fondi e Portella in comune di Monte S. Biagio. Dal 28
luglio 1939 passava alle dipendenze dell’Istituto di Malariologia "Ettore
Marchiafava" e veniva inviato in Albania dove svolge attività di ricerca,
formazione e lotta antimalarica fino al 14 ottobre 1943. Al suo rientro in
Italia, Alberto Coluzzi era costretto dalla crisi finanziaria dell’Istituto ad
interrompere il lavoro di malariologo, per cui si dedicava, fino ai primi mesi
del 1945, alla condotta medica che era stata del padre nel comune di Perugia. Li
riceveva 1’invito a riprendere servizio e, nel maggio 1945, iniziava ad
organizzare la lotta antimalarica nella bassa valle del Liri. Quando nel 1945
Alberto Coluzzi diede avvio alle prime iniziative antimalariche dell’Istituto
di Malariologia in provincia di Frosinone, l’urgenza era eccezionale e la
disponibilità di strutture praticamente nulla. Per risolvere rapidamente il
problema della mancanza di locali, egli mise a disposizione dei servizi
antimalarici, a titolo gratuito, parte della sua abitazione, una grande casa di
campagna (Casa delle Palme) a Monticelh (Esperia) acquistata alla fine del 1945
per trasferirvi la famiglia da Perugia. Cosi nasceva la Stazione Sperimentale di
Monticelli dell’Istituto di Malariologia "Ettore Marchiafava", che
opero nei 3 anni della campagna antimalarica, e negli anni successivi costitui
la base operativa per le indagini malariologiche nelle zone del meridione d’Italia
e poi in tutta 1’Italia continentale (esclusi il Veneto e la provincia di
Latina). L’attività di sorveglianza epidemiologica doveva fornire all’Alto
Commissariato per 1’Igiene e la Sanità, negli anni della campagna di
eradicazione nazionale della malaria, i dati aggiornati sul rischio di
trasmissione, al fine di indirizzare la sospensione o il proseguimento dei
trattamenti. Venivano inoltre eseguite inchieste epidemiologiche sull’origine
di ciascuno dei pochi casi di malaria residui. Parallelamente a studi
epidemiologici, Alberto Coluzzi svolgeva un’attività di ricerca in
malariologia ed entomologia medica, organizzando presso la Stazione Sperimentale
di Monticelli un laboratorio la cui produttivita scientifica e documentata da
numerose pubblicazioni. Nel 1962 veniva nominato Vicedirettore dell’Istituto
di Malariologia "Ettore Marchiafava". Nella fase della soppressione
dell’Istituto (1965-67) trasferiva 1’attivita e le competenze malariologiche
del Laboratorio di Monticelli presso 1’Istituto di Parassitologia dell’Università
di Roma "La Sapienza", diretto dal Prof. Ettore Biocca. In questo
Istituto otteneva la nomina a Libero Docente in Parassitologia Medica e
continuava a svolgere attività scientifica e didattica fino al pensionamento,
realizzando diversi studi sulla schistosomiasi e sui flebotomi vettori di
leishmaniosi. Alberto Coluzzi e morto il 5 aprile 1989. ed ha avuto sepoltura,
secondo la sua volontà, nel cimitero di Monticelli.
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Da "L'ALTRA BATTAGLIA DI
CASSINO" di Lorenza Marzacora, Gilberto Corbellini e Mario Coluzzi
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