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Antiche strade per Montecassino
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Affresco dell'inizio del Seicento di Paolo Bril
esposto nell'aula concistoriale del Vaticano
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Un
viaggio tra antiche memorie:
Salire a Montecassino oggi non è sicuramente un problema: grazie alla
comoda statale 149 si possono impiegare dai dieci ai dodici minuti di auto.
Non era certamente così nel passato, quando il collegamento era assicurato
solo da una mulattiera erta e faticosa. La moderna carrozzabile risale alla
seconda metà del secolo scorso. I lavori iniziarono nel 1865 per
concludersi nel 1887, quando, l'8 marzo, la prima carrozza percorse gli otto
Km. e 700 m. di strada polverosa fino al monastero. Attualmente la strada,
ben tenuta dall'ANAS, è continuamente oggetto di lavori di manutenzione e
di ampliamento; il primo tratto, fino al secondo tornante, è di competenza
comunale. Non di rado è possibile incontrarvi persone di tutte le età che
coprono il tragitto a piedi, anche sotto il sole cocente dell'estate: spesso
si tratta di giovani stranieri con lo zaino in spalla. Nei primi anni del
dopoguerra i Cassinati amavano, di tanto in tanto, cimentarsi
nell'arrampicata verso il monastero, percorrendo, però, l'antica
mulattiera. Oggi non sarebbe più tanto facile perché i vecchi sentieri
sono stati in più punti ostruiti o addirittura cancellati. Riguardo a
questi ultimi, disponiamo di alcune descrizioni dei secoli scorsi che
possono aiutarci a ricostruirne il tracciato. Un primo cenno sull'antica via
per Montecassino lo troviamo nel secondo libro dei Dialoghi
di S. Gregorio Magno, il quale precisa che per raggiungere la cima del
monte, ai tempi di S. Benedetto, bisognava percorrere tre miglia (km. 4,5);
ma non sappiamo a quale percorso si riferisse. La prima traccia
significativa di strade più recenti è in un affresco dell'inizio del
Seicento di Paolo Bril esposto nell'aula concistoriale del Vaticano, nonché
in incisioni dell'inizio del Settecento, come quella parigina di M. De La
Salle del 1703. Ma per trovare una descrizione abbastanza dettagliata della
strada che univa S. Germano (l'odierna Cassino) al monastero dobbiamo
arrivare alla fine del 1700: Flavio Della Marra ce ne fornisce una
documentazione sommaria ma abbastanza accettabile, con alcune interessanti
annotazioni storiche; né va dimenticata quella assai più recente del
benedettino D. Angelo Pantoni. Il Della Marra ci informa che la via
principale fu fatta nel 1720 ad opera dell'abate Nicola II Ruggi di Aragona
da Salerno (ab. 1717-1722): "Questa
è lastricata di vive pietre larga, comoda, e per conseguenza più praticata, che
serpeggia sempre da levante a mezzodì fino alla cima del Monte, dov'è situato il
Monastero per lo tratto di circa tre miglia, cominciando dal Borgo detto de' Zingari della
città alla radice del lato destro del Monte verso l'Oriente estivo." L'autore
sofferma la sua attenzione principalmente sui luoghi sacri che punteggiavano
il percorso. E infatti il primo cenno è per la cappella di S. Mauro,
abbattuta alcuni anni prima "per essere diventata ricovero di bestie
". Quella cappella voleva ricordare il luogo in cui, secondo la
tradizione, S. Benedetto avrebbe preso congedo da S. Mauro che si recava in
Francia - fino all'ultima guerra la via S. Mauro si dipartiva dall'antico
centro abitato, abbarbicato sulle pendici del colle Janula, e volgeva verso
sud, al di sopra dell'attuale statale 149 per Montecassino -. Risalendo
lungo la strada, verso sinistra, si incontrava la chiesetta di S. Scolastica
"col suo romito". Questa chiesetta, secondo Angelo Pantoni,
aveva sostituito una più antica cappelletta, pure dedicata a S. Scolastica,
posta su una piccola altura, lì dove ora sorge il panoramico ristorante Bel
Sito ( punto 6 della cartina - TAV. 2). Ad essa si recavano in processione i
cittadini di S. Germano per implorare la pioggia nei periodi di siccità. Si
può, però, non concordare con il Pantoni sulla collocazione della
chiesetta perché l'antica strada che saliva da S. Germano attraversava
l'attuale SS 149, al secondo tornante, nelle immediate adiacenze del
"Belvedere" (punto 8 della cartina); al di sopra di questo tratto,
ben lontano dal luogo da lui indicato, sorge una casa colonica di proprietà
del monastero; ed è, probabilmente, quella a cui si riferisce lo stesso
Pantoni quando dice che "verso la fine del Settecento S.
