Aquilonia
di Emilio Pistilli
Premessa: Quando, nel 1972, segnalai il ritrovamento di un imponente circuito murario in opera pseudo poligonale sul monte che sovrasta S. Vittore del Lazio, per molteplici ragioni ipotizzai che si trattasse dell’introvabile Aquilonia dei Sanniti di cui parla Livio nel Lib. X della sua storia di Roma.
Allora proposi la questione come un’ipotesi; in realtà avevo buoni motivi per ritenere che si trattasse di ben più che un'ipotesi. Un mio articolo-segnalazione[1] fu accolto con buona dose di scetticismo: per questa ragione gli elementi probanti che lì riassumevo passarono quasi del tutto inosservati.
Successivamente intervenni più volte sulla stampa a riassumere i termini della scoperta[2]. Da allora ho raccolto svariate riserve sul tenore della mia ipotesi, anche da chi, per amor di campanile, avrebbe dovuto trovar conveniente amplificare l’importanza del ritrovamento.
Tutte le obiezioni e le recise smentite, anche da persone autorevoli, sull’identificazione di Aquilonia, anziché farmi recedere dall’ipotesi, mi hanno rafforzato sempre più nella mia convinzione, e non certo per testardaggine: in breve, ciò che doveva demolire la mia tesi risultava, invece, inconsistente ed incongruente nei confronti del racconto di Livio e, anzi, mi induceva a riscontrare ancora nuove concordanze.
Non sono mancati studiosi, anche di chiara fama, che, pur di sostenere tesi diverse, sono stati costretti a correggere e talvolta stravolgere il testo di Livio.
Le obiezioni maggiori si possono riassumere in tre punti essenziali:
a) La città di Aquilonia è da collocare in altro sito; e proprio riguardo al sito abbiamo una vera e propria “antologia” di località individuate negli ultimi cento anni: spaziano dalla Valle di Comino, al Molise, alla Basilicata.
b) le città conquistate dai Romani nella terza guerra sannitica del 293 a. C. (Cominio, Amiterno, Duronia, oltre, naturalmente, Aquilonia) sono da individuare tra la Valle di Comino, il territorio di S. Elia Fiumerapido e quello di Roccasecca, lungo il corso del Melfa; dunque in un raggio di dieci o quindici chilometri, facendo centro su Atina;
c) il racconto di Livio è fantastico e per questo motivo non fa testo. Naturalmente se è fantastico non ha senso nemmeno porsi il problema dell’identificazione dell’antica Aquilonia, e ciò vale anche per qualsiasi altra collocazione di località liviane.
Non pensavo, dopo tanti anni, di dover riprendere quell’argomento, ma le accresciute acquisizioni da parte mia e la necessità di dover confutare affermazioni fuorvianti ed interventi privi di ogni senso della storia e della concretezza da parte di alcuni critici di turno, mi inducono a farlo.
Nel 1972, con un articolo su “Il Gazzettino del Lazio”[3] ed un successivo estratto diffuso ampiamente, descrissi con dovizia di particolari le vicende e l’entità del ritrovamento; oggi potrei ripetere tutto alla lettera, rivedendo solo alcuni dettagli dovuti alla mia inesperienza del tempo, come per esempio il numero eccessivo delle porte e la forzata individuazione dell’acropoli nella parte più alta del complesso archeologico[4].
In effetti qui riprenderò gran parte di quel lavoro.
[1] E. Pistilli, Ipotesi sulla città di Aquilonia distrutta nell’anno 293 a.C., in “Il Gazzettino del Lazio”, n. 10 del 15 giugno 1972.
[2] Tralasciando i quotidiani basti ricordare solo le riviste: “La voce di Aquino”, IV/72, n. 34, pag. 4; “Rassegna storica dei coi”, V/73, n. 2, pag. 67; “Lazio Sud”, II/83, n. 4, pag. 17.
[3] Op. cit.[4] Fui indotto in tali errori da qualche studioso che godeva della mia piena fiducia.
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