Scolastica finì con l'essere adibita ad abitazione del colono ivi stabilito
"; il suddetto ristorante, invece, sorge lungo un altro percorso di cui
parlerò più avanti. Trattandosi, però, solo di un'ipotesi, è preferibile
lasciare il dubbio sulla collocazione della chiesetta. Di entrambe le
cappelle, comunque, oggi non si ha più traccia. E' rimasto, però, il
toponimo nel quartiere a ridosso della attuale chiesa di S. Scolastica,
annessa al convento di clausura, ai piedi della Rocca Janula. Questa non va
confusa con la chiesa di S. Scolastica riedificata alle radici sud
occidentali di Montecassino, di cui si parlerà più avanti. Seguendo ancora
la descrizione di Flavio Della Marra, poco più su, circa a metà strada,
sorgeva, sulla destra, un'altra cappella "detta di S. Croce, volgarmente chiamata S. Crocella "
(punto 10): si distingue nettamente nell'affresco del Bril al di sotto della
protuberanza di monte Venere, alla stessa quota di Rocca Janula . Presso la
cappella "ammiravasi un
grosso sasso, attaccato al Monte con sopra incassata al muro una Tavoletta di marmo con
l'effigie di S. Benedetto. In detto sasso vi sta impressa una coscia di considerabil
grossezza; sopra di che riferisce Roffredo dell'Isola Abate, e cardinale [Ab.
1188-1210] come S. Benedetto cavalcando una mula cadde quivi per la scabrosità del
sentiere, e senza restar offeso nel battere colla sua gamba nel sasso, come di cera
resosi, restovvi scolpita la coscia della Mula, che salvò la gamba del Santo. Vien
comprovata la pia credenza da ciò, che la polvere rasa da questa pietra, sia stata più
volte isperimentata contro le febbri " La cappella di S. Croce era
legata al ricordo di altri miracoli operati da S. Benedetto; quello appena
riferito non è riportato dal biografo del santo, S. Gregorio Magno, che ne
registra, invece, altri due, legati, secondo la tradizione, al luogo.
Riguardo al primo si racconta che il servo Esilarato, divenuto poi monaco,
dal padrone aveva avuto l'incarico di portare a S. Benedetto due fiasconi di
vino; ma egli ne portò uno solo, nascondendo l'altro lungo il cammino (nel
luogo della cappella); il santo ringraziò per il fiasco ricevuto ma
avvertì il servo di non bere al fiasco lasciato per strada; Esilarato,
pieno di vergogna, tornò al luogo dove aveva lasciato l'altro fiasco, lo
inclinò e ne uscì un serpente. Il secondo miracolo si riferisce alla
guarigione di un lebbroso. Corregge, però, Pantoni: "Piuttosto
questa memoria dovrebbe riconnettersi con la guarigione di uno storpio, riferita nel 1189
da Roffrido cardinale e abate di Montecassino, come avvenuta ai suoi tempi, e quindi con
contorni assai più netti. Si trattava di Giovanni da Vairano, che nell'atrio della
chiesa, ove stava in quanto storpio e deformato in maniera non comune,avrebbe avuto in
visione, da S. Benedetto, l'ingiunzione di recarsi in questo punto, ove poté
trascinarvisi e ottenere piena guarigione ". A ricordo di
tali miracoli, nel corso del Seicento, furono edificate, ai lati della
chiesetta, altre due cappelle, giunte in condizioni precarie all'inizio
dell'ultima guerra; e infatti quel luogo veniva chiamato anche "le tre
cappelle". L'immagine di S. Benedetto scolpita in marmo, cui accenna
Della Marra, è da far risalire alla fine del Quattrocento. Le cronache
narrano che quando papa Celestino V, nel 1294, volle far visita al
monastero, salendo lungo la nostra via, sostò in preghiera alla cappella di
S. Croce, proseguendo poi il cammino a piedi e concedendo un'indulgenza di
cento anni e cento quarantene a chi avesse recitato nella stessa cappella un pater
ed un' ave. A ricordo di tale evento nel luogo fu installata una
piccola lapide con il seguente testo: An. Domini
MCCLXXXXIV. Sanctissimus Pontifex Caelestinus V. cum Limina Beati Benedicti devote
visitaret, et ad Cappellam S. Crucis, quae in via publica est constructa euntibus
Casinense Monasterium, et miracula, quae Beatus Benedictus operatus est, ibidem certa
relatione reperisset, ob reverentiam almifici Patris indulgentiam eidem Cappellae
concessit, ut quicumque in praedictam Cappellam S. Crucis ingrederetur, et Dominicam
Orationem cum Ave Maria diceret, centum annos, et centum quadragenas toties quoties inde
transiret, misericorditer obtineret, et haberet. La lapide fu
successivamente sostituita da altra con testo in italiano.
I bombardamenti del 1944 distrussero completamente le tre cappelle,
lasciando in piedi solo un brevissimo frammento di muro che difficilmente si
può scorgere tra le sterpaglie cresciute nel luogo (foto. 1). L'immagine di
S. Benedetto, danneggiata, e la lapide furono trasferite a Montecassino;
dovrebbe essere rimasto il masso incavato, oggetto del miracolo, così
almeno riferisce il Pantoni: la folta vegetazione ne impedisce una verifica.
Non posso non associarmi all'auspicio espresso dal compianto studioso
benedettino circa il sito in questione: "Si tratta di un luogo
che per vari secoli ha avuto un posto non trascurabile nelle tradizioni locali, per il
quale sarebbe conveniente un restauro, almeno per la cappella originaria, connessa pure
con un miracolo avvenuto in tempi storici ".
Seguitando a salire si incontrava, sulla destra, una croce - è ancora il
Pantoni che riferisce - posta su una pietra che recava l'iscrizione:
o padre nostro
che sei nei cieli
affratella a noi l'Inghilterra
nell'unità della fede.
Il testo
era dell'abate Luigi Tosti e ricordava una conversazione avvenuta in quel
luogo, nel corso della quale un anglicano fu riavvicinato alla Chiesa
Cattolica. Il Pantoni riferisce che l'iscrizione è ancora visibile;
purtroppo non mi è stato possibile ritrovarne traccia per la mancanza di
indicazioni precise. Proseguendo nella lettura di Della Marra, poco più su,
in un tornante della strada (tra i punti 11 e 12 della cartina), detto
"la volta di S. Severo", "donde si
voltava per altra scabrosa via verso Aquino ", si trovava un'altra
cappella, dedicata al vescovo di Cassino S. Severo, che figurava tra i
presenti al Concilio Lateranense del 487 e tuttora ricordato nella liturgia
del monastero al 20 luglio; la chiesetta era stata fatta edificare
dall'abate Teobaldo (Ab. 1022-1035) all'inizio del sec. XI e restaurata nel
1733 dall'abate Stefano IV de Stefano da Napoli (Ab. 1731-1737). Ora non se
ne ha più traccia perché fu fatta demolire nel 1821, "per timore che
desse ricetto ai predoni che a quel tempo, dopo le vicende napoletane del 1820-21,
infestavano la regione". Continuando a salire lungo il tornante,
quasi a ridosso del gibbo di M. Venere (punto 12), " dove si scuopre il monastero, in mezzo la via
" si trova una grande croce di legno ai cui piedi è posto un masso con
una marcata incavatura protetta da una rozza griglia di ferro (foto. 2). La
tradizione vuole che quell'incavatura fosse l'impronta del ginocchio di S.
Benedetto, che lì, alla vista delle costruzioni pa-gane dell'acropoli, si
inginocchiò in preghiera prima di affron-tare l'ardua missione della
propagazione della fede in Cristo. Dopo altre due curve si sboccava in un
pianoro, la piana di S. Agata, così chiamata perché sulla sinistra sorgeva
la chiesetta di S. Agata, fatta edificare per la prima volta nel sec. XI e
ricostruita nel Duecento dall'abate Stefano dei Conti de' Marsi (Ab.
1215-1227); l'ultima guerra la distrusse ma fu nuovamente riedificata
rispettando le antiche linee strutturali. La dedica della chiesetta a S.
Agata si volle " per averla
Protettrice contro de' tremuoti. Nel giorno a Lei sacro vi si vien in processione colla
sua Reliquia acantarci l'ora di Terza con la Messa, e nel giorno il Vespro
". Subito dopo la strada terminava sotto le possenti mura dell'abbazia,
davanti all'antico ingresso monumentale sormontato dalla scritta "PAX".
L'attuale ingresso sulla destra fu inaugurato in occasione del centenario di
S. Benedetto nel secolo scorso. Tra i vari autori che si sono occupati, sia
pure brevemente, della nostra strada, va ricordato il Guillaume (riportato
pure dal Pantoni) con la sua "Descrizione
storica e artistica di Monte Cassino" del 1880; questi lamentava
lo stato di abbandono della strada dovuto alla mancanza di fondi in seguito
alla soppressione dei beni ecclesiastici e poi annotava: " Il turista deve pertanto risolversi a fare la
salita a piedi o a cavallo, ovvero, se il suo orgoglio non ne soffre, montato sull'asino;
e questo sarà per lui il mezzo più sicuro e commodo. Potrà nondimeno se ben gli
aggrada, far uso della portantina ". Il percorso, secondo il
Guillaume, era di circa 5,5 chilometri. E' interessante, infine, registrare
le informazioni del Pantoni: "La tariffa municipale, s'intende per trasporto con asino, era di lire una dalla
stazione ferroviaria fino a Montecassino, aumentabile a lire 1,50 con guida e bagaglio.
Per il trasporto in portantina, vi saranno stati prezzi da convenirsi sul momento
". Va ancora aggiunto che nella curva a gomito contrassegnata
col numero 9 è posta una grossa pietra verticale, sommariamente squadrata,
recante, sulla faccia est, l'incisione di una croce e, sotto, le lettere M. N.
(foto. 3): di tale pietra non si ha notizia nei nostri autori. Fin qui le
notizie che è stato possibile attingere dalle fonti cassinesi. Restano
però da chiarire ancora alcuni dubbi, come quello relativo al punto
d'inizio della strada descritta.
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Da dove si saliva:
Il Della Marra dice che la via partiva dal Borgo degli Zingari, nella vecchia
città; purtroppo di tale borgo non si ha più memoria; neppure nelle carte catastali
dell'anteguerra. Si sa però che dal centro della città si dipartivano due percorsi: uno
in direzione della Rocca Janula (indicato nella cartina con la lettera A), molto
ripido e lastricato, che si diramava dalla via S. Libera col nome di via Montecassino
(così si legge nella carta catastale), e sboccava nel secondo tornante di Montecassino,
all'altezza del "belvedere"; l'altro iniziava da Largo 3 Colonne, sull'attuale
via Riccardo da S. Germano (in asse con la via Varrone); dopo alcuni tornantini nel dedalo
delle viuzze dell'antico centro abitato, andava ad incrociare via S. Libera e poi volgeva
decisamente verso sud lungo le pendici di Montecassino, leggermente al di sopra
dell'attuale statale 149, nel primo tratto di quest'ultima; tale via era denominata S.
Mauro: molti Cassinati ancora la ricordano, anche se oggi è quasi del tutto scomparsa;
resta solo l'ultimo tratto, indicato nella cartina con la lettera B; questo tratto,
oggi, ha inizio dalla SS 149 con una stretta scala in cemento accanto al muro di
contenimento di una villa. Un altro braccio si diramava dalla SS 149 più a monte, in
corrispondenza del museo archeologico (lettera C della cartina), e saliva con
discreta pendenza verso nord ad incontrare la via S. Mauro. Il percorso C era,
probabilmente, l'antica strada per Montecassino, quella, cioè, che univa Casinum
con l'Acropoli. Infatti, nel punto d'innesto con la moderna statale, verso la fine del
1989 fu ritrovato l'antico basolato che volgeva in direzione di quello attualmente ben
visibile dinanzi alla parte bassa del museo, al di sotto della strada per Montecassino -
questo era connesso con la Porta Campana, recentemente scoperta, e quindi con il
bellissimo tratto di strada romana, impropriamente detto via Latina, che corre sotto le
mura della città fino a ridosso dell'anfiteatro -. Un ulteriore collegamento il
tratto C lo aveva, quasi cer-tamente, con la via del Crocifisso, che attraversava
l'antica città fino alla Porta Romana innestandosi nell'attuale via Campo di Porro -
l'antica "Pedemontana", diramazione della via Latina -.
Questa dovette essere la strada percorsa da S. Benedetto, alla sua venuta sul sacro monte,
di cui parla Gregorio Magno.

TAV. 2 Gli antichi percorsi sono indicati col tratteggio.
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Lo stato attuale:
Ma qual è lo stato attuale delle antiche
strade per Montecassino? Ho provato a percorrerle tutte a piedi, ma subito
ho trovato seri problemi: i tratti in bassa quota, fino al secondo tornante
della statale, sono quasi del tutto scomparsi, e non solo per opera della
guerra; questa, è vero, ha letteralmente cancellato la vecchia Cassino con
le sue viuzze medievali, con la via S. Libera e la via S. Mauro, ma quello
che non hanno fatto i bombardamenti hanno fatto poi i privati cittadini e
gli incauti progetti pubblici: vedi la strada "panoramica" (via
Caio Fuzio Pinchera) con quel braccio monco sulle pendici del colle Janula,
ricettacolo di rifiuti. Nonostante quest'ultimo scempio, proprio in
corrispondenza di quel braccio morto, una volta era possibile prendere la
scorciatoia (lett. A) ancora lastricata e salire fino al
"belvedere". Ora in quel punto si erge la recinzione di
un'abitazione privata che ne ha chiuso definitivamente l'accesso. Che dire
poi dello sbocco sulla statale 149, in prossimità del belvedere? Alcuni
anni fa in quel punto si era iniziato a costruire una passerella in cemento
armato per l'accesso ad una abitazione privata sottostante, ma i lavori
furono interrotti, pare dall' ANAS, perché il raccordo sulla carrozzabile
capitava in piena curva. Pochi metri più giù si apre una stradina
pedonale, ma l'accesso è impedito da un cancello sempre chiuso. Dunque la
strada A, nella sua parte iniziale, è da considerare perduto. Prosegue,
però, a monte del belvedere, fino all'abbazia, con alcune interruzioni che
saranno esaminate in seguito. Al primo tornante della SS 149, a poche
centinaia di metri dal suo inizio (punto 1), si può imboccare il percorso
B, o quello che resta della via S. Mauro. Una ripida e stretta scala in
cemento, come già detto (foto. 4), immette in una via incassata tra i muri
di recinzione di alcune ville; il fondo stradale in un primo tratto è in
cemento, poi prosegue asfaltato e abbastanza ampio fino alla strada
panoramica, risalendone l'attuale tracciato, per poi attraversare la strada
per Montecassino all'altezza del palazzo in abbandono detto "colonia
solare", al di sotto del serbatoiodell'acquedotto comunale. Ma prima di
giungere qui, in un'ampia curva verso destra, più a valle, costeggia i
ruderi della scomparsa chiesa di S. Antonio Abate, "S. Antuono"
(foto. 5), che prima della guerra era affiancata all'ospedale Gemma De Posis.
Però allora il tratto B seguiva un percorso molto diverso: per esempio, non
costeggiava la chiesa di S. Antonio Abate, ma si teneva notevolmente al di
sotto aggirandola verso sud con una larga curva e risalendo al di sopra
della colonia solare. In quella curva riceveva il percorso che abbiamo
chiamato C e che oggi non esiste più. Nel punto in cui eravamo giunti -
presso il serbatoio - l'antica strada si diramava. Un primo braccio, molto
erto, risaliva verso occidente bordeggiando un grande fabbricato ad
"L", il vecchio ospizio, e, sempre in linea retta, volgeva verso
due case coloniche che sorgevano nelle immediate vicinanze del percorso A.
Ma ora questo braccio presenta varie interruzioni: dopo alcuni metri di
salita (punto 3) lungo il recinto della villa Ponari (foto. 6), muore tra un
muro di contenimento di una palazzina ed una strada privata costruita di
recente a servizio di un nuovo nucleo abitato; attraversata questa strada,
riprende con una larga imboccatura in cemento (foto. 7) fino al piazzale di
un'abitazione privata, i cui proprietari mi hanno contestato l'accesso
all'antico tracciato, che ancora esiste (punto 4), affermando trattarsi di
strada privata; si può comunque proseguire costeggiando i ruderi del
vecchio ospizio - in parte incorporati in una casa colonica! -; dopo qualche
centinaio di metri la mulattiera, incassata tra due muretti a secco (foto.
8), si perde tra i campi. Un po' più su riprende per un breve tratto non
più praticabile a causa della vegetazione che lo ha invaso. Prima di andare
oltre mi sembra opportuno aggiungere una annotazione storica. La sottostante
chiesa di S. Antonio Abate
fu costruita dai padri Cappuccini, per concessione dell'abate Bernardo IV,
nel 1580 e fu dedicata a S. Antonio Abate e a S. Scolastica (la prima pietra fu posta il 7
marzo); annesso alla chiesa i padri edificarono il loro convento; ebbero in uso anche
alcune case. Ma la scelta del luogo risultò infelice a causa del clima poco salubre;
infatti nel 1706 l'abate Gregorio Galisio concesse loro un sito più a monte dove
costruirono l'ospizio cui ho appena accennato e dove risiedettero con maggiore conforto.
La strada che conduceva a tale ospizio, inizialmente ripida e sassosa, fu rifatta per un
tratto di mezzo miglio con la spesa di 40 ducati da trarre dal fondo delle elemosine
spettanti ai frati cappuccini. Dunque è lecito chiedersi come possa
essere finita in mano dei privati una struttura benemerita come l'antico
ospizio, compresa la strada di accesso che è pur sempre una strada
pubblica. Un secondo braccio - ritornando al serbatoio - si inerpicava verso
nord-ovest passando presso il ristorante Bel Sito e ricongiungendosi al
percorso principale A, poco al di sopra del punto 8. Ora neppure questo
tronco è più percorribile: sul tratto iniziale, subito dopo il serbatoio
(punto 5), sono sorte due ville che lo hanno irrimediabilmente cancellato;
il resto si perde tra la vegetazione non giungendo più presso il Bel Sito;
di qui, comunque, si può salire utilizzando la strada di accesso al
ristorante e poi inerpicandosi fra i campi fino al punto 7 della cartina,
dove passa una strada sterrata, abbastanza ampia, di recente costruzione, e
quindi riprendere il percorso A presso il nuovo serbatoio. Ritornando a
quest'ultimo percorso, lì dove lo avevamo lasciato, al belvedere (punto 8),
dopo aver attraversato la statale, una breve e ripida scaletta taglia
obliquamente la parete rocciosa e consente l'accesso a quello che rimane
dell'antica mulattiera (foto. 9), fino alla casa colonica dove all'inizio di
questo lavoro si è ipotizzata la collocazione della scomparsa chiesetta di
S. Scolastica. Ora la casa colonica è servita da una strada carrozzabile
che discende dal terzo tornante di Montecassino e che ha soppiantato del
tutto il vecchio tracciato: questo, infatti, conduceva alla curva a gomito
tra il terzo e il quarto tornante, presso il nuovo serbatoio; adesso si
perde tra una folta e impenetrabile vegetazione. Dalla suddetta curva del
serbatoio l'antica strada riprende in dire-zione sud-ovest, conservando
ancora il vecchio selciato: è il tratto meglio conservato (foto. 10 e 15).
Al punto 9, dopo una stretta curva, converge verso la SS. 149. Qui, però,
l'ANAS per ampliare la sede stradale ne ha interrotto lo sbocco; è
possibile, comunque, superare l'interruzione inerpicandosi tra alcuni massi.
Una volta giunti sulla statale, la si attraversa e sulla destra ritroviamo
la vecchia strada ancora selciata (foto. 11). La si segue per un breve
tratto sulla destra, dopo una curva a gomito bisogna percorrere ancora un
centinaio di metri per trovarsi in corrispondenza delle scomparse tre
cappelle che sorgevano a ridosso della via, sulla destra; l'unico frammento
di muro rimasto è sommerso dalle sterpaglie e quindi non più visibile
dalla via (punto 10). Si sale ancora per un lungo tratto e si giunge alla
SS. 149, presso la cabina della postazione antincendi (punto 11). Qui si
attraversa la strada e ci si trova nella seria difficoltà di riprendere il
cammino sulla vecchia mulattiera: l'ANAS ha costruito un grosso muro di
contenimento ostruendo completamente l'accesso di quella che è pur sempre
una strada pubblica (foto. 12). Al di sopra la nostra via riprende per un
breve tratto tra una folta vegetazione e immette sul settimo tornante della
statale, attraversata la quale si imbocca un rettilineo ampio e in leggero
pendio per ritrovarsi alle spalle del monte Venere. Qui (punto 12) è
inevitabile una sosta al cosiddetto ginocchio di S. Benedetto, anche per
ammirare da vicino lo spettacolare prospetto della facciata meridionale
dell'abbazia (foto. 13). La sosta è breve perché si ha fretta di
raggiungere la meta che si sente ormai vicina. Poco più su si trova il
cammino sbarrato da un cancello che impedisce l'accesso all'ultimo girone
della statale, attraversata la quale, un secondo cancello chiude la via, che
riprende verso sinistra, ampia e lastricata (foto. 14). Dopo una breve
salita si giunge al belvedere con la grande croce che domina la vallata
verso mezzogiorno; pochi metri ancora ed eccoci alla piana di S. Agata, al
grande parcheggio dei pullmans, con la vista del portone della scala regia
sovrastato dalla scritta PAX.
Qui termina il nostro pellegrinaggio dei ricordi, tra le memorie cancellate
di una città che non sa, non può, non vuole riappropriarsene.
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Foto 4

Foto 5

Foto 6

Foto 7

Foto 8

Foto 9

Foto 10

Foto 11

Foto 12

Foto 13

Foto 14

Foto 1
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La colpevole incuria:
Alla lunga descrizione, tecnica e perciò arida, ma comunque doverosa, mi sia consentito
aggiungere qualche considerazione personale. Il confronto tra lo stato attuale della
vecchia via per Montecassino e le condizioni in cui ci era giunta all'inizio del "43,
prima dei bombardamenti, pone subito in evidenza come le vicende millenarie, anche di
rilevante entità - devastazioni barbariche, terremoti, intemperie - non ne abbiano
compromesso la funzionalità, mentre pochi anni di incuria e di disinteresse del
dopoguerra hanno cancellato, forse definitivamente, importanti tratti, sì da non
consentirne più l'uso. Eppure negli anni Cinquanta, nonostante i danni della guerra, la
strada era quasi interamente percorribile: a primavera, la domenica mattina, mi avviavo a
piedi da Cassino, imboccavo la "scorciatoia" e in mezz'ora ero a Montecassino;
ascoltavo la messa e prima di mezzogiorno ero di nuovo in città per la passeggiata
domenicale per il Corso prima di pranzo. Ma poi i privati, nel costruire le loro
abitazioni, si sono appropriati abusivamente degli accessi a valle, senza che alcun
controllo fosse effettuato da parte dell'Ufficio Tecnico del Comune di Cassino. L'ANAS, a
monte, ha tranciato brutalmente gli sbocchi sulla statale 149 senza che alcuna autorità
inducesse alla dovuta salvaguardia. La giustificazione che la statale sia la via più
comoda per salire Montecassino non regge davanti all'obbligo di preservare il suolo
pubblico dagli abusi e dagli scempi che possono impedire alla comunità di farne un uso
consentito e libero. Gli uffici responsabili, dunque, sono chiamati ad intervenire per
imporre il ripristino degli antichi percorsi, sia ai privati che all'ANAS, in modo da
restituirli ai legittimi proprietari: i cittadini. Questa è una formale denuncia che non
potrà essere ignorata!
Alla lunga descrizione, tecnica e perciò arida, ma comunque doverosa, mi sia consentito
aggiungere qualche considerazione personale. Il confronto tra lo stato attuale della
vecchia via per Montecassino e le condizioni in cui ci era giunta all'inizio del "43,
prima dei bombardamenti, pone subito in evidenza come le vicende millenarie, anche di
rilevante entità - devastazioni barbariche, terremoti, intemperie - non ne abbiano
compromesso la funzionalità, mentre pochi anni di incuria e di disinteresse del
dopoguerra hanno cancellato, forse definitivamente, importanti tratti, sì da non
consentirne più l'uso. Eppure negli anni Cinquanta, nonostante i danni della guerra, la
strada era quasi interamente percorribile: a primavera, la domenica mattina, mi avviavo a
piedi da Cassino, imboccavo la "scorciatoia" e in mezz'ora ero a
Montecassino;
ascoltavo la messa e prima di mezzogiorno ero di nuovo in città per la passeggiata
domenicale per il Corso prima di pranzo. Ma poi i privati, nel costruire le loro
abitazioni, si sono appropriati abusivamente degli accessi a valle, senza che alcun
controllo fosse effettuato da parte dell'Ufficio Tecnico del Comune di Cassino. L'ANAS, a
monte, ha tranciato brutalmente gli sbocchi sulla statale 149 senza che alcuna autorità
inducesse alla dovuta salvaguardia. La giustificazione che la statale sia la via più
comoda per salire Montecassino non regge davanti all'obbligo di preservare il suolo
pubblico dagli abusi e dagli scempi che possono impedire alla comunità di farne un uso
consentito e libero. Gli uffici responsabili, dunque, sono chiamati ad intervenire per
imporre il ripristino degli antichi percorsi, sia ai privati che all'ANAS, in modo da
restituirli ai legittimi proprietari: i cittadini. Questa è una formale denuncia che non
potrà essere ignorata!
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Altri percorsi:
Prima di chiudere vale la pena accennare, sia pure rapidamente, ad altre possibili vie di
accesso pedonale a Montecassino.
Una - anche questa molto antica - saliva dal fianco sud-occidentale del monte, dalla
rinnovata chiesa di S. Scolastica, più nota, forse, come "il colloquio" per via
della tradizione secondo cui il patriarca Benedetto era solito incontrare in quel luogo la
sorella Scolastica, che viveva in un monastero femminile più a valle, forse a Piumarola.
La strada si diparte dalla statale n. 6 Casilina di fronte alla cartiera SAFFA, volge
subito verso nord, lasciandosi sulla sinistra la chiesa di S. Scolastica, attraversa
l'omonimo vallone e si inerpica a tornanti sul fianco del monte Puntiglio - importante
stazione dell'età del ferro - ne aggira la cima sul lato occidentale e si getta nella
piana di S. Rachisio, luogo del romitaggio del re longobardo Ratchis; di qui si può
convergere verso destra per immettersi sulla vecchia via proveniente da Cassino (percorso A,
già abbondantemente descritto; è, questa di S. Scolastica, la vecchia via per Aquino,
cui faceva cenno Della Marra); oppure si può proseguire verso nord per raggiungere la
strada per l'Albaneta, che vedremo più avanti. Questa via fu ampliata durante l'ultima
guerra per consentire il transito dei carri armati tedeschi, che occupavano le alture alle
spalle del monastero. Ora è in stato di assoluto abbandono, sepolta in molti tratti
dall'abbondante pietrame franato dalle pendici del monte Puntiglio e soffocata dalla folta
vegetazione spontanea, rigogliosa nonostante i frequenti incendi estivi. In corrispondenza
di uno dei tornanti superiori la si può lasciare per seguire la mulattiera
"dell'eremita"; quest'ultima rasenta il fianco superiore dello spuntone roccioso
(noto come "il fortino dell'eremita") che domina la valle e la sottostante via
Campo di Porro; si immette quindi sulla statale 149, tra il settimo e l'ottavo tornante.
Ma neppure questa diramazione è facilmente praticabile per via della scarsa
frequentazione. Un'altra via prende le mosse dalla frazione Caira, si incunea tra i pendii
vallivi situati alle spalle delle colline che bordeggiano la valle del Rapido e va a
sboccare nella fertile piana dell'Albaneta, inserendosi sull'omonima strada; quest'ultima,
dopo aver servito la masseria Albaneta, proprietà di Montecassino, prosegue verso il
monastero costeggiando i ruderi di S. Maria dell'Albaneta, aggirando ad occidente il colle
dell'obelisco - cui sono legate molte tragiche memorie dell'ultima guerra - per poi
aprirsi sul pianoro del cimitero polacco con la spettacolare vista del complesso
abbaziale. Anche questa strada, nel tratto iniziale da Caira all'Albaneta, fu ampliata e
resa percorribile dai mezzi militari alleati durante la guerra per la conquista del
monastero: avrebbe bisogno di costante manutenzione.
Prima di chiudere vale la pena accennare, sia pure rapidamente, ad altre possibili vie di
accesso pedonale a Montecassino.
Una - anche questa molto antica - saliva dal fianco sud-occidentale del monte, dalla
rinnovata chiesa di S. Scolastica, più nota, forse, come "il colloquio" per via
della tradizione secondo cui il patriarca Benedetto era solito incontrare in quel luogo la
sorella Scolastica, che viveva in un monastero femminile più a valle, forse a
Piumarola.
La strada si diparte dalla statale n. 6 Casilina di fronte alla cartiera SAFFA, volge
subito verso nord, lasciandosi sulla sinistra la chiesa di S. Scolastica, attraversa
l'omonimo vallone e si inerpica a tornanti sul fianco del monte Puntiglio - importante
stazione dell'età del ferro - ne aggira la cima sul lato occidentale e si getta nella
piana di S. Rachisio, luogo del romitaggio del re longobardo Ratchis; di qui si può
convergere verso destra per immettersi sulla vecchia via proveniente da Cassino (percorso A,
già abbondantemente descritto; è, questa di S. Scolastica, la vecchia via per
Aquino,
cui faceva cenno Della Marra); oppure si può proseguire verso nord per raggiungere la
strada per l'Albaneta, che vedremo più avanti. Questa via fu ampliata durante l'ultima
guerra per consentire il transito dei carri armati tedeschi, che occupavano le alture alle
spalle del monastero. Ora è in stato di assoluto abbandono, sepolta in molti tratti
dall'abbondante pietrame franato dalle pendici del monte Puntiglio e soffocata dalla folta
vegetazione spontanea, rigogliosa nonostante i frequenti incendi estivi. In corrispondenza
di uno dei tornanti superiori la si può lasciare per seguire la mulattiera
"dell'eremita"; quest'ultima rasenta il fianco superiore dello spuntone roccioso
(noto come "il fortino dell'eremita") che domina la valle e la sottostante via
Campo di Porro; si immette quindi sulla statale 149, tra il settimo e l'ottavo tornante.
Ma neppure questa diramazione è facilmente praticabile per via della scarsa
frequentazione. Un'altra via prende le mosse dalla frazione Caira, si incunea tra i pendii
vallivi situati alle spalle delle colline che bordeggiano la valle del Rapido e va a
sboccare nella fertile piana dell'Albaneta, inserendosi sull'omonima strada; quest'ultima,
dopo aver servito la masseria Albaneta, proprietà di Montecassino, prosegue verso il
monastero costeggiando i ruderi di S. Maria dell'Albaneta, aggirando ad occidente il colle
dell'obelisco - cui sono legate molte tragiche memorie dell'ultima guerra - per poi
aprirsi sul pianoro del cimitero polacco con la spettacolare vista del complesso
abbaziale. Anche questa strada, nel tratto iniziale da Caira all'Albaneta, fu ampliata e
resa percorribile dai mezzi militari alleati durante la guerra per la conquista del
monastero: avrebbe bisogno di costante manutenzione.
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E' necessario rimediare:
A questo punto una domanda: è conveniente ripristinare le antiche mulattiere qui
descritte, consentendo a molta gente di percorrerle, col conseguente rischio di incendi
estivi? Posta in questi termini la domanda ha una sola risposta: non conviene. Tuttavia va
rilevato che il rischio di incendi è sempre incombente, specialmente quando gli
"incendiari" possono agire indisturbati a causa delle difficoltà di una
efficace sorveglianza, e lo dimostrano i frequenti fuochi che ogni estate sogliono
martoriare lo sventurato monte. Invece i percorsi montani tenuti bene ed attrezzati
adeguatamente consentono una agevole ed assidua vigilanza, non solo da parte delle guardie
forestali, ma anche dagli stessi frequentatori della montagna che hanno l'interesse
preminente della salvaguardia della natura. Infine, come si possono spegnere gli incendi
se non vi sono strade percorribili? Vorrei concludere ricordando che oggi è sempre più
diffusa la voglia di fare una salutare sgambata. Gli specialisti praticano il trecking
preferendo percorsi duri e spesso ardimentosi; ma sono molte le persone (anziani, giovani
ed anche donne) che farebbero volentieri una "sgroppata" impegnativa, ma non
troppo faticosa, su percorsi di montagna facilmente accessibili e che richiedano un tempo
non eccessivamente lungo di percorrenza: sulla via vecchia per Montecassino, partendo dal
centro della città, chi ha buone gambe può raggiungere l'abbazia in mezz'ora; chi è
meno esercitato potrebbe impiegare circa tre quarti d'ora; molto meno, naturalmente, per
ridiscendere. Il tutto senza correre il rischio di essere investiti da automobilisti
incauti e, soprattutto, respirando aria sicuramente pura; e non va tralasciato il fatto
che un edificante sguardo ogni tanto al sottostante paesaggio è cosa deliziosa ed
invoglia a salire sempre più. Al termine della salita il meritato premio: la vista della
splendida abbazia, immersa in una suggestiva atmosfera di silenzio e di raccoglimento,
meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, gioiello della cristianità, custode di tante
memorie storiche. Una passeggiata a piedi a Montecassino è una opportunità che molti
forestieri ci invidierebbero.
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Da "antiche Strade per Montecassino"
di Emilio PISTILLI
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